Pierpaolo Coccia



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28.03.2019
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Quotidianità in carcere
La giornata in carcere di Brenda è ben scandita dagli orari delle pulizie, dei pasti e delle uscite al parchetto. Riesce ad avere anche un lavoro in un laboratorio tessile, ma sente la noia che l’assale, a causa della ripetitività e della monotonia degli eventi quotidiani, e della nostalgia per la vita di strada, quella libera. Tenta, quindi, di gestire il “suo” tempo ma questo concetto in prigione è completamente falsato: il fatto che sia così scandito e programmato nei minimi dettagli, porta al suo totale annullamento (Ass. Antigone, 2000). Per Brenda, l’unico modo per guadagnarsi da vivere in carcere è costruendo bambole che poi o i mariti o le sorveglianti venderanno in strada, oppure si organizzano piccoli mercatini all’interno per i giorni di visita: è un modo per vivere la detenzione sciolte da quel legame di dipendenza che spesso si crea con le altre detenute o con le sorveglianti (Santoiemma, 1996).

Riguardo alle regole, Brenda è molto chiara, le elenca e dice che sono scritte in una parete, non rispettarle significa essere rinchiusi per un mese nella cella d’isolamento, una stanza lontana dai settori, senza luce, senza niente. A parte il diritto che ha avuto di chiamare l’avvocato quando è entrata, non parla dei diritti in carcere, come se non esistessero. L’argomento della sessualità viene sfiorato appena, racconta di lesbiche e di storie tra i sorveglianti e le detenute, confermandoci che il carcere è il regno del “flirt” omosessuale (Ceraudo, 1999).





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