Posso dire Don Mazza che abbiano iniziato nel 1996 quando io ero Assessore regionale del turismo ha portato qui a Verona gli approfondimenti sul turismo religioso, la Conferenza Episcopale, di questo credo sia personalmente



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Giampaolo Maria Cogo




I segni di un ordinamento giuridico

Grazie. Un saluto a tutti; e passiamo subito alla sequenza afferente lo sviluppo del pensiero stimolato dalla ricchezza degli spunti che ci vengono dalla riflessione antropologica. Ci si rende immediatamente conto che nell’ambito delle regole degli ordinamenti contemporanei volte alla disciplina di queste attività dell’uomo, si trova riscontro delle implicazioni delle problematiche che sottendono alla dimensione del viaggiare, visitare ed accogliere nella proiezione di sé nei confronti dell’altro; dove affondano le radici dei valori essenziali dell’essere e dell’esistere, che gli ordinamenti nel loro farsi in continuo divenire colgono e traducono in semi rappresentati da regole assunte al fine di garantire, promuovere e valorizzare le possibilità della convivenza pacifica, dei contatti tra le genti, delle esperienze comuni, delle interrelazioni tra le culture e le tradizioni dei valori di civiltà propri dell’esperienza dello spirito umano, patrimonio delle genti. Sorgono così normative che vengono tradotte in complessi di regole volte a tutelare e valorizzare in primo luogo la persona, la possibilità del suo divenire, nel porsi in interrelazione articolata, profonda e complessa con gli altri.

Invero, nonostante i travisamenti e le false rappresentazioni della società contemporanea, l’uomo persiste ad aspirare ad esistere per quello che è; e continua ad essere egli stesso col proprio spirito la fonte del suo disciplinarsi, volto a dare ordine alla propria azione, nella tensione verso l’acquisizione sapienziale.

Perché, è proprio degli ordinamenti giuridici mettere ordine tra elementi che diventano strutture profonde della nostra esistenza.

Il progresso delle scienze morali, in specie della scienza giuridica, ha portato la riflessione sui fondamenti della legittimazione degli ordinamenti e, in riferimento alla particolarità dell’esperienza di cui stiamo trattando, sembra potersi cogliere la percezione dell’evolvere di un vero e proprio ordinamento del turismo, inteso come azione delle genti che nel darsi da sé le regole, ne assume i fondamenti della legittimazione nei valori della convivenza pacifica, che si traduce nella canonizzazione di un comune regolarsi in certa maniera per meglio viverne l’esperienza.

Quindi, non è a caso che dalla proposta dell’Ufficio Nazionale per il Turismo della CEI scaturisca la possibilità di una sintesi estremamente significativa: la prospettiva normativa di un turismo dei valori come orizzonte di tutti gli spunti per i quali l’evoluzione del diritto positivo può significare la rappresentazione delle regole tradotte dalle istituzioni in norme scritte che organizzano da un lato l’attività dei pubblici poteri a regolazione delle attività, per la verifica ed il controllo che esse siano svolte nel rispetto di regole certe, a garanzia di prestazioni corrette, con la previsione di risarcimenti e di sanzioni, nonché di vigilanza e controlli adeguati alla delicatezza delle medesime, in quanto involgono direttamente i profili più rilevanti della sensibilità individuale; onde sia promossa e valorizzata la qualità dell’accoglienza e della professionalità, per lo sviluppo armonico dei contatti tra le genti e del vicendevole scambio delle tradizioni culturali.

A riscontro vi è l’attenta considerazione del legislatore, e quindi delle istituzioni, alle attività del turismo, in quanto correlate ai valori che si ritengono fondanti della civiltà; i quali hanno una loro propria forza, che si traduce nella rilevanza assunta dalla principale funzione della costruzione dell’ordinamento proprio a servizio della promozione della persona umana, individualmente e nelle formazioni sociali, perché possa attuarsi nella possibilità dell’esperienza comune, cui deve ispirarsi il costante adeguamento delle norme che regolano i rapporti tra istituzioni e poteri.


Le fonti consuetudinarie, internazionali e pattizie. Le fonti comunitarie

Del resto, il turismo ha dato i segni di un ordinamento giuridico, già dal farsi di regole che vengono dalle consuetudini, dalle fonti internazionali e dalle fonti pattizie; dalle quali sono sorte le organizzazioni internazionali e l’organizzazione mondiale del turismo.

Dalle consuetudini sono derivate regolazioni comunemente accettate nell’ambito dei rapporti contrattuali per l’organizzazione dei viaggi, che si sono tradotte in convenzioni recepite dagli ordinamenti, a testimonianza e segno della forza vitale di questo complesso di esperienze che, in quanto produttrici della propria regolamentazione, ne traggono da sé l’autorità, e ad un tempo la legittimazione delle regole.

Fonti consuetudinarie e pattizie vengono altresì riprese e tradotte in regolamenti, direttive ed orientamenti dell’Unione europea, a strutturare le norme comunitarie che privilegiano, nell’arco di questi ultimi trent’anni, la tutela dell’iniziativa economica perseguendo, col mercato e la concorrenza, la garanzia del libero esercizio delle attività economiche e delle attività umane; in specie nelle arti e nelle professioni, con la libertà di circolazione delle genti, dei beni e delle imprese, promuovendo l’apertura agli incontri personali ed ai contatti culturali, nell’ambito di regole atte a conformare organizzazioni imprenditoriali in grado di garantire la standardizzazione della tutela dei fruitori dei beni e dei servizi turistici.


L’ordinamento pubblicistico interno. La tutela e la valorizzazione delle attività del turismo.

Risalendo nel tempo, nel nostro Paese troviamo che agli inizi del secolo scorso il turismo, inteso come attività di viaggio ed occasione di incontro, era caratterizzato dall’esperienza associativa del Touring Club e dall’attività pubblica dell’Enit, volta a promuovere l’immagine dell’Italia all’estero; cui hanno fatto seguìto le funzioni di promozione delle attività economiche di interesse turistico mediante incentivazioni e finanziamenti agevolati, insieme a quelle di informazione diffuse nel territorio con gli Enti provinciali per il turismo e mediante l’associazionismo privato delle pro-loco.

