Politically Correct: implicazioni politiche in Mt 22,15-22



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Politically Correct: implicazioni politiche in Mt 22,15-22
Politically Correct

Autorità umana e autorità

nella discussione sul tributo a Cesare (Mt 22,15-22)
[pubblicato in: Chiesa e Politica, Quaderni Teologici del Seminario di Brescia 10 (2000) 41-56]
Il confronto tra autorità umana e autorità divina ha innescato una discussione che il tempo non riesce a smorzare. Partendo dal brano in questione, sono affiorate numerose interpretazioni che oscillano su un ampio ed eterogeneo arco di possibilità.

Qualcuno vi ha letto una netta distinzione tra sfera temporale e sfera spirituale, senza che tra le due sussista una relazione, in quanto appartenenti a piani diversi. Una sana laicità e la capacità di una serena scelta religiosa sarebbero il frutto della discussione tra Gesù e i suoi avversari. Altri adducono il testo evangelico come fondamento teologico della proverbiale alleanza "trono e altare", in cui uno fa da supporto all'altro. Altri ancora spingono l'interpretazione all'estremo fino ad ipotizzare uno stato "sacralizzato" e una chiesa "temporalizzata", oppure l'egemonia dell'uno verso l'altro. La recensione delle proposte potrebbe continuare, mostrando la bizzarra e fantasiosa capacità esegetica di certi autori.

Senza la presunzione di proporre una nuova via, riprendiamo in mano la tematica partendo dal contesto. Quindi fisseremo l'attenzione al brano in quanto tale, proponendo un breve commento ed ascoltando la viva voce di alcuni esegeti. Concluderemo su ciò che, normalmente negletto, può offrire qualche elemento utile ad una maggiore lettura cristologica del brano.

Contesto e dinamica del brano

Ogni brano è come il segmento di una linea continua. Una visione d'insieme, o almeno dell'immediato contesto, fornisce le coordinate che spesso aiutano a tracciare un quadro più logico e più completo.

La situazione tra Gesù e i suoi avversari, già tesa fin dall'inizio della vita pubblica, diventa incandescente man mano si avvicina la fine. Con l'ingresso solenne nella città santa, il barometro dell'umore degli avversari tende notevolmente al brutto. Ciò non sorprende, se scorriamo le pagine evangeliche e notiamo i duri colpi inferti dal Maestro con parole di fuoco e con gesti forti. Ricordiamo la scena al tempio dove Gesù, animato da santo zelo, rivendica la purezza del luogo e la genuinità delle intenzioni, bollando inesorabilmente i presenti con l'accusa di aver trasformato la casa di preghiera in una spelonca di ladri (Mt 21,13). La maledizione al fico senza frutto risuona come cupa minaccia ad un popolo che non produce quei segni di santità, richiesti dalla sua condizione di destinatario privilegiato del Vangelo. A suggello della parabola dei due figli, il detto «i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» sta come una mannaia sul collo dei benpensanti, prodighi nel condannare gli altri, ma avari nel dare spazio alla loro conversione. Sono parole dure che riducono al minimo la possibilità di intesa tra il Maestro e i suoi ascoltatori poco disponibili ad una revisione di vita.

A colmare la misura e a far tracimare il vaso contribuiscono due roventi parabole che precedono immediatamente il nostro testo. La prima parla dei vignaioli che tradiscono la fiducia del loro signore e, da dipendenti, si trasformano in rivoltosi e in assassini. La loro sorte è decretata senza mezza misura dagli stessi ascoltatori: «(Il padrone) farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo» (Mt 21,41). Senza avvedersene, gli ascoltatori hanno formulato un giudizio che sancisce la loro condanna: si sono autocondannati. La seconda parabola, non meno impietosa della prima, rivela il passaggio del regno dagli invitati della prima ora che con il loro rifiuto hanno disdegnato la preferenza loro accordata, a quelli, raccogliticci, che non presagivano certo di trovarsi un giorno commensali alle nozze del figlio del re.

Tale contesto aiuta a capire lo stato di tensione e l'aria pesante che si è creata. Fino a questo punto l'iniziativa è stata prevalentemente di Gesù. Ora, a partire dal nostro brano, cambia il "regista". Sono gli avversari a prendere in mano le redini e a dirigere il gioco. Tentano di risalire la china, dopo essere stati precipitati nel baratro dell'abiezione dalle parole crude ma veraci di Gesù. Occorre salvare l'immagine e riprendersi la rivincita. Da qui tre tentativi(1) che sono, nell'ordine, il nostro brano, la questione sulla risurrezione dai morti e l'identificazione del comandamento più importante.

