Pietà popolare da problema a risorsa pastorale icone bibliche di riferimento



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PIETÀ POPOLARE

DA PROBLEMA A RISORSA PASTORALE
ICONE BIBLICHE DI RIFERIMENTO


  • L'incontro con l'Emorroissa (Mc 5, 25-34)

Gesù ha operato anche questo miracolo: “Figlia, la tua fede ti ha salvata, va’ in pace” (v. 34). Queste parole certificano il cammino di questa donna che da una fede embrionale e implicita si lascia condurre fino all’apertura libera e cosciente verso Gesù, che è riconosciuto ed ora anche amato come il Salvatore. Gesù è l’evangelizzatore di questa donna malata: non la disprezza, ma ne accoglie il bisogno e la conduce al rapporto personale con Lui. Fuori metafora. Per iniziare un cammino serio e valido di conversione e di riconversione, si deve ricuperare tra le parti in causa - pietà popolare e pietà liturgico- ufficiale - quel rapporto di fiducia e arricchimento reciproci per cui, se da un lato la pietà popolare stimola la liturgia a ricuperare la dimensione affettiva dell’atto di fede (il toccare il mantello di Gesù), dall’altro la liturgia sollecita la pietà popolare a non cercare emozioni e quindi a non ridursi ad un sentire effimero ed occasionale.


  • Il Buon Samaritano (Lc 10, 25-37)

La pietà popolare, bastonata e bistrattata, per ricuperare il suo carisma, ha bisogno delle cure del samaritano, del pastore avveduto disposto a versare vino e olio sulle ferite. Il vino per purificarla dagli elementi spuri e pervasivi che non le appartengono e che la distraggono dal puntare direttamente al cuore di Dio; l’olio per potenziarla e corroborarla di Vangelo e di vita ecclesiale più cosciente e coerente. Così potrà tornare ad essere feconda nella mistica semplice del cuore innamorato, che cerca Dio e serve l’uomo.



META GENERALE
Il cammino pastorale della nostra chiesa diocesana si inserisce in un cammino più ampio della chiesa italiana, che è quello di “Educare alla vita buona del Vangelo”.
La nostra chiesa locale sceglie di vivere “un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione per gli adulti” a partire dalla Pietà Popolare, che costituisce un patrimonio di fede e di cultura al quale attingere per ri-annunciare il Vangelo.
La PP è provocazione pastorale e lo stimolo giusto e santo per ridare vigore ad una fede che sta rischiando di diventare inutile, se non dannosa.
Questo cammino per ridare il volto giusto alla pietà popolare si esplicita in un saggio programma pastorale a lunga scadenza, intransigente nei contenuti e nelle tappe formative.
Esso cerca di focalizzare “il primato di Dio nella vita e nell’azione della nostra Chiesa, la testimonianza quale forma dell’esistenza cristiana e l’impegno in una pastorale che, convergendo sull’umiltà della persona, sia in grado di rinnovarsi nel segno della speranza integrale, dell’attenzione alla vita, dell’unità tra le diverse vocazioni, le molteplici soggettività ecclesiali, le dimensioni fondamentali dell’esperienza cristiana”.
OBIETTIVI POSSIBILI
SACERDOTI

  1. Coltivare una sensibilità verso la PP

  2. Cogliere le dimensioni interiori

  3. Superare i rischi di deviazioni

  4. Valorizzare la PP



POPOLO DI DIO

  • Passare dal formalismo e dall'esteriorità ad una condotta che coincida con il cuore e con la vita

  • Riportare la PP nell'ambito istituzionale

  • Dalla spontaneità alla consapevolezza dell'esperienza di fede

  • Per iniziare un cammino serio e valido di conversione e di riconversione, si deve ricuperare tra le parti in causa - pietà popolare e pietà liturgico- ufficiale - quel rapporto di fiducia e arricchimento reciproci per cui, se da un lato la pietà popolare stimola la liturgia a ricuperare la dimensione affettiva dell’atto di fede (il toccare il mantello di Gesù), dall’altro la liturgia sollecita la pietà popolare a non cercare emozioni e quindi a non ridursi ad un sentire effimero ed occasionale.

  • L'impegno pastorale sia improntato a far uscire la PP dal vicolo chiuso di una “religione fai da te” e da forme di un mondo religioso vischioso, sentimentale e selvaggio.

  • Recupero delle istanze più profonde della PP

  • Attuare un continuo discernimento pastorale per sostenere e favorire il senso religioso, senza prescindere dall’esigenza di purificazione e di rettifica - ove ce ne fosse bisogno – per intensificare la conoscenza del mistero di Cristo. (Chi lo fa? Come? Con quali strumenti?)

  • Evangelizzare la pietà popolare perchè diventi atto maturo ed autentico di fede

  • Restituire valore profondo agli atti estrinseci della PP (processioni, pellegrinaggi, novenari, devozioni, pie pratiche etc...)