L’organizzazione delle funzioni afferenti la promozione e lo sviluppo del turismo, non solo attraverso incentivazioni, ma anche mediante programmi e controlli, fu strutturata a livello di Governo, prima con l’Ufficio Centrale per il Turismo istituito negli anni’30; e, dopo gli anni ’50, con il Ministero del Turismo; le competenze del quale vennero poi estese allo spettacolo ed allo sport. Dagli anni ’70, con l’evoluzione tesa all’attuazione dell’autonomia politico-istituzionale delle regioni si registrano vicende nelle quali, attraverso interventi della normazione primaria (art. 56 D.P.R. n.616/1997) fu attuato il trasferimento delle funzioni amministrative e in parte legislative del turismo alle regioni, seguìto dalla normazione della legge quadro sul turismo del 1983; parzialmente ancora in vigore e rilevante per le sistemazioni del riparto delle competenze tra lo Stato e le regioni, la regolazione dell’organizzazione regionale e locale delle funzioni di promozione e la disciplina delle attività economiche e delle professioni del turismo.
La nuova legge quadro. Le competenze statali e regionali degli enti locali per il turismo.

Più di recente, per la realizzazione del principio della sussidiarietà attraverso la devoluzione delle competenze legislative alle regioni e di quelle amministrative agli enti locali, a costituzione invariata, e quindi ad esito della normazione di delega e di quella delegata (c.d. leggi Bassanini del ’97 e, in particolare il decreto legislativo 3 marzo ’98 n.112) era stato delineato un nuovo assetto nella distribuzione delle attribuzioni tra stato e regioni: lasciandosi allo Stato soltanto la competenza legislativa in materia di coordinamento e di indirizzo ed attribuendo alle Regioni la competenza concorrente e, in taluni casi esclusiva, per tutta la disciplina delle attività di interesse turistico; di modo ché agli enti locali (Comuni, province, loro consorzi, comunità montane) venissero affidate le funzioni amministrative volte alla promozione ed allo sviluppo del turismo in stretta correlazione con le peculiarità del territorio e della comunità. Ed al nuovo assetto aveva fatto seguito la nuova legge quadro sul turismo (29/03/2001, n.135).

Con la riforma costituzionale dell’ottobre 2001, l’intera disciplina del turismo viene messa in discussione, in quanto risponde ad un modello di riparto delle funzioni legislative ed amministrative tra lo stato, le regioni e gli enti locali difficilmente compatibile con quello delineato dalla nuova legge fondamentale: tanto da indurre ad una lettura estremamente problematica e perplessa dell’evoluzione della normazione sul turismo.

Vi è tuttavia da dire che, nonostante le difficoltà interpretative ed i possibili profili di legittimità costituzionale, peraltro destinati a trovare soluzione nelle sedi istituzionali, la nuova legge quadro assume rilievo nel processo di razionalizzazione delle attività dei poteri pubblici e nella modernizzazione delle attività del turismo; non solo di quelle di natura meramente economica. Tra gli elementi di maggiore spicco, alcuni sembrano da considerare di particolare interesse: a) l’istituzione della Conferenza Nazionale del Turismo presso il Governo (a cadenza biennale), destinata ad ordinare in maniera armonica e razionale le funzioni e le attività di coordinamento e di indirizzo volte a promuovere l’unitarietà della normazione regionale mediante la concertazione delle linee guida in sede di Consiglio dei Ministri; b) la regolazione della carta dei diritti del turista; c) la razionalizzazione e la riclassificazione del sistema delle imprese, con particolare attenzione a quelle senza scopo di lucro, garantendo che le attività del turismo sociale e del turismo religioso rispondano ad elevati standards qualitativi, e di sicurezza per le persone.

Una riflessione tutt’affatto particolare meritano, altresì, i riferimenti della nuova legge quadro ai fondamenti della normazione del turismo che, sia pure privilegiandone gli aspetti economici, attestano l’espresso riconoscimento agli elementi che inducono la percezione dell’esistenza di un ordinamento giuridico preesistente al dato della normazione del diritto positivo, attraverso la ricognizione del ruolo strategico del turismo per la crescita culturale e sociale della persona e delle collettività; ed attribuendo allo sviluppo competitivo dell’offerta del sistema turistico valenze correlate alla tutela e valorizzazione delle risorse ambientali, dei beni culturali e delle tradizioni di civiltà, quali elementi di riferimento per la prefigurazione del modello dello sviluppo del turismo sostenibile. Ed in questa prospettiva sono da inquadrare la normazione di sostegno alle piccole imprese, la promozione delle azioni per il superamento degli ostacoli che si sovrappongono alla fruizione dei servizi turistici da parte dei cittadini, con particolare riferimento ai giovani, agli anziani, ai percettori di redditi minimi ed ai soggetti con ridotte capacità motorie e sensoriali, la tutela dei singoli soggetti che accedono ai servizi attraverso l’informazione.

E’ anche da valutare positivamente che il legislatore volto alla cura degli interessi umani attraverso la regolazione degli equilibri istituzionali più idonei agli assetti delle attribuzioni indirizzate alla promozione delle attività economiche, nella normazione sul turismo ne abbia assunto il rilievo e la correlazione con la tutela e la valorizzazione dei beni immateriali dello spirito e della cultura; ed abbia così gettato uno dei semi più significativi della prospettiva normativa che noi possiamo cogliere in questo momento.

Peraltro, si deve registrare la contraddizione di questo stesso legislatore, che sullo scorcio del finire della legislatura ha portato avanti pervicacemente l’approvazione di una riforma costituzionale che profila rilevanti elementi di contrasto con l’assetto dell’organizzazione dei poteri pubblici nella ripartizione delle attribuzioni tra il Governo centrale e le autonomie (operata attraverso le leggi di delega, la legislazione delegata e l’attuazione della legislazione delegata cui si è fatto cenno più sopra), introducendo una nuova ripartizione delle competenze legislative dello Stato e delle Regioni, nell’ambito della quale, riguardo alla disciplina delle attività d’interesse turistico totalmente devoluta alle Regioni, difettano la previsione e la possibilità delle funzioni di indirizzo e di coordinamento.

Invero, nella nuova formulazione dell’articolo 117 della Costituzione la competenza legislativa nella materia del turismo è attribuita in via esclusiva alle Regioni, in difetto di raccordo con la competenza del Governo statale ad intrattenere i rapporti con l’Unione Europea ed in ambito internazionale, naturalmente estesa ad interessi che riguardano anche, e soprattutto, le Regioni.

