Pontificio ateneo "antonianum"



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PONTIFICIA UNIVERSUTÀ “ANTONIANUM” - ISTITUTO FRANC. DI SPIRITUALIÀ

000185 R O M A Via Merulana, 124 P. Leonhard Lehmann OFMCap


GLI SCRITTI DI SAN FRANCESCO

E

SANTA CHIARA


Corso introduttivo Io semestre 2010/11

I. Gli scritti di san Francesco nella storia

1. Trascurati per secoli – riscoperti negli ultimi decenni

a) Scarsa attenzione da parte dei francescani e degli agiografi


Gli scritti di Francesco furono a lungo trascurati dalla storiografia. Dalle varie famiglie minoritiche furono tramandati e letti per lo più come testi meramente ascetici, di edificazione e di pietà. Inoltre, si leggevano in genere solo la Regola in vigore e il Testamento.

Il gesuita S. Suyskens che per i bollandisti raccolse il materiale su san Francesco per gli Acta Sanctorum inserì nel tomo II di ottobre quasi 500 fitte pagine con gli “atti” di san Francesco, aggiungendo alcuni scritti del santo. Ma anche per il gesuita belga questi scritti offrono nulla di più delle sue biografie scritte da Tommaso da Celano, dai tre Compagni, da Bonaventura ecc. Il loro stile, egli osserva, “esprime quelle virtù nelle quali Francesco eccelse in massimo grado, cosicché vi potrà facilmente riconoscerlo chi ne conosca gli atti dalle biografie disponibili”.1 Dentro e fuori dell’Ordine non si ha preso in considerazione né l’importanza storica degli scritti né il loro spessore religioso e umano, né la loro forza espressiva né la loro potenza dirompente dei concetti e dei sentimenti che premono in essi.


b) La svolta con Paul Sabatier mediante la sua Vie de Saint François d’Assise (1893)


Come vedremo in questo corso, bisognava aspettare l’impegno entusiastico del pastore protestante P. Sabatier che tentò una ricostruzione della vita di Francesco sulla base delle fonti storiche. Egli era il primo in assoluto che assegnò agli scritti del santo il primo posto. “Le sue affermazioni al riguardo, dice Miccoli, suonano oggi assolutamente ovvie. Allora costituirono una novità inaudita:

Gli scritti di san Francesco sono sicuramente la miglior fonte da consultare per arrivare a conoscerlo, e non può non destare meraviglia vederli cosí trascurati dalla maggior parte dei suoi biografi. È vero che essi forniscono poche informazioni sulla sua vita, e non forniscono né date né fatti; ma fanno di meglio: segnano le tappe del suo pensiero e del suo percorso spirituale.2

Decine di studi successivi l’hanno ampiamente confermato. È superfluo insistervi. Ma il discorso è tutt’altro che chiuso. Lo spessore stesso di quei testi permette e sollecita crescenti approfondimenti”.3 Negli ultimi cento anni, e specialmente negli anni 80 e 90 del secolo XX numerosi studi hanno analizzato il genere letterario, la struttura e l’impostazione storica degli scritti di Francesco, hanno approfondito il loro contenuto teologico-spirituale e la loro dipendenza dalla Bibbia e dai Padri, rilevando cosí sia la loro continuità con il pensiero biblico-patristico che la loro novità.4

c) La fonte primaria


È veramente sorprendente e, forse, uno strano scherzo della storia che di san Domenico Guzmán de Caleruega (ca. 1170-1221), uomo di cultura universitaria e fondatore d’un ordine di predicatori e letterati, non si possiedono degli scritti (eccetto una breve lettera di tipo burocratico)5, di san Francesco invece ci è pervenuta una bella quantità di quasi 30 scritti. E questo nonostante la formazione minore dell’Assisiate che suole chiamarsi “ignorans sum et idiota” (EpOrd 39; cf. Test 19).

Gli scritti godono di un posto privilegiato tra le Fonti Francescane perché ci permettono di sentire la voce stessa di Francesco.

Tali scritti, segnati spesso da parole e da espres­sioni inconfondibilmente sue, rappresentano il suo pensiero, i suoi insegnamenti, amalgamati, fusi, nell’atmosfera e nel linguaggio religioso di un tempo che egli ha fatto suo. Essi non possono tuttavia essere assunti come matrice esclusiva per la comprensione della sua cultura, delle sue intenzioni, della sua volontà d’azione, senza fare spazio anche ad un’oculata utilizzazione di tutte le altre fonti che la tradizione ha tramandato. Tutta una serie di parole, atti, gesti, scelte e proposte ulteriori sono tali da non poter essere accantonati senza il grave rischio di rendere impossibile la piena intelligenza degli scritti stessi che rivendicano la paternità di Francesco.6

Gli scritti di Francesco delimitano un’area meno complessa delle fonti biografiche, e sono stati meno esposti ad influssi contrastanti, perché abbozzano quanto egli ha elaborato o fatto proprio particolarmente di materiali esortativi per gli uomini e celebrativi della grandezza di Dio. Essi ci introducono più immediatamente nella sua personalità, nella sua esperienza e nelle sue intenzioni.