  • Senza il riferimento alla liturgia, lasciata a se stessa, la pietà popolare può ridursi ad una proiezione del bisogno intimo di rassicurazione e di legittimazione personale o di gruppo. Occorre ricomporre l'unità tra fede e vita, tra la vita liturgica e la liturgia della vita

  • Smantellare la mentalità spendacciona e consumistica che si annida dentro certe forme di PP

  • Ricuperare alla pietà popolare la sua freschezza e ripartire uniti verso i traguardi che le sfide culturali di oggi richiedono.

  • Ripartire dall'impegno educativo alla fede

(Raggiungere questo obiettivo comporta un impegno sincronico e sinergico non solo dei catechisti, ma di tutta la comunità attraverso gli organismi di generosa partecipazione ecclesiale (Consiglio pastorale in primis) e con la collaborazione delle aggregazioni laicali, dei laici più sensibili, delle confraternite. Soprattutto le confraternite, molto legate alle manifestazioni popolari di fede, possono essere di grande aiuto nello spurgare le devianze e le incongruenze particolarmente delle feste e di certe processioni non proprio edificanti come espressione pubblica di fede).

  • Evangelizzare la PP perché essa possa ri-evangelizzare il contesto

  • Aumentare la consapevolezza sul senso della Pasqua

  • Conoscere i simboli che caratterizzano la liturgia

  • Restituire sacralità al giorno della Festa



Aspetti da privilegiare a da promuovere


  • La PdD (rapporto continuo e fecondo)




  • La Predicazione




  • La Catechesi (più volte ribadito, occorre una seria e lunga opera catechistica di evangelizzazione e di proposte positive di cammini di fede per certi versi talora anche alternativi)

    • Ripartire dall'impegno educativo alla fede




  • La Preghiera (illuminare i fedeli “sull’impronta peculiare della preghiera cristiana, che ha come destinatario il Padre, per la mediazione di Gesù Cristo, nella potenza dello Spirito Santo”; le espressioni della pietà popolare “mettano in più chiara luce la persona e l’azione dello Spirito Santo”, la cui assenza è certamente dovuta alla mancanza di abitudine di rappresentarlo con immagini antropomorfiche, come invece avviene con il Padre Eterno ed il Figlio Gesù Cristo; le espressioni della pietà popolare “mettano in risalto il valore primario e fondante della Risurrezione di Cristo”; la devozione alla Passione di Cristo (e alla contestuale Madonna Addolorata, Desolata, ecc.) “conduca i fedeli ad una partecipazione piena e consapevole all’Eucaristia”, da cui dipende la forza rivoluzionaria e liberante della nostra fede)




  • La Liturgia e i Sacramenti:

    • I Sacramenti della Eux e della Ric

    • Dai Pii esercizi alla Vita Liturgica

    • Avere ed usare un medesimo linguaggio tra LIT e PP




  • La Carità verso i poveri




  • Le processioni (Hanno costituito nel passato e posson essere ancora oggi un mezzo efficace per esaltare la propria identità religiosa e la propria coesione interna. piazza, costituiscono una parte cospicua del lavoro pastorale che non può essere svuotato. così!”. Forme espressive valide per un certo tempo, non è detto che non debbano essere riviste. La “tradizione” cristiana è altra cosa rispetto alle “tradizioni” degli uomini. delle usanze popolari. Solo se si ha questa avvedutezza e questo coraggio di andare controcorrente, anche le processioni - non lasciate in mano a comitati spontanei esterni alla parrocchia e non approvati dalla Curia diocesana - con gli opportuni accorgimenti pastorali torneranno ad essere “manifestazioni di fede del popolo, ...capaci di svegliare il sentimento religioso dei fedeli”. Sotto il profilo teologico: chiesa dinamica in cammino; sotto il profilo liturgico: orientate verso la liturgia; sotto il profilo antropologico: cammino compiuto insieme)




  • I pellegrinaggi (Il pellegrinaggio in senso pieno “consiste nel recarsi individualmente o collettivamente a un Santuario o a un luogo particolarmente significativo per la fede, per compiervi speciali atti di devozione, sia a scopo di pietà che a scopo votivo o penitenziale, e per favorire un’esperienza di vita comunitaria, la crescita delle virtù cristiane e un’ampia conoscenza di Chiesa”; è di grande importanza, allora, la premura di organizzarlo nei modi idonei per consentire un efficace intervento dello Spirito nel cuore di ogni partecipante. Sarà, pertanto, saggezza pastorale non lasciarsi sfuggire questa grazia di Dio per ravvivare e consolidare la scelta della fede non tanto, o non solo, come patrimonio culturale da acquisire, ma soprattutto come stile di vita con particolare attenzione alla dimensione escatologica, penitenziale, cultuale e festiva, comunionale.