Si sta prospettando una problematica abbastanza complessa con riferimento all’unitarietà degli indirizzi che profila nuove occasioni di conflitto, di cui si registrano già le prime avvisaglie. Le linee guida di competenza del Presidente del Consiglio, sono pronte ma non vengono emanate perché c’è il problema della nuova Costituzione. La definizione delle linee di armonizzazione rimane così in subordine all’autocoordinamento regionale, di cui non è facile prevedere gli esiti.

Vi è da sperare che si possa trovare modo di garantire comunque l’adozione di linee di orientamento e di indirizzo adeguate e, soprattutto che sia salvaguardato il riconoscimento normativo del ruolo dei valori del turismo per la crescita culturale e sociale della persona e della collettività, onde non disperdere la testimonianza del legislatore contemporaneo in ordine alla valenza di questo aspetto dell’esperienza umana.

Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva dell’opera lucana

Don Augusto Barbi


1. Il perché di una scelta

A fronte della proposta di una riflessione biblica sul “viaggiare-visitare” e il corrispondente “accogliere”, le possibilità che si aprivano erano tante e diverse. C’era il viaggiare nella condizione di nomadismo, c’era il viaggiare per uscire dalla schiavitù verso la terra promessa della libertà, c’era il viaggiare costretto della deportazione tra popoli stranieri. Tra le tante possibilità si imponeva una scelta. La scelta più opportuna pareva quella di esaminare il tema dentro un orizzonte che avesse punti di contatto con le caratteristiche e le modalità del viaggiare tipiche della nostra epoca.

Una delle caratteristiche del nostro tempo è quella del poter viaggiare senza confini: mezzi di trasposto, vie di comunicazione, industria del turismo rendono il viaggiare un sogno a portata di mano. Se si dovesse cercare un qualche parallelo a questa condizione di mondializzazione del viaggiare sarebbe facile per un biblista riscontrarlo proprio nel tornante dell’era cristiana dentro l’impero romano. In questo periodo infatti l’interesse per le terre sconosciute, lo sviluppo delle comunicazioni sulle grandi vie e sulle rotte marittime e la stabilità della “pax augustea” convergevano nello scopo di favorire gli scambi: l’impero romano aveva creato allora un sistema di comunicazioni a livello del mondo allora conosciuto che permetteva a commercianti, ad élites culturali curiose, a filosofi e predicatori itineranti di muoversi con libertà, nonostante i pericoli, verso terre e popolazioni prima sconosciute.

Il senso del cosmopolitismo, che si era creato dopo le conquiste di Alessandro Magno e la diffusione della cultura ellenistica, aveva dato vita all’apparire di una importante letteratura del viaggio: guide turistiche per il viaggiatore, romanzi di viaggio, racconti di esplorazione, vite di saggi e filosofi itineranti. Si era rotta ormai l’immagine di una società chiusa e il viaggio immaginario o reale diventava lo strumento per avere il senso del mondo allora abitato.

In questo clima si situa l’espansione del cristianesimo primitivo e, su questo sfondo sociale e culturale, si può pensare che l’immaginario di cui si nutriva il lettore del N.T. fosse imbevuto dello spirito del “viaggio”. Dentro questo ambiente va situato anche quello che può essere considerato il primo storico del movimento cristiano: Luca con la sua opera in due volumi. E’ probabile che egli stesso fosse un viaggiatore e forse un “habitué” dei viaggi per mare, se si guarda alla ricchezza del suo vocabolario marittimo e alla sua frequente menzione di località costiere.
2. “Viaggiare” nell’opera lucana

Si può tranquillamente affermare che in nessun scritto del N.T. il lettore penetra nel mondo del “viaggiare” come nell’opera lucana. In Luca troviamo, infatti, quasi una fissazione per il tema del viaggio che viene ad assumere valenze e significati diversi. Tentiamo sinteticamente di evidenziarli.


a) Metafora dell’evento salvifico e della vita cristiana

Il vangelo di Luca, differenziandosi dagli altri sinottici, presenta il grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51-19,28): qui l’interesse, prendendo a motivo il viaggio, è di carattere teologico e cristologico. Il cammino di Gesù verso la città santa è figura del suo andare, secondo il disegno salvifico di Dio, verso i “giorni della sua ascensione”, cioè verso il mistero della sua morte, resurrezione e intronizzazione alla destra di Dio; è l’andare – come il pretendente al trono della parabola (cf. Lc 19) - verso un paese lontano per ricevere il regno. Il viaggiare è quindi metafora del movimento ascensionale terra-cielo in cui si compie l’evento salvifico di Gesù. A questo fa da “pendant” il viaggio di Paolo (a partire da At 19,21) verso Gerusalemme e verso Roma che è sapientemente modellato da Luca su quello di Gesù per mostrare che il cammino del discepolo è lo stesso del Maestro, senza però che esso raggiunga il livello di quello del Maestro dal momento che in questo viaggio Paolo è mostrato come colui che va, con gli stessi atteggiamenti di Gesù, verso il suo morire a cui è promesso, forse in forma simbolica, nel viaggio per mare (At 27-28), la salvezza di Dio. Su questo sfondo metaforico del “viaggiare” si può comprendere forse anche il fatto che Luca utilizzi l’immagine della “strada” per indicare il cristianesimo (cf. At 9,2; 22,4) e la vita cristiana definita il “strada della salvezza” (cf. At 16,17). E in questa ottica del cammino della vita cristiana può essere letta la “strada” percorsa dai due pellegrini di Emmaus insieme al Risorto (cf. Lc 24,13-35) e quella dell’eunuco accompagnato da Filippo (cf. At 8,26-40).

