Pierpaolo Coccia


ANALISI DEL CONTESTO 1. GUATEMALA: IL PAESE DELL’IMPUNITA’



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ANALISI DEL CONTESTO




1. GUATEMALA: IL PAESE DELL’IMPUNITA’

1.1 UNA LUNGA STORIA DI VIOLENZE E SOPRUSI

Il Guatemala è situato in America centrale tra il Messico, il Belize, l’Honduras e il Salvador, bagnato dal mar dei Caraibi e dall’oceano Pacifico. La popolazione conta più di 10 milioni di abitanti, per la maggior parte di origine Maya (60%), l’85% vive in estrema povertà, con un tasso di analfabetismo del 58%. Uno dei suoi maggiori problemi è il concentramento della terra in mano di pochi uomini, che ha provocato lunghi conflitti sociali decisivi nella storia di questo paese.

La lunga storia di soprusi e di violenze comincia con l’arrivo di truppe spagnole capeggiate da Pedro de Alvarado, le quali, in meno di quindici anni annientarono quattro – cinque milioni di indigeni in un olocausto non inferiore per crudeltà e barbarie a quello nazista (Chomsky, 1993).

Nel 1821 fu proclamata la cosiddetta indipendenza del paese, poiché non fu altro che un passaggio da una dominazione all’altra: da quella spagnola a quella statunitense.

Dopo la proclamata indipendenza i governi che si succedettero più che cambiare la situazione del paese, non fecero altro che peggiorare condizioni degli indigeni e dei “ladinos”. L’introduzione della coltivazione del caffè a partire dal XVIII secolo, riempì le tasche già gonfie dell’oligarchia creola mentre i Maya erano condannati ai lavori forzati (Menchù e Cuc, 1992) e derubati delle terre comunali.

La rivoluzione liberale del 1944 che pose fine alla dittatura del generale Ubico, portò alla luce i primi segnali di democrazia nel paese: abolizione dei lavori forzati, formazione di sindacati e partiti politici, apertura di numerose scuole. Il presidente Arbenz, che governò dal 1951 al 1954, nazionalizzò la compagnia di elettricità, sotto il controllo dei capitali statunitensi, ed espropriò le terre della “United Fruit Company” per restituirle alla popolazione contadina (Cambranes, 1992). La reazione del governo statunitense fu immediata e violenta, nel 1954 rovesciò il governo di Arbenz organizzando un colpo di Stato, che provocò l’uccisione di circa 8.000 contadini (Chomsky, 1993). Il governo – “fantoccio”, imposto dagli Stati Uniti, ricompensò presto i loro “dominatori” nordamericani, regalando a compagnie petrolifere e multinazionali statunitensi, il diritto di sfruttare il sottosuolo.

La paura degli Stati Uniti di futuri governi democratici, fece nascere un “comitato di difesa nazionale contro il comunismo”, che segnò l’inizio di un periodo di terrore e di massacri, ma allo stesso tempo dell’autorganizzazione e di lotte di contadini, operai, studenti e intellettuali progressisti. Si crearono le forze guerrigliere, il Far (Fuerzas Armadas Rebeldes), che si rafforzò nel ’59 con la vittoria della rivoluzione cubana, ma fu sconfitta nel ’66 dall’esercito, nel frattempo riorganizzato da consiglieri militari statunitensi. Questa operazione di “pacificazione” costò alla popolazione guatemalteca l’uccisione di 9.000 civili (Falla, 1992).

Nel ’72 furono fondate due nuove organizzazioni guerrigliere, l’Orpa (Organizzazione Rivoluzionaria del Popolo Armato) e l’Egp (Esercito Guerrigliero dei Poveri), nate dall’esperienza cooperativistica agricola di indigeni di varie etnie (Menchù e Cuc, 1992; Falla, 1992).

Chiaramente gli Stati Uniti non restarono di certo a guardare e, infatti, dopo il colpo di stato militare, appoggiato nel ’63, condannarono il Guatemala ad un continuo susseguirsi di governi militari; cominciò un periodo di terrore e di controllo militare, che favorì la costituzione degli squadroni della morte, incaricati di far sparire i leader popolari (Lutte, 2001).

Il momento peggiore arrivò, dopo il colpo di stato del 1982, operato dal generale Efraim Rios Montt, “con il sostegno entusiasta dell’amministrazione Regan” che inviò armi e consiglieri militari (Chomsky, 1993).

Il 30 gennaio 1980, data del massacro all’ambasciata di Spagna, segnò l’inizio dell’etnocidio nel quale 440 villaggi furono distrutti e più di 300.000 civili assassinati o fatti sparire (“desaparecidos”), come testimonia la Commissione per il Chiarimento storico (CEH) del 1994.

