Pierpaolo Coccia


L’INTERVISTA Processo di callejizaciòn



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28.03.2019
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2. L’INTERVISTA




Processo di callejizaciòn



Conoscenza, transizione e scelta della strada

Io non volevo sapere niente del problema della casa…tutti andarono via di casa, io ero la più piccola e non sapevo che fare…me ne andai da mia sorella, che era già sposata, e dopo tre mesi me ne andai con mio zio e mi misi a studiare…non stavo contenta perché sapevo che non era uguale, e per questo non seguitai a studiare, solo fino al secondo primario…da lì ritornai alla mia casa, ed ebbi altri problemi, perché a volte mia sorella arrivava con suo marito lì alla casa…il problema era il mio padrino che diceva cose a mia madre…lei diventava molto starna…bene, a me non mi picchiò…però a volte siccome lei non si poteva sfogare con qualcuno, si ammalava, allora arrivava mia sorella che dava sempre a me la colpa…che se mia madre fosse morta era per colpa mia, chissà dove sarei finita io, forse in un istituto o chissà dove…io non sapevo niente della gente della strada né niente, però…un giorno mia madre mi mandò a comprare dell’olio per fare dei churrascos per tutti, mi diede cento quetzales, però io non sapevo che erano un sacco di soldi…presi un autobus e me ne andai…senza conoscere nessuno e senza sapere dove sarei finita...e domandai dove stavo, e mi dissero: “Nella capitale”…mi lasciarono lì nella ventesima strada…camminai e vidi un’atmosfera molto triste, vidi in fondo alla via che c’era molta gente e mi spaventai, e così mi misi in mezzo a tutti gli altri e mi svegliai nella diciottesima strada e lì camminai moltissimo, vedevo ragazze che dormivano lì, con cartoni…e quando io mi svegliai, mi dissi: “Ho fame”, però non sapevo se spendere i soldi o no, allora presi la banconota e comparai il mio caffè e una cosa da mangiare, e così passai la notte…passai un altro giorno senza avere un cambio di vestiti… e non mi animavano le ragazze lì intorno…se loro avessero visto che avevo soldi, me li avrebbero portati via tutti…però, non mi addormentai in quel giorno, e avevo un grande sonno…però ognuna cominciò a raccontare i problemi che aveva avuto nella sua casa, altre che non l’avevano, che era duro stare in strada, perché, a uno a volte, con delle bugie, gli dicono, guarda, ti regalo questo, ti regalo quest’altro, andiamo, a volte però poi ti violentano…loro mi raccontarono tutto ciò e mi dissero che non sarei dovuta andare con nessuno, che sarei rimasta con loro e che insieme avremmo visto che fare, nel giorno…perché nella notte era altro problema…all’alba chiedevamo soldi e quando non ce li davano, li rubavamo dalle borse, perché era più rapido, rubare nelle borse che chiedere soldi…

Quando mi incontrai con quelle ragazze, mi domandarono: “…di che zona sei?”, però io non sapevo…allora mi chiesero “…di che colonia”, “Non vengo da nessuna colonia, vengo da Panacachel...”, “…e dove stai vivendo?”…io mi misi a raccontare…una disse: “La tua città deve essere carina…” e un’altra di loro: “Lei viene, da dove sta tutta la gente indigena idiota…”, da una parte mi arrabbiai quando mi dissero questo, dall’altra dovetti sopportare se volevo rimanere con loro…

nel gruppo, che erano queste quattro ragazze ed io, cominciarono a drogarsi…io le guardavo e basta…passarono quindici giorni e gli dicevo di no…arrivò Natale, e fu quando cominciai, che mi diedero marijuana, conobbi un ragazzo, in una caffetteria, andammo a bere…ero piccola e già bevevo…il ragazzo poi, ci disse, che se volevamo riprenderci, ci dava un pasticca che ti toglie il sonno…e tutto quello che ottenevo elemosinando e rubando, già non lo mangiavo…chiedevo a lui psicofarmaci…cominciai prendendo la metà, poi salendo sempre più, fino ad una volta che stavo delusa, ne presi molti e svenni all’istante…e mi risvegliai in ospedale…in strada non ho mai preso solvente, ho sempre preso pasticche e bevuto, qualche volta marijuana…






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