Pierpaolo Coccia


Processo di callejizaciòn



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28.03.2019
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Processo di callejizaciòn
Conoscenza, transizione e scelta della strada

Più o meno mi ricordo che avevo un padrino, lui beveva molto e ogni volta che tornava ubriaco picchiava mia madre o picchiava me e non so se mi fece una pressione anche … da quel momento, allora, me ne andai a vivere alla “cantona”, un mercato che c’è da quelle parti. Lì incominciai ad avere una curiosità di andare in Guatemala, e un giorno di quelli salii su di un camion dove mettono le gomme di scorta, e passai la frontiera e arrivai ad un luogo che si chiama Iximche, e poi arrivai ad un altro luogo che lo chiamano Almolonga, lì rimasi a lavorare, mi piaceva, però mi schiavizzavano molto, allora da lì un altro signore mi disse che se volevo andare a Tecpan, stetti un po’ di tempo lì, però faceva molto freddo, ritornai a Xela, lì lavorai in un laboratorio, cioè un signore mi diede un lavoro dove fabbricavano tavoli, lì mi accusarono di essere un ladro e mi mandarono qui a Città del Guatemala, al rifugio, al Rafael Ayau, lì fu quando cominciò la mia vita praticamente in strada, dove cominciarono a darmi cattivi esempi.


La strada
La giornata

Dal risveglio, in strada, dovevo svegliarmi presto, prima di conoscere il MO.JO.CA., andare a rubare, dovevo fare qualsiasi cosa per ottenere soldi per fare colazione, a volte la maggior parte dei giorni facevo solo colazione, non pranzavo e arrivavo a fare solo la cena…l’unica cosa che devo fare è difendere i miei diritti, davanti agli altri, a quelli che vogliono appropriarsi di quello che uno possiede o che vogliono picchiare il più piccolo e questo non mi è mai piaciuto, allora quasi la maggior parte delle notti, sempre mi azzuffo con qualcuno, perché devo difendere il mio territorio affinché non mi vengano a ordinare quello che devo fare … sorgono sempre problemi…


La sopravvivenza

Diciamo che io arrivai fino all’estremo di prostituirmi, a me praticamente nessuno dava consigli né niente, e un gay si avvicinò a me…


I gruppi di strada

Diciamo che praticamente ho amici, però di strada che ho conosciuto e ho vissuto con loro, però prima di questo ho dovuto azzuffarmi con loro per diventare un loro amico, e così li ho conosciuti, però non mi è mai piaciuto andare nelle maras o nei gruppi di strada.


La polizia

E’ successo una volta che ho avuto un problema con la polizia. Loro venivano e io passeggiavo con la mia compagna, uno di loro mi dice di fermarmi maltrattandomi, io lo ignorai e continuai a camminare, allora viene uno di loro e mi afferra per la camicia e mi disse: “figlio di una gran puttana, non ti importa delle mie parole?”. Io allora quello che feci fu semplicemente di afferrargli la mano e lo spinsi in avanti e mi lasciarono andare in cima agli altri e mi picchiarono con un bastone e io lo afferrai e cominciai a tirarlo, gli dissi che se dovevamo azzuffarci uno contro uno, allora sarei rimasto. Nella settimana seguente, stavo dormendo e arrivarono già pronti e cominciarono a picchiarmi con il calcio della pistola e con i manganelli, mi minacciarono di morte, però, praticamente, siccome non sono del posto, se faccio una denuncia non mi credono, prima di tutto perché non ho documenti ed in secondo luogo se conosco il nome del poliziotto fino al cognome, il numero della targa della pattuglia, non mi serve a niente perché quattro giorni prima li ho incontrati, mi fermarono, mi picchiarono e mi dissero che dovevo stare attento perché avevo già una sentenza sulle spalle.

Io vivevo nell’ippodromo, lì nel chiosco, dove con quasi la maggior parte dei “quetzalitos”, andavamo a dormire lì, e lì ci venivano a controllare, ed abusavano delle ragazze e noi le difendevamo. Una volta ci presero e ci spinsero sull’orlo di un burrone dove eravamo a giocare a pallone, lì in basso sulla linea del treno c’è un burrone: ci spinsero e per la paura mentre stavo per cadere la mia lingua si irrigidì.




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