Pierpaolo Coccia


IL CARCERE PER LE RAGAZZE E I RAGAZZI DI STRADA



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2.4 IL CARCERE PER LE RAGAZZE E I RAGAZZI DI STRADA

Il rapporto dell’Human Rights Watch (1997), nella disamina sugli “Abusi nel sistema di giustizia minorile”, rileva violazioni abituali dei diritti umani, nello svolgersi delle pratiche di detenzione preventiva. Le vittime di queste violazioni sono i bambini che appartengono alle classi più disagiate, e in particolar modo, i bambini di strada, spesso detenuti in attesa di essere processati, mentre i bambini con una migliore condizione economica hanno la possibilità di essere messi in libertà, sotto la responsabilità dei genitori: i ragazzi di strada, in realtà, hanno rotto i legami con la propria famiglia, si trovano, quindi, a subire una detenzione discriminatoria e arbitraria.

Occorre fare, infatti, un discorso a parte, sul vissuto del carcere per i ragazzi di strada, anche in questa situazione, si trovano a dover lottare contro abusi e violenze da parte della polizia e dell’istituzione carceraria.

I tre ambienti istituzionali che molte ragazze di strada conoscono nell’arco della loro vita, sono il Pamplona, Gorriones e Santa Teresa, in pratica il centro di osservazione, il rieducativo e il carcere, che sarebbe per le adulte, ma spesso vi troviamo anche bambine di dodici, tredici anni che dichiarano la maggiore età perché è più facile uscirne pagando la multa, come racconta una ragazza di strada nella ricerca di Lutte (1995). Un'altra ragazza, invece, dice di preferire il riformatorio al carcere perché vi trova la scuola, lo sport, la tv, un letto con coperte e tre pasti al giorno garantiti, cosa che per le ragazze e i ragazzi di strada, e in generale per i poveri, non sono sempre presenti nella giornata.

Per i ragazzi esiste il Pregreso, un centro di osservazione, diviso in Etapa 1 e Etapa 2, il Pinula, per i reati minori, e il Gaviotas, per i recidivi e per i delitti più gravi (Lutte, 2001), anche se questa distinzione non sempre si realizza nella pratica: accade spesso che minori accusati di delitti meno gravi vengano incarcerati al Gaviotas, mentre recidivi e detenuti più pericolosi sono inviati al Pinula (Human Rights Watch, 1997); abbiamo poi, la “zona 18”, il carcere preventivo, El Pavoncito e El Pavon, per gli adulti: è evidente che i ragazzi dispongono del doppio delle istituzioni (ibidem).

Ci si ritrova in carcere per un motivo qualsiasi, alcune volte per ragioni “legali”, o perché denunciati dai genitori per abbandono della casa familiare, o più spesso per aver rifiutato di soddisfare le esigenze di soldi o di sesso dei poliziotti, che pongono facilmente, falsi capi d’accusa. Spesso se ne esce, con la stessa facilità con cui si è entrati, facendosi aiutare da un compagno o compagna detenuti, o pagando le guardie: alcuni vi sono entrati e usciti tante di quelle volte che hanno perso completamente il conto (Lutte, 2001).

I riformatori e le carceri, nella ricerca di Lutte (1995), sono visti da quasi tutti gli intervistati, come “luoghi di disperazione, di violenza e di sopraffazione, il carcere soprattutto con i letti di cemento, i fagioli semicrudi o ammuffiti, la violenza e la corruzione di molte guardie”. La perfetta analisi di un ragazzo intervistato, che definisce il rieducativo “la scuola secondaria della delinquenza” e il carcere “l’università del crimine”, è indicativa della profonda coscienza delle ragazze e dei ragazzi di strada nei confronti della repressione istituzionale.

I ragazzi di strada, però, riescono a conservare la loro specificità all’interno del carcere, facendolo diventare anche luogo di solidarietà all’interno o con l’esterno: sono caratteristici gli esempi di compagni e compagne del gruppo che pagano la multa per farti uscire, o che ti vengono a visitare o ti portano da mangiare (Lutte, 2001).



Cap. III



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