Posso dire Don Mazza che abbiano iniziato nel 1996 quando io ero Assessore regionale del turismo ha portato qui a Verona gli approfondimenti sul turismo religioso, la Conferenza Episcopale, di questo credo sia personalmente


Prof. Avv. G. Paolo Cogo, Titolare di diritto amministrativo nella Facoltà di



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Prof. Avv. G. Paolo Cogo, Titolare di diritto amministrativo nella Facoltà di

Economia “Federico Caffè” dell’Università degli studi di ROMA TRE.




Quarta “Lezione”

Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva biblica”



Don Augusto Barbi, Docente di Sacra Scrittura, Studio Teologico di S. Zeno di Verona

Quinta “Lezione”

  • Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva pastorale”

Mons. Sergio Lanza, Docente di teologia pastorale, Pontificia Università Lateranense



  • Viaggiare, Visitare e Accogliere nella Chiesa. Modalità, metodi, organizzazione”

Mons. Paolo Doni, Arciprete di Conselve (PD)

Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva culturale” *



Armando Torno
Una riflessione sul viaggio, sulla visita, sull’accoglienza è un argomento che, a una persona che fa il mio lavoro, costretta a compiere uno slalom tra le notizie dal mattino alla sera, rappresenta qualcosa anche di sofferto. Chi cerca di confezionare due, tre o quattro pagine di giornale ogni sera, è costretto sostanzialmente a compiere un itinerario attraverso una grande invasione di notizie e di dati. Tutti sono importanti, tutti si presentano allo stesso modo. E poi deve operare una scelta che gli è suggerita dall’esperienza, dalla cultura, dalla coscienza, da molte altre cose, ma è sempre una scelta difficile, a volte dolorosa. Ci sono cose importanti che magari non vedranno mai la luce, ci sono argomenti che non riescono ad esseri espressi per un grande pubblico.

Quello che voglio proporre a voi è un momento di riflessione che parte dalla tradizione occidentale, da quella che è la tradizione che noi abbiamo sulla pelle, nella coscienza, nel cuore, ci portiamo appresso nell’anima, il nostro codice in fondo di lettura della realtà. La nostra cultura, per quanti sforzi poi dobbiamo fare per capire il mondo, è sempre un po’ questa cultura che ci accompagna, che determina i nostri giudizi, la nostra estetica, le nostre filosofie.

Io vi invito semplicemente a una serie di riflessioni sul fatto che il viaggio, il tema culturale del viaggio, il tema letterario del viaggio, il tema filosofico del viaggio, è qualcosa che abbiamo ereditato e dobbiamo necessariamente compiere ogni volta che cerchiamo di fare un atto di riflessione.

Alle origini della nostra cultura gli archeologici più o meno stanno in questi tempi concordando su una figura abbastanza unica, che forse è la matrice di tutta una serie di opere, di modelli, di codici, di ispirazioni, che è la figura di Ghilgamesh, l’eroe sumerico che compie appunto un viaggio e nel suo viaggio incontra varie situazioni,


_______________

* Testo da supporto magnetico non rivisto dall’Autore.


incontra anche un diluvio. Da Ghilgamesh si formano moltissime altre forme letterarie, si formano gli stessi agiografici biblici, si formerà poi la letteratura greca.

E’ una matrice che probabilmente condensa antiche tradizioni, antichi bisogni, antiche visioni e che offre questo primo prodotto culturale alla civiltà della mezzaluna fertile, alla civiltà che poi diventerà europea, diventerà occidentale e che risale addirittura a oltre 4000 anni fa. Sentiamo l’influenza di questo personaggio già nei testi delle piramidi; la sentiremo poi nei poemi omerici; la sentiremo in tutto il lento avanzare della civiltà.

Però quello che rimane indiscutibilmente attaccato al nostro modo proprio di concepire la cultura è indubbiamente la figura di Ulisse, la figura dell’eroe omerico che nelle sue peregrinazioni e nel suo ritorno attraverso il poema dell’Odissea, fonda addirittura non soltanto un modello, ma anche un modo di pensare.

Effettivamente io penso che ognuno di noi leggendo un libro, guardando un quadro, si è accorto che ogni volta in sostanza deve compiere un viaggio per arrivare al significato. Ed è grosso modo questo strano viaggio, descritto da Omero, questo strano viaggio cui è chiamato Ulisse, un viaggio che a seconda delle epoche, a seconda delle situazioni, a seconda delle culture, è interpretato.

Possiamo dire che le peregrinazioni di Ulisse diventano argomento costante per tutta la letteratura antica, e da esse non si riesce assolutamente ad uscire. Troviamo Ulisse in Erodoto, troviamo Ulisse persino nella tarda grecità, quindi lo troviamo anche nei neoplatonici, lo troviamo nei padri della chiesa, lo troviamo in quasi tutta la letteratura che il mondo antico ci conserva, con una frequenza e con una costanza, con una serie di imitazioni che addirittura non lasciano spazio ad altre immagini della lettura della realtà e del viaggio che ne è la conseguenza.

Certamente il passaggio dall’evo antico all’evo medievale trasforma la figura di Ulisse. Indubbiamente Ulisse trova sul suo cammino delle infinite trasformazioni. Il poema di Dante, che a sua volta è un viaggio, dà alla figura di Ulisse un ulteriore cambiamento, facendolo diventare praticamente l’eroe del folle volo, l’eroe che non accetta di tornare ad Itaca, l’eroe del viaggio aperto. Lo rende in questo modo molto più ansioso, molto più moderno, molto più attaccato a quelli che saranno poi i modelli del romanzo cortese, ma anche del romanzo in generale. Tuttavia il tema del ritorno, se lo si osserva con una certa attenzione così come il tema del viaggio, è il tema della seconda parte dell’Odissea. Il tema del viaggio è dei primi dodici libri.

