Posso dire Don Mazza che abbiano iniziato nel 1996 quando io ero Assessore regionale del turismo ha portato qui a Verona gli approfondimenti sul turismo religioso, la Conferenza Episcopale, di questo credo sia personalmente



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Conferenza Episcopale Italiana




Ufficio Nazionale della CEI per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport



Convegno Nazionale


“Viaggiare, Visitare e Accogliere.
Per un turismo dei valori”


Verona, 15-17 novembre 2001

Presentazione


L’Ufficio Nazionale, in collaborazione con le Associazioni turistiche di ispirazione cristiana, ha portato a compimento un progetto di “Convegno formativo” sul tema: “Viaggiare, Visitare, Accogliere. Per un turismo dei valori” (Verona, 15-17 novembre 2001).

La lunga gestazione che l’ha preparato non senza fatica, ha rivelato quanto sia complesso armonizzare i diversi aspetti pratico-organizzativi con quelli che più propriamente definiscono l’“architettura” dei contenuti da trattare, sia sotto il profilo del rigore scientifico che della differenziata esperienza degli addetti ai lavori. Comunque il Convegno alla fine è stato celebrato e con soddisfazione unanime.

In questo Notiziario si pubblicano gli Atti. Sono evidentemente offerti da leggere, da meditare, da utilizzare nel modo più ampio possibile e ai molteplici livelli dell’azione pastorale e dell’attività associativa, là dove spesso ci si intrappola – anche senza volerlo – in situazioni stagnanti e inadeguate a raggiungere obiettivi inerenti alla formazione e alla necessaria proposta innovativa.

La pastorale del turismo infatti, propiziata da un’accurata riflessione sulle fondamentali coordinate del viaggiare, del visitare, dell’accogliere, può ritrovare in questi Atti orientamenti, convincimenti, stimoli che, se ben accolti, favoriscono un salto di qualità rispetto alle motivazioni, alle iniziative e alle proposte proprie dell’azione pastorale, organicamente intesa e attuata.

Anche le Associazioni turistiche di ispirazione cristiana, che responsabilmente hanno collaborato, esprimono qui intenzioni e programmi. Esse in virtù del proprio “carisma”, oltre che garantire una preziosa risorsa, evidenziano l’urgenza di “giocare” a tutto campo un ruolo non solo nel merito dell’animazione sociale del turismo, ma nella esigente costruzione della Comunità cristiana, chiamata essa stessa a rendere ragione della sua fede nel tempo e nello spazio del turismo.

Perciò siamo tutti sollecitati, in buona coscienza e in positiva volontà, a disporre insieme itinerari formativi in sintonia con le sfide della società turistica, a edificare una “cultura” specifica e pertinente capace di produrre una intelligente ed efficace pastorale del turismo a servizio dell’evangelizzazione secondo gli Orientamenti pastorali consegnati alle Chiese dai nostri Vescovi con il documento “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”.

Per quanto attiene ai contenuti, questi Atti riportano anzitutto la parola magisteriale di alcuni Vescovi, e poi gli interventi di eminenti studiosi circa l’ambito loro proprio di interesse biblico, teologico, pastorale e culturale e infine i racconti di esperienze condensate nelle testimonianze dei responsabili delle associazioni e nelle sintesi del lavoro di gruppo.

Per questa vera ricchezza di riflessioni, che aiuta a meglio focalizzare gli obiettivi e le prassi pastorali, ringraziamo cordialmente i Maestri che ci hanno aiutato a riflettere, i Presidenti di associazione che si sono impegnati in uno sforzo di valutazioni e in un proposito di maggiore comunione di intenti, i Partecipanti che ci hanno sostenuto, con il loro paziente ascolto e con il loro contributo, nella fatica di servire l’intelligenza della fede nel mondo del turismo.

Mons. Carlo Mazza
Saluto inaugurale

S.E. Mons. Flavio Roberto Carraro, Vescovo di Verona

Ringrazio per la vostra presenza, perché avete scelto di venire qui a Verona per questo convegno a livello nazionale. Veramente la storia di Verona offre molto nel campo religioso, come ben sapete, non soltanto in costruzioni, ma anche nell’ambito dell’animazione avvenuta attraverso fondatori e fondatrici di Istituti religiosi. E’ per coloro che sono stati al Centro Mons. Giuseppe Carraro, non possiamo dimenticare questo grande Vescovo, piccolo di statura, ma grande uomo. Una figura ancora molto ricordata in Diocesi. Quando parlo con la gente, compresi i preti, dico che noi viviamo ancora delle iniziative che egli ha avviate; egli infatti ha avuto una visione molto ampia, organizzando la Pastorale nei momenti in cui l’associazionismo cattolico viveva momenti di ristagno.

