Pierpaolo Coccia



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2.2.3 Quotidianità in carcere

L’andamento della giornata in carcere è scandito da un codice di vita che non ammette deroghe e, gli “strumenti”, usati per ottenere l’aderenza del detenuto a tale regime, sono finalizzati alla soppressione del senso di sé dell’internato (Bernardi, 1968).


Un detenuto trascorre la sua giornata in carcere secondo il “regime interno” e dell’istituto in cui viene ristretto. Potremmo definire ogni carcere come una “repubblica autonoma”.

Il regolamento interno disciplina ogni aspetto della vita carceraria; il detenuto è, quindi sottoposto a continue e quotidiane imposizioni: l’ora della sveglia e il tempo di passeggio prestabiliti, la richiesta del permesso per farsi la barba, dover pregare per ogni minimo bisogno l’agente di servizio, domandare con deferenza di poter parlare con qualche dirigente. Il non rispetto di tali imposizioni da luogo a una serie di sanzioni disciplinari: queste consistono spesso nell’isolamento che avviene in celle completamente vuote, non dotate di suppellettili (celle lisce) per evitare che i detenuti si taglino o si uccidano; altre sanzioni possono essere la negazione della libertà anticipata, il ritardo dell’accesso alle misure alternative, o a volte i trasferimenti ingiustificati da un carcere all’altro (Ass. Antigone, 2000).

La giornata del ristretto è costituita da una serie di atti abituali e meccanici che lo costringono a vedere il sistema nel quale è immerso come inesorabile e valido per tutti i detenuti (Damoli, Lovati, 1994).

Vivere la quotidianità carceraria, significa fare i conti con quello che è la gestione del “proprio” tempo: già la stessa espressione potrebbe sembrare un eufemismo visto che la gestione del tempo viene praticamente strappata al detenuto. Lo stesso concetto di tempo è, infatti, completamente falsato: si avverte un forte allungamento materiale ma il fatto che sia “terribilmente” scandito e programmato arriva ad annullarlo totalmente. Riuscire a sopportare la privazione della libertà di gestione del proprio tempo e del proprio spazio crea grosse difficoltà alla vita carceraria di parecchi detenuti (Ass. Antigone, 2000).

Gonin (1994) vede nella promiscuità forzata, a partire dai vicini di cella, un’invasione della “zona personale” dell’internato e quindi come un annullamento delle distanze, e quindi del proprio spazio vitale. Il tempo diventa proprietà del sistema penale, poiché la durata della carcerazione gli appartiene. “Condannare all’astrazione del tempo”, significa “imporre del controtempo al tempo”, cancellare cioè, il tempo personale del recluso e sostituirlo con quello ufficiale del calendario penale.

Il tempo diviene per il detenuto un incubo: il calcolo continuo degli anni, dei mesi, dei giorni che lo separano dalla liberazione contribuisce a frantumare la volontà dell’internato, a vedere la speranza come “trappola di annientamento” (Sofri, Ceraudo, 1999).

Un momento che si ripete meccanicamente nella giornata del recluso è sicuramente quello del pasto.

Per quanto riguarda il cibo, non mancano proteste per la cattiva preparazione degli alimenti, raramente affidata a detenuti cuochi di professione, o esperti. Il cibo è quindi insoddisfacente, ma come potrebbe soddisfare veramente nelle condizioni dell’ambiente carcerario?

“Il nutrimento proviene sempre da un altro, e rappresenta un dono. […] In prigione nulla è donato, perché la vita qui è assente. […] Il rifiuto del piacere, di qualsiasi piacere, è il segno tangibile della frigidità relazionale” (Gonin, 1994).

Un altro problema che si presenta è la monotonia del menù: mangiare cibo confezionato sempre allo stesso modo può provocare fenomeni di nausea e di allergia. Questo costringe il detenuto a ricorrere al sopravvitto, a pagamento, oltre che per soddisfare tutto il resto dei propri bisogni e desideri (sigarette, vino, dentifricio, ecc.) (Salierno, 1971).


2.2.4 La maternità
Un elemento chiave fra quelli che definiscono la specificità della detenzione femminile, è in maniera evidente, la problematica dei figli, che si presenta come una “perdita” reale e simbolica, dagli innumerevoli percorsi (Campelli, 1992).