Il tema del viaggio è talmente dentro la natura delle situazioni, dei libri, dei ragionamenti occidentali che è difficile trovare un autore, un solo autore che ne è immune. Faccio degli esempi chiaramente nello spazio che posso avere e questi esempi vi prego che siano semplicemente un oggetto di piccolo pensiero, non vogliono essere cose categoriche.

Ma proviamo a pensare a Platone, che è anche il modello su cui si fonda la filosofia occidentale. Platone per realizzare lo stato, la sua politeia, la repubblica, in fondo percorre il viaggio descritto nella settima lettera per recarsi a Siracusa, per rendere pratico, per rendere sostanzialmente concreto tutto quel progetto che si ritrova nelle sue opere. Sappiamo poi che il progetto fallirà, che il tiranno di Siracusa non avrà orecchie sufficienti, coraggio sufficiente per poter realizzare questo sogno del filosofo. Però Platone è intimamente legato a questo viaggio: è la sua unica realizzazione, la sua unica concretezza, praticamente la sua unica possibilità.

Così abbiamo anche il fondatore, l’autore che è considerato essenziale riferimento per lo stesso concetto di storia, Erodoto che fa nascere la sua opera dal viaggio, dalle osservazioni dirette, con tutti gli errori che le osservazioni dirette e i discorsi riportati possono avere.

Così ritroviamo, via via nel tempo, anche il viaggio medievale che sovente ci sfugge. Faccio semplicemente un esempio: nell’XI e nel XII secolo sovente vediamo che i viaggiatori tendono al fantastico, i libri di viaggi si assottigliano, molte volte non ci sono quelle descrizioni che ha il mondo antico, che poi avrà il mondo rinascimentale. Però è bene osservare molti libri, molti trattati, ma alcuni trattati, che poi lasceranno grande traccia, altro non sono che dei viaggi spirituali, interiori. Ad esempio il didascalico testo di Ugo da San Vittore che è un itinerario per imparare a leggere e in particolare per imparare a leggere la parola di Dio. E’ un viaggio meraviglioso nei vari libri che lentamente il lettore è chiamato a conoscere, grado dopo grado. Anche qui siamo nel XII secolo e pensiamo quanto c’è ancora da fare.

Ma anche la cultura laica – quella cultura che vorrà in nome della ragione o almeno in nome di una serie di motivi che chiaramente è lungo elencare e quindi la cultura illuminista, la cultura poi che farà riferimento con forza alla ragione – avrà nel viaggio ancora il suo punto di forza. Pensiamo ad esempio a Locke che inizia a formulare il prototipo del viaggiatore inglese. E’ il viaggiatore che si reca, ne approfitta, consuma, casomai farà affari... ma è il viaggiatore estremamente pratico. Pensiamo ad esempio a quanto nel V libro dell’Émile, Rousseau – che non può essere certamente considerato un autore cristiano, un autore che cerca anzi di scristianizzare la stessa educazione – ricorda che per istruirsi non basta percorrere i paesi, bisogna saper viaggiare, bisogna saper guardare le cose, e quindi ricasca nel modello dove praticamente tutto era partito.

Ricordo anche che alcune opere apparentemente lontane dalla forma di viaggio hanno il viaggio addirittura come target portante. Farà sorridere il fatto che Erasmo da Rotterdam scrisse l’Elogio della follia proprio a cavallo, in viaggio. Magari farà sorridere che tutta una serie di opere è stata addirittura stampata, concepita per il viaggio. Pensiamo alle stesse edizioni di Aldo Manuzzi, di cui in questi giorni si stanno celebrando i cinquecento anni della nascita del corsivo. Chiaramente sono libri in un formato creato apposta per i viaggiatori, per coloro che desiderano avere una biblioteca portatile, perché il sapere possa continuare.

Ricordo che in fondo l’insegnamento, il marchio, la lezione, chiamiamola un po’ come vogliamo, dell’Odissea continua ad agire sia nell’epica medievale, sia nel romanzo cortese. Ma non è soltanto la commedia dantesca che apprende la grande lezione di Ulisse. Pensate ad esempio anche al viaggio di Don Chisciotte, al viaggio di Faust, a quante variazioni ci sono; pensate a Guerra e pace, al tema del ritorno come entra alla “Recherche” di Proust; e pensate infine alla conclusione dell’Ulisse di Joyce.

A questo punto bisogna dire che con l’Ulisse di Joyce tutto in un certo modo si conclude, o almeno sembra concludersi, ma forse non è così. Del resto nel mondo antico non bisogna dimenticare che la figura di Ulisse, lo ricordavo prima, è anche presente nella riflessione dei padri della chiesa. Trovo ad esempio in Clemente Alessandrino e in Ippolito un paragone molto ardito ma molto bello perché ritengono Ulisse addirittura una “figura Christi”, quasi un richiamo, quasi una specie di archetipo che poi verrà perfezionato, verrà ovviamente perfezionato dalla storia e dalla rivelazione.

Certo l’immagine che noi abbiamo di Ulisse, quando parliamo del viaggio e della sue conseguenze è quella che ci fornisce il tardo quattrocento, quando il viaggio dantesco viene letto come il viaggio di un uomo ombra e quando lentamente questa ombra diventa esploratore, viaggiatore; diventa praticamente il protagonista di un’impresa per conquistare nuove terre o per vedere nuovi orizzonti.

