Pierpaolo Coccia


Sindrome di prigionizzazione e forme di adattamento allo stato carcerario



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28.03.2019
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Sindrome di prigionizzazione e forme di adattamento allo stato carcerario
Carla soffre la mancanza del ragazzo e della madre, quando pensa alla sua mamma, prova compassione. Il suo ragazzo le fa visita e le porta da mangiare, ma Carla non ce la fa più a stare rinchiusa, vorrebbe essere un uccellino e volare via da quella gabbia. Carla riconosce a se stessa la responsabilità della situazione in cui si trova, e nei momenti di disperazione, pensa che come è entrata, può uscire. Durante la notte, la maggior parte delle altre detenute si ubriacano, a volte alcune muoiono per il troppo alcol: in quegli attimi, Carla ha paura, si sfoga piangendo, avrebbe voluto cercare protezione dormendo con un’altra donna, ma temeva che potesse essere lesbica, trascorre quindi lunghe notti insonni.

I sentimenti di Carla rispetto alla sua condizione di reclusa sono ambivalenti, se in alcuni momenti riesce a fingere di non essere in carcere, con qualche piccola soddisfazione, in altri è disperata e ha paura, le mancano gli affetti che appartengono al mondo esterno, ha nostalgia della libertà, della sua vita prima dell’incarcerazione.

Le categorie che possediamo per definire l’adattamento allo stato carcerario, sono troppo riduttive per classificare l’esperienza di Carla: la ragazza pur ricostruendo un’identità conforme al nuovo ambiente nel quale è costretta, conserva diversi aspetti fondamentali della precedente personalità, senza sprofondare nella confusione che il nuovo adattamento potrebbe creare.




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