Posso dire Don Mazza che abbiano iniziato nel 1996 quando io ero Assessore regionale del turismo ha portato qui a Verona gli approfondimenti sul turismo religioso, la Conferenza Episcopale, di questo credo sia personalmente



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24.01.2018
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3. Rilancio della presenza evangelizzante della Chiesa


3.1. Con questo Convegno l’Ufficio Nazionale, in sintonia con i referenti diocesani e regionali e con il determinante sostegno delle Associazioni, tenta di mettere in moto un rinnovato interesse per la pastorale del turismo. Al punto cui si è giunti del nostro percorso, soprattutto al seguito del decennio trascorso e dell’esperienza giubilare, dobbiamo sommessamente ammettere che ci troviamo poco più in là degli inizi.

Occorre perciò investire idee, energie e risorse, con adeguati e rinnovati strumenti operativi. Occorre attivarsi non solo nel “sociale turistico” o nel cosiddetto “turismo religioso”, ma nei dinamismi strutturali e nelle tendenze della cultura e della sensibilità contemporanea se intendiamo davvero concretizzare un cammino di evangelizzazione e un programma di inculturazione della fede. Qui a tema non è il “che fare” ma il “senso complessivo” di quanto accade col e nel turismo per un umanesimo più autentico, per una dimora dell’uomo più abitabile, più rassicurante, più gioiosa.


3.2. In questa prospettiva il Convegno è una proposta forte e rappresenta un segnale di ripresa, superando pigrizie, e quella scarsa propensione alla creatività e al pensiero complesso di cui spesso diamo prova. Siamo qui per lavorare in un clima di grande passione per l’uomo, in uno stile di comunione. Vorremmo risvegliare le coscienze, vincere gli individualismi, convertirsi secondo le attese della Chiesa, e servire l’uomo nella sua fatica di vivere con dignità, anche nella sua itineranza turistica.
Le ragioni del Forum delle associazioni

Dr. Angelopiero Bafundi, Presidente del Forum delle Associazioni turistiche di ispirazione cristiana


Il Forum delle Associazioni Turistiche di ispirazione cristiana ha preso vita qualche tempo fa presso la Conferenza Episcopale Italiana. E’ luogo permanente di confronto e di collaborazione tra esse con l’obiettivo di valorizzare e potenziare la loro comune presenza nella società italiana. Il Forum punta a far crescere all’interno delle Associazioni il desiderio di esprimere un impegno condiviso, capace di essere rispettoso di ciascuna realtà ma proteso a costruire una presenza autorevole dell’associazionismo cattolico nel suo insieme, consapevole dei propri valori e del proprio compito. E’ nostra convinzione che questo desiderio possa maturare a partire da alcuni eventi di rilevanza nazionale e regionale, come questo incontro.

Mi sono chiesto quale fosse, dopo il saluto, l’augurio che io potessi dare per la migliore riuscita di questo convegno; ci ho pensato a lungo. Credo che l’augurio che posso fare qui, a voi e a me, è quello di ritrovarci tutti un po’ impreparati, non sui temi da affrontare, ma sulle risposte da dare tutti insieme alle domande che la realtà che ci circonda oggi ci pone. Per essere più chiaro, auguro a me ad a voi di non dare tutto per scontato, di essere capaci di interrogarci sulle nostre convinzioni e le nostre capacità, di aprire il nostro cuore e la nostra mente realmente tra di noi, di avere un po’ di stupore per quello che oggi qui può accadere. Senza questa disponibilità a costruire insieme ed a ripensare insieme le ragioni e le modalità della nostra presenza, quindi a metterci tutti in discussione, questa occasione sarebbe inutile.

Occorre invece investire su questo incontro. Dopo anni di lavoro nel turismo, sia nelle organizzazioni d’impresa sia nelle organizzazioni cattoliche, sempre vicino all’Ufficio nazionale ed alla Commissione Ecclesiale, mi è sembrato che questo desiderio fosse determinato da un eccessivo ottimismo della volontà. In quel momento, di fronte a me ho avuto l’immagine di decine e decine di incontri e di occasioni spesso perdute, sprecate, dove i ricordi che restano sono più quelli legati a qualche amicizia ed a qualche luogo visitato che quelli legati alla soddisfazione di un compito realizzato insieme. Ad un compito sviluppato con continuità e dovere nel tempo, reso perciò utile per qualcuno..

Con il passare del tempo, mano a mano che si è approfondito il programma di questo incontro, ho però compreso quale fosse la ragione per la quale valesse la pena essere qui oggi: richiamarci l’un l’altro alle nostre responsabilità, per scegliere tra l’alternativa di rinunciare e quella di riprendere in mano con serietà un cammino cominciato tanti anni fa e che ora sembra incompiuto e senza meta.