Chiunque apra i poderosi volumi del Ramusio troverà racconti a non finire, troverà continuamente quasi in maniera ossessiva questa raccolta dei viaggi fatti in ogni direzione, sotto ogni latitudine, proprio per cercare di arrivare a capire che cos’è questa benedetta esplorazione, che è un vocabolo latino, molto discusso e discutibile, che però contiene anche il verbo “ploro”, un verbo che San Girolamo usava per le urla degli innocenti uccisi. E forse c’è qualcosa di profetico in questo “ploro” che può confezionare il verbo esplorare.

Dicevo del viaggio che termina un po’ nel nostro secolo, o termina in qualche modo lasciando una traccia diversa. Però non bisogna dimenticare le sfumature che Ulisse presenta. Se ad esempio pensiamo a scrittori italiani come Parini, Leopardi, Graf, Pascoli, lo stesso Gozzano anche in maniera indiretta, molte volte hanno la presenza di Ulisse, fanno i conti con Ulisse. Possiamo citare le opere, possiamo vedere i casi, ma anche tutta la grande letteratura occidentale con Ulisse sembra quasi che debba fare dei conti. Cioè il viaggio è lì, sempre davanti come un incubo o come un sorriso, come la salvezza o come un problema. Pensiamo ad esempio a Melville, a Baudelaire, a Verne, del Capitano Nemo, delle Ventimila leghe sotto i mari, dell’Isola misteriosa, e fin dal nome di Nessuno si avverte un chiaro riferimento ad Ulisse. Pensiamo a Whitmann, a Pound, a Elliot, tutti immagati da questo viaggio di Ulisse e tutti ripetono nella loro poetica questo bisogno del viaggio che c’è.

Da questo viaggio non sono esenti nemmeno le nostre ultime esplorazioni. Faccio semplicemente un esempio, senza entrare nel grande ambito di quella che poi è la fantascienza, ma pensiamo a un film, a un film molto serio che stupì al suo apparire, fece discutere, e che nacque forse come una forma provocatoria di grande intelligenza, partendo dalle musiche, dalle immagini, dai temi, partendo dalle origini che andava a sondare. Era 2001 Odissea nello spazio di Kubrik. Tutti ce lo ricordiamo e ci ricordiamo come questo film abbia fatto discutere anche i credenti e quelli che allora si consideravano laici, proprio per i temi gettati in campo. Quel libro di Clarke, che poi diventa il film di Kubrik, in fondo non fa che ripetere ancora una volta il bisogno dell’Ulisse dantesco di varcare determinati confini.

Ricordo anche che il viaggio non è sempre verso qualcosa o verso qualcuno, non è che il tema dell’accoglienza sia qualcosa di antropologico. Leopardi ad esempio in Ad Angelo Mai compie, tenta, va in un viaggio che in fondo ha il nulla. Così Baudelaire nel Le Voyage è qualcosa che tenta di raggiungere il nulla, così Rimbaud, Le Batroive, il Pascoli nell’Ultimo viaggio di Odisseo.

Improvvisamente la cultura occidentale scopre queste dimensioni nichilistiche e tenta un viaggio verso questo nulla. E’ positivo, è negativo? Quanto ci può essere di esso e quanto ne è rimasto è difficile dirlo.

Ma pensiamo anche che nemmeno un’opera dal punto di vista filosofico inquietante e da un punto di vista letterario enigmatica come “Così parlò Zaratustra” di Niestzche, è in effetti ancora qualcosa che richiama il viaggio. Il vecchio, il vegliardo, il saggio che scende dalla montagna, compie un viaggio. Poi vedranno i commentatori come ci siano molti aspetti dei vangeli, della rivelazione cristiana dove il tema del viaggio è molto presente e ancora fondante.

E’ così intensa tutta questa ipotesi che addirittura anche quando si arriverà all’ironia per Ulisse, molti cercheranno di ridurre la portata di Ulisse attraverso l’ironia, a volte anche feroce. Questo tema comunque non viene decostruito. E’ sempre, magari come un incubo sardonico, presente: Guido Gozzano nell’Ipotesi, Alberto Savigno nel Capitano Ulisse, Valerì nei Cahiers. Ulisse viene casomai combattuto ma non viene eliminato.

Dicevo di Joyce. Sappiamo tutti che l’Ulisse di Joyce è una delle opere più enigmatiche, più dibattute del ‘900 letterario, un’opera che forse non è ancora capita, che viene indubbiamente letta, che viene colta per molti aspetti. In fondo l’Ulisse di Joyce è il racconto compiuto in cento stili diversi, dominato dal flusso della coscienza, dalla giornata, la famosa giornata del 16 giugno 1904 dell’ebreo irlandese Leopold Bloom.

Leopold Bloom vagabonda per Dublino. E’ un itinerario molto limitato ma la cui coscienza esonda, attraversa ogni possibile ostacolo e si costruisce questo libro complesso. Un libro che se non fosse per il titolo, o forse per le lettere con cui Joyce illustrava le intenzioni e poi anche per lo schema stesso ritenuto, con tanto di titolo omerico per ogni sezione – sarebbe stato difficile capire che in fondo aveva come riferimento Ulisse. Però svelato questo problema, svelato questo tema, immediatamente ci si accorge che questa è un’odissea della coscienza, un’odissea straziante, un’odissea moderna. E scopriamo che se Ulisse poteva essere un eroe, un mito, o poteva essere praticamente quel nessuno che diventava quindi qualcosa di immaginabile, qualcosa di costruibile, con Joyce diventa ognuno di noi. L’Odissea sembra quasi finire nelle nostre coscienze, nei nostri turbamenti.

