Pierpaolo Coccia



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Cap. I


Il carcere serve solo a ingenerare

odio, brama di godimenti

proibiti e nefasta leggerezza.

Succhia la linfa vitale dall’uomo,

snerva la sua anima, la

infiacchisce, la intimidisce e poi

presenta una mummia,

moralmente inaridita e inebetita,

come modello di ravvedimento e

pentimento.

F. D. Dostoevskij

L’ESPERIENZA DEL CARCERE




1. CENNI STORICI SUL CARCERE ED EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI PENA

“L’attuale concezione rieducativa del trattamento penitenziario deriva da un processo tecnico-evolutivo del concetto di pena. Il problema penitenziario nasce nel giorno in cui la società, avocando a sé la funzione punitiva, stabilisce sanzioni penali per i violatori della legge, rinchiudendoli in appositi luoghi detti carceri” (Serra, 1995).

La pena medievale aveva carattere punitivo e privatistico. A differenza del cittadino odierno, il suddito doveva il proprio rispetto alle regole imposte dal suo signore che era l’unico soggetto deputato ad emanare gli ordini e a giudicare il reo.

La carcerazione riapparve nell’epoca feudale, con la sostituzione della faida pubblica con quella privata.

Con l’avvento del Cristianesimo si svilupparono, nei vari stati europei, prigioni che attuavano un trattamento ispirato al senso di pietà dei prigionieri. Tale tendenza, però, si mantenne solo in alcuni stati italiani, mentre all’estero, dalla seconda metà del XVI secolo, essa cedette il passo alla vendicatività e alla ferocia (Serra, 1995).

Nel 1630 in Inghilterra nasce la prima “house of correction”: il suo scopo è di detenere tutta quella massa di “poveri”, che il processo di accumulazione capitalistico aveva emarginato ed etichettato come “non occupati”, e di rieducarli attraverso la disciplina e il lavoro.

Compare, dunque, un nuovo elemento che va ad arricchire il concetto di pena: la rieducazione. La componente punitiva, tuttavia, resta pur sempre la caratteristica principale della pena.

Già nel XVIII secolo, la figura del “povero” da soggetto non rispondente ai valori del tempo diventa individuo socialmente pericoloso con la conseguente scomparsa della componente rieducativa all’interno del concetto di pena. Il carcere abbandona la logica del lavoro e della disciplina come strumento di rieducazione, e si concentra, su attività di carattere afflittivo (attraverso la segregazione cellulare e la reintroduzione delle pene corporali) e di controllo.

Foucault (1976), analizzando il passaggio tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX, descriverà come “la festa punitiva” si vada spegnendo in due direzioni: la scomparsa dello “spettacolo della punizione” e l’allentamento della “presa sul corpo”.

In generale la pratiche punitive erano divenute pudiche. Non toccare più il corpo, o comunque, il meno possibile, e sempre per raggiungere qualcosa che non è il corpo stesso.

Il corpo qui si trova in posizione di strumento; se si interviene su di esso, rinchiudendolo o facendolo lavorare, è per privare l’individuo di una libertà considerata come un diritto e insieme un bene (ibidem).

La privazione di libertà ha come scopo la realizzazione della componente retributiva della pena: una nuova concezione che nasce dalle idee – cardine dell’illuminismo.

Quindi, aboliti i comportamenti vendicativi, l’amministrazione della giustizia si realizzava nel perseguimento di due finalità: una retributiva e l’altra deterrente.

Una visione completamente opposta e conflittuale è proposta dalla scuola positivista. Secondo questo approccio, il reato si configura non più come concetto, ma come una fenomenologia naturale, biologica, psicologica e sociale. Occorre concentrare l’attenzione sulla pericolosità sociale del delinquente e sulle conseguenti misure da adottare in difesa dell’ordine sociale (Germano, 2001).

Nel XIX secolo la pratiche operative dominanti, espressione della nuova logica carceraria, sono due: il sistema panottico e il sistema cellulare.

Lo schema edilizio bentahamiano, permette il continuo controllo a fini “correzionali”, con lo scopo di modificare il comportamento del recluso (Bentham, 1791).

Il principio del panottico si può così riassumere: una costruzione ad anello, suddivisa in celle, con al centro una torre composta di finestre che si aprono sulla facciata interna dell’anello. Ogni singola cella ha due finestre: una verso l’interno e una verso l’esterno. In questo modo, il sorvegliante nella torre centrale può osservare ogni minimo movimento del detenuto senza essere visto.

A celebrare, però, il suo successo negli anni della fine del ‘700, è la struttura cellulare, anche se si tratta di un successo solo “ideologico” e scarsamente realizzato.

La teoria della segregazione cellulare si scontrava con il sovraffollamento e le carenze strutturali delle carceri di fine ‘800. Nei primi anni del secolo, si sviluppa un dibattito sulla scelta del modello di trattamento da utilizzare: da una parte abbiamo il modello auburniano e dall’altra quello fidelfiano (Daga, 1989).