  • I santuari (si intendono la chiesa o altro luogo sacro ove i fedeli, per un peculiare motivo di pietà, si recano numerosi in pellegrinaggio con l’approvazione dell’Ordinario del luogo” (can. 1230). I Santuari vengono a essere specie di “pietre miliari che orientano il cammino dei figli di Dio sulla terra”. Come luogo speciale dello Spirito e “segno della divina presenza”, il Santuario per se stesso è un invito visibile “ad attingere all’invisibile sorgente d’acqua viva (Cf Gv 4,14)”; può divenire, se ben curato e servito, “un luogo eccellente di approfondimento della fede, in uno spazio privilegiato e in un tempo favorevole”. - Nei ns. santuari non c’è una vitalità di fede tale da rispecchiare pienamente le esigenze e non sempre si può parlare dei Santuari come luoghi di evangelizzazione e di carità, succubi come sono di pericolose deformazioni (supermercato religioso, industria indotta del sacro, offerte esose,


Indici rivelatori sui quali fare un discernimento e dai quali partire circa la PP


  • evidenzia e rende accessibile quella sacralità del cosmo che sottende negativamente all’uomo: da queste si difende e si tutela con gesti rituali anche irrazionali;

  • ha dentro di sé la tendenza al recupero integrale dei valori e delle tensioni presenti nei gruppi umani; in questo senso non si identifica né con le devozioni (espressioni e forme religiose in certo qual modo elitarie),né con la pietà (che si esprime tendenzialmente con atteggiamenti interiori del cuore);

  • presenta il rischio di una religiosità magica e superstiziosa; di un tradizionalismo folkloristico spettacolare che riempie le piazze e svuota le chiese; che rifugge da un impegno costante e da una vita sacramentale idonea;

  • suo punto debole resta il rapporto poco sereno con la liturgia ufficiale, spesso avvertita come anestetica e debole nel favorire un rapporto comunicativo con Dio, appiattita dietro un rubricismo esagerato



Caratteristiche e valori della pietà popolare

da poter valorizzare nell’opera di evangelizzazione


  • la spontaneità, in quanto essa nasce non tanto dal ragionamento, quanto dal sentimento;

  • l’apertura alla trascendenza come superamento della povertà «esistenziale» in cui spesso il popolo vive;

  • il linguaggio totale con il quale la pietà popolare trasmette la fede non con il ragionamento ma con il silenzio e la parola, il canto e la danza, il gesto individuale e l’azione corale, l’immagine e il colore;

  • la concretezza con cui la pietà popolare dialoga con Dio e affronta i problemi della vita quotidiana segnata spesso dal dolore e dalla fatica (povertà, malattia, mancanza di istruzione e di lavoro...), i grandi cicli dell’esistenza (nascita, crescita e maturazione, matrimonio, anzianità, morte, aldilà) e i contenuti che le danno colore e calore (l’amicizia, l’amore, la solidarietà);

  • la saggezza che tende a congiungere in una sintesi vitale divino e umano, spirito e corpo, persona e comunità, fede e patria, intelligenza ed affetto;

  • la memoria che porta a trasmettere il passato come “racconto” e a vederlo come un «fattore di identità» per il gruppo e la collettività;

  • la solidarietà che si incontra più facilmente tra gli umili, i poveri, i semplici che non hanno ideologie che li dividono ma esperienze di vita e di sofferenza che li uniscono.



Proposte emerse dal Convegno Pastorale 2013
Pietà Popolare e fede


  • Dare grande risalto alla Parola di Dio e alla Liturgia

  • Creare dialogo nella comunità con riferimento ai valori essenziali della fede e della famiglia.

  • Utilizzare linguaggi immediati e concreti per dire la fede della Chiesa e quella di ogni fedele.

  • Riscoprire le radici come fonte della vita della comunità


Pietà Popolare e catechesi


  • Fare parlare evangelicamente, facendo vedere la relazione diretta con Dio nella celebrazione dei vari riti, dei pellegrinaggi, delle processioni, dei canti e di tutto quanto appartiene alla pietà popolare.

  • In ogni parrocchia venga fatto uno schema dei contenuti catechetici che sono presenti nella Pietà popolare e questi contenuti vengano fatti passare nella catechesi ordinaria.

  • Fare in modo che le feste siano coordinate fra loro, e soprattutto nelle città coeve vi sono più parrocchie.

  • Usare dei linguaggi immediati e concreti (riferimento Papa Francesco).

  • Educazione alla pietà popolare attraverso una catechesi che sia rispettosa dei vari momenti dell’anno liturgico con la centralità dell’Eucaristia; utilizzare nella varie liturgie delle “pillole” di catechesi.

  • Spiegare i gesti liturgici, soprattutto nei tempi forti dell’anno liturgico.

  • Avere atteggiamenti pastorali di accoglienza e di gioia.

  • Attenzione particolare alla formazione cristiana: lettura dei segni dei tempi con attenzione particolare ai giovani.

  • Liberare dalla magia e dalla superstizione.