La condizione di detenute genera nelle madri, il timore dell’allontanamento dei figli, perché dati in affidamento ad altre famiglie, la paura di essere viste nella situazione detentiva, l'angoscia del rifiuto da parte dei figli una volta tornate libere, rappresentano i sentimenti più presenti nel vissuto quotidiano delle madri detenute (Riva, 2002).

In una recente ricerca, sempre Campelli, mette in luce, in primo luogo, come le madri rappresentino notevolmente la maggioranza. Indicativa è anche la quota di donne che lasciano fuori del carcere da due a più figli minorenni, determinando quella maternità, che l’autore definisce “interrotta”, e che rappresenta la normalità per le donne detenute.

In primo luogo, la detenuta si chiede se farsi vedere dai figli in condizione di reclusa. Generalmente, la scelta è dettata dalla durata della pena: se breve, si preferisce evitare ai minori il trauma di un’immagine negativa. E’ evidente che la donna opta per questa soluzione, quando può affidare il bambino alla nonna o a persone di fiducia, con la sicurezza che il bambino non venga, in seguito, inviato in un istituto (Marotta, 1995).

Una minoranza di donne decide di tenere il bambino in carcere: una decisione, il più delle volte, quasi costretta dalla difficile praticabilità, se non inesistenza, di sistemazioni alternative (Campelli, 1992).

Marotta parla di “eccesso d’amore”, per quelle madri che decidono di tenere il figlio (fino a tre anni) con sé in carcere; esistono, però, anche situazioni nelle quali alcune utilizzano questa opportunità “a proprio uso e consumo”: infatti, può avere una doppia funzione, da una parte per usufruire dei vantaggi che il regolamento penitenziario mette a disposizione, dall’altra, a livello inconscio, per “alleviare la sindrome ansioso – depressiva”.

In realtà, la donna, una volta istituzionalizzata, corre comunque il rischio di monopolizzare il rapporto con il figlio: dedica tutto il suo tempo al bambino con affetto morboso e con eccessive attenzioni; si crea così un legame di interdipendenza che renderà il momento del distacco un evento traumatico, in particolar modo per la madre (op. cit.).

La condizione ambientale in cui si sviluppa la relazione madre – bambino, all’interno dell’istituzione penitenziaria, è un aspetto carico di problematiche materiali e psicologiche allo stesso tempo.

Uno dei problemi riguarda le donne in attesa di un figlio: “l’angoscia di un futuro messo in dubbio dall’incertezza, dall’assenza di progettualità per se stessa e per il bambino, dai sensi di colpa per la propria condizione di detenuta, rendono la donna suscettibile di depressione” (Campelli, Faccioli, Giordano, Pitch, 1992).

Il momento del parto genera non poche perplessità: un evento che viene vissuto con gioia dalla donna, viene presto interrotto bruscamente dal ritorno nell’istituzione (Giambra, 1998).

In alcune carceri italiane, esistono sezioni predisposte per accogliere i figli delle detenute, ed apposite strutture, collocate all’interno del carcere, sono state adibite ad asili nido (op. cit.).

Non sempre, infatti, troviamo carceri che prevedono apposite sezioni per le madri e, comunque, sussiste il gravoso problema del sovraffollamento: quando la madre e il bambino dividono la loro cella con altre detenute, l’ambito delle relazioni possibili si riduce notevolmente. In questi casi l’unico canale di “socializzazione” consentito è quello con il mondo adulto (Marotta, 1989).

La qualità stessa della relazione madre – bambino, risulta fortemente danneggiata: la mancanza di un reale sostegno famigliare e la ridotta possibilità di comunicazione con l’esterno, costringono madre e bambino a costruire una relazione continuamente mediata dall’istituzione, vedendo la madre sempre meno protagonista persino nelle scelte più semplici per il figlio (Giambra, 1998).

Inoltre, riguardo alle privazioni del bambino, la Faccioli (1990) ci rivela come “in questo contesto la madre ha un carico di responsabilità enorme. E’ presumibile, che cerchi di far avvertire il meno possibile al bimbo ogni difficoltà e ogni ostacolo, che la ristrettezza dell’ambiente carcerario può frapporre alle sue esigenze. Il carico di ansia e di frustrazione che può scaturire da questo contesto non aiuta né l’equilibrio della madre né quello del bambino”.