Una Chiesa, quella di Verona, che anche oggi ha i suoi grossi problemi e che tuttavia è ancora viva e cerca di manifestare ciò in cui crede profondamente: la comunione con le altre Diocesi e l’accoglienza ai tanti pellegrini e turisti che vengono a visitare la città, specialmente durante il periodo estivo anche a motivo delle opere che vengono rappresentate in Arena. Sicché siamo abituati ad incontrare persone e io vi ringrazio anche perché in questo momento, quasi a continuazione del Giubileo del 2000, si va intensificando l’attività dei pellegrinaggi.

Dobbiamo approfondire le motivazioni e il senso autentico del viaggiare, di fare un pellegrinaggio. E’ stato ricordato che il pellegrinaggio è diventato uno di quelli che il Papa chiama areopaghi. Infatti rifacendosi al Capitolo XVII degli Atti degli Apostoli, nell’esperienza di Paolo all’areopago di Atene il Santo Padre si esprime così: “Dobbiamo entrare negli areopaghi di oggi”, e a me sembra, anzi ne sono convinto, che il pellegrinaggio sia uno di questi areopaghi. Ne sono tanto convinto che, quando gli impegni me lo consentono, accompagno pellegrinaggi diocesani a Lourdes, a San Giovanni Rotondo, in Terra Santa, in Turchia e sempre costato i buoni frutti spirituali che ne derivano.

Durante l’anno del Giubileo del 2000 ho avuto modo di incontrarmi con tantissima gente della Diocesi e da allora si va tessendo un rapporto che continua adesso come motivo di ricerca e di spinta spirituale. L’importante è prepararsi a tutto questo. Io credo che le tematiche di riflessione approfondite in questi giorni, e di cui ho visto i titoli, siano davvero un aiuto che poi voi sarete chiamati a dilatare nei vostri ambienti di vita.

Permettetemi di fare ora una piccola osservazione, e chissà quante volte l’avrete fatta anche voi: quando si fa turismo religioso, si organizzano pellegrinaggi, è fondamentale che durante il tempo di andata del viaggio si crei il giusto clima di pellegrinaggio. Durante gli 8 pellegrinaggi diocesani che ho fatto in occasione dell’anno Santo del Giubileo, ho avuto una gioia particolare nel vedere la grazia di Dio all’opera.

Al contrario di ciò che spesso si respira nei viaggi turistici e di piacere, come brontolamenti, contrapposizioni..., nei pellegrinaggi, ho costatato affiatamento, accettazione dei contrattempi, come ad esempio un bus in panne, e la gente che manifesta la sua bontà nelle relazioni fraterne. Vuol dire allora che lì il Signore opera spiritualmente. Lì è presente e questa sua presenza è necessario farla emergere e aiutarla ad entrare nell’interiorità delle persone che partecipano.

Il titolo di questo convegno, che mi piace molto, è: “Viaggiare, visitare e accogliere”! Il Signore vi accompagni allora in questa attività e ritenetela come una vocazione all’apostolato perché lo è veramente, e lo sarà sempre di più nella misura in cui voi la approfondirete spiritualmente e vi sentirete annunciatori del Vangelo.



Prolusione

S.E. Mons. Luigi Bressan, Arcivescovo di Trento
Il Grande Giubileo ha rilanciato il pellegrinaggio, con un complesso di iniziative pastorali a forti contenuti pedagogici ed esperienziali di fede. Molte agenzie hanno profittato per promuovere un turismo religioso, che sceglie destinazioni a notevole rilevanza religiosa o per storia o per devozione. Questi due aspetti della mobilità umana hanno avuto un’attenzione accentuata, e restano importanti e perfettibili. Tuttavia, non giustificano che si abbandoni la considerazione sul viaggiare in genere, quasi esso non avesse potenzialità da sviluppare ed abusi da correggere. È su questo aspetto che intendo soffermarmi, anche in quello spirito di dialogo culturale sui grandi temi della nostra società e della vita quotidiana, sui quali ci invitano gli “Orientamenti” della Chiesa in Italia (cfr. n. 60).
1.Una testimonianza di turismo vuoto