Si tratta di tre casi in cui domina la volontà perversa dei nemici di vincere Gesù. L'evangelista interviene direttamente a denunciare il loro malanimo nel primo e terzo caso(2). Nel secondo si perviene ad una conclusione analoga, osservando l'abnormità della proposta (la donna e i sette mariti) che sfocia nel grottesco e nell'assurdo. A livello letterario, la conferma viene, più avanti, dal v. 34: «Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme».

I tre casi presentano una coalizione che sarebbe più corretto definire una "associazione a delinquere". L'evangelista specifica l'identità degli oppositori: nel primo caso sono i discepoli dei farisei con gli erodiani (v. 16), nel secondo i sadducei (v. 23), nel terzo un dottore della legge, del gruppo dei farisei (v. 35). Poiché è risaputo che farisei, erodiani e sadducei erano gruppi diversi e inconciliabili per estrazione sociale, per dottrina teologica, per pensiero politico, si conclude che la coalizione "a largo spettro" è solo funzionale allo scopo: battere l'acerrimo e comune nemico, Gesù.

Per quanto concerne la struttura, il brano si muove con un'andatura classica e chiara(3). In forma schematica vi leggiamo: una introduzione (v. 15), la parte centrale costituita dalla disputa dove dominano dapprima gli avversari (vv. 16-17), e poi Gesù che prospetta qualcosa di nuovo (vv. 18-21), una conclusione (v. 22). La costruzione è armonica perché parte da un movimento di avvicinamento degli avversari per un conciliabolo nel tentativo di intrappolare Gesù, e si conclude con un loro allontanamento, non dopo aver accolto con sorpresa la risposta. Gli avversari accusano il colpo e devono registrare lo smacco. La contrapposizione è da notare anche nelle parole: gli avversari fanno riecheggiare parole "mielate" e subdolamente velenose, Gesù, invece, si esprime subito molto chiaramente, smascherando la malvagità degli interlocutori. Alla fine si impone la sua parola, accettata perché veritiera, coerente, completa.

Breve commento

In apertura del brano compaiono i farisei che battono in ritirata. La parabola degli invitati, appena conclusa, aveva azzerato la loro presuntuosa sicurezza. Essi potevano facilmente specchiarsi – e vergognarsi - negli invitati che avevano anteposto futili interessi all'invito a nozze del figlio del re. Al loro rifiuto segue la reazione che conclude la vicenda nel peggiore dei modi: «Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» (22,7). Seguendo la logica umana, la reazione sembra spropositata e perfino ingiusta. Alla luce dei fatti, quella frase esce dalla parabola e si colora di tragica realtà, essendo la "fotografia" della sorte del popolo e di Gerusalemme, il primo trucidato e la seconda distrutta dalla furia omicida dell'esercito romano. Correva l'anno settanta dopo Cristo.

Il ritiro dei farisei non segna una pausa delle ostilità contro Gesù. Essi si riuniscono per concertare un nuovo piano di attacco(4), sempre nella speranza che sia la volta buona per eliminare il pericoloso nemico. Le loro intenzioni malvagie sono conficcate nel verbo «per coglierlo in fallo»(5). Il lettore, ora in possesso di un'ideale bussola di comprensione, può facilmente intuire un'aria di tempesta che non lascia presagire nulla di buono. I farisei preferiscono rimanere nelle quinte e inviano i loro discepoli insieme agli erodiani(6). Costoro sono gli amici o i partigiani di Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea(7). La loro presenza denuncia l'intento di arrestare Gesù. Infatti, senza il loro appoggio, non era possibile intraprendere un'azione legale contro Gesù(8). Sapere che gli erodiani erano politicamente favorevoli ai romani, aiuta a capire il seguito, soprattutto la trappola.

Le parole iniziali degli avversari sono patinate di complimenti, forse con l'intento di guadagnarsi un'attenzione di primo piano. Possiamo intenderle come una captatio benevolentiae. A Gesù viene dato il titolo di «maestro». Potrebbe sembrare un modo abituale per indirizzarsi a persone che godono stima e fama, ma l'uso che ne fa Matteo è rivelatore: lo troviamo spesso in bocca a persone che sono spiritualmente distanti o ostili al Maestro(9). Meno usuale l'adulazione «sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità». È di conio biblico l'espressione «via di Dio»(10), che valorizza Gesù come colui che insegna la volontà di Dio, dimostrandosi così genuino maestro(11). Essi aggiungono un dato vero e incontestabile: «non guardi in faccia ad alcuno»(12). Infatti l'autonomia di Gesù risulta ben documentata anche dalle controversie che precedono il nostro brano. Egli è un uomo interiormente libero, alieno da qualsiasi servile dipendenza, sganciato da qualsiasi condizionamento, capace di esprimere con assoluta chiarezza e senza remore il proprio giudizio su fatti e persone. Gli avversari sono quasi costretti dalle circostanze a riconoscergli tale prerogativa.

