Pierpaolo Coccia


Sindrome di prigionizzazione e forme di adattamento allo stato carcerario



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28.03.2019
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Sindrome di prigionizzazione e forme di adattamento allo stato carcerario

Il momento in cui Raul si sente veramente solo è il giorno di Natale, abituato a passarlo con la sua ragazza, prova tristezza. È abituato alla vita carceraria, ha imparato ogni modo per guadagnarsi da vivere, guadagna soldi ma è frustrato dal fatto che deve “lasciarli” sempre all’interno del carcere. Raul potremmo affermare che si adatta completamente alla cultura della prigione, ricostruisce la sua personalità sulla base delle regole della sopravvivenza carceraria, ma non mancano i momenti in cui si sente triste, nostalgico della vita “libera”, il Sé di Raul si frantuma sempre di più, è confuso tra le due personalità, quella “prigionizzata” e quella antecedente all’ingresso (Santoloni, 1981). L’adattamento di Raul, secondo Bernardi (1968) e Goffman (1968), potremmo definirlo, almeno in parte, “ideologico” (conversione), nel senso che finge di accettare, la cultura della comunità penitenziaria, anche se poi, però, per lui diventa strumento di sopravvivenza, caratteristica che troviamo nella vita di parecchi ragazzi di strada, che svolgono lavori “fuorilegge” esclusivamente per sopravvivere (Lutte, 2001).


Non mancano, in ogni caso, momenti in cui si dissocia volontariamente dalla realtà, stanco di vedere sempre “le stesse facce” e di sentire sempre “gli stessi pazzi”, a volte facendo bracciali e amache o sognando ad occhi aperti.



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