Inizierei col parlare di abusi partendo dal racconto di un turista: “Un giorno mi capitò sottomano una pubblicità sulla Costa d’Avorio. La sfogliai: magnifiche spiagge sotto le palme, oceano a distesa, clima calmo, situazione politica tranquilla, lingua francese che conoscevo discretamente, un viaggio di cinque ore di aereo da Parigi, mezzi di comunicazione assicurati in ogni evenienza, ecc. ecc. Mi sentivo un po’ stanco, e decisi di prendermi una settimana di vacanza. Dopo tutto, l’Africa mi interessava e pensavo che un’esperienza in mezzo a quelle popolazioni mi avrebbe permesso di capire meglio il progresso e il sottosviluppo, il commercio che sfrutta i popoli e quello equo, i conflitti interetnici, le migrazioni, i concetti di cultura e di razza, ed altri aspetti del vivere umano. Questi vengono realizzati in modo differente che da noi e sicuramente mi avrebbero permesso di arricchire il mio intelletto, capire meglio il mio stesso approccio alla vita e non rigettare quanto è diverso soltanto perché è diverso.



Sull’aereo stavo riandando alla pubblicità vista e mi venne in mente che tra le immagini riprodotte vi erano pochi africani. Ma, capirai, è chiaro che se uno va in Africa li incontra, dialoga con loro, si inserisce nella loro società. Mi addormentai, e quando al primo mattino sbarcammo a Abidjan ero ancora tanto addormentato che passai al bus senza nemmeno accorgermene. Mi ritrovai in un villaggio detto turistico a 60 km dalla capitale, con una grande piscina; ci spiegarono che era troppo pericoloso tuffarsi nel mare. Di africani, ve n’erano pochi, ed agivano proprio come noi desideravamo, senza una loro personalità.

Avrei voluto andarmene, ma dove e come? Là tutto era perfetto, organizzato da europei, con cibi appetibili al nostro gusto usuale. Solo il sabato ci riportarono per alcune ore in città, o meglio dire nel grande centro commerciale dell’hotel “Ivoire”, ben lontano dai quartieri popolari. Poi riprendemmo l’aereo per l’Europa.

Francamente non avevo incontrato non dico valori e modi di vivere, ma nemmeno nessun africano che agisse nel suo ambiente ordinario. Mi rendevo conto che non avevo nemmeno contribuito al loro benessere, perché il beneficio del nostro turismo finiva in tasche lontane dall’Africa.

Eppure attorno a me tanti dicevano che avevano passata una bella settimana (a parte la delusione di qualche signora che si attendeva un’abbronzatura più marcata). Non li capivo, poiché avrebbero potuto avere la medesima esperienza andandosene in una delle centinaia di “Acqualand” o in uno dei migliaia di shopping Center d’Europa. Dentro di me sentivo il rammarico di aver sprecato un’opportunità di crescita e di non aver dato nemmeno un piccolo contributo ad altri”.
2. Opportunità mancate

L’atteggiamento dei compagni di ventura di questo turista è piuttosto comune: indifferenza e disinteresse per l’umanità che li circonda e che privano di un arricchimento umano.

Risultati simili si ottengono anche con altri approcci, come quello di andare altrove, ma senza alcuna preparazione culturale, senza una coscienza d’identità. Magari si conosce la storia della propria nazione, ma non si è mai riflettuto sulla sua identità; allora l’incontrarsi con l’altro può rendere coscienti di una simile lacuna, oppure produrre un rinchiudersi in se stessi. Il notare, l’osservare, l’ammirare non sono necessariamente un percorso che porta a una maggiore umanizzazione, se non c’è un lavoro interiore che soppesa le realtà. Senza tale riflessione, alla quale tuttavia si deve avere il coraggio di prepararsi, non nascerebbero né stima per i valori trovati né voglia di identità, né desiderio di sentirsi parte di una comunità sia locale sia mondiale.