Pietà Popolare e carità


  • Sottolineare il bene e la virtù del Santo festeggiato per condurre il popolo a gesti concreti di fede e solidarietà (oltre il Natale e il Venerdì santo).

  • Cogliere le emozioni e i sentimenti delle feste per sostenere il cammino di fede della comunità cristiana.

  • Pensare che in ogni celebrazione della fede popolare il riferimento costante sia il bisogno dei fratelli più poveri.

  • Evidenziare il valore dell’amicizia e tradurlo visibilmente nella comunità cristiana.

  • Coinvolgimenti di tutte le componenti della comunità cristiana per orientare a gesti di Carità (visita ammalati, aiuto a persone in difficoltà, accompagnamento dei deboli…).

  • Tradurre la gioia della festa in stile di vita ecclesiale.

  • Ridare alle confraternite il volto della bellezza originaria.


Pietà Popolare e Aggregazioni laicali


  • Riscoprire sostanza e contenuti.

  • Ruolo incisivo del clero nel recupero dell’evangelizzazione, della catechesi attraverso la pietà popolare.

  • Le aggregazioni si impegnano a sostenere e valorizzare, secondo il carisma di ciascuno, il lavoro dei sacerdoti, facendo da collante fra le varie realtà presenti nelle parrocchie e crescendo nell’unità.

  • Far crescere un laicato che nella quotidianità faccia da mediatore tra le tradizioni della pietà popolare e i contenuti teologico-biblici.

  • Armonizzare le “emozioni” con la fede autentica.

  • Fare emergere in tutto la testimonianza della Carità.

SCHEDA DI LAVORO PER I RESPONSABILI DEGLI UFFICI PASTORALI

Leggere la lettera pastorale consegnando a ciascuno dei responsabili degli uffici una parte di essa.


La lettura dev'essere ragionata, ovvero leggendo occorre comprendere quali sono:


  • possibili obiettivi (OB)

  • orientamenti (OR)

  • metodologie (MT)

  • strategie di intervento (SO)

  • letture del contesto (CT)

  • ideario di riferimento (ID)

  • aree di intervento (AI)

Terminata la lettura si passa alla condivisione dei risultati per rendere il tutto più intellegibile ai fini di una progettazione pastorale. Occorre un segretario che coordini gli interventi e sistematizzi i contenuti emersi nella lettura ragionata.


Definire la META GENERALE

La Meta Generale coincide con le finalità: ovvero non significa definire gli obiettivi. La Meta Generale si colloca ad un livello di astrazione più alto che investe la mission e la vision di un’organizzazione. La Meta Generale è paragonabile ad una dichiarazione di intenti, che prescinde dalla piena e profonda consapevolezza del tema preso in esame.


Definire le AREE DI INTERVENTO
Definire gli OBIETTIVI GENERALI e SPECIFICI PER AREA

Gli obiettivi si basano su una conoscenza dettagliata del caso affrontato. Gli obiettivi si collocano ad un livello di astrazione più basso proprio perché rappresentano la traduzione empirica delle finalità in relazione agli studi e alle ricerche fatte. si devono essere calibrati alle esigenze reali, tenendo conto di tutte le variabili interventi. Devono essere appropriati, idonei e proporzionati al problema che si vuole risolvere, nonché alle risorse che si hanno a disposizione per raggiungerli. Indispensabile in questa fase risulta il riferimento ai principi dell’equilibrio e della circolarità. È fondamentale, quindi, fissare degli obiettivi realizzabili e appropri ati e per fare ciò è necessario prendere in considerazione tutte le variabili in gioco. Spesso il passaggio dalle finalità agli obiettivi risulta essere un’operazione difficile, poiché bisogna abbassare il livello di astrazione. Ridurre il livello di astrazione significa rendere misurabili gli obiettivi. Tradurre e declinare le finalità in obiettivi vuol dire poter misurare i risultati raggiunti. La fase di definizione degli obiettivi è, infatti, strettamente connessa a quella della valutazione. Se gli obiettivi non sono misurabili non potrebbero neanche essere individuati quegli indicatori quali/quantitativi senza i quali sarebbe impossibile valutare sia il progetto, sia i risultati raggiunti


Definire la STRATEGIA

Alla luce degli elementi acquisiti in precedenza, si passa alla definizione della strategia. In questa fase bisogna sviluppare una modalità operativa di intervento strategico al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati. Nel fare questo è necessario esplicitare la ratio che sta dietro la strategia che si vuole mettere in atto. Essa deve essere spiegata punto per punto e soprattutto deve essere motivata. Comunemente la strategia viene tirata fuori con l’ausilio di un brainstorming

Definire la AZIONI

Le azioni non sono altro che la traduzione concreta e dettagliata della strategia: la sua articolazione operativa. È necessario individuare un numero di interventi congruo sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, in grado di coprire tutta l’area semantica della strategia. Va da sé che tutte le azioni previste debbano inquadrarsi all’interno dello schema concettuale previsto dalla strategia, proprio per questo motivo le azioni devono essere correlate le une alle altre in modo organico. Ogni azioni deve essere sequenziale alla strategia, è necessario quindi che rispettino il principio della causalità e della opportunità. Nella definizione degli interventi bisogna sempre tener conto delle risorse che si hanno a disposizione. Le azioni che si vogliono attuare devono essere specificate nei minimi dettagli, indicando gli strumenti e le modalità d’intervento.