E’ chiaro che a questo livello il “viaggio” diventa metafora. Lo spostamento geografico che il viaggio implica diventa simbolo di qualcosa di più profondo che è il progressivo aprirsi interiore di Gesù, come evento fondante, e poi sulla sua scia di quello dei discepoli, verso una méta che è il compimento della salvezza. Come il viaggiare a livello dell’esperienza umana provoca il sentimento dell’abbandonare il già conosciuto per il nuovo, del rompere il limite geografico per aprirsi a spazi sconosciuti, del lasciare il chiuso opprimente per muoversi verso al libertà di un mondo nuovo, così a livello della metafora teologica esso diventa capace di esprimere il movimento interiore che va dal già conosciuto di questo mondo al nuovo della salvezza celeste, dal limite costrittivo di questa esistenza storica allo spazio nuovo creato dall’iniziativa salvifica divina, dall’oppressione della morte alla libertà della resurrezione.
b. Una folla di viaggiatori mossi dal Risorto

Ma dal compimento del suo “viaggio” verso l’ascensione, il Risorto mette in moto una serie di viaggi con una moltitudine di protagonisti che affollano il secondo libro lucano quello degli Atti: non è solo Paolo, l’eroe principale con i suoi collaboratori, che viaggia in continuazione, ma ci sono anche i pellegrini che si sono recati a Gerusalemme per la festa di Pentecoste (At 2,5-13); gli ellenisti che si spargono ovunque e si spingono anche ad Antiochia (cf. At 8,4; 11,19); Filippo che percorre la Samaria (cf. At 8,5); l’eunuco che fa il pellegrinaggio a Gerusalemme (cf. At 8,27); Pietro che si spinge sulla regione costiera (cf. At 9,32) fino a Giaffa (cf. At 9,38s.) e a Cesarea Marittima (cf. At 10,24) ; Aquila e Priscilla che, fuggiti da Roma, raggiungono Corinto dove incontrano Paolo (cf. At 18,2); e tanti altri.

Da dove viene a Luca il fascino dei viaggi? Certamente è da notare che alla base c’è la reale itineranza di Gesù e dei primi missionari che costituisce un fatto storico. Ma Luca non si limita a riprodurre questo fenomeno, ma fa del “viaggiare” l’elemento strutturante della sua narrazione. Se si eccettua infatti la stasi a Gerusalemme per descrivere gli inizi ideali della comunità primitiva (At 2-7) e quella dovuta all’imprigionamento di Paolo (At 21-24), per il resto tutta la trama è costituita da viaggi. Quasi di sicuro perciò in lui ha influito l’interesse che era presente nel mondo greco-romano per il motivo del “viaggiare”. Non mi soffermo qui a dibattere a quali modelli culturali del tempo (peripli, fondazioni di colonie, viaggi di esplorazione, viaggio romanzeschi, itineranza di filosofi e saggi, percorso iniziatico) egli abbia ispirato questo motivo dominante del viaggiare. Cercherò invece di mettere in risalto quale funzione polivante manifesti questo viaggiare dei vari personaggi presenti sulla scena degli Atti. Naturalmente è da premettere che questo “viaggiare” è visto da un’ottica particolare che orienta tutta la narrazione: quella dell’espandersi della Parola.
c. “Viaggiare” per testimoniare: rivendicazione di universalità

In primo luogo sicuramente il “viaggiare” è legato alla testimonianza da dare alla Parola e al diffondersi anche geografico dell’annuncio. Ne fa fede il programma di At 1,8 che costituisce una prolessi dello sviluppo del libro: “Sarete testimoni di me…fino ai confini della terra”. Viaggiare e testimoniare si coniugano insieme e il primo media e rende possibile il secondo. Questo viaggiare “missionario” fino ai confini della terra non pare doversi limitare alla méta di Roma, dove giunge Paolo e dove si chiude la narrazione (cf. At 28,16-31) ma sembra apre una prospettiva escatologica che deve continuare anche dopo la chiusura del libro. Esso deve perciò perpetuarsi in tutti i tempi, anche nel nostro, per far si che la “parola di salvezza” e la testimonianza cristiana raggiungano tutti i luoghi e tutti gli uomini a cui esse sono destinate. A questo viaggiare “testimoniale” è legata la rivendicazione di universalità insita nella Parola e nella salvezza che essa porta. L’universalismo della salvezza è perciò il motivo che spinge i testimoni a continui spostamenti geografici e all’incontro con differenti popolazioni. Luca, con le sue indicazioni precise di itinerari e con il suo continuo muovere i personaggi, vuole radicare saldamente la Parola nella “oikouméne” del mondo greco-romano, lasciando capire che questo compito di radicamento universale della Parola, attraverso la testimonianza-annuncio, deve continuare per tutto il tempo della chiesa.


d. “Viaggiare” per superare le barriere e inculturare il cristianesimo

Proprio il “viaggiare” nell’ottica testimoniale permette al vangelo di uscire dal pericolo di restare una setta interna al giudaismo e di entrare in ambiti culturali e religiosi diversi. Cosi è il fatto che gli ellenisti, dispersi dalla persecuzione gerosolimitana, arrivino fino ad Antiochia e predichino ai pagani (cf. At 11,20) che permette di dar vita ad una comunità mista, composta di giudeo- e pagano-cristiani, dove i discepoli per la prima volta sono denominati “cristiani” (cf. At 11,16) e perciò vengono distinti sia dai giudei che dai pagani. Il viaggiare di Pietro fino a Cesarea Marittima per entrare nella casa del centurione pagano Cornelio rende possibile il superamento delle barriere della cultura e della religiosità giudaica e l’accoglienza dei pagani nella chiesa (cf. At 10,23ss.). Il continua viaggiare di Paolo, dall’Asia Minore alla Grecia, rende possibile il nascere di comunità cristiane nel mondo ellenistico in situazioni socio-culturali sempre nuove. Lo spostamento geografico, attraverso i viaggi, è dunque lo strumento attraverso il quale si superano le barriere culturali e religiose e il cristianesimo si innerva il situazioni culturali nuove.