Vi è anche l’atteggiamento opposto, ed è quello della presunzione di conoscere già tutto o di misurare tutto sul nostro metro di giudizio. Sorridiamo quando leggiamo di un missionario del 1600 che accenna ai grandi templi di Angkor Wat in Cambogia e che aggiunge: “Sembrava che li avessero costruiti i Romani” … poiché si riteneva che solo loro sapessero fare cose simili. Ma ci rattrista ancora più che questo accenno del missionario italiano e di uno spagnolo sull’esistenza di questi templi impressionanti sia stato ignorato per circa tre secoli, quasi che la testimonianza dei religiosi non avesse valore (furono “riscoperti” da Muhot verso il 1850). In una situazione parallela, il gesuita esploratore Eusebio Chini affermò ancora all’inizio del 1700 che la California era una penisola, ma si sentì trattato da ignorante dai grandi cartografi olandesi, che asserivano di conoscere perfino marinai che avevano circumnavigato “l’isola della California”. Ci vollero quasi cinquant’anni perché si desse ragione al missionario.

Sono due esempi, che mostrano come il viaggiare interpelli le nostre convinzioni ed esiga la capacità di cambiare e riconoscere i limiti di una approccio eurocentrico. Noi riteniamo, tanto per citare un altro caso, che gli africani siano diventati neri a causa del gran sole, ma essi affermano, non senza motivi, che i primi esseri intelligenti apparsi sulla terra siano stati proprio gli africani.
3. Possibilità di crescita umana nel confronto

Spesso il confronto ci obbliga a riconoscere la nostra ignoranza, ad approfondire i principi e forse anche a modificarne le applicazioni. In ogni caso, il viaggiare ci avvia ad affrontare la nuova grande sfida della nostra epoca, che è quella di sintonizzare la diversità culturale con la coesione sociale. E’ ormai realtà che i confini geografici o politici non racchiudono più i popoli entro compartimenti separati o isolati: ormai persone di culture differenti convivono e la coesione sociale resta un valore. Per essere tale, tuttavia, dovrà saper coniugare i vari elementi di un’esistenza composita, senza soppressione delle varietà, ma nella cooperazione. L’aspetto nuovo che si fa sfida è che non siamo più soli ma in parecchi a costruire la casa comune; ciò esige un senso di accettazione e di rispetto, ma anche di appartenenza democratica.

Nel corso dell’evoluzione, con la grazia di Dio, noi uomini della terra abbiamo percorso strade diverse, per giungere a una saggezza che modella i modi di vedere e di conoscere, le maniere di rapportarci al creato e tra gli esseri umani. Sono così sorte quelle che chiamiamo culture, ossia le lingue, le morali, i comportamenti, le espressioni dell’animo, le nazionalità, e le religioni non rivelate.

Una piccola provincia come il Trentino conta cittadini di un centinaio di stati. In quarant’anni siamo passati da un’Italia che inviava i suoi figli all’estero per lavorare a una nazione che accoglie immigrati, e negli ultimi vent’anni l’aumento di questi ultimi è stato del 400%. Non sono una marea travolgente, ma ormai fanno parte del vissuto familiare e comunitario, e costituiscono una scommessa da assumere per una loro valorizzazione, verso un profilo di società che così deve affrontare il cammino interculturale.


4. Identità culturale e vita nella diversità

Possiamo considerare la diversità, infatti, come problema da cui rifuggire il più presto possibile, ma anche come chance etica, una possibilità positiva. E’ il diverso che ci fa riconoscere quello che esattamente siamo, ed è nello scambio dei modi di essere e di vedere che si “costruisce” insieme la nuova identità.

Questa infatti non può più essere statica - semmai l’identità di una persona o di un popolo sono stati statici - ma in un tempo di rapida mondializzazione e con l’intensificarsi delle comunicazioni e delle trasmigrazioni dei popoli, l’identità è un continuo farsi attorno a un nucleo centrale; può essere anche un riconfermarsi, ma in cambiamento.

Ora, il turismo permette di anticipare una convivenza tra persone di culture diverse che è, o tra breve diventa, quotidianità anche nei piccoli paesini di montagna. Esso, infatti, si può intendere come un uscire da casa propria o come accoglienza di un estraneo: in entrambi i casi sono esigiti un’apertura e un distacco da un modo di vivere radicatosi precedentemente.