FASI CONCLUSIVE che interesseranno la verifica intermedia e conclusiva


Monitoraggio

È questa una delle fasi più importanti spesso sottovalutata. Il monitoraggio è un’attività che coinvolge tutte le fasi di implementazione del progetto, poiché consente di evidenziarne la corretta realizzazione. Inoltre risulta essere uno strumento prezioso perché permette di evidenziare gli scarti tra ciò che è stato previsto e ciò che i ottiene. In questo modo i progettisti hanno la possibilità di intervenire in itinere correggendo il tiro in relazione alle difficoltà emerse. Bisogna, infatti, tenere presente che oltre allo scarto naturale esistente tra teoria e pratica si possono sempre verificare dei fenomeni imprevisti e imprevedibili di fronte ai quali è necessario reagire tempestivamente, pena il fallimento del progetto sesso. L’attività di monitoraggio può essere gestita da un solo soggetto, ma è più opportuno che sia realizzata da tutti i partecipanti, i quali relazioneranno periodicamente sui compiti svolti in base alle competenze e alle responsabilità loro assegnate. Per fare questo possono essere utilizzati diversi strumenti: questionari, relazioni, schede di rilevazione ecc. Inoltre ogni momento di incontro tra i responsabili del monitoraggio rappresenta una buona occasione di verifica in itinere.

Valutazione

Così come per il monitoraggio anche la valutazione è una delle fasi spesso dimenticate, a volte intenzionalmente per sfuggire a critiche e giudizi. Al contrario di quello che si pensa la valutazione non interviene soltanto alla fine per verificare se gli obiettivi previsti sono stati raggiunti. Essa si realizza, prima, durante e dopo la realizzazione di un progetto. Questo viene passato al vaglio per capire se risponde ad una serie di requisiti essenziali quali quello della coerenza interna, dell’equilibrio, della circolarità, dell’opportunità, dell’efficacia e dell’efficienza. È questo, infatti, il primo vero scoglio che un progetto deve superare affinché possa essere finanziato. Successivamente la valutazione interesserà tutte le fasi del progetto per approdare a quella finale e definitiva. Ovviamente questa è un’attività che non può che essere svolta da soggetti esterni e indipendenti al fine di assicurarne la credibilità. Tuttavia l’attività di valutazione è indispensabile soprattutto per i responsabili del progetto al fine di garantirne il raggiungimento degli obiettivi. Per fare questo in sede progettuale è indispensabile individuare una serie di indicatori di valutazione relativi agli obiettivi, ma più in generale alle varie fasi del progetto. Vista la natura continuativa della valutazione è opportuno individuare una serie di indicatori per ogni fase della realizzazione. Per una valutazione finale e definitiva, come abbiamo già detto in precedenza, è importante che gli obiettivi siano misurabili in modo tale da stabilire i risultati attesi e confrontarli con quelli realmente ottenuti.



SCHEDA PER LA PROGETTAZIONE DI ATTIVITA' IN SENO AGLI UFFICI PASTORALI
Denominazione Progetto

Analisi dei bisogni/Motivazione dell’intervento

Obiettivi specifici (misurabili)

Destinatari

Tempi

Costi


Metodologie utilizzate
(riunioni, incontri, attività, manifestazioni)
Modalità di verifica dei risultati (questionari, test, ecc.)/ Indicatori di risultato

Dal documento:



EVANGELIZZARE LA PIETA’ POPOLARE

Norme per le feste religiose della Conferenza Episcopale Campana
1. Pietà popolare

L’espressione “pietà popolare” designa il complesso di manifestazioni, prevalentemente di carattere comunitario, che nell’ambito della fede cristiana si esprime non secondo i moduli e le leggi proprie della liturgia, ma in forme peculiari sorte dal genio di un popolo e dalla sua cultura e rispondenti a precisi orientamenti spirituali di gruppi di fedeli. Essa fa riferimento esplicitamente alla rivelazione cristiana, cioè alla fede in Dio Uno e Trino, in Cristo vero Dio e vero uomo, Salvatore di tutto il genere umano e alla Chiesa, che è “in Cristo come sacramento o segno e strumento dell’intima comunione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”1 . I fondamenti dottrinali sono la Sacra Scrittura e il “Credo” della Chiesa.