Il momento della rottura di questa relazione diadica, come ha già anticipato Marotta, è un evento traumatico, e coincide, secondo la legislazione italiana, con il compimento del terzo anno di età. Le madri aspettano questo giorno come uno dei momenti peggiori del periodo di detenzione. Sono diversi i rischi cui madre e figli vanno incontro: il disorientamento dei figli che avvertono il distacco e la perdita e quello delle madri che vivono un senso di mutilazione per non poterne seguire la crescita (Riva, 2002).

Quali sono le prospettive per i figli di quelle madri che resteranno in carcere?

Dalla ricerca di Campelli, vediamo come sia la famiglia d’origine, a prendersi cura di questi bambini, piuttosto che i padri, i quali intervengono raramente. È chiaro che questa situazione produce per i bambini una doppia perdita: l’allontanamento di entrambi i genitori.

Un problema, quindi, quello della maternità in carcere, che appare ben complesso. Le ultime ricerche spiegano come le detenute preferiscono evitare la sofferenza del carcere ai figli: la deprivazione affettiva sembra una scelta meno frustrante ed umiliante (Marotta, 1995).


2.2.5 La vita sessuale (adattamento sessuale)
La sessualità viene lasciata fuori della prigione; non gli è concesso di attraversare i cancelli del carcere. Il sesso apre uno spazio e un tempo che al detenuto sono vietati: da una parte lo spazio della parola, che permette la differenziazione fra gli esseri, viene proibito al detenuto lasciandolo nell’indifferenziazione; dall’altra il tempo del desiderio, è totalmente occupato dal bisogno e dalla sopravvivenza (Gonin, 1994).

La vita sessuale penitenziaria si manifesta, quindi, solo attraverso le anomalie; d’altronde è impossibile eliminare la sessualità, poiché mette in discussione il corpo dell’uomo nella sua integrità, compreso quello di chi è colpito dall’internamento (ibidem).

Nella vita ristretta, ciò che viene impedito, in maniera più generale, al detenuto, è la possibilità di amare: negare al detenuto la possibilità di sviluppare le proprie relazioni affettive, significa sostanzialmente privarne anche la moglie o la fidanzata o la compagna, che, in realtà, non hanno alcuna pena da scontare. In realtà in carcere, si evita addirittura di pronunciare la parola sessualità e si preferisce parlare di affettività, forse per mimetizzare o esorcizzare il vero problema. In carcere, inoltre, la sessualità sembra essere l’unico aspetto della vita relazionale degli internati, che riesce a sfuggire ad ogni tipo di regolamentazione: questo non può far altro che favorire la creazione di inconfessabili arbitri e dare spazio alle aberrazioni sessuali (Ceraudo, 1999).

Ne “La comunità carceraria” di Clemmer (1941) ci viene confermato come la prigione, come in ogni altra istituzione popolata da membri di un solo sesso, è un terreno fertile per lo sviluppo di anomalie sessuali. Per l’Autore, l’immaginario sessuale è forse l’aspetto della vita carceraria che più disorganizza i singoli individui.

In queste sub-culture, la deprivazione di rapporti eterosessuali genera problemi non solo di ordine fisiologico, ma soprattutto di ordine psicologico. Si verificano, perciò, inquietudini, frustrazioni, deviazioni, perversioni, tendenze o esposizioni alla violenza, malattie fisiche o psichiche (Macrì, 1998).

La sessualità in carcere può esprimersi anche nell’omosessualità, consenziente o violenta, perché ciò che manca rispetto al mondo esterno è la possibilità di scegliere liberamente l’altro; si viene così a modificare il modo di stringere relazioni e di incontrarsi con l’altro (ibidem).

Molti individui, man mano che si adattano all’ambiente carcerario, vedono che le inibizioni e i propri principi morali crollano, distogliendo ogni tipo di controllo sull’istinto fino a giungere alle forme più basse di degradazione. Il carcere è il regno del “flirt” omosessuale, dell’adescamento, della prostituzione aberrante e degli abusi sessuali. L’esistenza di questi è nascosta o negata, il silenzio è una delle regole più rispettata del codice carcerario (Ceraudo, 1999).

