Pontificia opera per le vocazioni ecclesiastiche



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PONTIFICIA OPERA PER LE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE

NUOVE VOCAZIONI
PER UNA NUOVA EUROPA


Documento finale del Congresso sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa

Roma, 5-10 maggio 1997



INTRODUZIONE

Rendiamo grazie a Dio

1. Benedetto sia l'Onnipotente Dio che ha benedetto la terra d'Europa con ogni benedizione spirituale, in Cristo e nel suo santo Spirito (cfr. Ef 1, 3).

Noi Gli rendiamo grazie per aver chiamato dagli inizi dell'era cristiana questo continente a essere centro d'irradiazione della buona novella della fede, e a manifestare nel mondo la Sua universale paternità. Gli rendiamo grazie perché ha benedetto questo suolo con il sangue dei martiri e il dono di innumerevoli vocazioni al sacerdozio, al diaconato, alla vita consacrata nelle sue varie forme, dalla vita monastica agl'istituti secolari. Gli rendiamo grazie perché il Suo santo Spirito non cessa ancor oggi di chiamare i figli di questa Chiesa a farsi annunciatori del messaggio di salvezza in ogni parte del mondo, ed altri ancora a testimoniare la verità del Vangelo che salva, nella vita matrimoniale e professionale, nella cultura e nella politica, nell'arte e nello sport, nei rapporti umani e di lavoro, ognuno secondo il dono e la missione ricevuti. Gli rendiamo grazie perché Lui è la voce che chiama e dà il coraggio di rispondere, è il pastore che guida e sostiene la fedeltà d'ogni giorno, è via, verità e vita per tutti coloro che sono chiamati a realizzare in sé il progetto del Padre.



Il Congresso Europeo Vocazionale

2. Riuniti in Roma, dal 5 al 10 maggio 1997, per il Congresso sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa,(1) abbiamo posto nelle mani del Padrone della messe i lavori del Congresso stesso, ma soprattutto l'ansia della Chiesa che è in Europa, in questo tempo difficile e pure formidabile, assieme alla gratitudine verso il Dio che è fonte d'ogni consolazione e autore d'ogni vocazione.

Riuniti in Roma abbiamo affidato a Maria, l'immagine riuscita della creatura chiamata dal Creatore, coloro che Dio ancor oggi continua a chiamare. Ai santi Pietro e Paolo e a tutti i santi e martiri di questa e d'ogni città e Chiesa europea, del passato e del presente, affidiamo ora questo documento. Riesca esso a esprimere e condividere quella ricchezza che ci è stata donata nei giorni dell'assemblea romana, così come un tempo i martiri e i santi hanno reso testimonianza dell'amore dell'Eterno.

Il Congresso, in effetti, è stato un evento di grazia: la condivisione fraterna, l'approfondimento dottrinale, l'incontro dei vari carismi, lo scambio delle diverse esperienze e fatiche in atto nelle Chiese dell'Est e dell'Ovest hanno arricchito tutti e ognuno. Hanno confermato in ciascun partecipante la volontà di continuare a lavorare con passione nel campo vocazionale, nonostante l'esiguità dei risultati in alcune Chiese del vecchio continente.



La forza della speranza

3. Dal Documento di lavoro del Congresso alle Proposizioni conclusive, dal Discorso del S. Padre ai partecipanti al Messaggio per le comunità ecclesiali, dagli interventi in aula alle discussioni nei gruppi di studio, dagli scambi informali alle testimonianze, c'è stato come un filo rosso che ha legato tra loro tutti gli atti e ogni momento di questo convegno: la speranza. Una speranza più forte d'ogni timore e d'ogni dubbio, quella speranza che ha sostenuto la fede dei nostri fratelli delle Chiese dell'Est in tempi in cui duro e rischioso era credere e sperare, e che ora è premiata da una rinnovata fioritura di vocazioni, com'è stato testimoniato al convegno.

A questi fratelli siamo profondamente grati, come a tutti quei credenti che continuano a testimoniare che la « speranza è il segreto della vita cristiana. Essa è il respiro assolutamente necessario sul fronte della missione della Chiesa e in particolare della pastorale vocazionale (...). Occorre quindi rigenerarla nei presbiteri, negli educatori, nelle famiglie cristiane, nelle famiglie religiose, negli Istituti Secolari. Insomma in tutti coloro che devono servire la vita accanto alle nuove generazioni ».(2)

Scriviamo a voi, ragazzi, adolescenti e giovani ...

4. Forti di questa speranza ci rivolgiamo a voi, ragazzi, adolescenti e giovani, anzitutto, perché nella scelta del vostro futuro accogliate il progetto che Dio ha su di voi: sarete felici e pienamente realizzati solo disponendovi a realizzare il sogno del Creatore sulla creatura. Quanto vorremmo che questo scritto fosse come una lettera indirizzata a ciascuno di voi, in cui possiate sentire, con l'aiuto dei vostri educatori, la premura della madre-Chiesa per ciascuno dei suoi figli, quella premura tutta particolare che una madre ha per i più giovani dei suoi figli. Una lettera in cui possiate riconoscere i vostri problemi, le domande che abitano il vostro cuore giovane e le risposte che vengono da Colui che è l'amico perennemente giovane delle anime vostre, l'unico che può dirvi la verità! Sappiatelo, cari giovani, la Chiesa segue trepida i vostri passi e le vostre scelte. E come sarebbe bello se questa lettera suscitasse in voi una qualche risposta, per un dialogo da continuare con chi vi guida...



... a voi, genitori ed educatori ...