Va avvertito, comunque, che gli scritti - eccetto il Test - non forniscono delle indicazioni sui fattori esteriori della vita di Francesco, non costituiscono un’autobiografia, al massimo un’autobiografia morale che ci fa intravedere le sue aspirazioni, la sua fede, le sue speranze e, anche, i suoi timori, le sue angosce, i suoi eventuali fallimenti. Uomo d’azione, egli non vedeva negli scritti delle definizioni o dei programmi da assimilare intellettualmente. Neppure dei dogmi religiosi da credere astrattamente. I suoi scritti sono la proclamazione attiva, gioiosa di una fede; il canto di un innamorato di Dio. Non comprendono una serie di affermazioni: sono un programma di vita.7

Dai soli scritti non si può comporre una biografia di Francesco. Ci vogliono fonti biografiche e cronachistiche. Lo studio degli scritti di Francesco, dunque, è solo una parte, anche se primaria e predominante dello studio delle Fonti Francescane. Gli scritti “sono di primaria importanza perché ci fanno conoscere l’anima e gli intendimenti del Poverello di Assisi. Inoltre bisogna anche dire che la migliore garanzia dell’autenticità e della veracità dei documenti posteriori è quella di trovarli d’accordo con quello che san Francesco ha detto di se stesso”.8

Questi opuscoli - in ciò hanno ragione quanti li hanno collocati al centro dell’inter­pretazione di Francesco, anche se non possono bastare da soli - ci offrono la spiegazione profonda, la possibilità di cogliere la sua ispirazione centrale e fondamentale.9

Per l’interpretazione dei singoli scritti Carlo Paolazzi, nel suo libro raccomandabile per il nostro corso, ci indica una linea direttiva:

Come è impossibile comprendere Francesco d’Assisi senza meditare i suoi scritti, altrettanto è impossibile comprendere a fondo ciascuno di questi senza ricorrere al sussidio e alla illuminazione degli altri. Uomo giunto per via interiore a una formidabile semplificazione religiosa ed evangelica della realtà e della vita, Francesco d’Assisi anche nei suoi Scritti chiede di essere capito per intero, senza riduzioni: sempre pronto a ripetere a tutti, come un giorno a se stesso, che ‘capire’ non basta, bisogna ‘vivere’”.10

Una volta stabilita la tesi che gli scritti sono la fonte primaria per conoscere Francesco, ci si è addentrati nel loro stile, studiando prima le ricorrenze di alcune parole chiave come “Pater sancte”, “Deus, omne bonum, summum bonum”, “Spiritus Sanctus”, “omnis, totus, universus”, “paupertas” ecc.11. E’ merito, poi, di Theo Zweerman, frate minore olandese, ad aver scoperto in diversi testi di Francesco tratti poetici, raffinate tecniche di criptogrammi e numeri simbolici.12 Giovanni Pozzi (1923-2002), dopo un contributo sul CantSol, mise in evidenza, con un linguaggio tecnico non sempre facile alla comprensione, le seguenti figure retoriche presenti negli scritti: 1. “Le figure segmentali” (la dittologia sinonimica, tricolon e quadricolon, forme binarie), 2. “Le figure complessive” (coordinazioni, enumerazioni, subordinazione), 3. “Questioni di lessico” e 4. “Alternanze e alternative”.13 Seppur semplice nel suo discorso, Francesco applica una varietà di figure retoriche. Non rifiuta la collaborazione degli altri, ma controlla la stesura dei testi fino al punto che i suoi scritti dimostrano una straordinaria coerenza nei temi a lui cari, come p.e. che nessuno sia chiamato “Padre” o “buono” eccetto Dio.14 Visto l’influsso di altri sulla Regola e sulle lettere ufficiali, si pone la questione dell’individualità e della collettività nei suoi scritti, testi che man mano acquistano anche un valore sacro. È Francesco stesso a volere che le sue lettere siano lette. “E coloro che non sanno leggere, se le facciano leggere spesso, e le tengano preìsso di sé, mettendole in pratica santamente fino alla fine, perché sono spirito e vita” (2EpFid 87: FF 206). Sulle diverse scritture di Francesco nell’intreccio tra fraternità, Ordine e Chiesa, sui cambiamenti nel tempo e infine su Francesco “scrittore” che corregge, rade la pergamena e riscrive, si è espresso autorevolmente Roberto Pacciocco.15

Dopo questa breve rassegna degli studi più recenti torniamo ai codici che ci hanno trasmesso quei testi oggi oggetto di tanta attenzione e di tanto erudito studio.




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