Il turista si eleva acquisendo nuove conoscenze e stabilendo nuove relazioni con altre persone, magari anche amicizie. In genere, proprio in tali esperienze fuori del suo ambiente abituale, il turista acquista coscienza della sua identità tipica, ed anzi ritorna più fiero di essa, ma pure con la coscienza di far parte di una realtà multipla in cui si può vivere serenamente.
5. Per un turismo che faccia cultura

Anche fuori di questa prospettiva, - pur così rilevante per il futuro delle nostre società - il viaggiatore ha buone chances di sviluppo umano personale e sociale: la possibilità di meravigliarsi davanti al creato ed ai prodotti umani, alle capacità di esprimersi in modi diversi, alla bellezza delle città, all’industriosità, alla carica affettiva di popoli magari prima sconosciuti. Così è più facile avviare una comprensione che dovrebbe portare alla solidarietà ed alla pace, scoprendo anche certe ingiustizie strutturali nel sistema oggi prevalente nel mondo. Vi sono persone ed anche agenzie che sanno organizzare un tale turismo, inserendo nei programmi esperienze di fraternizzazione o almeno di conoscenze interculturali oltre che di teatro, di musica, di visite ai siti archeologici o industriali.

Anche la popolazione dei paesi di accoglienza dei turisti deve poter crescere nei suoi valori. Va riconosciuto che generalmente essa trae un guadagno economico e almeno indirettamente vantaggi nelle infrastrutture come il miglioramento di strade, di servizi elettrici ecc. Talora il turismo provoca una valorizzazione del patrimonio locale. Non è raro che proprio in vista o in conseguenza del movimento turistico si ricuperino edifici cadenti, altrimenti destinati a scomparire, ma anche mestieri in via di estinzione, danze non più praticate, ecc. Gli stranieri poi introducono nuove conoscenze e diffondono aspirazioni idealistiche che possono arricchire la vita locale. Si dice che l’Europa è stata costruita lungo le vie dei pellegrinaggi, poiché essi veicolavano strutture sociali e competenze tecniche, sostenevano lo slancio religioso, impegnavano alla condivisione.

Tuttavia, pure chi accoglie deve vigilare perché il suo stesso patrimonio di spiritualità, cultura, tessuto sociale non venga deteriorato o magari distrutto.


6. Turismo veicolato dal consumismo

Per meglio cogliere il nostro intento, osserviamo che esiste anche un turismo che è mera consumazione di beni, talora anche sfruttamento di persone. In inglese lo chiamano quello delle tre “S”: “Sea, Sex, Sun” (mare, sesso e sole); in Thailandia si dice che certi turisti si interessano soltanto alle tre “P”: a Phuket (isola una volta bella ora in parte deturpata da un afflusso eccessivo), a Patthaya (una volta la spiaggia di Bangkok, ora piuttosto della malavita) ed alle “prostitute”. Essendo vissuto in quella nazione per sei anni non posso che condannare un tale approccio, che tuttavia non è generalizzato: ma fa male sentirlo, anche perché questi turisti vengono da nazioni dette cristiane. Il giudizio è tanto diffuso, che un amico sacerdote rifiutò di venire a trovarmi per non vedere il Visto tailandese sul suo passaporto: diceva che avrebbe perso la stima della sua gente. Talora si distruggono ambienti secolari per “modernizzare”, come dicono, e le generazioni future non li avranno più.

Altri vedono il turismo come una moda a cui si soggiace ed è sofferto come un dovere comportamentale, per appartenere a una classe sociale. In tal caso esso diventa mezzo di prestigio e di vanità: non interessano i popoli visitati, le persone che si trovano sul cammino, i siti culturali, il rispetto dell’ambiente, la sensibilità della gente. Si cercano degli stereotipi che entrino bene nel proprio sistema concettuale, anche se per tale fine si deve invadere rozzamente i costumi altrui. Potremo fare altri esempi, ma tutti siamo convinti che invece la via da seguire è l’approccio ad un turismo non soltanto sostenibile, ma che porti dei valori, un turismo culturale e sociale, che non si limiti al bene individualistico ed immediatamente godibile
7. Piste di reazione per un turismo dei valori

Vi deve anzitutto tener presente che non tutte le categorie nemmeno dei nostri concittadini possono permettersi il turismo, mentre ognuno dovrebbe avere accesso a una mobilità sia pure contenuta. Certi stili di turismo riservano a pochi le risorse, magari perché la categoria che le reclama è più forte. Inoltre, come restare insensibili quando ad esempio una notte di hotel costa più dello stipendio mensile di un cameriere? Il viaggiare deve aiutare a far crescere la coscienza della solidarietà e della corresponsabilità alle sorti del mondo. Anche il tema dell’ambiente rientra in questo turismo considerato negli aspetti sociali, poiché Dio creò il mondo per tutta l’umanità, comprese le generazioni future.

