Pierpaolo Coccia



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2.2 LA VITA IN CARCERE


2.2.1 La comunità carceraria: le relazioni con gli altri detenuti e con gli agenti di custodia
Un quadro generale sulle relazioni e sui ruoli che si stabiliscono all’interno della comunità carceraria, ci viene presentato dai principali esponenti della Scuola della sociologia positiva, che affonda le sue origini nella tradizione sociologica americana.

Clemmer (1958) si occupò della struttura dei gruppi di detenuti e del ruolo con cui il comportamento è in rapporto alle esperienze esterne. Egli fu il primo studioso ad esaminare il fenomeno della leadership, che si esplica in atteggiamenti chiaramente anti – autoritari, e quindi come interferenza al ruolo del personale penitenziario.

Una visione più complessa la troviamo in Schrag (1954), critico nei confronti di Clemmer, gli rimprovera di non aver considerato la comunità penitenziaria come una convivenza di due gruppi principali: personale e detenuti. L’Autore vede la prigione come una società esistente all’interno di un’altra società, come un regime totalitario incastrato in un ambiente democratico.

La “società carceraria” è una società obbligatoria dove non è possibile scegliere se stare insieme o evitare certe relazioni interpersonali, dove quindi, si è costretti con la forza a convivere; una comunità costruita su queste basi non può far altro che costringere i suoi abitanti ad utilizzare forme violente per soddisfare i propri bisogni o per liberarsi di cose o persone disturbanti. È una violenza che risponde ad una logica in cui per ottenere autonomia occorre toglierla all’altro, bisogna “oggettualizzare” un altro (Catemario, 1996). Esemplare è ciò che scrive Pellegrini: “…la regola istituzionale dice che o si esercita il controllo fisico sugli altri o lo si deve subire, non esistono soluzioni intermedie”: uno schema che, interiorizzato dal detenuto, gli permette di non essere soggetto (assoggettato) e di farsi rispettare.

Altro aspetto interessante è quello del “codice” dei detenuti che, secondo Sykes e Messinger (1960), serve a mitigare le sofferenze della detenzione e che, le massime relative, prescriventi non cooperazione col personale e lealtà verso gli interessi della propria classe, hanno una funzione coesiva per i detenuti stessi.

Il detenuto accetta tale codice come adattamento alle dure condizioni del carcere, alla continua minaccia al suo Io, ed al senso d’insicurezza che incombe su di lui (ibidem).

Il rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione in Italia dell’Associazione Antigone (2000), ci conferma l’esistenza di un vero e proprio codice tra i detenuti, secondo il quale, vengono isolati coloro che sono dentro per reati contro donne e bambini.

In prigione, infatti, vige una specie di morale “naturale”, che, nella società dei detenuti, assume la funzione di “…dimostrare che nessuno è marcio fino al cuore del proprio essere, ma che solo la società…l’ha potuto intaccare”: il crimine sessuale, lo stupro in particolare, e ogni delitto contro i bambini è condannato all’unanimità, in prigione (Gonin, 1994).

Riguardo alla divisione in gruppi all’interno della comunità carceraria, Salierno (1971), oltre a quello dei detenuti e degli agenti, ne individua un terzo: lo staff dirigente. Tra quest’ultimo (“di origine borghese”) e gli altri due gruppi (“esclusi – sottoproletari”), l’Autore, rileva un conflitto di classe: è, infatti, il gruppo dirigente che amministra la contrapposizione detenuti – agenti e garantisce il perpetuarsi del potere della “classe egemone” mediante l’integrazione o l’emarginazione degli “esclusi”.

Altro aspetto che contribuisce ad avvalorare la tesi dell’Autore, è quello della cogestione. Lo staff, utilizzando la tecnica dei privilegi e delle punizioni, si assicura la collaborazione di alcuni reclusi e si serve poi di loro come strumento di controllo della massa degli altri detenuti. Questa cogestione dell’istituzione non fa altro che rafforzare il ruolo dello staff dirigente (ibidem).

Secondo Sykes (1958), l’uso della forza è inefficiente come mezzo per assicurare l’obbedienza, sia per l’elevato numero di reclusi da gestire e sia per la complessità dei compiti da eseguire: “Un guinzaglio, una camicia di forza o un paio di manette possono servire per tenere sotto controllo un carcerato ribelle in crisi, ma esse saranno di poco aiuto nello spostare più di 1200 detenuti attraverso la mensa in modo abituale ed ordinato”. Per questo vede il sistema di ricompense e punizioni come unico modo per assicurarsi una sottomissione completa degli internati alle regole. L’Autore, però, rileva delle pecche in questo sistema; la prigione, in realtà, garantisce tutte le ricompense e poi minaccia di revocarle se il carcerato non rispetta le regole. Le ricompense e le punizioni sono diventate un’unica cosa, e i reclusi si muovono in un mondo dove non esiste più nessuna speranza di miglioramento ma solo la possibilità di ulteriori punizioni. Il risultato finale è lo sviluppo di comportamenti devianti in un sistema sociale in cui i governanti sembrano detenere un potere illimitato.