Tutto questo è semplicemente un piccolo itinerario che ho tentato nel mondo della letteratura, intorno alla figura di Ulisse che ci fa da modello. Però accanto a questo vagolare più o meno colto, si tenga presente poi che potremmo moltiplicare gli esempi, dai mercanti scrittori a chi sa quante altre cose.
Quello che è il problema del tempo libero e delle vacanze per una persona come me – che può averlo studiato, può averlo discusso con alcuni specialisti, con alcuni pensatori, con alcune persone che hanno operato sostanzialmente nell’ambito di questo genere di ricerche – il tema , il problema oggi è abbastanza non dico angosciante ma è preoccupante: cioè quanto tempo resta all’uomo per vivere veramente? Quanto tempo l’uomo può sottrarre da quelli che sono gli impegni meccanici della sua vita, per compiere, per continuare quel viaggio che è nel suo codice culturale? E’ difficile dare una risposta.

Noi siamo riusciti da due secoli in qua a rendere l’ozio un vizio; abbiamo detto che ogni forma di ozio, che io intendo nel senso migliore del termine, cioè qualcosa che non è negotium, diventa un vizio. Non è così.

Non è così in Sant’Agostino, là dove vediamo quanto sia necessario, anche per la costruzione del proprio spirito, l’ozio. Lo abbiamo così in Petrarca, che prende da Agostino il tema del “de otio religioso”. Ma non è così in Aristotele che cerca in mille modi di distinguere il nostro modo di passare il tempo. Non è così nella stessa latinità. C’è un’operetta di Seneca, giuntaci mutila, che s’intitola appunto “De Otio” e che invita noi, usando un verbo latino molto prezioso, a secedere – da cui nasce l’idea di secessione – da quelli che sono i ritmi incalzanti della vita, che ce l’annullano e ce la possono soffocare.

Per compiere in fondo quell’itinerario che abbiamo cercato più o meno di accennare e di descrivere, noi abbiamo bisogno di tempo, e il tempo in una società come la nostra viene sempre meno. Possiamo ricavarlo in spazi limitati, possiamo ricavarlo in momenti particolari, ma il tempo è psicologicamente ipotecato senza pietà, senza requie da una società che ci bombarda, che non desidera lasciarci del tempo a nostra disposizione.

Pensiamo quanto sia importante per la nostra coscienza, per la nostra anima, avere del tempo a disposizione, quanto sia importante per la preghiera, quanto sia importante proprio per collegare noi stessi alla stessa dimensione del trascendente. Nessuno di noi senza del tempo a disposizione può guardare un quadro, ascoltare un brano musicale, leggere un libro, cercare di capire e di capirsi, e pensate quanto poco tempo abbiamo.

Ecco di fronte a queste domande, di fronte alle mille risposte che ognuno di noi si può dare, c’è indubbiamente una legittima difesa. E la legittima difesa è quella che ognuno di noi deve in qualche modo mettere in atto: ricavare del tempo per se stesso e questo tempo distribuirlo, renderlo vero, aiutando, collegandosi agli altri, non soltanto diventano un ingranaggio di un meccanismo il cui cervello e la cui anima si sono perse.

Occorre anche ritrovarsi per una serie di motivi, di bisogni, di equilibri, in questo tempo che abbiamo a disposizione. In fondo quando riflettiamo sull’idea del tempo, non bisogna mai dimenticare un aspetto fondamentale: che il tempo in tutta la concezione cristiana è dono di Dio, non è semplicemente qualcosa in cui noi ci troviamo immersi per caso, è un dono che ci viene dato. E’ un dono che la Chiesa ha anche curato con particolare amore. Ricordo che la riforma del calendario fatta nel 1582, che reca la firma del Papa Gregorio XIII – e che è costato alla Chiesa secoli di discussione, oltre che di guai – è qualcosa che, aldilà della sistemazione del tempo necessaria proprio per il mondo europeo di allora, era anche un modo per sistemare il ritmo della vita, nelle concezioni che allora erano state presentate al Papa, il bisogno di un calendario, il bisogno di collegare ogni giorno alla realtà dell’universo. Era un modo molto bello per sottoporre sostanzialmente il nostro tempo a un ordine.

Ora dopo tutto questo cosa possiamo dire? Possiamo dire che ogni volta che compiamo un viaggio, abbiamo la possibilità di spenderlo in una vacanza, noi in sostanza è come se ritrovassimo noi stessi, è come se tornassimo un po’ a quell’origine del tempo che ci è stato dato. I temi della vacanza so che sono infiniti, qui sono stati accennati. Ma è certo che il tema più bello e il tema migliore è quello che fa sì che quel tempo che noi consumiamo ci venga restituito nelle nostre ricchezze interiori, aldilà di questo non c’è vacanza che sia bella, non c’è vacanza che sia utile, non c’è vacanza che sia godereccia.

Il tempo che non viene restituito alla nostra coscienza in fondo è tempo perduto. Questo è quello che posso dirvi per tornare al tema di Ulisse che ho messo un po’ come spina dorsale del discorso, del racconto.