Questo etnocidio provocò ingenti esodi o verso l’interno del paese, in special modo verso la capitale, o verso il Chiapas in Messico, o ancora nelle montagne nel nord del paese, dove alcune decine di migliaia che formarono una delle prime forme di reale opposizione al governo militare vigente: le “Comunità di Popolazione in Resistenza” (Cpr). Fino al 1993, furono bombardate dall’esercito guatemalteco, che pubblicamente negava la loro esistenza. In seguito gli Stati Uniti si preoccuparono di dare una parvenza democratica al regime militare, imponendo una svolta “democratica” con elezioni di presidenti civili (Lutte, 2001).

Nel 1996, sotto la pressione degli Stati Uniti, furono firmati gli accordi di pace tra il coordinamento della guerriglia (Urng) e il governo; gli interessi degli U.S.A. erano chiari: estendere, attraverso un processo di “pacificazione”, la propria economia di mercato a tutta l’America Latina (ibidem).

Furono costituite due inchieste per mettere in risalto le responsabilità dell’esercito nei massacri degli anni ’80. La prima (“Progetto di recupero della memoria storica”), promossa dalla Chiesa cattolica sotto la direzione del vescovo Gerardi, fu presentata alla fine di aprile. Due giorni dopo, Gerardi fu assassinato da militari. La seconda inchiesta (“Memoria del silenzio”), fu portata avanti dalla “Commissione per il chiarimento storico” (CEH), nominata dal governo e dalla guerriglia sotto il patrocinio delle Nazioni Unite (ibidem).

Il governo non ha avuto la forza di indagare sui responsabili del genocidio; l’esercito rimane il potere forte del Paese e gli squadroni della morte sono sempre all’opera e sono stati condannati colpevoli dell’assassinio del vescovo Gerardi; mentre, gruppi paramilitari agli ordini dell’esercito si riorganizzano clandestinamente in varie regioni del paese (ibidem).

Tutto questo fa del Guatemala, il Paese dell’impunità e dell’ingiustizia sociale che ancora oggi continua a persistere. Nonostante siano stati ritrovati i colpevoli dell’omicidio del vescovo Gerardi, quattro militari dell’esercito, il potere è ancora nelle mani dei responsabili del genocidio. Nell’ultima tornata elettorale per la rielezione del Presidente, il Guatemala ha rischiato di vedere, ancora una volta al potere il sanguinario dittatore, responsabile del genocidio del popolo maya, Rios Montt. Attualmente la situazione politica è confusa, si è riusciti a bloccare il genocida, ma è stato eletto presidente Oscar Berger, rappresentante del CACIF, la confindustria locale, di fronte c'era un Alvaro Coplòm, uomo ambiguo, legato si diceva al FRG di Rios Montt. Entrambi d'accordo, per affidare l'ordine ai militari e, per firmare il trattato di libero commercio, tra USA e America Centrale, che aumenterà la ricchezza di pochi e la fame di molti.

Inoltre, rimane un Paese dove “la violenza è un aspetto che predomina la vita nazionale, perché conseguenza del recente passato, in altre parole del conflitto armato che durò 36 anni, tempo durante il quale si compierono e assimilarono pratiche repressive, all’interno della vita quotidiana della popolazione in generale” (ODHAG, 2000).

In questa situazione, come risulta dall’ODHAG, la pratica del linciaggio è diventata una forma di giustizia sommaria, diffusa soprattutto nelle zone più colpite dal conflitto armato, in cui il tessuto sociale è stato maggiormente destrutturato.

La situazione dell’infanzia e della gioventù in Guatemala è iscritta in tale contesto di povertà e violenza. La maggioranza (51,6%) della popolazione guatemalteca ha meno di 18 anni; ma l’83% dei bambini e dei giovani cresce nella povertà. Si registra un alto tasso di mortalità infantile e di denutrizione.

La dipendenza economica e affettiva rende la condizione infantile e giovanile, una delle più vulnerabili della società guatemalteca. Secondo MINUGUA (2000), la maggior parte delle violazioni commesse contro i minori d’età sono compiuti dalla polizia nazionale civile (PNC). Ma in questo paese, dominato dall’omertà e dal terrore, si verifica una forte difficoltà a denunciare i delitti verso i minori. La causa di tale difficoltà è dovuta all’attitudine di alcuni giudici a sottovalutare il delitto commesso, negando così al minore il diritto alla giustizia. Sempre secondo MINUGUA (2000), si rileva che i giovani sono spesso le vittime privilegiate di arresti ingiustificati, eseguiti sempre dalla PNC, che con il reato di “scandalo in luogo pubblico” copre e giustifica arresti illegali.

La mancanza di attenzione da parte del governo guatemalteco nei confronti dell’infanzia si verifica a partire da una carenza di interventi sociali specifici in favore di tale disagio, fino alla recente abolizione, del Codice per l’Infanzia e la Gioventù, approvato e sottoscritto nel ’96, con gli accordi di pace.




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