L’aggettivo popolare richiede una puntualizzazione. Immediatamente esso suscita una reazione negativa: sembra indicare espressioni devozionali scadenti, implicitamente opposte a manifestazioni cultuali scelte, elitarie, velatamente aristocratiche. Ma nel nostro caso “popolare” non va inteso pregiudizialmente in senso negativo perché esprime relazione con il popolo, cioè con il “popolo di Dio”, al quale appartengono fedeli colti e illetterati, poveri e ricchi, chierici e laici. Esso indica, invece, positivamente, che la manifestazione cultuale trae origine dal popolo e, compiuta per il popolo, è portatrice di valori propri del popolo di Dio.

Conseguentemente possiamo così definire la “pietà popolare”: “Il complesso di manifestazioni cultuali che sono in sintonia con la cultura di un popolo e ne esprimono l’identità” 2.

Ma quali sono le caratteristiche, i valori e gli orientamenti della pietà popolare?

Come connotati e valori della pietà popolare sono indicati normalmente la spontaneità, in quanto essa nasce non tanto dal ragionamento quanto dal sentimento; l’apertura alla trascendenza come superamento della povertà “esistenziale” in cui spesso il popolo vive; il linguaggio totale con il quale la pietà popolare trasmette la fede non con il ragionamento ma con il silenzio e la parola, il canto e la danza, il gesto individuale e l’azione corale, l’immagine e il colore; la concretezza con cui la pietà popolare dialoga con Dio e affronta i problemi della vita quotidiana segnata spesso dal dolore e dalla fatica (povertà, malattia, mancanza di istruzione e di lavoro …), i grandi cicli dell’esistenza (nascita, crescita e maturazione, matrimonio, anzianità, morte, aldilà) e i contenuti che le danno colore e calore (l’amicizia, l’amore, la solidarietà); la saggezza che tende a congiungere in una sintesi vitale divino e umano, spirito e corpo, persona e comunità, fede e patria, intelligenza e affetto; la memoria che porta a trasmettere il passato come “racconto” e a vederlo come un “fattore di identità” per il gruppo e la collettività; la solidarietà che si incontra più facilmente tra gli umili, i poveri, i semplici che non hanno ideologie che li dividono, ma esperienze di vita e sofferenze che li uniscono: per gli umili e i semplici la condivisione – del pane, del tempo, della parola – è un fatto normale intuendo che non possono aspirare alle ricchezze del cielo senza condividere i beni della terra. Per quanto riguarda gli orientamenti possiamo dire che la pietà popolare, al di là della varietà di situazioni e di culture in cui si esprime, ha alcune caratteristiche comuni: l’adorazione alla Santissima Trinità e l’amore a Dio, padre buono e provvidente, signore onnipotente, giudice giusto e misericordioso; l’attenzione amorosa per l’umanità di Cristo, contemplato soprattutto nei misteri dell’infanzia (Gesù bambino), della passione (Gesù crocifisso, l’Ecce homo, il Volto Santo), del suo amore misericordioso (Sacro Cuore) e della sua presenza nascosta (il Santissimo Sacramento); la venerazione della Madonna; la devozione degli Angeli, il culto dei Santi visti dai fedeli come amici e intercessori del popolo di Dio; la preghiera per i defunti con la celebrazione di sante Messe di suffragio e le indulgenze per i defunti, nonché con la visita dei cimiteri.


2. La situazione attuale

Le numerose feste popolari organizzate nella nostra Regione hanno spesso purtroppo la parvenza del sacro. Per questo motivo esse, svuotate del loro contenuto cristiano, non rendono credibile la fede da parte dei lontani, mentre i giovani le rifiutano perché prive di ogni valore di autentica testimonianza cristiana e i poveri le giudicano più una provocazione che un annuncio gioioso della salvezza.

Le stesse processioni frequentemente si risolvono in estenuanti maratone di questuanti che offendono il decoro e il sacro e non sono certo segno di una Chiesa peregrinante.

In tale contesto bisogna recepire con tempestività l’istanza di una religiosità essenziale che rifugga da forme colorate e rumorose e che tenda ad una interiorizzazione del culto.

Perché le feste religiose siano autentiche celebrazioni di fede incentrate nel mistero di Cristo e siano purificate da infiltrazioni profane riteniamo indifferibile un’azione pastorale che si proponga di vivere le manifestazioni esterne del culto popolare in modo che siano espressioni autentiche e comunitarie di fede; di formare, con una seria e puntuale catechesi, una sana opinione pubblica sul significato cristiano di questi riti collettivi; di purificare il culto popolare, spesso decaduto a sagra mondana e a fatto di folclore, dalle incrostazioni superstiziose che si sono sovrapposte. A tale scopo noi vescovi della Regione Ecclesiastica Campana a quanto sopra detto aggiungiamo alcune direttive pastorali che devono diventare norme operative per le nostre comunità ecclesiali riguardanti le feste religiose e le processioni – che sono di esclusiva competenza e autorizzazione dell’Autorità ecclesiastica che coinvolge, in genere, la Forza Pubblica locale per il necessario servizio di vigilanza e di sicurezza - i pellegrinaggi e i santuari. Altra cosa, invece, sono le feste popolari che nulla hanno di religioso e non sono riferibili all’Autorità ecclesiastica, perché attengono ad appositi comitati, a fatti storici e consuetudini locali, a motivazioni culturali o folcloristiche o turistiche.
3. Evangelizzare la pietà popolare

Per superare le carenze e i difetti della pietà popolare, e perché i suoi valori non vadano dispersi, il Magistero e gli studiosi di teologia pastorale offrono preziosi indicazioni:



- Evangelizzare la pietà popolare con un rapporto continuo e fecondo con la Parola di Dio.