Mi sono andato a riprendere “La mappa del nuovo mondo” di Derewalkor, è un libro del 1981, ed è un libro a me molto caro. Ho detto che con l’Ulisse di Joyce sembrava quasi che l’occidente si chiudesse in se stesso. Ci ha detto: “Attenzione, voi dovrete continuare a viaggiare, magari viaggerete sul lettino dello psicanalista”, sembrava quasi dire, “viaggerete con le angosce, viaggerete con i pensieri, viaggerete con tutto, ma voi viaggerete, viaggerete, quasi come un incubo”. Derewalkor ha rivisto Omero, ha rivisto Ulisse in questa Mappa del Nuovo mondo, molto bella. Ha cercato con la poesia di riaprire quei confini che lentamente il nichilismo e l’assenza di speranza della nostra letteratura, dell’occidente hanno rintuzzato, hanno lentamente chiuso. Ebbene Derewlakor, che tra l’altro è anche Premio Nobel dando spazio a Omero, a Dante, a Joyce, ai mille cantori di Ulisse, scrive questi versi, emozionanti come una nuova apertura:



Alla fine di questa fase comincerà la pioggia,

all’orlo della pioggia, una vela,

lenta la vela perderà di vista le isole,

in una foschia se ne andrà la fede nei porti di un’intera razza,

la guerra dei dieci anni è finita,

la chioma di Elena una nuvola grigia,

Troia un bianco cumulo di cenere,

vicino al gocciolar del mare

il gocciolio si tende come le corde di un’arpa,

un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia,

e pizzica il primo verso dell’Odissea.

Come dire, si può ricominciare da capo, c’è un cieco su una spiaggia, si chiama Omero che ha in mano una lira e che può ricantare di nuovo il grande viaggio. E’ il viaggio che noi siamo chiamati a compiere con il tempo, con un tempo che diventa sempre più prezioso e con la nostra tradizione che è un grande fardello oltre che una grande ricchezza, ma è un fardello di cui dobbiamo essere orgogliosi.

Quando vogliamo dare una risposta a una domanda come quella che mi è stata fatta: quali sono le contro mosse per difendere il nostro tempo? C’è una risposta indubbiamente che è antica e non ha bisogno di molte spiegazioni ed è una risposta che ognuno di voi avrà incontrato molte volte. E’ la risposta che avrebbe potuto darvi l’apertura di un libro come le Confessioni di Sant’Agostino, oppure è la risposta che avrebbe potuto darvi una parabola evangelica o una risposta che avrebbe potuto darvi Pascal. C’è soltanto l’imbarazzo della scelta. Ogni tanto aprendo un libro di questi, un libro vero, si ha magari improvvisamente una risposta.

Il tempo è qualcosa che racchiude qualcosa di divino in fondo. Il tempo passato come lo abbiano passato, perché lo abbiamo passato, ce lo dice immediatamente la nostra coscienza. Ogni sera ci rendiamo conto se la nostra giornata ha avuto un senso o se non l’ha avuto. Ogni giorno ci rendiamo conto se quello che abbiamo speso lo abbiamo speso bene. Io sono fermamente convinto di questo: tutte le volte che perdiamo tempo, abbiamo anche un senso di colpa, in fondo abbiamo gettato verso l’ignoto qualcosa che è meraviglioso. E ogni volta invece che abbiamo investito questo nostro tempo per realizzare qualcosa che è nel nostro codice come bene, buono, positivo, ci rendiamo conto quanto siamo più ricchi.

Il tempo in sostanza si trasforma in ricchezza, ogni volta che è speso bene. Questo è un po’, mi sembra, il piccolo insegnamento che si possa dedurre, ricavare, da tutto questo itinerario e soprattutto dal peregrinare tra tanti libri.

Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva antropologica”



Don Gianni Colzani
Il tema che mi è stato affidato è un tema vastissimo che, da sempre, connota la vita e l’immaginario umano. Basti pensare al viaggio di Abramo, l’arameo errante, ed all’Esodo di Mosè, all’Odissea di Ulisse ed a La strada di Fellini, ai viaggi post-mortem del mondo egizio ed all’Inferno di Dante, al giro del mondo in ottanta giorni di Verne ed alla navigazione su Internet. Vi è viaggio e viaggio; vi è il viaggio di avventura e quello turistico, vi è il viaggio economico e quello religioso, vi è il viaggio interiore e quello iniziatici.

Per questo è necessario delimitare il tema. Quello che vorrei affrontare è il significato antropologico del viaggiare in genere, senza fermarmi direttamente né sul nomadismo né sull’ampia mobilità sociale che contraddistingue la attuale società. Quale esperienza umana evoca il viaggiare, quali dinamiche e quali emozioni mobilita? La diffusione e l’ampio sviluppo che il viaggiare ha avuto in questo nostro tempo ci lascia intuire che questo sviluppo si lega ad una precisa evoluzione sociale, é coerente con le mete che una società si dà, con il modo con cui organizza la sua vita. Poiché si tratta di un dato storico-sociale è da presumere che subisca i mutamenti propri di una evoluzione sociale e culturale rapidissima e che, di conseguenza, il viaggiare di oggi sia profondamente diverso da quello di qualche secolo fa. In un mondo diventato un unico villaggio globale anche il viaggiare è mutato.