5. Ricchi della medesima speranza ci rivolgiamo a voi genitori, da Dio chiamati a collaborare con la sua volontà di dare la vita, e a voieducatori, insegnanti, catechisti e animatori, da Dio chiamati a collaborare in vario modo al suo disegno di formare alla vita. Vorremmo dirvi quanto la Chiesa apprezzi la vostra vocazione, e quanto s'affidi a essa per promuovere la vocazione dei vostri figli e una vera e propria cultura vocazionale.

Voi genitori siete anche i primi naturali educatori vocazionali, mentre voi formatori non siete solo istruttori che introducono alle scelte esistenziali: siete chiamati voi pure a generare la vita nelle giovani esistenze che aprite al futuro. La vostra fedeltà alla chiamata di Dio è mediazione preziosa e insostituibile perché i vostri figli e alunni possano scoprire la loro personale vocazione, perché « abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza » (Gv 10, 10).

... a voi, pastori e presbiteri, consacrati e consacrate ...

6. Sempre con la speranza in cuore ci rivolgiamo a voi presbiteri e a voi consacrati e consacrate, nella vita religiosa e negli istituti secolari. Voi che avete sentito una particolare chiamata a seguire il Signore in una vita tutta dedicata a Lui, siete anche particolarmente chiamati, tutti senz'alcuna eccezione, a testimoniare la bellezza della sequela.

Sappiamo quanto oggi sia difficile questo annuncio e quanto sia facile la tentazione dello scoraggiamento quando la fatica sembra inutile. « La pastorale vocazionale costituisce il ministero più difficile e più delicato ».(3) Ma vorremmo anche ricordare che non c'è nulla di più esaltante d'una testimonianza così appassionata della propria vocazione da saperla rendere contagiosa. Nulla è più logico e coerente d'una vocazione che genera altre vocazioni e vi rende a pieno titolo « padri » e « madri ». In particolare vorremmo con questo scritto rivolgerci non solo a chi ha un incarico esplicito nella promozione vocazionale, ma anche a chi di voi non è impegnato direttamente in essa, o a chi ritiene di non aver alcun obbligo in tale direzione.

Vorremmo ricordare a costoro che solo una testimonianza corale rende efficace l'animazione vocazionale, e che la cosiddetta crisi vocazionale è prima di tutto legata alla latitanza di qualche testimone che rende debole il messaggio. In una Chiesa tutta vocazionale, tutti sono animatori vocazionali. Beati voi, allora, se saprete dire con la vostra vita che servire Dio è bello e appagante, e svelare che in Lui, il Vivente, è nascosta l'identità d'ogni vivente (cfr. Col 3, 3).



... a tutto il popolo di Dio che è in Europa

7. Infine vorremmo essere « samaritani della speranza » per quei fratelli e sorelle con cui condividiamo la fatica del cammino. Vorremmo indirizzare a tutto il popolo di Dio, peregrinante in questa terra antica e benedetta, nelle Chiese dell'Est e dell'Ovest, lo stesso messaggio di speranza. Da qui un tempo si diffuse l'annuncio della buona novella, grazie al coraggio di molti evangelizzatori che pagarono anche con il sangue la loro testimonianza. Ancora oggi, noi vogliamo credere, lo Spirito del Padre chiama.

Egli invia per le strade del mondo i figli di questa terra generosa dalle radici cristiane, ma bisognosa essa stessa di nuova evangelizzazione e di nuovi evangelizzatori. Anche noi, allora, ci presentiamo al Signore, come gli Apostoli un tempo, con la coscienza della nostra povertà e dei bisogni di questa Chiesa: « Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla » (Lc 5, 5). Ma vogliamo soprattutto, « sulla sua parola », credere e sperare che, come allora, il Signore può riempire anche oggi con una pesca miracolosa le barche dei suoi apostoli e trasformare ogni credente in pescatore di uomini.

Dal Congresso alla vita

8. Scopo, allora, del presente documento è quello di condividere con tutti voi l'evento di grazia che il Congresso è stato. Senza pretendere di farne una sintesi accurata, né presumere di esporre un trattato sistematico sulla vocazione, vorremmo fraternamente mettere a disposizione della Chiesa tutta, che è in Europa e fuori d'Europa, nelle sue varie denominazioni cristiane, i frutti più significativi del Congresso stesso.

Lo stile cercherà di esprimere il più possibile la volontà di farci capire da tutti, poiché tutti indistintamente sono chiamati a realizzare la propria vocazione e a promuovere quella di chi è loro prossimo.

Sarà tale soprattutto da coniugare tra loro riflessione teologica e prassi pastorale, proposta teorica e indicazione pedagogica, per offrire un aiuto concreto e pratico a quanti operano nell'animazione vocazionale.

Non abbiamo alcuna pretesa di dire tutto, non solo per non ripetere quanto altri documenti hanno già ottimamente detto al riguardo,(4) ma per rimanere aperti al mistero, a quel mistero che avvolge la vita e la chiamata d'ogni essere umano, a quel mistero che è anche il cammino di discernimento vocazionale e che solo nel momento della morte si compirà. O la pastorale vocazionale è mistagogica, e dunque parte e riparte dal Mistero (di Dio) per ricondurre al mistero (dell'uomo), o non è.

Le parti del documento

9. Concretamente il presente testo segue la logica che ha guidato i lavori del Congresso: dal concreto dell'esistenza alla riflessione, per tornare ancora al concreto esistenziale. È con la realtà d'ogni giorno che deve misurarsi la pastorale vocazionale, proprio perché è pastorale in funzione e al servizio della vita. Di conseguenza partiremo con un tentativo di rilevamento della situazione, per poi analizzare il tema della vocazione dal punto di vista teologico, e dare dunque un fondamento, una indispensabile struttura di riferimento a tutto il seguito del discorso.

