Pierpaolo Coccia



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28.03.2019
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3.3 LA COMUNITA’ CARCERARIA

Le relazioni tra i detenuti che si sviluppano all’interno del settore, sono regolate da una vera e propria gerarchia interna: nella parte alta della piramide troviamo l’incaricato e il vice. Gli incaricati dovrebbero essere eletti dai detenuti del settore, ma in realtà, sono nominati dall’alto, dagli agenti di custodia e dallo staff dirigente. Sotto gli incaricati, ci sono i collaboratori, detenuti che partecipano alla gestione e al controllo degli altri reclusi, ed infine nell’ultimo gradino della scala gerarchica abbiamo i semplici internati. Questa gerarchia si regge su delle regole molto semplici, basate sull’uso della violenza e del denaro: la “regola dell’istituzione”, in altre parole, si ottiene autonomia togliendola all’altro, “oggettualizzando” un altro (Catemario, 1996), non esistono soluzioni intermedie; “l’onnipotenza del denaro”, la corruzione come modo per soddisfare qualsiasi bisogno o desiderio, che un ragazzo riassume brillantemente in “Se hai i soldi puoi fare tutto!”.

All’interno di questa gerarchia, le ragazze e i ragazzi di strada, anche se in alcuni casi si trovano all’ultimo posto, spesso, invece, ricoprono anche posizioni di rispetto e di potere. Per ottenere il rispetto degli altri detenuti ed alcuni “privilegi”, come l’esonero dalla talacha o una razione extra di cibo, alcuni intervistati sono costretti a ricorrere allo scontro fisico; altri ragazzi, invece, o in un solo caso, una ragazza, riescono a guadagnarsi la fiducia dell’incaricato, con dei “piccoli” favori, come vendere droga all’interno del settore o lavare i loro indumenti. Queste strategie, messe in atto da alcuni ragazzi, permettono loro, da un lato, di sopravvivere ai soprusi, prodotti dalla gerarchia interna, e dall’altro, di alleggerire il peso delle continue imposizioni. La solidarietà, invece, accomuna tutti gli intervistati e le intervistate, in particolar modo quando incontrano dei compagni di strada, o nei confronti dei rusos, poiché vivono la loro stessa condizione: si condivide tutto, dal cibo ai vestiti, soprattutto con un nuovo entrato, si organizzano collette per un compagno in difficoltà o per festeggiare insieme il giorno delle visite.

Dopo aver esposto la gerarchia interna si può immaginare lo stato dei diritti all’interno del carcere, tutti i ragazzi e le ragazze di strada sembrano non conoscere questa parola, o in alcuni casi la associano alla corruzione, al potere del denaro. Non esistono diritti in carcere, non c’è alcun tipo di garanzia, esistono solo regole e punizioni.

I rapporti, invece, con la polizia del carcere, per tutti gli intervistati e le intervistate, sono praticamente nulli: il loro lavoro si limita ad aprire e chiudere le porte, poiché delegano tutta la gestione del settore agli stessi incaricati. Nei confronti delle guardie, vige la regola dell’omertà, come massima di un “codice” dei detenuti, che secondo Sykes e Messinger (1960), ha la funzione di alleggerire il peso delle sofferenze detentive e rafforza la coesione tra gli internati. I poliziotti sono visti, infatti, come delle persone dalle quali è meglio stare alla larga, personaggi corrotti, che i ragazzi hanno imparato a conoscere già dall’esperienza della strada.




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