Il “sistema fidelfiano” fu avviato nel 1790, nel penitenziario di Walnut Street, nella città di Filadelfia in Pennsylvania; ciò che caratterizzava questo modello era l’isolamento continuo del recluso in cella: si pensava che questo favorisse la meditazione e la riflessione del condannato e che attraverso il pentimento si sarebbe avuto una rigenerazione morale (Serra, 1995).

I risultati tradirono le aspettative: si verificarono casi di grave deperimento fisico, di suicidio, di pazzia, senza alcuna incidenza positiva sul recidivismo (ibidem).

Il “sistema auburniano”, avviato nel 1816 nel penitenziario dalla città di Auburn, è invece basato sull’isolamento solo notturno e sul lavoro in comune, ma in silenzio, di giorno. Nasce, quindi, da un compromesso e, valorizzando il lavoro carcerario, si impone come più consono alla contemporanea organizzazione capitalistica (Daga, 1989).

A seguito di questi due orientamenti, si fece avanti il “sistema irlandese” o progressivo. Tale sistema consisteva in uno stage di otto - nove mesi in regime fidelfiano, poi il condannato che lo meritava passava al regime auburniano e, successivamente in un campo di lavoro all’aperto, per poi ottenere la libertà in prova prima della scadenza della pena” (Serra, 1995).

Il sistema progressivo tendeva a stimolare il recluso a collaborare al miglioramento della sua vita detentiva. Un sistema, quindi, rivoluzionario, che cominciò ad affrontare la questione carceraria partendo non più dal problema della struttura e dell’edilizia, ma da quello dell’uomo detenuto (ibidem).

L’inizio del XX secolo è caratterizzato da una sorta di scollamento oggettuale fra le scienze sociali, che si andavano progressivamente formando, e l’ambito tecnico e giuridico della scienza penale (Germano, 2001).

Un esempio è rappresentato dal nuovo codice di procedura penale (codice Rocco), pubblicato nel 1930 nell’Italia fascista. Secondo Rocco, lo strumento giuridico deve oltrepassare le questioni politiche, sociali, morali e comportamentali, al fine di favorire uno studio ligio e compassato delle tecniche di applicazione delle norme penali.

Solamente con la fine del secondo conflitto mondiale, si comincia a registrare una fuoriuscita dall’impostazione tecnicistica e positivistica del passato (op. cit.).

Nel secondo dopoguerra la riforma penitenziaria torna ad assumere una sua centralità per il ristabilimento delle forme democratiche e della nuova situazione europea (Daga, 1989).

Si tratta di ricostruire, da una parte, fisicamente la strutture indebolite dalla guerra (Erra, 1951), dall’altra di intraprendere un’opera di rinnovamento normativo.

I sistemi penitenziari, come evidenzia Daga, si indirizzano non più verso la “punizione” del reo, né “l’emenda” in senso religioso o etico, quanto verso l’obiettivo del reinserimento sociale (Daga, 1989).

“Attualmente il carcere assolve una duplice funzione: l’una ideologica riabilitativa, l’altra a livello di percezione, come luogo di emarginazione” (Politano, 2001).

Le funzioni che dovrà assolvere l’istituto penitenziario sono sintetizzate da Mathiesen in: depurativa, di riduzione all’impotenza, diversiva, simbolica e di provvedere all’azione (Mathiesen, 1996).

Per quanto riguarda la funzione depurativa, “nella nostra società la produttività è sempre più legata alla vita lavorativa. Al tempo stesso la nostra forma di società crea sempre più gruppi che, in relazione a quel criterio, sono improduttivi. Una società del genere deve sbarazzarsi degli elementi ritenuti improduttivi, in parte perché la loro esistenza crea inefficienza nel sistema produttivo, in parte perché essi ricordano brutalmente che il nostro sistema non è poi così ben riuscito” (ibidem).

La funzione depurativa si completa mettendo da parte gli improduttivi, in modo tale che non si senta più parlare di loro (funzione di riduzione all’impotenza) (Politano, 2001).

La funzione diversiva consiste nell’usare la pena principalmente contro gli autori di piccoli reati; questo perché la legislazione prevede pene per queste azioni, che sembrano distogliere l’attenzione da quelle davvero pericolose, commesse da coloro che detengono il potere (ibidem).

Riguardo alla funzione simbolica, l’ingresso nel carcere determina un lungo processo di stigmatizzazione, come sostiene Goffman (1968).

Oggi, quindi, la tendenza a rimuovere il sottosistema carcere dalla sfera coscienziale pone il problema dell’istituzione totale in una posizione di esclusione, “quasi impossibilitata a dar segni manifesti della sua esistenza se non come luogo fisico dove sono avvenuti fatti di cronaca” (Serra, 1998).




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