A questo punto inizia la parte più applicativa: di tipo pastorale, anzitutto, o di grandi strategie d'intervento, e poi di tipo più pedagogico. Sarà utile per identificare almeno alcune piste orientative sul piano del metodo e della prassi quotidiana. E forse proprio questo aspetto è il più carente e il più atteso dagli operatori pastorali.

PARTE PRIMA

LA SITUAZIONE VOCAZIONALE EUROPEA OGGI

« La messe è molta, ma gli operai sono pochi » (Mt 9, 37)



Questa prima parte costituisce uno sguardo sapienziale sull'Europa, nella consapevolezza della sua complessità culturale, in cui sembra essere egemone un modello antropologico di « uomo senza vocazione ». La nuova evangelizzazione deve riannunciare il senso forte della vita come « vocazione », nel suo fondamentale appello alla santità, ricreando una cultura favorevole alle diverse vocazioni ed atta a promuovere un vero salto di qualità nella pastorale vocazionale.

« Nuove vocazioni per una nuova Europa »

10. Il tema del Congresso (« Nuove vocazioni per una nuova Europa ») va direttamente al cuore del problema: oggi in un'Europa nuova rispetto al passato c'è bisogno di vocazioni altrettanto « nuove ». È necessario giustificare l'affermazione per capire il senso di questa novità, e coglierne il rapporto con la pastorale « tradizionale » delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Non ci accontenteremo allora di fotografare la situazione e di enumerare dati, ma vedremo di cogliere in quale direzione vada la novità e il bisogno di vocazioni che da essa scaturisce.

Allo stesso tempo leggeremo la situazione che s'è determinata al presente, a partire dall'espressione di Gesù dinanzi alla missione che l'attendeva: « La messe è molta, ma gli operai sono pochi » (Mt 9, 37). Queste parole continuano a essere vere e costituiscono una preziosa chiave di lettura dell'attualità. In qualche maniera ritroviamo in esse la giusta misura della nostra azione e la giusta proporzione (o sproporzione) tra una messe che sarà sempre eccedente e le nostre poche forze. Al riparo da ogni interpretazione pessimista dell'oggi, come pure da ogni pretesa d'autosufficienza per il domani.

Nuova Europa

11. Già il Documento di lavoro aveva offerto un quadro della situazione europea, riguardo alla problematica vocazionale, fortemente segnato da elementi di novità. Qui li riassumiamo appena, secondo l'analisi che ne ha fatto il Congresso stesso, cercando di cogliere quelli più significativi, destinati a condizionare nei tempi lunghi mentalità e sensibilità giovanili, e dunque anche prassi pastorali e strategie vocazionali.

a) Un'Europa diversificata e complessa

Anzitutto un dato appare ormai scontato: è praticamente impossibile definire in modo univoco e statico la situazione europea, sul piano della condizione giovanile e degli inevitabili riflessi vocazionali. Siamo di fronte a una Europa diversificata, resa tale dalle diverse vicende storico-politiche (vedi la differenza tra Est e Ovest), ma anche dalla pluralità di tradizioni e culture (greco-latina, anglosassone e slava).

Esse tuttavia ne costituiscono anche la ricchezza e rendono significative, in contesti diversi, esperienze e scelte. Così, se nei paesi del versante orientale si avverte il problema di come gestire la ritrovata libertà, in quelli del versante occidentale ci s'interroga su come vivere l'autentica libertà.

Tale eterogeneità è pure confermata dall'andamento delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, non solo per la differenza marcata tra la fioritura vocazionale dell'Europa orientale e la crisi generale che pervade l'Occidente, ma perché, all'interno di tale crisi, vi sono anche segni di ripresa vocazionale, particolarmente in quelle Chiese, in cui il lavoro postconciliare assiduo e costante ha tracciato un solco profondo ed efficace.(5)

Se dunque in Oriente è necessario avviare una vera pastorale organica al servizio della promozione vocazionale, dall'animazione alla formazione, soprattutto, delle vocazioni, in Occidente è indispensabile una diversa attenzione. Ci si deve interrogare sulla reale consistenza teologica e sulla linearità applicativa di certi progetti vocazionali, sul concetto di vocazione che ne è alla base e sul tipo di vocazioni che ne derivano. Al Congresso è tornata insistente la domanda: « Perché determinate teologie o prassi pastorali non producono vocazioni, mentre altre le producono? ».(6)

Un altro aspetto caratterizza l'attualità socio-culturale europea: l'eccedenza di possibilità, di occasioni, di sollecitazioni, a fronte della carenza di focalizzazione, di propositività, di progettualità. È come un ulteriore contrasto che aumenta il grado di complessità di questa stagione storica, con ricaduta negativa sul piano vocazionale. Come la Roma antica, l'Europa moderna sembra simile a unpantheon, a un grande « tempio » in cui tutte le « divinità » son presenti, o in cui ogni « valore » ha il suo posto e la sua nicchia.

« Valori » diversi e contrastanti sono copresenti e coesistenti, senza una gerarchizzazione precisa; codici di lettura e di valutazione, d'orientamento e di comportamento del tutto dissimili tra loro.