Le parole seducenti lasciano subito il posto a quelle insidiose. La trappola è pronta a scattare: «Dicci, dunque, che te ne pare? È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Viene chiesto a Gesù di prendere una precisa e personale posizione su un argomento scottante, il pagamento delle tasse a Cesare. Questo è il nome comune dato a tutti gli imperatori di Roma. In quel momento regnava Tiberio(13). Il nocciolo della domanda non investe tanto la liceità del pagare le tasse, quanto il fatto che il denaro era dato all'occupante pagano. Il problema finanziario diventa questione politica e teologica. Per capire questo occorre, chiarire un poco la questione del tributo.

Le tasse sono un onere per tutti i contribuenti, ieri come oggi. Lo diventano ancora di più quando sono un segno di sudditanza. Quest'ultimo fattore gioca un ruolo pesante nella storia di Israele. Fin dal ritorno dall'esilio i giudei avevano pagato ai dominatori di turno: Persiani, Tolomei, Seleucidi, Romani. Il sistema tributario era fluttuante e la pressione fiscale si inaspriva in occasione di guerre. Quando la Giudea divenne provincia imperiale, la popolazione aveva alle spalle una lunga storia di gravami fiscali(14). Due erano le principali imposte dirette, quella fondiaria (tributum soli), pagata in natura, e quella sul reddito (tributum capitis), pagata in denaro. Questa era dovuta da tutti coloro che avessero compiuto il tredicesimo anno di età, fino al sessantesimo. Certamente nessuna tassa è amata, ma «la più odiata era, probabilmente, quella personale e sul reddito, gravante sul singolo individuo»(15). Quanto fosse invisa questa tassa, lo si percepisce dal nome stesso, che conserva la sua origine latina: la traduzione italiana «tributo» rende il greco kênson () che traslittera il latino census. Tale nome entra nella lingua ebraica e aramaica con il significato peggiorativo di «multa». Ogniqualvolta veniva pronunciata la parola «censo», essa evocava in un ebreo un pesante onere, segno della sua sudditanza(16). Quindi, sia la lingua greca, sia quella ebraica non fanno che traslitterare il nome latino. Il senso di dipendenza si percepiva anche solo nel pronunciare la parola «censo».

Si incrociano diversi motivi che rendono ostica questa tassa. Il giudeo che riconosceva l'autorità di Cesare metteva in dubbio la propria sottomissione a Dio. Inoltre la tassa somigliava a quella che ogni ebreo doveva pagare per il tempio (cfr. Mt 17,24). Perciò i mestatori politici, per creare confusione, cercavano di dare un significato religioso, equiparando il tributo a Cesare con quello per il tempio. Non fu mai intenzione dei Romani dare un significato religioso alle tasse, ma la domanda posta a Gesù sottende l'equivoco di scambiare un tributo puramente fiscale in tributo religioso.

C'era sufficiente materiale per formare una pericolosa miscela esplosiva. Bastava poco perché la situazione scoppiasse, con conseguenze non facilmente prevedibili. La questione non nasceva in questo momento. Da tempo gli ebrei si interrogavano sul problema, ma avevano maturato soluzioni diverse e contrastanti. Gli erodiani erano favorevoli al pagamento del tributo, in quanto molto legati a Roma. I farisei erano rassegnati al pagamento, in cambio della libertà religiosa di cui godevano. Il gruppo degli zeloti era decisamente contrario(17).

Ora è Gesù che deve manifestare la sua personale opinione: «Dicci dunque il tuo parere (lett: dicci che cosa ti sembra)». La domanda era ben congegnata, pronta a far scattare la trappola: «È lecito o no…». Sembra che Gesù debba scegliere tra l'accoglienza del tributo da pagare o il suo rifiuto. Nella prima ipotesi, si sarebbe rivelato filoromano, rinnegando o adombrando il pensiero giudaico che considerava una sudditanza il pagamento. Nel caso avesse sostenuto l'illegittimità della tassa, si poneva in rotta di collisione con i Romani. Gli erodiani sarebbero stati pronti a denunciarlo come un sovvertitore dell'ordine pubblico, un ribelle alle leggi di Roma. Qui si comprende meglio l'importanza della loro presenza. Molto subdolamente i farisei li hanno arruolati e inseriti in una lega, eterogenea nei membri, ma omogenea nella finalità.

Gesù reagisce denunciando subito la cattiveria della domanda e mostrando di saper leggere le intenzioni. Bolla i suoi avversari con il pesante titolo di «ipocriti»(18). Sposta quindi la domanda dal piano puramente teorico a quello pratico, chiedendo di avere una moneta. Il termine greco nómisma (), usato solo qui in tutto il NT, significa propriamente «moneta legale». Gli viene presentato un «denaro»(19), una moneta d'argento dell'impero, con la quale nelle provincie si pagava il tributo all'imperatore. La richiesta di Gesù di vedere una moneta è immediatamente soddisfatta: ciò significa la facilità di reperire tale moneta in tasca ai suoi interlocutori e la loro disponibilità a farne uso. Quindi i giudei portano con sé il denaro romano(20) e, com'è facile presumere, ne fanno uso regolare.