L’affermazione può sembrare ovvia e lo è; bisognerà però chiedersi se una realtà così multiforme come il viaggiare non abbia originato anche forme nuove di viaggio. In ogni caso, poiché la percezione del mutamento ha tutto da guadagnare dal confronto tra le esperienze antropologiche precedenti, sarà utile descrivere l’attuale esperienza sullo sfondo di quella passata: aiuterà a capire. Per comodità possiamo partire dal fatto che il viaggiare è deciso a casa propria, in un ambito di tranquilla valutazione dei suoi motivi; i differenti motivi – turistici, artistici, commerciali, religiosi, di formazione personale o di servizio alla comunità internazionale – possono offrire una prima mappa del viaggiare ma la sua molla, la sua ragione esistenziale ultima è la conoscenza delle diversità e, tramite l’altro, di se stessi.
Il viaggio e la sua falsificazione

Nel suo valore simbolico e affascinante, il viaggio è oltrepassare la propria appartenenza, addentrarsi in un mondo nuovo, incontrare e mettere in comunicazione due linguaggi, due modalità di interpretazione della vita, due sistemi mentali, due modalità di intendere l’esistenza che, inevitabilmente, sconfinano nel filosofico e nel religioso. Disancoramento da una stabilità, intesa come sicurezza e come valore, il viaggiare mette in movimento stili di vita e modi di pensare: mette in ascolto, apre ad esperienze nuove. In modo sintetico Sir 34,9-11 dirà:

Chi ha viaggiato conosce molte cose,

chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.

Chi non ha avuto delle prove poco conosce,

chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza.

Ho visto molte cose nei miei viaggi;

il mio sapere é più che le mie parole.

Questo elogio del viaggiatore lo presenta come una persona che ha accresciuto la sua umanità, che ha chiarificato la propria soggettività nell’incontro intelligente con gli altri. Il viaggiare rende saggi: é uno studio della propria persona e della vita altrui. Il viaggiare era, ed in parte é ancora, tutto questo.

Questa originale esperienza di differenze, però, é oggi messa in crisi dalla omologazione degli stili di vita e dalla frettolosa superficialità di un viaggiare che lascia il tempo per le foto e le cartoline: quasi mai il tempo per capire e per pensare. Sta qui la contraddizione dell’attuale viaggiare; da una parte sfrutta la molla antropologica di una curiosità esistenziale, di un bisogno di conoscere il diverso, dall’altra il viaggio organizzato – con i suoi infiniti comfort – tende a riprodurre altrove il mondo che uno ha lasciato. Trasformato così nell’azienda turistica a tre o cinque stelle, il viaggio ha perso la sua originalità: si rischia di viaggiare senza uscire mai dal proprio mondo, quasi rimbalzando di qua e di là. L’esperienza della differenza e dell’incontro con l’altro sembra scomparire; si vive entro un perimetro mentale e spaziale che è quello di una civiltà contenta di se stessa, che tesse i suoi rapporti con l’altro – l’esotico – sulla base della convinzione che non abbiamo nulla da imparare. In questo senso viaggiare è essere stati in un posto, é essere stati là. Si pensi ai viaggi in Africa o in Oriente; ci si preoccupa di collezionare immagini e sensazioni: anche la povertà, anche il dolore altrui sono vissuti come emozioni psicologiche: è nato un turismo emotivo, ricco di esperienze effimere, mirato a permettere di ritornare rassicurati alla vita di sempre. Persa l’immediatezza dell’incontro, il ricordo attenua lo sconcerto della differenza e la coscienza non lascia più affiorare la forza delle domande: resta il colore, il senso dell’avventura, la stranezza di un mondo intravisto ma non si crea un ponte tra il viaggiatore e quel mondo.

In questo senso, nel senso cioè dell’incontrare un mondo da interrogare e dal quale lasciarsi interrogare, si potrebbe sostenere che il viaggiare è scomparso. In un’epoca di grande mobilità come la nostra, il viaggiare è sostituito dall’esserci stato. Del resto, ci si potrebbe anche chiedere se una simile capacità di incontro con un mondo diverso dal nostro non sia oggi caratteristica di una televisione documentarista che, spesso, vede meglio di chi è sul posto ed offre un servizio non di rado molto bello. Il viaggiatore nel senso forte è, oggi, il giornalista, l’inviato speciale, il ricercatore scientifico, lo studioso.

Per quanto queste cose siano vere e tocchino aspetti reali del nostro mondo, io ritengo che il viaggiare mantenga ancora una certa valenza simbolica; non in assoluto ma a certe condizioni. Al riguardo è opportuno distinguere il viaggio turistico da altre tipologie. Il turismo, per esempio, seleziona i luoghi: vi sono posti non raggiunti, non interessanti per l’azienda delle vacanze, vi sono società e mondi non compresi in questo circuito, in questo particolare tessuto di relazioni. La povertà non è ricercata. Allo stesso modo il viaggiare per pellegrinaggio, per studio, per lavoro non guarda all’altro in quanto tale ma all’altro che interessa; l’ottica utilitaristica fa sì che l’altro venga assorbito per quel tanto che serve, per il proprio interesse. Nonostante questo impoverimento utilitaristico del viaggiare, il turismo può ancora mantenere una sua valenza simbolica: può permettere di cominciare un percorso di apertura da potenziare poi. Nonostante i limiti attuali, il viaggiare non cancella mai del tutto una certa esperienza della diversità, del contatto e della comunicazione, del bisogno di capire. Ci si può però chiedere quale atteggiamento, quale bagaglio esistenziale occorra per incontrare davvero l’altro; questo bagaglio è l’empatia.


L’empatia: condizione fondamentale per il viaggio

Nel suo lavoro La conquista dell’America. Il problema dell’“altro” (Einaudi, Torino 1984), Todorov analizza il modo con cui, nel 1500, gli europei si sono affacciati sui mondi nuovi che scoprivano; la sua attenzione si ferma su C. Colombo e su Cortes che presenta come scienziato alle prese con la scoperta di qualcosa di nuovo e di diverso il primo, come conquistador alla ricerca dell’oro il secondo. Al di là della giustezza o meno delle sue ricostruzioni, importa la sua conclusione: uno vede quello che vuol vedere, trova solo quello che cerca. Pur avendo davanti agli occhi i segni di alcune straordinarie civiltà, nessuno dei due personaggi se ne accorse: qualificarono l’“altro” a partire dal proprio punto di vista.

