Pierpaolo Coccia



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28.03.2019
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La comunità carceraria

La gerarchia all’interno della comunità carceraria è ben precisa e bisogna rispettarla, altrimenti si è obbligati con la forza. La gestione del settore è compito di tre incaricati che si succedono anch’essi in ordine gerarchico, inoltre essi possono fare ciò che desiderano, pagando le guardie: bevono liquori e fumano marijuana. Miguel, come ho già detto sopra, riesce a guadagnarsi la fiducia dell’incaricato, lo aiuterà nel suo commercio, vende per lui ogni cosa, droga soprattutto, e così diviene suo collaboratore. Il raggiungimento di questo nuovo “status” all’interno della comunità carceraria, si concretizza per Miguel, in privilegi e ricompense, non solo monetarie: Miguel non è più costretto a fare le pulizie e aiuta l’incaricato nel controllo degli altri detenuti. Per Miguel vendere droga diviene un lavoro, necessario per sopravvivere, ma non per vivere, in altre parole è un’attività legata all’ambiente carcerario.

I rapporti con gli agenti di custodia sono, non solo per Miguel, ma per tutti i detenuti, praticamente nulli: le guardie non entrano all’interno del settore dove sono rinchiusi i detenuti, sono esclusi dalla gestione diretta dei detenuti, demandano quest’aspetto agli incaricati. In questo modo, attraverso un sistema di privilegi e punizioni, gli agenti ottengono la completa sottomissione dei reclusi alle regole: l’uso della forza non garantisce l’obbedienza, sia per l’elevato numero di detenuti e sia per le difficoltà nell’eseguire alcuni compiti complessi (Sykes, 1958).

La violenza, infatti, si limita alle relazioni tra i detenuti, nella zona 18, Miguel racconta di continue risse e pestaggi: fortunatamente lui non ha mai avuto problemi né al minorile né al carcere per adulti. La comunità carceraria è una società obbligatoria dove si è costretti con la forza a convivere: queste condizioni favoriscono, nelle relazioni tra i detenuti, l’utilizzo di forme violente per la soddisfazione dei propri bisogni o per liberarsi di agenti disturbanti (Catemario, 1996).


L’uscita
All’uscita dal carcere, Miguel non nota nessun cambiamento nella sua vita, torna in strada e riprende ad inalare la colla. Il carcere lo considera un esperienza come un’altra, dalla quale però non si ricava niente di buono, è solo un luogo dove si viene maltrattati e si soffre la fame. Viene confermata la visione della maggioranza delle ragazze e dei ragazzi di strada, presente nella ricerca di Lutte (1995), che il carcere è soltanto una comunità costruita sulla violenza e sulla sopraffazione, dei fagioli crudi o semicrudi, e della corruzione delle guardie.

Inoltre, se nelle finalità della pena detentiva, l’aspetto retributivo è affiancato a quello “rieducativo”, bisogna chiedersi che cosa è successo per Miguel, cosa non ha funzionato, visto che un volta uscito dal carcere la sua vita è tornata ad essere quella di prima, non esce dalla strada e tanto meno abbandona la droga.





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