Siamo qui per una scelta e la sfida è compierla. Sta a noi scegliere, puntare o meno sui significati che contano, giocare o non giocare le carte che abbiamo. Sappiamo che sono quelle vincenti, perché sono quelle che riguardano l’uomo nella sua totalità, nelle sua piena potenzialità, nella sua autentica apertura alla novità, alla vita. Ma sappiamo anche che spesso non le giochiamo o perché non lo vogliamo o perché non lo sappiamo fare; ci sembra che quello che facciamo sia più che sufficiente, e tanto ci basta. Confesso che questa estate ho provato un brivido quando, durante una predica, un parroco di un paese sul lago di Como ha detto che non importa essere in molti, che se si è pochi ciò che conta è che si sia buoni. In quel momento ho avuto la sensazione che le carte disponibili andassero sprecate, fossero come non giocate. Questa idea dei pochi ma buoni mi spaventa. Se diventasse un principio generale del nostro lavoro significherebbe abbandonare gradualmente il campo.

Noi abbiamo una missione da compiere che deve portarci oltre i recinti, oltre i confini dentro i quali ci sentiamo sicuri. Il senso della sfida è tutto qui: riaffermare le ragioni della nostra presenza, ritrovare le nostre motivazioni, discernere gli obiettivi, impegnarci a perseguirli con gli strumenti giusti, tecnici, tecnologici , finanziari, ma soprattutto culturali, morali, religiosi. Voglio sottolineare religiosi. Le ragioni della fede, infatti, non stanno prima o dopo, non stanno sopra o sotto, da una parte come separate dalle ragioni della cultura, dell’economia dell’organizzazione, del marketing, sia esso strategico o finanziario.

Le ragioni della fede stanno dentro l’economia, stanno dentro l’organizzazione, dentro il marketing, come sono dentro la cultura e in ogni altro aspetto dell’opera quotidiana dell’uomo, o piuttosto ne stanno fuori quando non le consideriamo utili, quando le consideriamo inefficaci e inadatte a guidare la nostra azione concreta. Non mi riferisco solo alle opere sociali o di pietà, parlo degli affari, e soprattutto di quelli prodotti dal movimento economico e sociale che è proprio del turismo, in primo luogo perché ci riguarda, in secondo luogo perché è il settore dove la continuità tra valore e prodotto, tra valore e risultato e la più sottoposta a regole di ferrea e reale corrispondenza.

Nel turismo più che in ogni altro settore i valori e gli obiettivi influenzano il prodotto e il processo di produzione, incidono sui prezzi, si imprimono sul territorio e sulle culture locali , determinano l’utilizzo in modo intelligente o meno delle risorse disponibili e quindi dettano legge nella determinazione degli obiettivi e del senso del viaggiare e dell’accogliere.

Tutte le fasi e le componenti del viaggiare e dell’accogliere sono così connesse alle scelte, ai valori, alle convinzioni delle persone che vi operano al punto che il turismo - con la giusta convinzione e la giusta determinazione - può divenire un formidabile strumento di promozione umana nella verità del Vangelo.

Oppure, al contrario, può trasformarsi in uno strumento di diabolica perversione dell’uomo e della natura. Tutte queste riflessioni non sono a noi nuove; sono convinto però che dobbiamo ripeterle senza stancarci. Queste cose noi le sappiamo, l’abbiamo sentite, l’abbiamo insegnate, le crediamo, ma dobbiamo ripeterle perché dobbiamo essere chiari tra noi. Per quanto siano vaste le nostre associazioni, le nostre articolazioni, per quanto possano essere significativi i nostri bilanci, per quanto siano alti i numeri del movimento turistico che rappresentiamo, il turismo di dichiarata ispirazione cristiana è marginale.

Noi cioè, tutti insieme, siamo marginali nello scenario politico ed economico che governa il settore. Rappresentiamo delle nicchie importanti, forse qualificate, forse professionalmente preparate, certamente culturalmente dotate, ma non abbiamo nessuna reale, significativa influenza sul movimento sociale ed economico nel quale operiamo. Sono convinto che proprio per questo si sia voluto riprendere in mano le carte e rimetterle sul tavolo, perché occorre appunto tornare alla radici, occorre sottoporre al vaglio dei fini e delle motivazioni la realtà dei fatti che ci coinvolgono, per trovare la via non solo e non tanto per contare di più ma per essere realmente quello che dobbiamo essere e così compiere sino in fondo il nostro servizio.