Ora, secondo la tecnica della controversia, Gesù pone una controdomanda circa l'identità dell'effigie e l'iscrizione, i due segni inequivocabili di appartenenza. I suoi avversari rispondono che immagine e iscrizione sono di Cesare. L'immagine era quella dell'imperatore Tiberio, ornata con una corona d'alloro tipica della dignità divina. Sua era anche l'iscrizione che lo proclamava «figlio del divino Augusto» e «sommo pontefice» (21). Non si vergognano di far circolare una valuta pagana, segno della loro sottomissione all'occupante straniero. Nella prassi smentiscono quanto in teoria vogliono sostenere e che hanno implicitamente racchiuso nell'insidiosa domanda.

A questo punto Gesù dà la risposta completa, costruita in modo simmetrico: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»(22). Ciò che appartiene a Cesare è ben definito nel contesto immediato della discussione: è il denaro, simbolo del potere economico e amministrativo. I giudei facevano uso della moneta romana con notevoli vantaggi. Perciò, dovevano anche assoggettarsi agli obblighi civili che non interferivano su quelli religiosi. Sul pagamento delle tasse non si pone nessuna questione di principio. Il resto è di Dio(23). Per Lui si deve avere una donazione totale, che antepone gli interessi del regno e fa posporre gli affetti familiari (cfr. Mt 10,34-37). Non viene detto espressamente che cosa appartenga a Dio.

La salomonica risposta di Gesù trova impreparati i suoi avversari che restano meravigliati. Non rimane loro che andarsene. Volevano tendere un laccio a Gesù e sono rimasti intrappolati dalla parola di verità, quella che inchioda all'evidenza di una logica che supera la miopia umana.

Il peso teologico dell'episodio gravita attorno alla risposta di Gesù. Una più approfondita analisi consentirà di cogliere meglio il senso delle sue parole. Esponiamo dapprima alcune opinioni di autori, per passare poi ad una nostra proposta.

Le parole di Gesù nel pensiero di alcuni autori

Qualche autore corre il rischio di sovrapporre la mentalità moderna alla risposta di Gesù, vedendovi una distinzione tra sana laicità e libertà religiosa. Così si esprime R. Fabris: «L'integra e totale dedizione a Dio, unico Signore, non ammette compromessi e compartecipazioni con qualsiasi Signore e potere concorrente, Mt 6,24. L'accento della risposta di Gesù è su questo versante religioso che denuncia sia la commistione teocratica – il Cesare divinizzato – come l'interferenza del religioso nel politico. La fedeltà all'opzione religiosa è la migliore garanzia per una sana laicità della prassi politica e nello stesso tempo offre la piattaforma per fondare la libertà religiosa»(24). Le osservazioni, corrette e pertinenti, risentono troppo della nostra sensibilità e della problematica che ha reso incandescenti non pochi periodi della storia anche recente.

Sul versante opposto, qualcuno mette in luce la correlazione tra sacro e profano, dichiarando che si può esprimere la propria lealtà a Dio, senza disattendere la lealtà allo Stato(25). In parte è vero, anche se ancora una volta sono applicate categorie moderne, alcune delle quali richiamano un miscuglio che tanto piace alle moderne sette religiose.

Altri sono più attenti ad una ripercussione interiore. S. Fausti rimanda al mondo più propriamente religioso: «Tutto è di Dio. Non nel senso che lui se ne appropria, ma che lo dona a tutti. Per questo è Dio! Il suo potere lo conosce il Figlio – colui che ha verso i fratelli lo stesso atteggiamento di amore e rispetto che il Padre ha verso di lui. È un potere di mitezza, dono e servizio: convive con il potere di violenza, possesso e dominio, e lo vince senza combatterlo, come la luce vince la tenebra, il dono la rapina, l'amore l'egoismo. […] Dare a Dio ciò che è di Dio significa vivere la libertà e la fraternità possibile qui e ora. Le condizioni più impossibili portano alla testimonianza più pura e assoluta: il martirio. Lo Spirito ci suggerirà, di volta in volta, cosa dire e fare (cf. 10,19s). Allora sapremo che cosa dare o non dare a Cesare»(26). J. Radermakers rimanda all'interiorità della persona: «Più in profondità, Gesù rinvia i suoi avversari a loro stessi: Rendete a Dio ciò che gli spetta, cioè tutta la vostra persona. E così vengono rimessi in libertà di fronte a Dio; sta ad essi di assumere in maniera conseguente le loro responsabilità nella società degli uomini»(27). Anche costoro propongono riflessioni sagge, ma scivolano via dalla questione iniziale, quasi trascurando l'interpellanza a cui Gesù ha dato una risposta.