Talora lo stesso turismo organizzato dalle scuole lascia perplessi. Faccio solo un esempio: i ragazzi di una terza Media furono portati dall’Italia a Parigi, senza conoscere la lingua, la storia, la natura di una metropoli… Questa è un’iniziativa promozionale per i ragazzi, oppure una commercializzazione del viaggiare a profitto delle agenzie e magari a scapito delle famiglie?

Si vede che per affrontare il viaggiare in senso umano e quindi con un profitto globale occorre una preparazione sia remota sia prossima. La prima include la sensibilizzazione all’aspetto formativo del viaggiare, dell’uscire dal proprio ambiente, del condividere con altri giornate di viaggio, dell’incontrare altri popoli. La preparazione immediata prevede una conoscenza dell’ambiente che si avvicina, della sua storia, della composizione etnica e religiosa di chi ci vive. Che si considerino le potenzialità di coscientizzazione sociale attraverso il turismo, oppure di crescita culturale, in entrambi i casi occorre programmare una preparazione.

Il viaggiare è destinato, infatti, a completare la formazione libresca, anche se questa ha i suoi vantaggi. Non senza ragione dal tempo di Erodoto in poi sono nati racconti di viaggi, più o meno realisti, e con finalità varie. Pensiamo anche ai racconti medioevali di Marco Polo, del Beato Odorico di Pordenone, di John Mandeville. Anche presso altri popoli vi sono racconti antichi di viaggi, ed hanno un significato ancora attuale.

In merito, va osservato che si riscontrano quattro tipi del viaggiare: quello del giramondo che sfiora gli aspetti panoramici dei luoghi visitati, quello del commercio o comunque di attività rimunerative, quello a finalità educativa, e infine quello a fini di devozione o di cultura religiosa. Il primo tipo evita un accostamento attento interessandosi soltanto a vedere più cose possibili e le più diverse dalla realtà del paese di partenza. Il secondo tende a trascurare quanto non riguarda il fine del guadagno economico; tuttavia, potrebbe essere integrato da valori culturali ed etici. Gli ultimi due tipi del viaggiare sono più aperti, ma le buone intenzioni non bastano: è necessario di imparare un’arte del viaggiare, che profittando dei mezzi di comunicazione, si ispiri a una scelta fondamentale di vita, evitando la maldestra dispersione tra tutte le curiosità.


8. Arte del viaggiare

In fondo, il turismo dei valori suppone una pedagogia del tempo libero, che non è bene da sprecare, poiché il tempo è sempre prezioso. Secondo l’espressione del Papa: “Il tempo libero è dato a ciascuno di noi per diventare più uomini, per guadagnare. Questa veramente è una vocazione, un compito: guadagnare il tempo libero, diventare più uomini, crescere più umanamente, spiritualmente in questo periodo” (discorso al CTG del 3.12.1982).

La distensione fisica e psichica non è una finalità da disprezzare, ma vanno perseguiti pure l’arricchimento dello spirito, la scoperta della natura, l’amore al creato, la simpatia per le persone che si incontrano, che non sono bensì diverse, ma anzitutto e soprattutto eguali nell’essenza e nelle aspirazioni. Per il credente il tempo resta sempre un dono meraviglioso, anche se si può suddividere in tempo del lavoro, tempo del non-lavoro, tempo libero o anche in altre suddivisioni. Esso permette di “guadagnarsi il pane con il sudore della fronte”, e di dare spazio alle dimensioni del gioco, della festa, della gioia, della socializzazione, della crescita nel senso di appartenenza alla famiglia umana, e di quella attività che è alla base di ogni processo di vera umanizzazione: la spiritualità, la relazione con Dio, che per il cristiano è risposta alla Sua presenza.