Questa valutazione attira la nostra attenzione sui presupposti – il bagaglio – del viaggiare. Ora se il viaggiare è incontrare e conoscere, quale bagaglio permette di farlo correttamente? Se il turismo è un viaggio viziato dalle proprie abitudini, non basta liberarsi da questo per essere pronti: occorre munirsi di un bagaglio adatto, occorre un atteggiamento positivo verso l’altro, occorre l’empatia. L’empatia è la condizione elementare del viaggiare, è la soglia minima che permette di incontrare l’altro. Approfondita da E. Stein nella sua tesi di dottorato del 1916 (L’empatia, F. Angeli, Milano 1999), l’empatia studia come un soggetto umano entri in contatto con la vita spirituale di un’altra persona.

Mentre Husserl – il maestro della Stein – occorreva mettere fra parentesi (epoché) i vissuti dell’«io reale» per lasciare l’«io puro» come unico soggetto di relazione con la realtà, la Stein sviluppa l’empatia come atto personale di apertura e di fiducia che, sole, permettono ad una persona di non assumere un atteggiamento difensivo ma di cercare un rapporto con l’altro. Il suo intento filosofico era quello di superare sia una prospettiva kantiana, chiusa nelle sue forme a priori ed incapace di un vero rapporto con la realtà, sia una concezione psicologista, prigioniera dell’emotività; per farlo traccia un atteggiamento personale profondo, positivo, che impegna la totalità della persona nella sua interezza, psico-fisica e sociale ad un tempo. sociale. Sempre la Stein, nel 1918, con Psicologia e scienze dello Spirito (Città Nuova, Roma 1996), approfondirà il nostro tema distinguendo tra vita psichica e vita spirituale: mentre il vissuto psichico si svolge all’interno di un flusso di esperienze causate e subite che si svolgono secondo precise leggi psichiche, la vita dell’anima è caratterizzata da un fondamento interiore dal quale scaturiscono in modo profondo gli atti personali. L’empatia ha lì la sua origine: é un impegnativo atteggiamento non solo della psiche ma della stessa persona. Queste prospettive innalzano la persona al di sopra di ogni altro vivente: aprendo all’altro, l’empatia rivela anche il proprio limite nello stesso tempo in cui invita a trascenderlo in una rinnovata ricerca di chiarezza e di pienezza.

Si può forse pensare che questo atteggiamento personale, in grado di mobilitare le energie psichiche e spirituali della persona, sia come il riflesso dell’atteggiamento di fronte non già ad un tu umano ma al Tu assoluto e divino. In ogni caso Dio rimane il modello di questo impegnativo coinvolgimento nella vita dell’altro. Nel suo studio sul Dio del profetismo (Il messaggio dei profeti, Borla, Roma 1981), A.J. Heschel presenta la vita divina come ricca di sentimenti; per lui non sono solo una tempesta emotiva che impedisce di vivere lucidamente – da qui la loro spiegazione come antropomorfismi – ma sono la passione personale con cui Dio vuole davvero quello che vuole. Dio non é un Dio apatico ma un Dio coinvolto e impegnato. Sta allora a noi raccogliere lo spunto di una fragile emotività per svilupparla non in modo superficiale ma in una dinamica personalistica e significativa.

Queste prospettive illuminano la simbolica del viaggiare: illustrano una persona nella sua realtà psico-fisica, nella sua ricerca della verità, nel suo rapporto con gli altri. La comunicazione e l’accoglienza della propria e altrui esperienza è finalizzata al costituirsi della persona, alla ricerca ed alla edificazione della sua umana pienezza. In questo contesto l’ospitalità e la convivialità rivestono funzioni particolari. L’ospite ha una particolare capacità di mettere in comunicazione: ricevere un ospite ed onorarlo così come l’essere ospitato a casa d’altri è, in realtà, muoversi verso un approfondimento della propria stessa vita: il cibo condiviso è espressione di fraternità, il colloquio di ricerca di punti comuni. Alla donna poi sono affidati i particolari di una cura che rallegra la presenza e illumina il lato bello dell’accogliersi, così come ai figli é spesso affidato la freschezza della vita e la libertà da schemi prefissati. In questa accoglienza la sessualità può entrare con diverse modalità. La valenza sociale di questi aspetti è evidente: da una parte ricevere un ospite illustre dice il proprio valore, fa diventare illustri, dall’altra la forza di un rituale sociale finisce per potenziare un cerimoniale – pane e sale, stretta di mano e aperitivo, inchino e cerimonia del tè … – che assume valore di segno anche quando, nella vita quotidiana, lo si trascura con facilità. Attraverso esso si segnala una volontà di positiva attenzione, di accoglienza dell’altro e lo si introduce, per così dire, nella propria filosofia della vita. Il viaggio e l’accoglienza diventano così l’occasione per manifestarsi, incontrare, capire, arricchirsi dei valori altrui.


Il simbolo svelato: il viaggio alla scoperta dell’umano

Nel suo significato ultimo, proprio per la manifestazione di sé e per la apertura all’altro, il viaggio è la rappresentazione simbolica della libertà di una persona nella sua sintesi di identità e di atteggiamento verso la diversità. Non è solo un mezzo di immediata utilità, in base allo scopo che ci si prefigge, ma è un modo di conoscere e di conoscersi. Se immaginiamo la vita come una libertà assediata dall’oceano vasto e tempestoso dell’esperienza, allora due forze possono guidare il cammino umano: l’intelligenza e l’amore. Il viaggiatore vive una singolare esperienza di entrambe. In base a questo il viaggio é diventato un simbolo complesso: tanto delle mete sociali che di quelle individuali.