Qualcun altro mette in luce l'abilità di Gesù che privilegia la seconda parte della risposta a scapito della prima(28), e qualcuno ancora si pone alla confluenza di più strade, anche se esprime una sua preferenza(29).

La recensione di alcune opinioni ha convalidato l'affermazione iniziale di una pluralità di letture che, senza essere necessariamente concorrenti, mancano di sintesi e non rispondono bene alla domanda posta dagli avversari di Gesù. Egli non è né evasivo, né generico: fornisce una precisa risposta che soddisfa i suoi interlocutori.

Una nuova attenzione

Nessun autore ha dato eccessivo rilievo al versetto finale e soprattutto al verbo «rimasero sorpresi» (), reso in altri casi con «si meravigliarono»(30). Essendo dei nemici che parlano a Gesù per tendergli un trabocchetto e che si aspettano una sua parola da usare contro lui, la reazione più attesa sarebbe quella dello scandalo, di una sorpresa al negativo. Invece è una sorpresa al positivo. Possiamo meglio documentare la nostra osservazione proponendo una breve rassegna del verbo thaumazô () nel vangelo secondo Matteo.

Il verbo vi ricorre sette volte(31). In quattro casi sono le folle o i discepoli che si meravigliano davanti a qualcosa di straordinario, miracolo o altro (8,27; 9,33; 15,31; 21,20). Una volta è Gesù stesso a meravigliarsi, quando sente le sagge parole del centurione di Cafarnao (8,10). Infine, viene registrata la sorpresa di Pilato, che si meraviglia davanti al silenzio di Gesù che non reagisce alle accuse dei suoi nemici (27,14). Nei sei casi appena elencati, si tratta di una meraviglia positiva. Abbastanza logico pensare che lo sia anche nel nostro passo. Tale lettura è avvalorata dalla tradizione sinottica, dove, nel passo parallelo, troviamo il «restavano meravigliati(32) di lui» in Mc 12,17 e il «meravigliati per la sua risposta, stettero zitti» in Lc 20,26. Marco e Luca confermano che si è trattato di una reazione positiva. L'uso negativo del verbo è riportato dal IV Vangelo, quando riferisce degli avversari (Gv 5,20.28; 7,15.21): il termine indica lo scandalo che Gesù suscita nel suo operato(33).

Accettato il senso positivo del verbo(34), occorre tener presente che gli avversari di Gesù sono i discepoli dei farisei e gli erodiani, due gruppi che politicamente e teologicamente avevano idee parecchio distanti. Se tutti rimangono sorpresi della parola di Gesù e si ritirano in buon ordine, significa che non hanno nulla da eccepire. In qualche modo si rispecchiano in tale risposta.

Gli erodiani non possono accusare Gesù di essere un sovversivo o un antiromano, perché riconosce il diritto dell'imperatore. La domanda formulata verteva proprio sulla tassa: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Gesù ne ammette la liceità. Sull'altro versante, i farisei sentono che il diritto di Roma è integrato e avvalorato dal diritto di Dio. Non sono bendisposti nei confronti dei Romani, tuttavia alimentano la speranza che un giorno la situazione cambierà, come citato in questa preghiera: «Affretti Dio su Israele la sua misericordia; ci libererà dalla sozzura di nemici impuri. Il Signore è nostro re, in eterno e per sempre»(35). Anch'essi si ritrovano nella risposta di Gesù.

All'aut…aut della domanda sembrerebbe far da contrappunto l'et…et della risposta. La cosa non convince. Non si esce dal problema in uno stato di parità. Come in tanti altri casi, Gesù non si limita a risolvere una questione, sia pure spinosa, ma apre prospettive inedite e impensabili. Non la questione teorica della liceità del potere politico, bensì la sua persona era l'oggetto, non dichiarato, della controversia. Non concordo quindi con l'opinione di chi distingue il nostro brano come una disputa di carattere politico, in opposizione alle due successive di contenuto religioso(36). Se di politica si vuol parlare, sarà bene chiarire i termini.

Politically correct

Il termine "politica" ha un doppio uso, generico e specifico. Quello specifico riguarda lo Stato, i partiti, i diritti dei cittadini e altro ancora(37). Quello generico riguarda la linea di condotta di una persona o di una istituzione (politica del presidente, politica di una banca): «In sostanza, con tale idea noi prendiamo in esame l'azione umana dal solo punto di vista della sua idoneità a raggiungere qualunque risultato»(38).

