Pierpaolo Coccia


ANALISI PSICOLOGICA DELL’ESPERIENZA CARCERARIA



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2. ANALISI PSICOLOGICA DELL’ESPERIENZA CARCERARIA




2.1 L’INGRESSO IN CARCERE

Il momento dell’arresto, da inizio ad un processo che priverà l'internato di tutto ciò che apparteneva alla propria vita civile: il detenuto sente che qualcosa si sta rompendo dentro e fuori di se stesso; una sensazione di perdita di autonomia, di impotente stasi (Salierno, 1971).

Non è difficile intuire lo stato d’animo di chi, improvvisamente sradicato dagli affetti, dalle proprie abitudini, dai propri interessi, dal proprio ambiente è costretto, un giorno, a varcare il portone del carcere. Al di là delle sbarre, l’essenza umana del detenuto viene annientata, poiché è escluso dagli spazi normali e connaturali all’uomo (Ceraudo, 1999).

Ne L’Istituzione Negata, Franco Basaglia (1968) precisa che al momento dell’ingresso in carcere, il detenuto entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale e viene immesso in uno spazio che non farà altro che favorire l’annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione.

Uno degli scopi dell’incarcerazione è di sottrarre l’individuo al suo universo: il detenuto, al suo ingresso in carcere, è colpito dalle vertigini; esse sono il vuoto provocato dalla scomparsa brutale di tutti i suoi riferimenti abituali (Gonin, 1994).

Anche Salierno (1971), rileva, il cambiamento di status del nuovo entrato: “Il passaggio delle mura dell’internamento è anche il passaggio, per l’uomo, dallo status di soggetto a quello di oggetto. Al di qua del portone del carcere, egli non lascia soltanto il suo ruolo sociale (lavoro, famiglia, amicizie), ma anche e soprattutto se stesso; al di là lo attende un nuovo e definitivo ruolo: quello dell’escluso. Non più individuo ma cosa”.

Piperno (1989) evidenzia l’interruzione e la frattura che si viene a creare nella continuità esistenziale dell’individuo al momento dell’ingresso in carcere.

“Una volta attraversato il portone l’entrante, colpito da mandato di carcerazione, anche se non indossa più il pigiama a strisce del galeotto, deve abbandonare completamente ciò che costituiva la sua peculiarità di uomo libero” (Gonin, 1994).

Entrando, si diventa oggetto di tutta una serie di procedure da subire: l’immatricolazione, la perquisizione, la fornitura delle coperte e delle lenzuola, delle minime cose indispensabili per tutti, l’isolamento. Ogni cosa tende ad allontanare il detenuto dal suo mondo personale: il suo aspetto psicofisico, la sua volontà, i suoi desideri e la sua sicurezza, saranno lentamente svuotati per lasciare spazio solo alla paura, al forzato adattamento al sistema carcerario (Serra, 1989).

Accade lo stesso, anche per Goffman, il quale spiega, come il nuovo arrivato si lasci plasmare e condizionare in un oggetto che, fagocitato dal meccanismo amministrativo dell’istituzione, sarà lavorato e “smussato” dalle azioni di routine (1968).






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