Risulta difficile, in tale contesto, avere una concezione o una visione del mondo unitaria, e diventa dunque debole anche la capacità progettuale della vita. Quando una cultura, infatti, non definisce più le supreme possibilità di significato, o non riesce a creare convergenza attorno ad alcuni valori come particolarmente capaci di dar senso alla vita, ma pone tutto sullo stesso piano, cade ogni possibilità di scelta progettuale e tutto diviene indifferente e piatto.

b) I giovani e l'Europa

I giovani europei vivono in questa cultura pluralista e ambivalente, « politeista » e neutra. Da un lato cercano appassionatamente autenticità, affetto, rapporti personali, grandezza d'orizzonti, dall'altro sono fondamentalmente soli, « feriti » dal benessere, delusi dalle ideologie, confusi dal disorientamento etico.

E ancora: « da più parti del mondo giovanile si rileva una chiara simpatia per la vita intesa come valore assoluto, sacro... »,(7) ma spesso e in molte parti d'Europa tale apertura nei confronti dell'esistenza è smentita da politiche non rispettose del diritto alla vita stessa, soprattutto, per i più deboli. Politiche che stanno rischiando di rendere il « vecchio continente » sempre più vecchio. Se dunque, per un verso, questi giovani sono un notevole capitale per l'Europa d'oggi, che su di loro investe notevolmente per costruire il suo futuro, dall'altro non sempre le aspettative giovanili sono coerentemente accolte dal mondo degli adulti o dei responsabili della società civile.

Due aspetti, comunque, ci sembrano centrali per capire l'atteggiamento giovanile odierno: larivendicazione della soggettività e il desiderio di libertà. Sono due istanze degne d'attenzione e tipicamente umane. Spesso tuttavia in una cultura debole e complessa quale l'attuale, danno luogo — incontrandosi — a combinazioni che ne deformano il senso: la soggettività diventa allorasoggettivismo, mentre la libertà degenera in arbitrio.

In tale contesto merita attenzione il rapporto che i giovani europei stabiliscono con la Chiesa. Rileva con coraggio e realismo il Congresso in una delle sue Proposizioni conclusive: « I giovani spesso non vedono nella Chiesa l'oggetto della loro ricerca ed il luogo di risposta della loro domanda e attesa. Si rileva che non è Dio il problema, ma la Chiesa. La Chiesa ha coscienza della difficoltà a comunicare con i giovani, della carenza di veri progetti pastorali..., della debolezza teologico-antropologica di certe catechesi. Da parte di tanti giovani perdura il timore che un'esperienza nella Chiesa limiti la loro libertà »,(8) mentre da parte di molti altri la Chiesa resta o sta diventando il più autorevole punto di riferimento.

c) « Uomo senza vocazione »

Questo gioco di contrasti si riflette inevitabilmente sul piano della progettazione del futuro, che è visto — da parte dei giovani — in un'ottica conseguente, limitata alle proprie vedute, in funzione d'interessi strettamente personali (l'autorealizzazione).

È una logica che riduce il futuro alla scelta d'una professione, alla sistemazione economica, o all'appagamento sentimentale-emotivo, entro orizzonti che di fatto riducono la voglia di libertà e le possibilità del soggetto a progetti limitati, con l'illusione d'esser liberi.

Sono scelte senza alcun'apertura al mistero e al trascendente, e fors'anche con scarsa responsabilità nei confronti della vita, propria e altrui, della vita ricevuta in dono e da generare negli altri. È, in altre parole, una sensibilità e mentalità che rischia di delineare una sorta di cultura antivocazionale. Come dire che nell'Europa culturalmente complessa e priva di precisi punti di riferimento, simile a un grandepantheon, il modello antropologico prevalente sembra esser quello dell'« uomo senza vocazione ».

Eccone una possibile descrizione. « Una cultura pluralista e complessa tende a generare dei giovani con un'identità incompiuta e debole con la conseguente indecisione cronica di fronte alla scelta vocazionale. Molti giovani non hanno neppure la « grammatica elementare » dell'esistenza, sono dei nomadi: circolano senza fermarsi a livello geografico, affettivo, culturale, religioso, essi « tentano »! In mezzo alla grande quantità e diversità delle informazioni, ma con povertà di formazione, appaiono dispersi, con poche referenze e pochi referenti. Per questo hanno paura del loro avvenire, hanno ansia davanti ad impegni definitivi e si interrogano circa il loro essere. Se da una parte cercano autonomia e indipendenza ad ogni costo, dall'altra, come rifugio, tendono a essere molto dipendenti dall'ambiente socioculturale ed a cercare la gratificazione immediata dei sensi: di ciò che « mi va », di ciò che « mi fa sentire bene » in un mondo affettivo fatto su misura ».(9)

Fa un'immensa tristezza incontrare giovani, pur intelligenti e dotati, in cui sembra spenta la voglia di vivere, di credere in qualcosa, di tendere verso obiettivi grandi, di sperare in un mondo che può diventare migliore anche grazie ai loro sforzi. Sono giovani che sembrano sentirsi superflui nel gioco o nel dramma della vita, quasi dimissionari nei confronti d'essa, smarriti lungo sentieri interrotti e appiattiti sui livelli minimi della tensione vitale. Senza vocazione, ma anche senza futuro, o con un futuro che, tutt'al più, sarà una fotocopia del presente.

d) La vocazione dell'Europa

Eppure, quest'Europa dalle molte anime e dalla cultura così debole (ma che tuttavia s'impone spesso con forza) mostra d'avere energie insospettate, è quanto mai viva e chiamata a giocare un ruolo importante nel contesto mondiale.