L’arte del viaggiare si avvale anche di una valutazione che sappia proporzionare i mezzi ai fini ossia calcolare la spesa di tempo e di mezzi economici, come pure i rischi, in proporzione ai vantaggi di salute, di cultura, di crescita in campo scientifico e sociale, di sviluppo nella religiosità.

La proposta di itinerari decisamente formativi e di esperienze di vera condivisione rispondono a tali esigenze in modo precipuo. In questo campo il volontariato è particolarmente educativo per chi lo pratica e fa un po’ da calmiere di fronte alla mera logica gestionale e da correttivo allo sfruttamento inumano della mobilità. Tuttavia non si può ridurre il viaggiare dei valori al solo volontariato o a programmi decisamente culturali, ma l’approccio è più ampio e investe ogni forma di turismo; esso è proposto a tutti: persone ed agenzie. E qui ci si potrebbe chiedere perché come cristiani ci interessiamo di una tale questione, che per molti aspetti riguarda più un umanesimo che la fede.
9. Il credente e il viaggiare

Ricordava il Papa il 7 settembre 1986 (a Courmayeur) che il turismo poiché “coinvolge l’uomo nelle sue varie dimensioni, ha trovato nella Chiesa una particolare considerazione per i suoi risvolti spirituali, morali e culturali… Sono folle che si muovono, oltre che per interessi economici e motivi di necessità, a scopo di svago o per il desiderio di vedere luoghi e uomini di Paesi diversi. Da qui derivano grandi vantaggi per la cultura, per i rapporti tra i popoli e, di conseguenza, per la pace, per la promozione della civiltà e per la diffusione di un più ampio benessere… Il turismo è un fenomeno generale, che è anche portatore e ricercatore di valori… Il fine ultimo dello sviluppo turistico non può pertanto consistere in un vantaggio puramente ed esclusivamente economico, bensì nel servizio proteso al bene della persona integralmente considerata”.

In questo contesto comprendiamo che la Chiesa, chiamata dall’amore di Cristo ad essere strumento di crescita umana, si occupi di turismo, affinché il viaggiare sia arricchito di valori e il tempo venga usato per il bene. Vi sono iniziative come la presente che rispondono a tale esigenza di servizio, e con essa tutte le attività dell’Ufficio nazionale e dei Centri diocesani. Sul piano universale ricordiamo brevemente l’attività del Pontificio Consiglio per gli itineranti con una sezione sul turismo, e i suoi quaderni “On the Move”; l’organizzazione di colloqui nel mondo intero; la partecipazione della Santa Sede, all’Organizzazione Mondiale del Turismo come Osservatore Permanente.

Tale impegno mostra l’interesse della Chiesa per il turismo moderno (oltre che potersi gloriare della tradizione degli “hospitia”). .Del resto ne ha parlato il Consiglio Vaticano II nella Gaudium et Spes (ai nn 54, 61, 67, con un accenno al tema anche nel decreto sull’Apostolicam actuositatem, 13), circa il compito di aiutare coloro che viaggiano come turisti.

La vostra attenzione per un turismo dei valori rende omaggio a tale senso cristiano di corresponsabilità per una civiltà che progredisca verso una condizione di vita più fraterna. Sul percorso dei viaggi o nell’accoglienza, i cristiani possono essere testimoni di speranza ed evangelizzatori. La prospettiva di un contributo sarebbe ancora più ricca se affrontassimo forme diverse del viaggiare come il turismo religioso e i pellegrinaggi. Ma già l’assicurare dei valori al comune viaggiare risponde a una prima vocazione cristiana. Del resto la vita umana, in quanto è percorso, si riflette nell’itineranza umana.

Infatti, come cristiani siamo sollecitati a prendere parte alla costruzione della città degli uomini perché divenga sempre più città di Dio, e non possiamo mancare lì dove sono in gioco valori da acquisire, consolidare e difendere, in dialogo anche con i non-cristiani. Noi credenti vi portiamo un senso, approfondito dalla fede, nell’unicità della famiglia umana, nella dignità di ogni persona, nella destinazione universale dei beni, nella corresponsabilità etica, nel senso di riconoscenza per i doni che Dio ha posto a nostra disposizione.

Non posso che incoraggiarvi quindi ad approfondire questi temi a favore dei giovani, delle istituzioni, dell’ospitalità, dei concittadini che programmano viaggi nel loro futuro. Grazie quindi a voi convegnisti ed agli organizzatore del Convegno.

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