e. Il “viaggiare” come scoperta e confronto con costumi sconosciuti

Il “viaggiare” lucano ha anche caratteristiche che lo avvicinano, in certi episodi, ai viaggi di esplorazione dove l’interesse si porta sulla scoperta e sul confronto, operato da una particolare ottica, con costumi sconosciuti. Questo carattere esotico del viaggiare e dell’incontrare, destinato a sollevare la curiosità del lettore e ad alimentare la sua fantasia, è presente nell’opera lucana e evidenzia in fondo come l’annuncio cristiano nel suo espandersi raggiunge popolazioni estranee e si trova di fronte a mondi sconosciuti. L’episodio dell’eunuco etiope (cf. At 8,26-40), che ha fatto viaggio a Gerusalemme e che nell’incontro con Filippo si converte, rimanda la mente del lettore al misterioso regno della regina Candace posto ai confini del mondo allora conosciuto e fa risaltare che anche questo universo misterioso è stato toccato dalla forza della Parola. A Listra Paolo e Barnaba vengono acclamati, nel misterioso dialetto licaonico, come divinità in forma umana (cf. At 14,11-13) secondo la famosa leggenda di Filemone e Bauci molto diffusa in quelle terre: ancora una volta emerge un tratto esotico di una popolazione poco conosciuta che suscita stupore negli evangelizzatori e li costringe a misurarsi con una realtà nuova. A Malta, dove Paolo giunge dopo il terribile naufragio (cf. At 27) c’è l’incontro con la gente dell’isola che è definita “barbara” (cf. At 28,2.4), un termine utilizzato nel mondo greco per indicare una popolazione caratterizzata da costumi estranei alla cultura ellenistica. Questo incontro certamente crea curiosità e sorpresa, ma ancor più stupisce che proprio questo popolo “barbaro” accolga Paolo con “rara umanità” (cf. At 28,2), ne riconosca l’innocenza e giunga a considerarlo come un dio, dopo che egli si è salvato dal morso della vipera (cf. At 28,6) e alla fine ne riconosca il potere taumaturgico (cf. At 28,9-10). C’è dunque un viaggiare che è scoperta di popolazioni e di costumi nuovi che costringe dunque al confronto con situazioni culturali estranee alle quali ci si accosta con curiosità e con le quali occorre misurarsi. Gli evangelizzatori della Parola affrontano anche questi mondi sconosciuti trovandovi talora sorprendenti possibilità di apertura e di accoglienza.


f. Il “viaggiare” come possibilità di confronto con religiosità e filosofie diverse

Proprio attraverso i viaggi degli evangelizzatori, il cristianesimo viene a confronto con prassi religiose diverse e con modi di pensare e filosofie differenti. I testimoni, che si spostano da una città all’altra, giungono a contatto e sono costretti a confrontarsi con le forme della religiosità popolare presenti nel mondo ellenistico. A Filippi Paolo incontra una giovane schiava che pratica la divinazione (cf. At 16,16-19), mentre a Efeso egli deve fare i conti con il diffuso culto popolare della dea Artemide (cf. At 19,23-28). In ambedue i casi il confronto si risolve in una chiara denuncia degli interessi economici che sono sottostanti a queste pratiche religiose. Giunto ad Atene, invece, l’apostolo può osservare una “città piena di idoli” (At 17,16) e i monumenti del culto pagano tra cui l’altare dedicato al “dio ignoto”: è una visione che gli suscita sdegno e che lo porta a denunciare il pericolo di antropomorfismo presente nella religiosità pagana (cf. At 17,24-25). Nella capitale della cultura egli ha anche l’occasione di confrontarsi con le correnti filosofiche, epicuree e stoiche, dominanti nel mondo ellenistico (cf. At 17,18) e nel discorso all’Areopago ha modo di mostrare l’apprezzamento per l’autentica ricerca filosofico-religiosa degli stoici e per le intuizioni religiose dei poeti lasciando intravedere in esse una reale lontana preparazione all’annuncio evangelico (cf. At 17,28). Viaggiare diventa così occasione di visitare, osservare e capire fenomeni religiosi e culturali diversi che un credente confronta con la propria prospettiva di fede per trarne sia giudizi critici che apprezzamenti positivi.


g. Il “viaggiare” come mezzo di comunione tra le chiese

C’è, infine, un “viaggiare” che diventa occasione per mantenere vivi i legami tra chiese. E’ un aspetto che oggi potrebbe risultare interessante dal momento che la facilità degli spostamenti favorisce l’incontro tra chiese, che vivono dentro contesti culturali e sociali molto diversi, e apre la possibilità, a livelli diversi, di un reale scambio tra chiese che crea comunione e rafforza il senso della cattolicità. Il libro degli Atti è continuamente segnato da “viaggi” funzionali a mantenere la comunione tra la chiesa madre di Gerusalemme e le nuove comunità nate in ambienti differenti e con caratteristiche diversificate. Già il primo espandersi dell’evangelizzazione in Samaria (cf. At 8,5s.) provoca la comunità gerosolimitana all’invio di Pietro e Giovanni perché confermino il nuovo campo di missione che si è aperto tra coloro che il giudaismo considerava eretici (cf. At 8,14-17). Anche la fondazione della chiesa ad Antiochia (cf. At 11,19-26) attira l’attenzione di Gerusalemme che manda un personaggio molto stimato come Barnaba (cf. At 4,36-37; 9,27; 11,24) a mantenere il legame con la nuova comunità dove sono stati accolti anche dei pagani. Sempre la chiesa di Gerusalemme si preoccuperà di inviare delegati (cf. At 15,22) perché portino le decisioni dell’assemblea gerosolimitana ad Antiochia e nelle varie chiese della Siria e della Cilicia (cf. At 15,31.41) al fine che in esse possano convivere pacificamente giudeo- ed etnico-cristiani. Paolo, dopo i suoi viaggi missionari, si preoccupa sempre di far ritorno a Gerusalemme (cf. At 18,22; 21,19) per partecipare a quella chiesa i successi della sua opera evangelizzatrice e consolidare i legami delle nuove chiese con la chiesa madre.

Questo legame tra chiese, consolidato attraverso il viaggiare dei vari personaggi, trova una espressione del tutto particolare nell’aiuto solidale che le chiese esprimono: ricordiamo la colletta che chiesa di Antiochia invia a Gerusalemme per mezzo di Paolo e Barnaba in un particolare momento di necessità determinato dalla carestia (cf. At 11,27-30) e non va dimenticato neppure il soccorso che le chiese nate in ambiente pagano mandano attraverso loro delegati (cf. At 20,4) insieme all’apostolo Paolo alla chiesa gerosolimitana (cf. At 24,17). Sono viaggi questi destinati ad esprimere la concreta solidarietà delle chiese anche attraverso l’aiuto materiale.