Mai come in questo tempo il vecchio continente, nonostante mostri ancora le ferite di recenti conflitti e di contrapposizioni anche violente al suo interno, ha avvertito forte la chiamata all'unità. Una unità che si deve ancora costruire, nonostante certi muri siano caduti, e che dovrà estendersi a tutta l'Europa e a chi a essa chiede ospitalità e accoglienza. Unità che non potrà essere solo politica o economica, ma anche e prima di tutto spirituale e morale. Unità, ancora, che dovrà superare vecchi rancori e antiche diffidenze, e che potrebbe ritrovare proprio nelle primitive radici cristiane un motivo di convergenza e una garanzia d'intesa. Unità, in particolare, che toccherà all'attuale generazione giovanile realizzare e render solida e completa, dall'Ovest all'Est, dal Nord al Sud, difendendola da ogni tentazione contraria d'isolamento e ripiegamento sui propri interessi, e proponendola al mondo intero come esempio di serena convivenza nella diversità.

Saranno questi giovani capaci di assumere tale responsabilità?

Se è vero che il giovane d'oggi rischia d'essere disorientato e di ritrovarsi senza un preciso punto di riferimento, la « nuova Europa » che sta nascendo potrebbe forse diventare un traguardo e offrire un adeguato stimolo a giovani che, in realtà, « hanno nostalgia di libertà e cercano la verità, la spiritualità, l'autenticità, la propria originalità personale e la trasparenza, che insieme hanno desiderio di amicizia e di reciprocità », che cercano « compagnia » e vogliono « costruire una nuova società, fondata su valori quali la pace, la giustizia, il rispetto per l'ambiente, l'attenzione alle diversità, la solidarietà, il volontariato e la pari dignità della donna ».(10)

In ultima analisi, le più recenti ricerche descrivono i giovani europei come smarriti, ma non disperati; impregnati di relativismo etico, ma anche desiderosi di vivere una « vita buona »; coscienti del loro bisogno di salvezza, sia pur senza sapere dove cercarla.

Il loro più grave problema è probabilmente la società eticamente neutra nella quale è capitato loro di vivere, ma le risorse in loro non si sono spente. Specie in un tempo di transizione verso nuovi traguardi come il nostro. Ne fanno fede i tanti giovani animati da sincera ricerca di spiritualità e coraggiosamente impegnati nel sociale, fiduciosi in se stessi e negli altri e distributori di speranza e di ottimismo.

Noi crediamo che questi giovani, nonostante le contraddizioni e il « peso » d'un certo ambiente culturale, possano costruire questa nuova Europa. Nella vocazione della loro madre-terra s'adombra anche la loro personale vocazione.

Nuova evangelizzazione

12. Tutto questo apre nuove strade e chiede nuovo impulso allo stesso processo di evangelizzazione della vecchia e nuova Europa. Da tempo la Chiesa e l'attuale Pontefice vanno chiedendo un profondo rinnovamento dei contenuti e del metodo dell'annuncio del vangelo, « per rendere la Chiesa del XX secolo sempre più idonea ad annunciare il vangelo all'umanità del XX secolo ».(11) E, come ci ha ricordato il Congresso, « non bisogna aver paura di essere in un periodo di passaggio da una sponda all'altra ».(12)

a) Il « semper » e il « novum »

Si tratta di coniugare il « semper » e il « novum » del vangelo, per offrirlo alle nuove domande e condizioni dell'uomo e della donna d'oggi. È dunque urgente riproporre il cuore o il centro del kerigma come « notizia perennemente buona », ricca di vita e di senso per il giovane che vive in Europa, come annuncio capace di rispondere alle sue aspettative e d'illuminare la sua ricerca.

Specie attorno a questi punti si concentrano la tensione e la sfida. Di qui dipendono l'immagine d'uomo che si vuole realizzare e le grandi decisioni della vita, del futuro della persona e dell'umanità: dal significato della libertà, del rapporto tra soggettività e oggettività, del mistero della vita e della morte, dell'amare e del soffrire, del lavoro e della festa.

Occorre chiarire la relazione tra prassi e verità, tra istante storico personale e futuro definitivo universale o tra bene ricevuto e bene donato, tra coscienza del dono e scelta di vita. Noi sappiamo che è proprio attorno a questi punti che si concentra anche una certa crisi di significato, da cui derivano poi una cultura antivocazionale e un'immagine d'uomo senza vocazione.

Dunque di qui deve partire o qui deve approdare il cammino della nuova evangelizzazione, per evangelizzare la vita e il significato della vita, l'esigenza di libertà e di soggettività, il senso del proprio essere al mondo e del relazionarsi con gli altri.

Di qui potrà emergere una cultura vocazionale e un modello d'uomo aperto alla chiamata. Perché a un'Europa che va ridisegnando in profondità il suo volto non venga a mancare la buona novella della pasqua del Signore, nel cui sangue i popoli dispersi si sono riuniti e i lontani sono diventati vicini, « abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia » (Ef 2, 14). Possiamo anzi dire che la vocazione è il cuore stesso della nuova evangelizzazione alle soglie del terzo millennio, è l'appello di Dio all'uomo per una nuova stagione di verità e libertà, e per una rifondazione etica della cultura e della società europea.

b) Nuova santità

In questo processo di inculturazione della buona novella, la Parola di Dio si fa compagna di viaggio dell'uomo e lo incrocia lungo le vie per rivelargli il progetto del Padre come condizione della sua felicità. Ed è esattamente la Parola tratta dalla lettera di Paolo ai cristiani della Chiesa di Efeso, che conduce anche noi oggi, popolo di Dio in Europa, a scoprire quanto forse non è subito visibile a prima vista, ma che pure è evento, è dono, è vita nuova: « Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio » (Ef 2, 19).