Se dovessimo scegliere un riferimento alto, potremmo esprimere questa ragione di ritorno alle radici affermando che occorre portare l’attenzione sul fare puntando il dito sul pensare, cioè sul pensiero che motiva e giustifica i fatti. Dovremmo dire che non c’è possibilità di ortoprassi se non nell’ortodossia. Se in qualche modo l’ortoprassi – cioè il ben fare - sembra possibile all’interno di uno scenario nel quale la cultura cristiana è ancora un punto di riferimento, almeno storico, è certo che quando questo punto di riferimento verrà meno, ossia non sarà sostenuto più da un pensiero forte anche l’ortoprassi non sarà più possibile.

In parole povere o siamo convinti che le buone azioni le fa chi è consapevole di farle o è inutile ragionare. Soprattutto è inutile ragionare sul fare se non si vuole arrivare alla rdici del fare, cioè alle motivazioni per le quali il nostro fare sembra così marginale e così incerto. E nel conto dobbiamo mettere le nuove e le vecchie difficoltà di lavoro e di dialogo con il mondo nel quale viviamo, inserendo tra esse quelle che ci vengono poste da culture e realtà la cui storia non è cristiana, anzi dichiaratamente alternativa ad essa.

E’ chiaro che questo, per me almeno significa non solo soffermarci sui nostri problemi organizzativi, dunque sul fare, ma soprattutto recuperare e ricostruire un’identità che sappia incarnarsi nella storia. Parlo di un’identità che muova dall’Ideale e si faccia carne e sangue nel mondo per Lui e con Lui, con noi e per mezzo di noi, amando il mondo, partecipando alle sue sofferenze, ma anche sfidandolo, perché sa richiamarlo sempre alla sua vocazione e al suo destino.

Credo che dobbiamo chiederci con sincerità e rigore intellettuale e morale se siamo in grado insieme di riaprire un percorso che ci consenta di ricostruire questa identità nel e mediante il turismo promosso, organizzato e gestito dalle nostre associazioni. E’ certo che non lo potremo mai fare se continueremo ad essere frammentati fra di noi, se saremo ancora concorrenti fra di noi, se saremo isolati fra di noi, se continueremo ad essere spesso estranei ai contesti ecclesiali e sociali dei quali invece dovremmo essere parte attiva e responsabile.

Se continueremo ad essere indecisi e deboli nei confronti della grande realtà del mercato nel quale ci troviamo ad operare, la piazza del mercato dove si ritrovano ogni giorno tutti coloro che hanno una domanda da porre, un bisogno da soddisfare, un’offerta da proporre, un prodotto da vendere, un’idea da verificare con gli altri. Il mercato non è solo quello delle imprese, ma il mercato è il mercato della cultura, è il mercato del non profit, dei servizi sociali, del volontariato.

Il mercato è il mondo nel quale ci troviamo, il grande villaggio globale dove – lo si voglia o meno - ognuna di queste cose viene pesata e valutata da chi deve scegliere come impiegare la propria vita, il proprio tempo, le proprie risorse finanziarie, cioè da ciascuno di noi e dalle persone che noi conosciamo. E questo mercato va stanato, va sfidato, nella qualità dei servizi, nelle strutture, nella professionalità degli addetti, nell’assistenza alle persone, nell’utilizzo delle tecnologie di rete, di marketing, nell’animazione culturale. Credo che su questo dovremmo tutti riflettere. Mi scuso per la passione con la quale credo di richiamare tutti noi ad un rigoroso impegno in queste giornate.

Sono convinto che se pensassimo di partecipare solo a un seminario non daremmo nessun contributo all’impegno dell’Ufficio nazionale; se invece ci mettessimo realmente in gioco, come persone e come associazioni, se investissimo sul nostro essere qui insieme come una occasione per rispondere ad una sfida allora certamente faremmo qualche passo in avanti. Nessuno intraprende una via nuova se non è obbligato dagli eventi oppure se non ritiene che ne valga la pena perché ha qualcosa, da guadagnare, da imparare, da conoscere. La via nuova infatti può essere faticosa da percorrere e irta di difficoltà, il mio invito è renderci tutti conto che non si può fare a meno di abbracciarla, qui ed ora.




Cinque lezioni per capire e agire


Prima “Lezione”

Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva culturale”


Dr. Armando Torno, Responsabile delle pagine culturali del Corriere della Sera



Seconda “Lezione”

Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva antropologica”



Don Gianni Colzani, Docente di teologia, Pontificia Università Urbaniana di Roma

Terza “Lezione”

Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva normativa”




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