Pierpaolo Coccia



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28.03.2019
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La comunità carceraria

Il controllo del settore è affidato ad un’altra detenuta, chiamata incaricata, lei decide della vita di tutte: prende le ragazze che hanno più di 25 anni e se le porta via, quelle che trova antipatiche possono passare i guai, quando si termina la pulizia bisogna ringraziarla. A Carla questa situazione non piace per niente, così come ha paura quando assiste ad una delle tante risse che scoppiano di continuo all’interno del settore. Vengono sequestrate due detenute dopo che la “capessa”, una reclusa, con alle spalle 95 ingressi, viene a sapere che la loro accusa è di maltrattamento di bambini, una volta sparsa la voce, propone di bruciarle vive. Questa logica corrisponde a quella che Gonin definisce, morale “naturale”, un modo per dimostrare che in ognuno dei reclusi è rimasto qualcosa di buono, che solo la società ha potuto danneggiare: gli autori di reati contro i bambini vengono condannati all’unanimità dalla società dei detenuti (Gonin, 1994; Associazione Antigone, 2000).



La maternità
Carla ha due figli, ma fortunatamente sono nati entrambi quando era in strada, infatti, il suo racconto sull’esperienza della maternità in carcere, riguarda altre detenute: generalmente al nono mese si viene portate in ospedale, chiaramente fuori dalla stanza, durante il parto e nei giorni successivi, rimangono le guardie a sorvegliare la detenuta. Carla racconta di una ragazza che è costretta a partorire in carcere, è condannata per traffico di droga, il penitenziario ritiene troppo pericoloso farla uscire.

Una volta nati i bambini possono restare fino a dieci anni in carcere con la madre, dopodiché vengono affidati ai familiari della detenuta, quando la madre ha una famiglia, altrimenti ad un istituto.

Alcune donne, il più delle volte, sono costrette a tenere il bambino in carcere: spesso non è possibile trovare alternative praticabili, a causa di situazioni familiari difficili, o in altri casi, perché non si possiedono più i propri genitori (Campelli, 1992).

L’uscita
Quando Carla esce dalla prigione, torna a casa dalla sua famiglia, ma la situazione non è cambiata di molto, dal giorno in cui ha abbandonato le mura familiari. Inizia a lavorare ma ha di nuovo gli stessi problemi con la madre e con i fratelli, riprendono, in altre parole, i maltrattamenti nei suoi confronti. Va via ancora una volta, di casa, ma in strada rimane incinta, non vuole che sua figlia nasca in quell’ambiente, comincia ad “inquadrarsi” ma la sua unica alternativa è la dimora familiare. Nonostante soffra la convivenza con la madre, che la rimprovera continuamente, resiste a quella situazione e, alla nascita della seconda figlia, trova un lavoro. La possibilità di lavorare e quindi, di avere maggiore autonomia, le permette di costruire una casetta, dove vive con il suo ragazzo e le sue due figlie.

Sembra che all’uscita dal carcere, i problemi per Carla sono gli stessi di prima, anche il suo legame con la strada rimane invariato, è, piuttosto la nascita delle due figlie che le danno una spinta verso il cambiamento della sua condizione di marginalità. Uscire dal carcere, significa sempre tornare in un mondo diverso, da ciò che si è stati costretti ad abbandonare all’ingresso (Damoli, Lovati, 1994). A Carla il carcere non è servito a nulla, è stato solo un luogo di sofferenza e disperazione, nient’altro: se Carla, esce dalla strada, è solo merito suo e delle persone che la seguono in questo processo, certamente non dell’istituzione carceraria.





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