La risposta di Gesù è "politica" nell'uso generico e non specifico del termine. Egli raggiunge lo scopo in due modi, creando unità e richiamando le esigenze di Dio.

La discussione è servita a togliere l'illusione che una lotta contro l'autorità politica sia sufficiente a ridare smalto all'anemica vita spirituale del popolo. La storia della salvezza radica il cristiano nella concretezza del quotidiano, lo fa giocare in attacco e non in difesa, lo impegna per la costruzione della città terrena e gli conferisce la "doppia cittadinanza", quella terrena e quella celeste. Scriveva Paolo VI: «La nascita di una civiltà urbana non è una vera sfida alla saggezza dell'uomo, alla sua capacità organizzativa, alla sua immaginazione verso il futuro? [...] Che i cristiani coscienti di questa nuova responsabilità, non perdano coraggio davanti all'immensità della città senza volto, ma si ricordino del profeta Giona [...] Nella Bibbia la città è sovente il luogo del peccato e dell'orgoglio; orgoglio di un uomo che si sente abbastanza sicuro di costruire la sua vita senza Dio, e persino per affermarsi potente contro di lui; ma esso è anche Gerusalemme, la città santa, il luogo dell'incontro con Dio, la promessa della città che scende dall'alto»(39). La maturità cristiana consiste anche nella capacità di lavorare, gomito a gomito, con ogni uomo e con ogni istituzione, animati da buona volontà per costruire la città umana. Viene così superata ogni discriminazione religiosa, etnica, sociale.

Gesù chiede di andare oltre. Stabilito il diritto di Cesare e il dovere del popolo nei suoi confronti, Gesù rivendica il diritto di Dio. Lo rivendica come primo. Il collegamento tra i due membri (Cesare-Dio) va letto piuttosto come un «ma»: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare, ma a Dio quello che è di Dio». Quasi a dire: «Sta bene il diritto di Cesare, ma non dimenticate e soprattutto anteponete il diritto di Dio». Gesù anticipa, con parole diverse, l'esigenza del comandamento più importante, come dirà poco dopo (cfr. Mt 22,34-40). L'esigenza di Dio trascina con sé l'esigenza di rispettare il diritto dell'imperatore. Dio rimane comunque il primo e fonda il diritto dell'uomo. Perciò è da escludere una lettura et…et e va privilegiato un «ma». Stabilito questo nesso, ne deriva che in caso di conflitto, dovrà essere salvaguardato il diritto di Dio(40). Altrimenti, in situazione ordinaria, si profila una coesistenza: così intenderà la comunità primitiva il suo rapporto con lo Stato (cfr. Rm 13,1-7; 1Pt 2,13-17), compreso il dovere di pagare le tasse (cfr. Rm 13,7).

La risposta di Gesù è la trasposizione in parole del suo atteggiamento. Egli ha conservato nella sua vita una grande attenzione al Padre e agli uomini. Si è sottomesso a Maria e a Giuseppe, ha accettato un giudizio degli uomini, anche se iniquo, ha sempre conservato il suo legame con il Padre, ponendolo al di sopra di tutto. Era un primato che includeva tutto il resto. Ha sempre fatto nella sua vita una lettura teologica complessiva, orientando verso una pienezza(41).

In questa visione completa e integrale sta il politically correct, riconosciuto da erodiani e da farisei. La novità scaturisce dalla capacità di Gesù di una visione "olistica" della realtà e dalla sua sensibilità nel riferire tutto a Dio. La sua vita certifica e conferma quanto espresso a parole. Perciò il brano lascia trasparire la finezza cristologica che supera di gran lunga la questione, occasionale e marginale, di pagare il tributo a Cesare.


NOTE


(1) Qualcuno parla di un blocco di quattro controversie, cfr. A. Poppi, Sinossi dei quattro vangeli. Commento, Messaggero, Padova 1988, p. 109; D.J. Harrington, The Gospel of Matthew, The Liturgical Press, Collegeville 1991, p. 310. In effetti il numero corrisponde, però preferiamo isolare la quarta controversia, quella relativa al figlio di Davide e suo Signore (22,41-45), perché qui l'iniziativa della discussione è presa da Gesù. Inoltre, questo brano possiede una polemica non velenosa, a differenza dei tre precedenti. Concorda nel riconoscere tre dispute A. Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (VC) 1995, p. 385.

(2) «Tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo (= prendere al laccio) nei suoi discorsi» (22,15); «lo interrogò per metterlo alla prova (= tentare)» (22,34).

(3) È riportato anche da Mc 12,13-17 e da Lc 20,20-25 senza sostanziale differenza.

(4) Matteo usa l'espressione «tenere consiglio» in altri quattro casi (12,15; 27,1.7; 28,12) e sempre si tratta di capi che complottano contro Gesù.