- Orientare la pietà popolare verso la liturgia, che è il “culmine verso cui tende tutta l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana la sua virtù” 3. Liturgia e pietà popolare sono due espressioni legittime del culto cristiano. Ambedue hanno lo stesso scopo: la glorificazione di Dio e la santificazione dell’uomo. Non sono quindi da opporre ma neanche da equiparare “data la natura di gran lunga superiore della liturgia”4 . Liturgia e pietà popolare perciò sono due espressioni cultuali da porre in mutuo e fecondo contatto. La liturgia dovrà costituire il punto di riferimento per incanalare con lucidità e prudenza gli aneliti di preghiera e di vita carismatica che si riscontrano nella pietà popolare mentre questa, con i suoi moduli simbolici ed espressivi, potrà fornire alla liturgia elementi e indicazioni per una valida inculturazione e stimoli per un efficace dinamismo creatore.

- Superare il distacco tra culto e vita. Sia sulla liturgia sia sulla pietà popolare incombe il rischio di un distacco tra il momento cultuale e l’impegno di vita. Non sono rari i casi in cui persone che vivono notoriamente in situazioni gravemente lesive della giustizia e dei doveri familiari sono zelantissime nel partecipare a manifestazioni di pietà popolare: processioni, offerte votive, feste patronali, etc. La pietà popolare per comunicare con il soprannaturale cerca spesso il contatto immediato attraverso fenomeni straordinari – apparizioni, visioni, etc. – piuttosto che attraverso la fede; predilige illusorie scorciatoie invece della via maestra della croce; appare viziata dalla vana credulità che al serio impegno sostituisce il facile affidamento a pratiche solo esteriori e da una certa mentalità utilitaristica (lucrare indulgenze, ottenere grazie, assicurarsi l’ingresso in paradiso mediante l’osservanza di certe pratiche vissute peraltro al di fuori del loro contesto originario: i primi venerdì del mese, scapolare della Madonna del Carmine, medaglia miracolosa).
4. le feste religiose e le processioni

Desiderosi di aiutare le nostre Chiese a purificare, consolidare, elevare le feste religiose, a partire dalla riscoperta delle loro radici, in continuità con i nostri predecessori che nel 1973 emanarono precise direttive sul problema, confortati in questo dai numerosi interventi dottrinali dei Sommi Pontefici Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI


S T A B I L I A M O

a. Momento liturgico - celebrativo

  • Le feste sono momenti importanti della vita religiosa di una comunità. Il loro insieme costituisce il “santorale locale” che deve essere custodito con ogni cura e non può essere alterato nel suo equilibrio tradizionale. Ogni nuova festa necessita perciò di espressa autorizzazione dell’Ordinario.

  • La festa sia preparata con un “novenario” o “settenario” o “triduo” ben curati, dando ampio spazio all’ascolto della Parola di Dio per avvicinare con opportune catechesi anche i lontani al sacramento della Riconciliazione e all’adorazione eucaristica, secondo un programma preparato dal Consiglio Pastorale Parrocchiale.

  • Si concluda la preparazione con un gesto di solidarietà all’interno o anche fuori dei confini parrocchiali.

b. Momento ludico – esterno


Anche il momento ludico è un elemento importante della festa: non va trascurato! Non deve essere però prevalente e staccato dal momento religioso, al quale deve rimanere sempre subordinato. Non è concepibile infatti che una “festa religiosa”, che si qualifica quale pubblica manifestazione di fede, si riduca poi a manifestazione paganeggiante, con sperpero di denaro per il cantate famoso e per i fuochi artificiali. L’equilibrio dei due poli della festa -quello liturgico-celebrativo e quello ludico - è frutto di sapiente dosaggio, fatto “in loco” dal Consiglio Pastorale attingendo alle tradizioni culturali del luogo.

Nell’organizzazione concreta il Consiglio Parrocchiale può avvalersi di un Comitato esterno, di cui comunque devono far parte alcuni membri del Consiglio stesso.