A livello sociale, il simbolo del viaggio ha indicato la sua meta nel progresso, meta su cui – negli ultimi due secoli – ha vegliato assiduamente la ragione. Letto in chiave positiva, il progresso é l’approdo della ricerca umana: i simboli della terra promessa, delle isole felici, della città del sole sono i simboli di quella patria in cui apparirà, finalmente, l’homo revelatus. Questa meta sperata coincide con il termine del cammino dell’umanità, con la sua pienezza e la sua felicità. Questa ricerca si rifletterà soprattutto nei viaggi di emigrazione che, non a caso, sono stati presentati come i viaggi della speranza; la felicità, che é oltre, può essere raggiunta solo partendo, solo creando i presupposti per un ritorno diverso. Una forma particolare di questa ricerca di pienezza è il viaggio di formazione: non si tratta solo di imparare una lingua o di conseguire un master ma di favorire ed orientare quei processi di autocostituzione della persona che permettono di entrare poi, più maturi e più preparati, nella vita della società. In questo cammino la valorizzazione della persona, colta non nella sua essenza ma nel suo storico autocostituirsi, e l’inserimento nella società sono i valori di una sua trasfigurazione simbolica ed esistenziale del viaggio.

Il viaggio non simboleggerà soltanto il positivo della vita e della storia ma anche il negativo. Soprattutto con il romanticismo, il viaggio verso le isole felici verrà sostituito dal vagabondare insulso, senza meta e senza fine: nato dalla disillusione delle speranze rivoluzionarie e segnato dalla voce oscura dell’inconscio, questo viaggio é l’espressione di una peregrinazione infinita che si immerge nel lato oscuro dell’esistenza. Viene in primo piano la negazione della ragione, lo sturm, il vortice, il gorgo irruente dove il fluire delle cose perde ogni senso, nonostante il leggero velo della giustificazione psicanalitica. Nascerà così il tema del grande viaggio che ha la sua radice nella critica alla società o, addirittura, nel suo rifiuto; la città – con il suo cuore economico, spietatamente competitivo ed insensibile, brutalmente negativa verso i sentimenti profondi e le relazioni vere – sarà come il gorgo vertiginoso da cui fuggire. La beat-generation è stata, forse, l’ultima generazione di viaggiatori senza frontiera e senza meta, di vagabondi tali per il solo piacere di andare. Il viaggiare era il simbolo di una libertà senza limiti e di una mai conclusa ricerca. La sua eredità sta forse per essere oggi raccolta dai navigatori di Internet: la rete è la nuova frontiera, è il nuovo viaggio di una generazione impegnata a superare ogni barriera, con il rischio di non saper sempre distinguere tra reale e virtuale. Viaggiare è esistere, stare fermi è la noia; viaggiare è autenticità, stare fermi è cadere sotto il peso di mille condizionamenti sociali. Il viaggio diventa una metafora della vita.

Proprio per questo, proprio per questa identificazione del viaggiare con il vivere, l’interiorità si manifesta come il vero, decisivo viaggio. In effetti, già il passato aveva conosciuto, oltre ad Ulisse ed alla sfida del mare aperto, la navigazione sul fiume: il viaggio sul fiume – l’ottocento aveva imparato dalle esplorazioni che si addentravano nel cuore dell’Africa misteriosa seguendo i fiumi del Nilo, del Congo e dello Zambesi – diventa il simbolo del viaggio interiore. É il viaggio nelle regioni interiori dell’anima, nell’inconscio. Tra i letterati, per lo più sedentari, J. Green scriverà che nessuno fa un viaggio più lungo di colui che entra nella sua anima; i temi del senso e della morte, dell’Assoluto e del negativo, appaiono così i temi principali di questa ricerca. L’inevitabile coscienza dei limiti spingerà questi autori a forzare i confini di sé, i confini della mente e della persona, vuoi attraverso la mistica, magari di ispirazione orientaleggiante, vuoi attraverso la psicanalisi e la ricerca sul paranormale, vuoi anche – più semplicemente – attraverso la droga e l’alcool. Ma l’inconscio é davvero illuminabile? il divino é davvero raggiungibile? ed, alla fin fine, questo viaggio drogato è veramente una ricerca o non piuttosto una fuga? questa mitizzazione del viaggio non finisce rimbalzare semplicemente da una esperienza all’altra confondendo la ricerca con la meta, il cammino con il risultato? Il cammino é la condizione umana che permette di giungere alla pienezza della vita ma non dovrebbe diventare uno scopo a se stante.

Questo quadro può permettere un primo orientamento in questa tematica. La falsificazione del viaggio, così diffusa nella nostra società, si appoggia su una simbolica che ha profonde radici nella vita e nella globalità della esperienza umana e che rimanda al costituirsi del patrimonio umano non solo attraverso l’apporto della persona ma anche attraverso il contributo dell’altro e del diverso. L’indicazione della empatia come condizione di relazione con l’altro aiuta e precisa questa inquadratura. La concreta comprensione della vita come cammino, nella sua valenza positiva e negativa, nel suo significato più profondo e più personale, indica a qual punto questo simbolismo ci appartiene e quali profonde dinamiche tocchi nel nostro intimo. Concretamente o simbolicamente, il viaggio appartiene all’esistere umano.


Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva normativa”



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