Non è, evidentemente, parola nuova, ma è parola che ci fa guardare in modo nuovo alla realtà della Chiesa del vecchio continente, che è tutt'altro che « Chiesa vecchia ». Essa è comunità di credenti chiamati alla « giovinezza della santità », alla vocazione universale alla santità, sottolineata con forza dal Concilio (13) e ribadita in svariate circostanze dal Magistero successivo.

È tempo, ora, che quell'appello riprenda forza e raggiunga ogni credente, perché ognuno sia « in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità » (Ef3, 18) del mistero di grazia affidato alla propria vita.

È tempo ormai che quell'appello susciti nuovi disegni di santità, perché l'Europa ha bisogno soprattutto di quella particolare santità che il momento presente esige, originale quindi e in qualche modo senza precedenti.

Occorrono persone, capaci di « gettare ponti » per unire sempre più le Chiese e i popoli d'Europa e per riconciliare gli animi.

Occorrono « padri » e « madri » aperti alla vita e al dono della vita; sposi e spose che testimonino e celebrino la bellezza dell'amore umano benedetto da Dio; persone capaci di dialogo e di « carità culturale », per la trasmissione del messaggio cristiano mediante i linguaggi della nostra società;professionisti e persone semplici capaci d'imprimere all'impegno nella vita civile e ai rapporti di lavoro e d'amicizia la trasparenza della verità e l'intensità della carità cristiana; donne che riscoprano nella fede cristiana la possibilità di vivere in pieno il loro genio femminile; presbiteri dal cuore grande, come quello del Buon Pastore; diaconi permanenti che annuncino la Parola e la libertà del servizio per i più poveri; apostoli consacrati capaci d'immergersi nel mondo e nella storia con cuore di contemplativo, e mistici così familiari col mistero di Dio da saper celebrare l'esperienza del divino e indicare Dio presente nel vivo dell'azione.

L'Europa ha bisogno di nuovi confessori della fede e della bellezza del credere, di testimoni che siano credenti credibili, coraggiosi fino al sangue, di vergini che non siano tali solo per se stessi, ma che sappiano indicare a tutti quella verginità che è nel cuore d'ognuno e che rimanda immediatamente all'Eterno, fonte d'ogni amore.

La nostra terra è avida non solo di persone sante, ma di comunità sante, così innamorate della Chiesa e del mondo da saper presentare al mondo stesso una Chiesa libera, aperta, dinamica, presente nella storia odierna d'Europa, vicina ai dolori della gente, accogliente verso tutti, promotrice della giustizia, attenta ai poveri, non preoccupata della sua minoranza numerica né di porre paletti di confine alla propria azione, non spaventata dal clima di scristianizzazione sociale (reale ma forse non così radicale e generale) né dalla scarsità (spesso solo apparente) dei risultati.

Sarà questa la nuova santità capace di rievangelizzare l'Europa e di costruire la nuova Europa!



Nuove vocazioni

13. S'impone allora un discorso nuovo sulla vocazione e sulle vocazioni, sulla cultura e sulla pastorale vocazionale. Il Congresso ha inteso recepire una certa sensibilità, ormai largamente diffusa riguardo a questi temi, proponendo però, al tempo stesso, un « «sussulto» idoneo ad aprire stagioni nuove nelle nostre Chiese ».(14)

a) Vocazione e vocazioni

Come la santità è per tutti i battezzati in Cristo, così esiste una vocazione specifica per ogni vivente; e come la prima è radicata nel Battesimo, così la seconda è connessa al semplice fatto d'esistere. La vocazione è il pensiero provvidente del Creatore sulla singola creatura, è la sua idea-progetto, come un sogno che sta a cuore a Dio perché gli sta a cuore la creatura. Dio-Padre lo vuole diverso e specifico per ogni vivente.

L'essere umano, infatti, è « chiamato » alla vita, e come viene alla vita porta e ritrova in sé l'immagine di Colui che l'ha chiamato.

Vocazione è la proposta divina di realizzarsi secondo quest'immagine, ed è unica-singola irripetibile proprio perché tale immagine è inesauribile. Ogni creatura dice ed è chiamata a esprimere un aspetto particolare del pensiero di Dio. Lì trova il suo nome e la sua identità; afferma e mette al sicuro la sua libertà e originalità.

Se dunque ogni essere umano ha la propria vocazione fin dal momento della nascita, esistono nella Chiesa e nel mondo varie vocazioni che, mentre su un piano teologico esprimono la somiglianza divina impressa nell'uomo, a livello pastorale-ecclesiale rispondono alle varie esigenze della nuova evangelizzazione, arricchendo la dinamica e la comunione ecclesiale: « La Chiesa particolare è come un giardino fiorito, con grande varietà di doni e carismi, movimenti e ministeri. Di qui l'importanza della testimonianza della comunione tra loro, abbandonando ogni spirito di «concorrenza» ».(15)

Anzi, è stato detto esplicitamente al Congresso, « c'è bisogno di apertura a nuovi carismi e ministeri, forse diversi da quelli consueti. La valorizzazione ed il posto del laicato è un segno dei tempi che è ancora in parte da scoprire. Esso si sta rivelando sempre più fruttuoso ».(16)



b) Cultura della vocazione

Questi elementi stanno progressivamente penetrando la coscienza dei credenti, ma non ancora fino a creare una vera e propria cultura vocazionale,(17) capace di varcare i confini della comunità credente. Per questo il S. Padre, nel suo Discorso ai partecipanti al Congresso auspica che la costante e paziente attenzione della comunità cristiana al mistero della divina chiamata promuova una« nuova cultura vocazionale nei giovani e nelle famiglie ».(18)

Essa è una componente della nuova evangelizzazione. È cultura della vita e dell'apertura alla vita, del significato del vivere, ma anche del morire.