Infine va messo in evidenza come il viaggiare degli evangelizzatori permette la conoscenza delle nuove esperienze missionarie e dei successi dell’annuncio del vangelo. Pietro, ritornato a Gerusalemme, ha la possibilità di narrare e di difendere la nuova prassi missionaria inaugurata con Cornelio e la sua famiglia (cf. At 11,4ss.). Paolo e Barnaba, di ritorno ad Antiochia, dopo il primo viaggio missionario, daranno il resoconto della loro opera missionaria e dell’apertura del vangelo ai pagani (cf. At 14,27). Cosi pure nel loro viaggio verso Gerusalemme incontreranno le comunità e illustreranno ad esse i prodigi che Dio aveva compiuto tra i pagani (cf. At 15,3) e altrettanto faranno di fronte all’assemblea radunata nella città santa (cf. At 15,12). Nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme, Paolo avrà l’occasione di raccontare a Giacomo e agli anziani di quella chiesa tutti i successi del suo lavoro missionario (cf. 21,19). Il viaggiare diventa veramente lo strumento attraverso il quale portare a conoscenza quello che Dio va operando nelle varie comunità, le nuove esperienze di evangelizzazione in atto, la nascita di nuove chiese in ambienti culturalmente e religiosamente diversi.

Questa prospettiva aperta dalla narrazione lucana potrebbe funzionare da modello e da stimolo per un viaggiare dei credenti che diventa desiderio di incontrare nuove chiese, di conoscere e di farsi partecipi delle esperienze ecclesiali in atto in altri paesi, di creare ponti di scambio e di solidarietà con le chiese che vivono situazioni di povertà e di bisogno.
h. Un viaggiare stimolante dai molteplici volti

Lo sguardo all’opera lucana, cosi interessata ai viaggi e ai viaggiatori, non voleva esaurire tutti gli aspetti del “viaggiare”: ci sono dimensioni antropologiche e culturali che certamente restano in ombra dentro una prospettiva che è centrata tutta sulla metafora del viaggiare e sull’espansione geografico-culturale della Parola. Nonostante questi limiti, le varie immagini, finalità e stili del viaggiare che essa ha illuminato hanno riverberi significativi sulle prospettive del “viaggiare” e del progettare viaggi da parte dei credenti oggi. La pressoché illimitata possibilità che si apre oggi di spaziare nei territori più diversi e dentro le più svariate culture diventa un’occasione unica per l’espansione del vangelo, per una maturazione critica del credente, per far crescere il senso della comunione e della cattolicità ecclesiale.


3. “Accogliere” nell’opera lucana

In forma per certi versi speculare al viaggiare, l’opera lucana da un rilievo significativo alla “accoglienza”. Naturalmente anche questo tema è visto nell’ottica tipica di quest’opera che è quella della missione.


a. Accogliere Gesù Signore

Giusto all’inizio e alla fine del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme ci sono episodi significativi sul tema dell’accogliere. All’inizio un villaggio di Samaritani rifiuta l’accoglienza a Gesù (Lc 9,52-56) e in modo contrapposto poco dopo Gesù riceve accoglienza nella casa di Marta (Lc 10,38-42), un episodio questo che prefigura in certa maniera l’accoglienza che deve essere data ai missionari, portatori della Parola nel tempo della chiesa. Tra i due episodi, infatti, si ritrovano le istruzioni di Gesù per la missione dei 70 con la contrapposta prospettiva dell’essere accolti o non accolti nelle case o nelle città (cf. Lc 10,5.9-10). Nell’atteggiamento di Maria, che seduta ai piedi del Signore Gesù “ascoltava la sua parola”, ogni discepolo del tempo della chiesa trova il modello di come accogliere il Signore attraverso la disponibilità interiore all’accoglienza della Parola. Quasi conclusione del viaggio c’è l’episodio di Zaccheo (cf. Lc 19,1-10) che accoglie Gesù nella sua casa e dalla sua presenza trova motivo per un radicale cambiamento di vita e per l’incontro con la salvezza.

A questi episodi si potrebbe aggiungere nella stessa linea il racconto dell’accoglienza di Gesù da parte del fariseo Simone, con la descrizione gli opposti atteggiamenti di questi e della peccatrice che entra inaspettatamente in casa (Lc 7,36-50). La donna, con i gesti di umiltà e riconoscenza che manifestano il suo amore e la sua fede, trova in Gesù il perdono e la salvezza.

L’accoglienza in questo casi, al di là della possibilità di preparare una degna accoglienza all’ospite, è soprattutto accoglienza della persona e del mistero di cui essa è portatrice attraverso l’ascolto e attraverso l’apertura a lasciarsi riconciliare e trasformare da questa presenza.


b. Accoglienza degli evangelizzatori

La prassi dell’accoglienza riservata a Gesù diventa paradigmatica nel tempo della chiesa per l’accoglienza di coloro che annunciano la Parola. Luca è cosi attento a questo aspetto dell’accoglienza dei missionari che in qualche caso sembra persino dare l’indirizzo di coloro che la attuano: Pietro, ad esempio, è ospite a Giaffa presso un tal Simone conciatore la cui casa è presso la riva del mare (At 10,6). Vanno menzionate anche l’ospitalità del carceriere di Filippi che lava le piaghe di Paolo e Sila e prepara la tavola (cf. At 16,33-34), quella ricevuta da Paolo in casa di Giasone che viene poi coinvolto nel tumulto di Tessalonica (cf. At 17,6), quella in casa di Tizio Giusto, timorato di Dio, che si trovava vicino alla sinagoga di Corinto (cf. At 18,7).

Nell’esperienza missionaria della chiesa primitiva, questa accoglienza riservata agli evangelizzatori diventa una prassi significativa perché permette alla Parola di trovare radici ed espansione nelle varie città.
c. Donne che accolgono la comunità nelle loro case

Una menzione particolare merita l’accoglienza prestata da alcune donne, che nell’antichità erano le signore della casa. Maria, madre di Giovanni a Gerusalemme accoglie Pietro uscito dal carcere mentre in casa sua è radunata in preghiera la comunità (cf. At 12). Lidia a Filippi, dopo essersi convertita, invita Paolo ad abitare a casa sua e probabilmente questa diventa il luogo di raduno della comunità che là si è formata (cf. At 16,14-16). L’accoglienza e l’ospitalità in questo caso si apre a tutta la comunità dei credenti che trovano nella casa accogliente il loro luogo di assemblea.