(5) Unica ricorrenza del verbo in tutto il NT. Il verbo  è sconosciuto nella letteratura greca prima degli scritti cristiani.

(6) Matteo li cita solo in questo passo. Sono presenti in Mc 3,6; 12,13. Di loro non si parlerà più in tutto il NT.

(7) Sulla loro precisa identità gli storici non concordano: potrebbero essere funzionari dei principi erodiani o membri della loro parentela, oppure partigiani di un vero messianismo politico, legati alla famiglia di Erode, cfr. Dizionario enciclopedico della Bibbia, Borla – Città Nuova, Roma 1995, p. 491.

(8) Cfr. nota TOB a Mc 3,6.

(9) Tra gli esempi citiamo Mt 9,11; 12,38; 17,24; 22,24; 22,36.

(10) Cfr. per l'AT Dt 8,6; 10,12 e per il NT At 9,2; 18,26; 19,9.

(11) L'originale greco sottolinea bene il richiamo tra il titolo «maestro» () e il verbo «insegnare» ().

(12) Anche questa frase gode di una ricca documentazione biblica: Lv 19,15; Dt 10,17; 1Sam 16,7; Gb 42,8; At 10.34; Rm 2,11; Gal 2,6; Ef 6,9; Col 3,25; Gc 2,9; 1Pt 1,17.

(13) Regna dal 14 al 37 d.C.

(14) Con la conquista ad opera di Pompeo nel 63 a.C. la Giudea diventa tributaria di Roma, versando una somma considerevole. Secondo Giuseppe Flavio, al tempo di Archelao erano versati quattrocento (Bell II, § 97) o seicento talenti (Ant XVII § 320).

(15) M. Hengel, Gli Zeloti, Paideia, Brescia 1996, p. 173.

(16) Scrive E. Schürer, Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo, II, Paideia, Brescia 1987, p. 478: «Se, al contrario, si anteponeva a tutto la fede nell'elezione di Israele, il soggiogamento del popolo di Dio ai pagani appariva come una mostruosità da rimuovere ad ogni costo. Israele non doveva riconoscere altra sovranità se non quella di Dio e del suo unto della casa di David. Il dominio dei pagani era contrario alla Scrittura. Da questo punto di vista, era discutibile non solo se si dovesse, ma sinanche se fosse legittimo obbedire alle autorità pagane, pagando loro il tributo richiesto (Mt. 22,17ss.; Mc. 12,14ss.; Lc. 20,22ss.).

(17) Illuminante la testimonianza di Giuseppe Flavio su Giuda il Galileo: «Sotto di lui (= il procuratore Caponio, inviato dall'imperatore in Giudea nel 6 d.C.) un Galileo di nome Giuda spinse gli abitanti alla ribellione, colmandoli di ingiurie se avessero continuato a pagare il tributo ai romani e ad avere, oltre a Dio, padroni mortali» (Bell II § 118).

(18) Matteo è il più severo tra i sinottici perché parla di «malvagità» e poi affibbia il titolo di «ipocriti». Marco parla di «ipocrisia», Luca di «perfidia», senza altra aggiunta.

(19) In Mt 20,2 un denaro era la paga giornaliera di un lavoratore.

(20) Esso circolava insieme alla valuta giudaica. Questa era richiesta in alcuni casi, ad esempio per le offerte al tempio. Perciò erano disponibili nell'area del tempio i cambiavalute, a cui Gesù rovesciò i tavoli in Mt 21,12. Per il cambio valutario, si veda Mc 12,42: «due spiccioli (lett: leptà) cioè un quadrante»: la prima è la valuta giudaica, la seconda l'equivalente (approssimativo) in valuta romana.

(21) Le monete coniate sotto di regno di Tiberio portavano l'immagine dell'imperatore, nell'esergo l'iscrizione Tiberius Caesar divi Augusti filius Augustus e nel rovescio: Pontifex Maximus.

(22) A livello lessicale è da notare una differenza: mentre la domanda contiene il verbo «dare» (dounai, da  il tributo a Cesare, la risposta usa il composto (apodote, da ) con il senso di «pagare», forse per indicare qualche cosa di «dovuto».

(23) Si vedano le acute osservazioni di C.H. Giblin, "The Things of God" in the Question Concerning Tribute to Caesar (Lk 20:25; Mk 12,17; Mt22:21), in «Catholic Biblical Quarterly» 33 (1971) pp. 510-527.

(24) Matteo, Borla 21996, p. 468.

(25) R.T. France, Matthew, Inter-Varsity, Leicester 1985, pp. 315-316: «This is not a rigid division of life into the 'sacred' and the 'secular', but rather a recognition that the 'secular' finds its proper place within the overriding claim of the 'sacred'. What should happen when the two conflict is not at issue here; in the political situation of Jesus' time he, unlike the 'Zealots', clearly sees no such conflict».