Ogni comitato va costituito secondo queste tassative norme:

  • sia sempre presieduto dal parroco che lo forma, chiamando a farne parte persone che si distinguono per impegno ecclesiale e onestà di vita;

  • non sia permanente, ma resti in carica per la sola celebrazione della festa, secondo il programma di massima preparato dal Consiglio Parrocchiale ed approvato dalla curia almeno un mese prima;

  • si impegni a rispettare le norme vigenti, sia canoniche che civili (SIAE secondo la convenzione stipulata dalla CEI ed altre tasse), e a redigere entro un mese il bilancio consuntivo della festa, che deve essere vistato dal Consiglio Affari Economici, il quale per l’occasione svolge il ruolo di Collegio dei Revisori dei conti;

  • le feste esterne siano celebrate nei giorni stabiliti dal calendario liturgico. E’ consentito conservare date tradizionali diverse, purché non coincidano con solennità che godono di assoluta precedenza (Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini, SS. Trinità);

  • le Confraternite non possono organizzare feste, né possono costituirsi autonomamente in comitato senza l’autorizzazione del parroco, al quale compete la presidenza e la richiesta del nulla osta alla Curia. Le Confraternite inoltre sono tenute ad osservare le presenti norme e quindi devono anch’esse provvedere al rendiconto amministrativo nei termini stabiliti di un mese;

  • sono rigorosamente vietati spettacoli leggeri o di altro tipo, che non diano garanzia nei contenuti, nel linguaggio, nell’abbigliamento, nell’organizzazione per rispetto del decoro e della dignità che una festa religiosa richiede. Si preferiscano invece spettacoli folk, musica seria, di gruppi teatrali (meritevoli di riscoperta e di riproposta sono le “drammatizzazioni tradizionali della vita del santo), di giochi popolari che coinvolgono la gente del luogo e ne promuovono una migliore integrazione sociale: l’identità di un paese non si misura da una serata fantastica, ma dalla partecipazione attiva della gente ai festeggiamenti.

  • La processione è una espressione pubblica di fede. Perciò non è consentito lasciarla in balia dello spontaneismo, bensì occorre curarla e guidarla in maniera tale che sia realmente una corale testimonianza dei genuini sentimenti religiosi della comunità.

Pertanto:

  • Le processioni si possono tenere solo se c’è un concorso di popolo.

  • Il corteo, guidato dal sacerdote o da un diacono, sia organizzato in modo da favorire il raccoglimento e la preghiera.

  • Non è lecito attaccare denari alla statua che peraltro non può essere messa all’asta e trasportata dai migliori offerenti. Non è consentito ugualmente raccogliere offerte e fermare la processione mentre si sparano fuochi artificiali.

  • I comitati non possono in nessun modo interferire nella processione.

  • Secondo itinerari concordati con il Consiglio Pastorale Parrocchiale le processioni seguano le vie principali e siano di breve durata, contenute possibilmente nello spazio di due ore.

  • Parte delle offerte raccolte in occasione della festa sia riservata a gesti di carità e a rendere più belle le nostre chiese.



5. pellegrinaggi e santuari

Il pellegrinaggio, esperienza religiosa universale, è un’ espressione tipica della pietà popolare, strettamente connessa con il santuario della cui vita costituisce una componente in dispensabile: il pellegrino ha bisogno del santuario e il santuario del pellegrino. Esso si configura come un cammino di conversione.

La partenza sia opportunamente caratterizzata da un momento di preghiera nella chiesa parrocchiale oppure in un’altra più adatta. L’accoglienza dei pellegrini potrà dare luogo a una sorta di “liturgia della soglia” mentre la permanenza nel santuario costituirà il momento più intenso del pellegrinaggio e sarà caratterizzato dall’impegno di conversione, opportunamente ratificato dal sacramento della riconciliazione e dalla celebrazione eucaristica, culmine del pellegrinaggio stesso. Al termine i fedeli ringraziano Dio del dono del pellegrinaggio e chiederanno l’aiuto necessario per vivere con più generoso impegno, una volta tornati nelle loro case, la vocazione cristiana.

Il santuario è un segno della presenza attiva, salvifica del Signore nella storia; è un luogo di sosta dove il popolo di Dio, pellegrinante nelle vie del mondo verso la Città futura, riprende vigore per proseguire il cammino.

Pertanto:

1. I cortei diretti ai santuari che ostentano stendardi religiosi coperti di denaro o che trasportano, danzando, trofei votivi sono proibiti. Come proibite sono le manifestazioni di isterismo che profanano il luogo sacro e impediscono la devota e decorosa celebrazione della liturgia.

2. I punti vendita di “ricordi” non siano sistemati all’interno dell’aula liturgica e non abbiano l’apparenza di un mercato.

3. I santuari siano luoghi di evangelizzazione, di carità, di cultura e di impegno ecumenico, sensibile alla grave e urgente istanza dell’unità di tutti i credenti in Cristo, unico Signore e Salvatore.



1 Lumen Gentium, 1.

2 I. M. CALABUIG, “Pietà popolare”, cit., p.1141.

3 Sacrosanctum Concilium, 10.


4 Ivi, 13.




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