E’ risaputa questa prassi delle prime comunità cristiane di raccogliersi “presso la casa” di qualcuno (cf. 1Cor 16,19; Col 4,15; Fm 2) probabilmente per le assemblee di preghiera, di ascolto della Parola e forse per la Cena del Signore. Essa potrebbe, sotto qualche aspetto, divenire esemplare anche per un’odierna prassi pastorale, dove la disponibilità ospitale di una casa può diventare l’occasione per dare visibilità e radicare nel tessuto della trama quotidiana l’esperienza ecclesiale.
d. L’accoglienza come occasione di superamento dei pregiudizi e delle diversità

Una caso significativo di accoglienza è costituito dall’episodio dell’incontro di Pietro con il centurione Cornelio (At 10). Qui il tema dell’ospitalità e dell’accoglienza assume sfumature diverse, tutte però orientate a mostrare come essa favorisca il superamento di barriere culturali e religiose che apparivano insormontabili. Dapprima è segnalata l’accoglienza che Pietro riserva ai messi inviatigli dal centurione (v. 23): l’apostolo, che poco prima si era risolutamente opposto alla voce divina che lo invitava a superare la distinzione tra cibi puri e impuri e la conseguente separazione tra giudei e pagani (vv. 9-16), ora, sotto l’impulso dello Spirito, manifesta un primo cambiamento ospitando dei pagani. Successivamente Cornelio assieme ai suoi accoglie Pietro nella propria casa (vv. 24-27). Questo incontro umano ed amichevole permette a Pietro di scoprire lucidamente la volontà divina che gli chiedeva di abbattere le barriere che impedivano l’incontro tra giudei e pagani: “Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo” (v. 28). Infine Pietro, dopo aver accolto i primi pagani nella chiesa, accetta l’ospitalità che questi gli offrono e rimane con loro per alcuni giorni condividendo la loro mensa (v. 48): in tal modo egli evidenzia che cristiani provenienti dal giudaismo e dal paganesimo sono uguali di fronte a Dio e hanno pari dignità nella chiesa (cf. At 15,8-9). In questo episodio l’accoglienza diventa lo strumento che fa superare pregiudizi culturali e religiosi, permette di incontrarsi sulla base del riconoscimento di una uguale umanità condivisa e porta alla fine ad esprimere la realtà della stessa dignità dei credenti da qualsiasi contesto culturale essi provengano.

Questa dimensione dell’accoglienza e dell’incontro che fa cadere i pregiudizi e le barriere è particolarmente significativa oggi dove diventa quotidiana la vicinanza tra uomini di cultura e di esperienza religiosa diversa e dove al contempo l’incontro autentico è reso faticoso per il persistere di paure e resistenze di fronte alla diversità. Inoltre oggi si apre con maggiore frequenza la possibilità di incontrarsi tra cristiani provenienti da situazioni culturali diverse e diventa perciò significativo il poter accogliersi fraternamente nel riconoscimento dell’eguale dignità data dalla comune fede.
e. Accoglienza come condivisione e solidarietà

Un ulteriore aspetto dell’accoglienza è visibile nel breve accenno all’incontro tra Aquila e Priscilla e l’apostolo Paolo (At 18,2-3). I due coniugi, scappati da Roma per un editto dell’imperatore Claudio e stabilitisi da poco a Corinto ospitano, Paolo, appena giunto in città, nella loro casa, dal momento che condividono con lui lo stesso mestiere di fabbricatori di tende. Il quadretto appena abbozzato da il senso di una profonda solidarietà umana e cristiana: persone che vengono a trovarsi in un ambiente nuovo e sconosciuto e che nel legame dell’unica fede e nell’affinità della quotidiana vita lavorativa trovano motivo per accogliersi e aiutarsi reciprocamente. L’accoglienza e l’ospitalità diventano condivisione e solidarietà di vita.


f. Accoglienza come sostegno nel momento della tribolazione

Di particolare significato è l’accoglienza che Paolo riceve dalle comunità cristiane che incontra lungo il suo viaggio verso Gerusalemme, che è il suo viaggio verso la passione. E’ un momento di prova e di tribolazione per l’apostolo che avverte davanti a sé un destino di sofferenza. La comunità di Tiro lo ospita per una settimana durante quale, con un senso profondo di partecipazione alla sua imminente sofferenza, lo ammonisce a non andare a Gerusalemme e alla fine, in una scena toccante sulla spiaggia, si separa da lui pregando (cf. At 21,4ss.). Anche a Tolemaide la comunità lo accoglie e lo ospita per un giorno(cf. At 21,7). A Cesarea Paolo è accolto in casa dell’evangelista Filippo: qui il profeta Agabo gli predice il suo arresto a Gerusalemme e tutta la comunità insiste perché egli non prosegua il viaggio, ma alla fine, di fronte alla sua risolutezza, la comunità esprime la propria solidarietà affidandosi, come Gesù nel Getsemani (cf. Lc 22,42), alla volontà di Dio (cf. At 21,8-14). Infine, prima di giungere alla città santa, Paolo riceve ancora una volta ospitalità presso Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora (cf. At 21,16). Questa sequenza di scene di accoglienza per l’apostolo che si avvia al suo martirio è carica di un “pathos” che volta per volta ha le sfumature della tristezza per l’addio, del desiderio che egli non vada incontro alla sofferenza, della solidarietà nella preghiera e nella fede. E’ l’accoglienza di credenti che sanno rendersi intensamente partecipi sul piano umano e cristianamente solidali nella prospettiva della fede con chi è nella sofferenza e sta per essere sottomesso alla prova.

Quasi un proseguimento delle precedenti scene è l’accoglienza riservata a Paolo dai cristiani di Roma che gli vanno incontro fino al Foro Appio e alle Tre Taverne (cf. At 28,15). E’ l’ultima premurosa accoglienza che spinge l’appostolo a rendere grazie a Dio e prendere coraggio prima di giungere a Roma, la méta della sua testimonianza e del suo martirio.
g. I tanti colori dell’accoglienza

Le diverse modalità e funzioni dell’accoglienza, che l’opera lucana, tanto segnata da viaggi e viaggiatori, ci ha permesso di evidenziare, non esauriscono di certo la ricchezza presente in questo atteggiamento umano e cristiano, ma sono state sufficienti a delineare una gamma di possibilità significative. L’accoglienza si è rivelata così innanzi tutto come lo spazio interiore di disponibilità offerto alla presenza di Cristo nell’ascolto della Parola, nella recezione del suo perdono che salva e converte. Ma l’accoglienza si è presentata poi anche come generosa offerta di spazio esteriore dove possano trovare ospitalità gli evangelizzatori e la comunità cristiana che si raduna. Infine l’accoglienza si è manifestata come strumento dell’incontro delle diversità e del superamento delle distanze, come evento di vita che si fa solidale, che sa partecipare al dolore e sa dare consolazione e coraggio nelle avversità. E’ l’unico atteggiamento dell’apertura e della disponibilità personale che si riflette con colori diversi sul mistero di Cristo, sulla realtà della chiesa, sulla vita dell’uomo.


