Pierpaolo Coccia



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2. SCELTA DEL METODO

“La principale difficoltà cui va incontro chi si accosta alla scienza psicologica è la straordinaria diversità dei metodi ai quali essa deve ricorrere. Poiché è la scienza più complessa, la sola che si propone di giungere al limite delle conoscenze dell’individuo, essa è pure la scienza che pone i problemi più svariati e che per la loro soluzione applica procedimenti più diversi” (Hubert, 1949; cit. in Lutte, 1987).

L’opinione di Lutte, ci permette di affermare che ogni modello teorico e metodologico rimanda ad una particolare filosofia che esprime gli interessi di una determinata classe sociale.

Per lo svolgimento della mia ricerca ho scelto di utilizzare una metodologia di tipo qualitativo, poiché credo che tale impostazione metodologica permetta di valorizzare l’unicità dell’individualità umana e di rispettare la soggettività dei partecipanti alla ricerca.

“Nel modello qualitativo l’attenzione è concentrata sul singolo, sull’individuo… mentre l’utilizzo delle matematiche ha come effetto maggiore l’annullamento dell’individualità e sembra corrispondere alla tendenza alla massificazione presente nella nostra società” (Lutte, 1987), impedendo, così, la scoperta del punto di vista dell’attore sociale.

L’utilizzo di tale metodo mi ha permesso di superare, almeno in parte, il problema dovuto alle differenze culturali esistenti tra me e i ragazzi e le ragazze, da un lato, perché è un metodo “aperto”, che non segue schemi prestabiliti, e dall’altro perché, calandomi nel contesto della cultura guatemalteca, ho potuto mettermi “dal punto di vista dei nativi… mettere in luce la loro logica con le nostre parole” (Geertz, 1988). Nel fare ciò ho dovuto sottopormi a quello che Callari e Galli (1997), chiamano “decentramento culturale, cioè spogliarmi di ogni pregiudizio e stereotipo appartenenti ai miei modelli culturali e allontanarmi dalla “razionalità” del pensiero occidentale.

Il metodo qualitativo rispetto a quello quantitativo si adatta in maniera flessibile ai diversi modelli culturali e rispetta la soggettività del partecipante alla ricerca. L’individuo studiato è considerato come soggetto attivo nella ricerca poiché, “fra ricercatore e gruppo umano indagato si stabilisce, su un piano di parità, una comunicazione non solo metodologicamente corretta, ma altresì umanamente significativa, essendo questa significatività non un’aggiunta moraleggiante facoltativa, ma parte integrante e garanzia della correttezza metodologica” (Ferrarotti, 1981).

Inoltre, un altro motivo che mi ha spinto a scegliere questo metodo, è il fatto che tenta di “comprendere” (caratteristica delle scienze umane e sociali, tese a cogliere gli eventi umani e sociali e quindi denominate idiografiche), invece di “spiegare” (tipico delle scienze naturali, basate su leggi generali e quindi nomotetiche) (von Wright, 1971), una dicotomia che corrisponde a quella tra metodi qualitativi e metodi quantitativi.

Nella raccolta dei dati ho utilizzato uno strumento, qual è la storia di vita, che permette di aderire a pieno alla scelta del metodo qualitativo, infatti, come rileva Ferrarotti (1981), la storia di vita si pone come “materiale privilegiato della ricerca di scienze sociali, materiale primario, ed inoltre “consente di attingere fasce sociali e strutture d’atteggiamenti che, per il loro carattere d’emarginazione e il loro stato d’esclusione sociale, sfuggono irrimediabilmente ai dati acquisiti ed elaborati formalmente e alle immagini ufficiali che al società ha di se stessa”.

Anche Lutte (1987), conferma tale punto di vista, vedendo la storia di vita come “un costrutto psicologico, cioè un modo di rappresentarsi certi fenomeni”, il che, non rompe il “senso di continuità che l’individuo attribuisce al proprio sé nella sua storia, ossia nel suo passato, nel presente e nel futuro anticipato…” (Lutte, 1987).

Nel raccontare la propria storia di vita la persona rende intelligibile a sé e all’interlocutore la propria immagine di sé e quella che ha degli altri e delle relazioni reciproche, collocata nei tempi e negli spazi del racconto. La storia di vita è un “sistema storicizzato” dell’esperienza individuale (Cavallaro, 1981) ed anche un possibilità per l’individuo di interpretare e reinterpretare le proprie esperienze personali, permettendogli di dare stabilità, costruire e ricostruire il senso di coerenza del proprio sé, nonostante i cambiamenti presenti nella sua vita (Choler, 1982). Possiamo vedere, come fa Cavallaro (1981), la storia di vita come il luogo in cui l’individuo entra in contatto con i diversi gruppi sociali che nel racconto sono parte attive all’interno del processo di socializzazione. Secondo Ferrarotti (1981), “ogni intervista biografica è un’interazione sociale complessa, un sistema di ruoli… le forme e i contenuti di un racconto biografico variano con l’interlocutore; essi dipendono dall’interazione che rappresenta il campo sociale della comunicazione. Si situano all’interno di una reciprocità relazionale. Ogni racconto di un atto o di una vita è a sua volta un atto, la totalizzazione sintetica d’esperienze vissute e di un’interazione sociale”. Al processo creativo della storia di vita partecipano, quindi, intervistato e intervistatore, il primo con il suo racconto e il secondo con la sua proposta.

Nel racconto della storia di vita dobbiamo considerare che la nostra memoria non è un registratore fedele dell’esperienza passata: i nostri ricordi sono il prodotto di una “ricategorizzazione” dell’esperienza (Modell, 1994). Un aspetto questo che non deve mettere in dubbio la validità delle informazioni raccolte, perché come afferma Lutte (2001), “le interviste manifestano un costrutto psichico soggettivo e non un’inesistente realtà oggettiva. Questa relatività e soggettività è particolarmente marcata nella narrazione personale, perché la realtà interiore è direttamente accessibile solo al singolo individuo e perché entrano in gioco vari meccanismi di difesa. La storia di vita non è, come ingenuamente si potrebbe pensare, una cronaca distaccata del passato”.

Nelle storie di vita le categorie di tempo e di durata possono essere viste come uno sguardo all’indietro e all’interno (Ferrarotti, 1981). Da un punto di vista psicologico non ci dobbiamo fermare solo al contenuto della storia di vita, ma soprattutto al “come” la persona utilizza la dimensione temporale nel mettere in collegamento gli eventi; infatti, gli eventi non avrebbero significato se analizzati come a se stanti, essi hanno bisogno di essere contestualizzati e storicizzati (Montesarchio, 1999; Cavallaro, 1981).




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