Infine esiste la figura del travestito, che presenta tutt’altro tipo di problemi. Il loro aspetto particolare, che li contraddistingue, produce sempre forti reazioni emotive (Gonin, 1994).

La scena, quando arriva un travestito in carcere, suscita i sentimenti più disparati: desiderio, ilarità o repulsione (Ceraudo, 1999).
2.2.6 I rapporti con il mondo esterno
“Nella vita civile gli individui sono soggetti al controllo sociale, nelle carceri questo controllo è esteso a tutte le forme di vita del recluso e ne totalizza l’esistenza. La censura “civile”, cioè, non è tale da determinare nell’individuo una frattura totale fra se stesso e il mondo circostante; quella carceraria, invece, contribuisce a rafforzare ulteriormente la barriera tra l’internato e la realtà esterna…”. Così descrive la censura carceraria, un medico della casa penale di Alessandria, durante un’intervista (Salierno, 1971).

Infatti, prima dell’arresto ognuno ha la sua famiglia, i suoi amori, le sue passioni, gli amici, ma dopo questo momento si incontra un semaforo rosso che blocca l’esistenza dell’arrestato. I suoi contatti con l’esterno saranno intermittenti e saltuari, tali da creare profonde fratture con i propri familiari e, in maniera più generale con il mondo extracarcerario (Santoiemma, 1996).

Ma Salierno (1971) entra più nello specifico del rapporto detenuto – mondo esterno, rilevando come il processo di adattamento all’ambiente carcerario condizioni lo sviluppo e il mantenimento di ogni contatto al di fuori dell’istituzione.

Il detenuto è costretto a rimuovere i ricordi, gli affetti e le aspirazioni che lo legavano al mondo libero, per ricostituirsi un “nuovo” equilibrio psichico che gli consenta di sopravvivere. In questo contesto le visite dei familiari e di persone estranee all’istituzione sarà vissuta come una “frattura” del “normale” ritmo di vita istituzionale. È questo il momento in cui l’istituzione ha raggiunto uno dei suoi scopi principali: l’internato vede il mondo esterno come fattore di disturbo ed assume quindi una posizione di difesa.

Resta in ogni caso il fatto che la famiglia costituisce un sostegno materiale e morale per il detenuto tanto importante da non poter essere sostituito del tutto.

Il colloquio settimanale rappresenta un momento sacro, tanto sognato ed atteso, anche se spesso viene rovinato dal gran numero di detenuti e parenti presenti nella sala e dal chiasso e dal clima con cui si svolge (Damoli, Lovati, 1994).

Questa sacralità del colloquio, è confermata anche da Salierno (1971): essa rappresenta l’occasione più importante che il detenuto ha per comunicare con il mondo esterno. Il detenuto aspetta questo momento con attesa spasmodica, che, se frustrata da un divieto immotivato può determinare uno stress tale da poter sfociare nel tentativo di suicidio.

Santoiemma (1996), torna ancora sui problemi che si presentano nei rapporti con i familiari; in primo luogo è già difficile svolgere il colloquio con tutti i familiari poiché può accedere alla sala colloqui un numero limitato di persone.

Bisogna poi considerare che accedono alla sala colloqui sei o sette detenuti per volta, quindi, a causa dell’affollamento è già difficile parlare delle proprie cose private, a questo si aggiunge che ognuno dei familiari vuole la propria parte di attenzioni (ibidem).

Il detenuto, dalla sua parte, farà di tutto per mostrarsi sereno, sicuro, addirittura protettivo, sapendo che qualunque cosa accada ai suoi cari, egli non potrà soccorrerli in alcun modo (ibidem).

Il carcere è, invece, più duro e pesante per chi non ha famiglia o amici; già dal momento dell’arresto ha bisogno dell’intervento dei familiari per il mantenimento delle spese legali. Inoltre, chi è solo, non riceve pacchi o vaglia; per questi detenuti comincia il vero dramma, dovendo sperare nella solidarietà dei compagni. L’unica speranza per loro è quella di svolgere hobby o attività di piccolo artigianato: fabbricazione di sciarpe in lana, modellismo, pittura, ecc., tutti oggetti che potranno essere venduti e dare al ristretto una minima fonte di guadagno. Questo permette al detenuto di sottrarsi all’odiosa dipendenza che si genera, non solo con i compagni, ma anche col personale penitenziario (ibidem).




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