(26) Una comunità legge il Vangelo di Matteo, II, EDB, Bologna 1999, pp. 441-442.

(27) Lettura pastorale del Vangelo di Matteo, EDB, Bologna 41992, p. 289. Tertulliano interpreta così: «Rendi a Cesare una moneta, e a Dio te stesso» (De idolatria, 15 o Adversus Marcionem IV, 38,3).

(28) Cfr. D.J. Harrington, The Gospel of Matthew, The Liturgical Press, Collegeville 1991, p. 311: «Matthew was more interested in Jesus' skill in getting out of his opponents' trap and in his challenge to pay as much (and more) attention to "God's things" as to "Caesar's things"».

(29) Cfr. P. Bonnard, L'Évangile selon saint Matthieu, Delachaux, Neuchâtel 21970, pp. 322-23, che propone tre possibilità, privilegiando l'ultima:

- Interpretazione ironica: il problema non interessa Gesù e l'espressione di rendere a Cesare ciò che è suo è come una battuta senza valore. Certo bisogna dargli ciò che è suo, ma che importa questo, se il regno di Dio pone fine a tutti i regni della terra?

- Interpretazione antizelota: Gesù si oppone al rifiuto di pagare le tasse, ma la sua risposta non contiene nessuna dottrina positiva sullo Stato. Sembra che egli voglia far notare ai farisei che, interessandosi di una questione secondaria, lasciano perdere ciò che vale di più, il pentimento.

- Interpretazione centrata sui due regni: non solo Gesù raccomanda di pagare la tassa, ma la risposta contiene in forma embrionale un apprezzamento sul ruolo dello Stato, nella linea di certe dottrine giudaiche del tempo secondo le quali i grandi ricevono la loro autorità da Dio (Dn 2,21.37; Pro 8,15s; Sap 6,1-11; Rm 13,1ss). Il regno di Dio è inaugurato, però i regni di questo mondo conservano un'autorità legittima, anche se provvisoria.

(30) Un po' di attenzione, anche se orientata di più al cambiamento di oggetto, è data da D.J. Harrington, The Gospel of Matthew, cit., p. 310: «Their amazement is usually explained with reference to the fact that Jesus avoided giving too much offence to various Jewish groups. But they may have been even more amazed at his skill in transposing the discussion to talk about God instead of Caesar».

(31) Quattro in Marco, tredici in Luca, sei in Giovanni.

(32) Marco usa l'imperfetto del composto , con il senso intensivo «restavano molto meravigliati». L'imperfetto denota un'azione che si prolunga nel passato.

(33) Cfr. F. Annen, , in: H. Balz – G. Schneider, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, I, Paideia, Brescia 1995, col. 1600.

(34) Un parere contrario è espresso da J. Gnilka, Das Matthäusevangelium, II, Herder, Freiburg Basel Wien 1988, p. 249: «Das Verwundern der Gegner ist nicht Aufbruch zu einem Gesinnungswandel. Es ist eine Mischung von Bewunderung und Unverständnis».

(35) Salmo di Salomone, 17:, citato da P. Grelot, La speranza ebraica al tempo di Gesù, Borla, Roma 1981, p. 98.

(36) Cfr. A. Mello, Evangelo secondo Matteo, cit., p. 386.

(37) Aristotele inizia così il suo trattato sulla politica: «Poiché vediamo che ogni stato (=polis) è una comunità e ogni comunità si costituisce in vista di un bene (perché proprio in grazia di quel che pare bene tutti compiono tutto), è evidente che tutte tendano a un bene, e particolarmente al bene più importante tra tutti, quella che è di tutte la più importante e tutte le altre comprende: questa è il cosiddetto "stato" e cioè la comunità statale», Politica, I,1, in: Aristotele, Opere, 9, Laterza, Bari 1991, p. 3.

(38) Grande Dizionario Enciclopedico, XIV, UTET, Torino 1970, p. 822.

(39) Octogesima Adveniens (14.05.1971), nn. 10.12.

(40) Si vedano, ad esempio, la ferma decisione di Pietro di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, At 4,19; 5,29, e il giudizio negativo e la caduta di Babilonia, Ap 17-18.

(41) Qualcosa di analogo leggiamo nel comportamento di Gamaliele, At 5,34-39, che interpreta la storia passata e presente alla luce di un criterio teologico.



[Mauro Orsatti]

Summary
The purpose of this article is to join the discussion of Mt 22:15-22 and to suggest that Matthew wanted to show how authority has to be honoured, without necessarily implying that God and Ceasar are in conflict. "Politically correct" means that Jesus offers a "holistic" view of the life and requires the primacy of God. As he did. The question concerning tribute to Caesar turns into a cristological matter.


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