In particolare fa riferimento a valori forse un po' dimenticati da certa mentalità emergente (« cultura di morte », secondo alcuni), come la gratitudine, l'accoglienza del mistero, il senso dell'incompiutezza dell'uomo e assieme della sua apertura al trascendente, la disponibilità a lasciarsi chiamare da un altro (o da un Altro) e a farsi interpellare dalla vita, la fiducia in sé e nel prossimo, la libertà di commuoversi di fronte al dono ricevuto, di fronte all'affetto, alla comprensione, al perdono, scoprendo che quello che si è ricevuto è sempre immeritato ed eccedente la propria misura, e fonte di responsabilità verso la vita.

Fa parte ancora di questa cultura vocazionale la capacità di sognare e desiderare in grande, quello stupore che consente d'apprezzare la bellezza e sceglierla per il suo valore intrinseco, perché rende bella e vera la vita, quell'altruismo che non è solo solidarietà d'emergenza, ma che nasce dalla scoperta della dignità di qualsiasi fratello.

Alla cultura della distrazione, che rischia di perder di vista e annullare gl'interrogativi seri nel macero delle parole, va opposta una cultura capace di ritrovare coraggio e gusto per le domande grandi, quelle relative al proprio futuro: sono le domande grandi, infatti, che rendono grandi anche le risposte piccole. Ma son poi le risposte piccole e quotidiane che provocano le grandi decisioni, come quella della fede; o che creano cultura, come quella della vocazione.

In ogni caso la cultura vocazionale, in quanto complesso di valori, deve passare sempre più dalla coscienza ecclesiale a quella civile, dalla consapevolezza del singolo o della comunità credente alla convinzione universale di non poter costruire alcun futuro, per l'Europa del duemila, su un modello d'uomo senza vocazione. Continua infatti il Papa: « Il disagio che attraversa il mondo giovanile rivela, anche nelle nuove generazioni, pressanti domande sul significato dell'esistenza, a conferma del fatto che nulla e nessuno può soffocare nell'uomo la domanda di senso e il desiderio di verità. Per molti è questo il terreno sul quale si pone la ricerca vocazionale ».(19)

Proprio questa domanda e questo desiderio fanno nascere un'autentica cultura della vocazione; e se domanda e desiderio sono nel cuore d'ogni uomo, anche di chi li nega, allora questa cultura potrebbe diventare una sorta di terreno comune ove la coscienza credente incontra la coscienza laica e con essa si confronta. Ad essa donerà con generosità e trasparenza quella sapienza che ha ricevuto dall'alto.

Tale nuova cultura diverrà così vero e proprio terreno di nuova evangelizzazione, ove potrebbe nascere un nuovo modello d'uomo e potrebbero fiorire anche nuova santità e nuove vocazioni per l'Europa del duemila. La penuria, infatti, delle vocazioni specifiche — le vocazioni al plurale — è soprattutto assenza di coscienza vocazionale della vita — la vocazione al singolare —, ovvero assenza di cultura della vocazione.

Questa cultura diventa oggi, probabilmente, il primo obiettivo della pastorale vocazionale (20) o, forse, della pastorale in genere. Che pastorale è, infatti, quella che non coltiva la libertà di sentirsi chiamati da Dio, né fa nascere novità di vita?

c) Pastorale delle vocazioni: il « salto di qualità »

C'è un altro elemento che lega tra loro la riflessione precongressuale con l'analisi congressuale. È la consapevolezza che la pastorale delle vocazioni si trova di fronte all'esigenza di un cambiamento radicale, di un « "sussulto" idoneo », secondo il documento preparatorio,(21) o di « un salto di qualità », come il Papa ha raccomandato nel suo Messaggio a fine Congresso.(22) Ancora una volta ci troviamo dinanzi a una convergenza evidente e da intendere nel suo significato autentico, in questa analisi della situazione che stiamo proponendo.

Non si tratta solo d'un invito a reagire a una sensazione di stanchezza o di sfiducia per i pochi risultati; né s'intende con queste parole provocare a rinnovare semplicemente certi metodi o a recuperare energia ed entusiasmo, ma si vuole indicare, in sostanza, che la pastorale vocazionale in Europa è giunta a uno snodo storico, a un passaggio decisivo. C'è stata una storia, con una preistoria e poi delle fasi che si sono lentamente succedute, lungo questi anni, come stagioni naturali, e che ora devono necessariamente procedere verso lo stato « adulto » e maturo della pastorale vocazionale.

Non si tratta dunque né di sottovalutare il senso di questo passaggio, né d'incolpare alcuno per quello che non si sarebbe fatto nel passato; anzi, il sentimento nostro e di tutta la Chiesa è di sincera riconoscenza verso quei fratelli e sorelle che, in condizioni di notevole difficoltà, hanno con generosità aiutato tanti ragazzie e giovani a cercare e a trovare la propria vocazione. Ma si tratta, in ogni caso, di comprendere ancora una volta la direzione che Dio, il Signore della storia, sta imprimendo alla nostra storia, anche alla ricca storia delle vocazioni in Europa, oggi dinanzi a un crocevia decisivo.

