Pierpaolo Coccia



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28.03.2019
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La comunità carceraria

I rapporti con gli agenti di custodia sono inesistenti, le uniche responsabili della sicurezza interna del settore, sono le incaricate, detenute con la condanna più lunga. Francisca stabilisce con loro un rapporto di collaborazione, che le premette di avere degli “pseudoprivilegi” rispetto alle altre detenute, “pseudo” poiché non possiede alcun tipo di diritto: Francisca regge la propria esistenza all’interno del carcere nella completa precarietà, tutto ciò che ottiene dovrebbe essere la base per il rispetto della dignità dell’essere umano. I diritti fondamentali divengono, quindi, qualcosa da raggiungere, che bisogna ottenere tramite altre strade: diritti, inoltre, che sono continuamente sotto la minaccia di essere revocati quando non vengono rispettate le regole.



La maternità
Francisca non è stata mai incinta nel periodo della sua reclusione né, ha mai avuto figli quando è stata in carcere, però racconta che esiste un’assistenza sanitaria per le detenute incinte, il medico passa per i settori e chi ha bisogno di qualcosa viene portato in infermeria.

Quando ad una detenuta arrivano le doglie, viene portata in ospedale, Francisca non ha mai visto nessuna partorire in carcere. Una volta partorito, le detenute vengono riportate in carcere e il figlio può rimanere con loro, ciò accade quando le madri non hanno una famiglia alla quale affidare il proprio bambino.

In una ricerca di Campelli (1992), le donne che scelgono di tenere il bambino in carcere, lo fanno perché costrette dalla difficile praticabilità, se non inesistenza, di sistemazioni alternative.

In carcere, alle detenute che hanno un bambino, vengono assegnate delle stanze nelle quali sono sole con i loro bambini, viene fornito loro tutto il necessario per accudire del bambino e offrono la possibilità di lavorare nella fabbrica di tessuti. Una possibilità questa che permette alla madre detenuta di poter essere autonoma ed indipendente nella cura del proprio bambino.


L’uscita
All’uscita dal carcere Francisca torna in strada, se da una parte non vuole commettere gli stessi errori, perché ha paura di essere arrestata di nuovo, dall’altra, non rubare significa non avere i soldi per mangiare. Francisca, d’altronde non ha nessuna intenzione di tornare a casa, comporta rientrare in una problematica che aveva deciso di abbandonare, è quindi costretta a ricominciare a rubare e a chiedere l’elemosina.

La situazione di Francisca, quando finisce di scontare la propria condanna, rimane invariata rispetto a ciò che era prima del suo ingresso in carcere: a casa i problemi sono sempre gli stessi, e in strada, le condizioni materiali, sono tutte favorevoli alla possibilità che Francisca venga ancora una volta incarcerata.

Sembrerebbe che l’istituzione non consideri l’ambiente nel quale il detenuto vive, sia prima che dopo, l’esperienza carceraria: se non si pone attenzione alle problematiche che il recluso dovrà affrontare una volta uscito di prigione, non è possibile parlare di “risocializzazione” del soggetto. Spesso i rapporti del detenuto precedenti alla reclusione sono profondamente cambiati, a volte sono svaniti, e poi ci sono le difficoltà per la ricerca di una forma di sostentamento e di accoglienza, per chi non ha la possibilità di avere una famiglia che lo attende all’uscita (Damoli, Lovati, 1994).




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