Nei rapporti con tutti e tre i gruppi (staff, agenti di custodia, reclusi), il detenuto è obbligato a esporre in pubblico ogni suo bisogno, idea e sentimento; le perquisizioni, il momento del cambio di vestiti e delle docce, dove è costretto a spogliarsi nudo davanti a tutti, rafforzano la perdita della propria privacy. Così come non mancano le mortificazioni per il ristretto, nei rapporti con la polizia penitenziaria, che vanno dal mettersi sull’attenti e camminare spalle al muro quando si incontra un agente, fino all’essere costretti ad attendere faccia al muro il consiglio di disciplina o a chinarsi in avanti a farsi perquisire l’ano (Ass. Antigone, 2000).


2.2.2 Sindrome di prigionizzazione e forme di adattamento allo stato carcerario
L’internamento carcerario è sicuramente una delle forme più paradossali di stress, poiché ogni individuo che vi viene sottoposto è assalito da un’affannosa incertezza, paura, costrizione e impossibilità di intervento: sono tutte emozioni violente che creano le premesse per un’aggressione diretta all’Io del detenuto.

In questa fase il recluso si trascura, si verificano sentimenti di scarso rispetto di se stesso e della propria immagine (Ceraudo, 1999).

In una situazione di deprivazione emotiva ed affettiva come quella carceraria, possono generarsi sindromi dissociative che consistono nell’allontanare dalla mente la triste realtà per trovare rifugio nel mondo dei sogni (ibidem).

Altro fenomeno più complesso, che contribuisce a generare uno stato di completo disadattamento al carcere, è la sindrome di prigionizzazione.

Clemmer (1940) introduce il termine “prigionizzazione”, per indicare “l’assunzione in grado maggiore o minore del folklore, dei modi di vita, dei costumi e della cultura generale del penitenziario”. Il detenuto deve però, sacrificare i propri valori e atteggiamenti individuali, per accettare i principi e la cultura dell’istituzione.

Questa processo di accettazione di valori, estranei al detenuto, provoca modificazioni psicologiche, e talvolta anche fisiche, poiché porta alla spersonalizzazione e alla destrutturazione del Sé. Lo sviluppo del fenomeno è facilitato e si evolve in maniera repentina, quanto minori sono i contatti che il soggetto intrattiene con il mondo extra carcerario (Serra, 1998).

Possiamo, quindi, definire questo processo come un meccanismo di difesa che il ristretto mette in atto, consistente nella costruzione di una nuova identità poiché quella precedente è diventata “debole” e “incerta”, a causa delle pressioni dell’istituzione; ma tale acquisizione, sovrapponendosi alla precedente personalità, creerà confusione e destrutturazione del Sé (Santoloni, 1981).

Quello della spersonalizzazione è un fenomeno al quale non tutti i detenuti riescono a far fronte, sono diversi a perdere il controllo e sfociano in suicidi o forme di autolesionismo. Il detenuto si trova, quindi, costretto a raccogliere tutte le proprie forze per costruirsi come una “seconda cella interna”, che lo protegga dagli attacchi esterni dell’istituzione (Ceraudo, 1999).

Al riguardo Gonin (1994), parla di pelle del “dentro”, come il risultato di una trasformazione della vera superficie cutanea, che segna i confini della riorganizzazione dell’Io del detenuto, e allo stesso tempo lo rassicura dalle incursioni dell’“altro”.

Infine, le sorti dell’internato sono quelle dell’adattamento allo stato carcerario: l’istituzione totale attraverso il processo di depersonalizzazione, non mira per nulla alla “risocializzazione” dei detenuti rispetto alla vita della società esterna, ma all’assorbimento del sistema di valori in essa vigente (Carli, Lo Cascio, 1978).

L’adattamento carcerario viene distinto in quattro forme principali da Goffman (1968), poi riadattate da Bernardi (1968), alla nostra realtà istituzionale: nell’adattamento “intransigente”, il detenuto entra volontariamente in urto con l’istituzione rifiutando qualsiasi forma di collaborazione. Di solito questa “linea intransigente” è limitata al primo periodo di detenzione, poiché se la carcerazione si prolunga nel tempo, l’intransigenza di questi detenuti si attenua, per esaurimento delle forze; esiste poi un adattamento “regressivo” (ritiro dalla situazione), dove il detenuto concentra la propria attenzione solo su se stesso, rifiuta ogni forma di socialità e ignora i legami con il mondo esterno; nell’adattamento “ideologico” (conversione), il detenuto, accetta o finge di accettare senza resistenze la condanna inflittagli e si adegua alla disciplina carceraria; infine, troviamo l’adattamento “entusiastico” (colonizzazione) che riguarda detenuti incapaci di una propria autonomia e accettano totalmente la realtà carceraria come unica possibile.




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