– Se la pastorale delle vocazioni è nata come emergenza legata a una situazione di crisi e indigenza vocazionale, oggi non può più pensarsi con la stessa precarietà e motivata da una congiuntura negativa, ma — al contrario — appare come espressione stabile e coerente della maternità della Chiesa, aperta al piano inarrestabile di Dio, che sempre in essa genera vita;

– se un tempo la promozione vocazionale si riferiva solo o soprattutto ad alcune vocazioni, ora si dovrebbe tendere sempre più verso la promozione di tutte le vocazioni, poiché nella Chiesa del Signore o si cresce insieme o non cresce nessuno;

– se ai suoi inizi la pastorale vocazionale provvedeva a circoscrivere il suo campo d'intervento ad alcune categorie di persone (« i nostri », quelli più vicini agli ambienti di chiesa o coloro che sembravano mostrare subito un certo interesse, i più buoni e meritevoli, quelli che avevano già fatto un'opzione di fede, e così via), adesso s'avverte sempre più la necessità d'estendere con coraggio atutti, almeno in teoria, l'annuncio e la proposta vocazionale, in nome di quel Dio che non fa preferenza di persone, che sceglie peccatori in un popolo di peccatori, che fa di Amos, che non era figlio di profeti ma solo raccoglitore di sicomori, un profeta, e chiama Levi e va in casa di Zaccheo, ed è capace di far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre (cfr. Mt 3, 9);

– se prima l'attività vocazionale nasceva in buona parte dalla paura (dell'estinzione o di contare di meno) e dalla pretesa di mantenere determinati livelli di presenze o di opere, ora la paura, che è sempre pessima consigliera, cede il posto alla speranza cristiana, che nasce dalla fede ed è proiettata verso la novità e il futuro di Dio;

– se una certa animazione vocazionale è, o era, perennemente incerta e timida, da sembrar quasi in condizione d'inferiorità rispetto a una cultura antivocazionale, oggi fa vera promozione vocazionale solo chi è animato dalla certezza che in ogni persona, nessuno escluso, c'è un dono originale di Dio che attende d'essere scoperto;

– se l'obiettivo un tempo sembrava essere il reclutamento, e il metodo la propaganda, spesso con esiti forzosi sulla libertà dell'individuo o con episodi di « concorrenza », ora deve essere sempre più chiaro che lo scopo è il servizio da dare alla persona, perché sappia discernere il progetto di Dio sulla sua vita per l'edificazione della Chiesa, e in esso riconosca e realizzi la sua propria verità; (23)

– se in epoca non proprio lontana c'era chi s'illudeva di risolvere la crisi vocazionale con scelte discutibili, ad esempio « importando vocazioni » da altrove (spesso sradicandole dal loro ambiente), oggi nessuno dovrebbe illudersi di risolvere la crisi vocazionale aggirandola, poiché il Signore continua a chiamare in ogni Chiesa e in ogni luogo;

– e così, sulla stessa linea, il « cireneo vocazionale », volonteroso e spesso solitario improvvisatore, dovrebbe sempre più passare da un'animazione fatta d'iniziative ed esperienze episodiche a un'educazione vocazionale che s'ispiri alla sapienza d'un metodo collaudato d'accompagnamento, per poter dare un aiuto appropriato a chi è in ricerca;

– di conseguenza, lo stesso animatore vocazionale dovrebbe diventare sempre più educatore alla fede e formatore di vocazioni, e l'animazione vocazionale divenire sempre più azione corale,(24) di tutta la comunità, religiosa o parrocchiale, di tutto l'istituto o di tutta la diocesi, di ogni presbitero o consacratoa o credente, e per tutte le vocazioni in ogni fase della vita;

– è ora, infine, che si passi decisamente dalla « patologia della stanchezza » (25) e della rassegnazione, che si giustifica attribuendo all'attuale generazione giovanile la causa unica della crisi vocazionale, al coraggio di porsi gl'interrogativi giusti, per capire gli eventuali errori e inadempienze, per arrivare a un nuovo slancio creativo fervido di testimonianza.

d) Piccolo gregge e grande missione (26)

Sarà la coerenza con cui si procede in questa linea che aiuterà sempre più a riscoprire la dignità della pastorale vocazionale e la sua naturale posizione di centralità e sintesi nell'ambito pastorale.

Anche qui veniamo da esperienze e concezioni che hanno rischiato di emarginare, in qualche modo, nel passato, la stessa pastorale delle vocazioni, considerandola come meno importante. Essa talvolta presenta un volto non vincente della Chiesa attuale o viene giudicata come un settore della pastorale meno teologicamente fondato rispetto ad altri, prodotto recente d'una situazione critica e contingente.

La pastorale vocazionale vive forse ancora in una situazione d'inferiorità, che da un lato può nuocere alla sua immagine e indirettamente all'efficacia della sua azione, ma dall'altro può anche diventare un contesto favorevole per individuare e sperimentare con creatività e libertà — libertà anche di sbagliare — nuovi cammini pastorali.

Soprattutto tale situazione può ricordare quell'altra « inferiorità » o povertà di cui parlava Gesù osservando le folle che lo seguivano: « La messe è molta, ma gli operai sono pochi » (Mt 9, 37). Di fronte alla messe del Regno di Dio, di fronte alla messe della nuova Europa e della nuova evangelizzazione, gli « operai » sono e saranno sempre pochi, « piccolo gregge e grande missione », perché risalti meglio che la vocazione è iniziativa di Dio, dono del Padre, Figlio e Spirito Santo.



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