Viaggiare, Visitare e Accogliere. La prospettiva pastorale”

Mons. Sergio Lanza



La prospettiva culturale


Necessità materiale e curiosità intellettuale, ricerca della solitudine e desiderio dell’incontro… si intrecciano e si compongono, non senza tensioni, nel codice genetico e nella ‘biografia’ millenaria del viaggio. Antico quanto l’uomo, esso ne costituisce tratto antropologico rilevante, costituivo potremmo dire, tanto da rientrare imprescindibilmente nella fenomenologia adeguata dell’umano.

L’accoglienza porta immediatamente l’attenzione sulla qualità relazionale, sulla dinamica interpersonale del viaggio. In una temperie culturale resa anonima dalla globalizzazione e fatta guardinga, quando non sospettoso e ostile, dai localismi, viaggio e incontro appaiono pratiche abituali e problematiche ad un tempo.

La mobilità, cifra della modernità, tocca ai nostri giorni il suo apice e la sua crisi: non solo per l’ingorgo che consegue alla sua massificazione, ma per la fragilità dell’ottimismo cosmopolita, squarciato come le torri di New York. Paura di volare, non solo per quella suggestione dell’imprevedibile che non suggerì prudenza a Icaro, ma suscita timori quando non si è con i piedi per terra, ma molto più per il rischio dell’ignoto umano, cui si dà istintivamente – e del tutto acriticamente – il volto dello straniero, del diverso. Emerge con crudezza, al di là di ogni retorica, la commistione di bene e di male che la storia da sempre insegna, e la precarietà di ogni umana precauzione. E che, al di fuori della pagina originaria della Genesi e della sapienza della Croce, non trova spazi umani di chiarificazione e di riscatto.

Mobilità è parola dalle risonanze molteplici. C’è una mobilità esodale carica di promesse ma non priva di difficoltà (liberazione, terra promessa; deserto); una mobilità di necessità e sopravvivenza (Giuseppe e i suoi fratelli); una mobilità tragica (Adamo ed Eva; Caino); una mobilità di ricerca e di avventura; ma anche di evasione e di consumo, o, ancora, di negazione e di fuga. L’influsso del pensiero debole, con la sua insidia strisciante, spinge nella direzione del viaggio come attimo fuggente, favorisce la produzione-accettazione di itinerari dispersivi, costruiti come sommazione di mete frammentate e incoerenti, o come itinerazione senza meta. Emergono allora contraddizioni che trasmigrano dalla mobilità fisica alle stesse coordinate della mentalità colta o diffusa. Non senza tensioni e contraddizioni. Si parla così, a volte, di pensiero nomade, in forma competente e acuta1; ma si incontra, più spesso, un pensiero smarrito e ferito. Ci si colloca in ottica planetaria2; ma si avverte anche il rigurgito di localismi accentuati, esasperati, a volte, e addirittura violenti. Si prospettano nuove relazioni e possibilità di vita; ma si soffre anche di sradicamento culturale: una emigrazione (a volte anche fisica) dai territori delle proprie origini, che spesso trascina con sé l’abbandono di valori ricevuti e della stessa fede cristiana.

Il desiderio di superare gli stretti confini della località è antico quanto l’uomo; spesso intrecciato con l’avventurosa ricerca di nuovi orizzonti; a volte segnato da una investigazione appassionata, che è sete di assoluto; altre, però, da una inquietudine che non si placa, ed è spaesamento sofferto. E’ negli anni più recenti che gli aspetti di tensione e contraddizione si acuiscono3: si incrementa il viaggio di mera evasione; e si dilata la sensazione che la mobilità sia sempre più colpita da quel senso di inutilità e inconclusione che è proprio del vagare senza meta. Un tratto che contraddistingue il declino della modernità illuministica (postmoderno). Soprattutto il mondo letterario sembra aver colto questo fenomeno in tutta la sua portata. Basti pensare a Pirandello, a Ionesco, a Unamuno, o, prima ancora, a Giacomo Leopardi. Una condizione di pastore errante, di viandante smarrito con il suo inutile bagaglio4, con la sua inutile tenda, che non sa dove piantare5. Uomo senza qualità6, consegna la propria sopravvivenza psicologica agli oggetti che lo definiscono: "Non potendo essere designato dal nome che porta, dalla discendenza da cui proviene, dal paese di cui é originario, dalla terra che occupa, dalla lingua che parla, dalla religione che professa, ognuno finisce con l'essere definito dal vestito che porta, dai mobili e dagli oggetti di cui si circonda, dalla musica che ascolta, dallo sport che pratica, dalle parole che usa"7.



Accoglienza in contesto di mobilità

La mobilità, quindi, può valorarsi solo in un contesto di valori; è invece lo smarrimento dei valori che la dissolve. Mobilità chiama accoglienza. Nella accoglienza si produce il contesto che consente alla mobilità di riprendere orientamento e di porsi non come agente di dispersione e smarrimento, ma come fattore di integrazione del soggetto e della società.

L’accoglienza stabilisce il clima adatto a fare della mobilità un fatto umano, culturalmente arricchente, pastoralmente fecondo. Essa traduce nel concreto le possibilità pedagogiche e le valenze formative che sono insite nel viaggio, in particolare nel viaggio in orizzonte religioso e cristiano.

Come riconoscono anche pensatori non di ispirazione cristiana (p.e. Heidegger, Habermas) l’uomo è insidiato dal pensiero calcolatore, che genera l’agire strumentale. Nella società moderna, questa declinazione negativa assume le forme suadenti della razionalizzazione dei rapporti e delle strutture sociali: ancor più subdole e nefaste, proprie perché mimetiche. L’uomo è ridotto al ruolo che svolge: non è più conosciuto per il nome che porta, ma per la funzione che esercita. Dio, che chiama ciascuno per nome, non è venuto incontro all’uomo con la forza della razionalizzazione della società (che nasconde i disegni antichi e nuovi della appropriazione e dell’asservimento), ma con la potenza dell’amore, donando il proprio Figlio. E mostrando nel Figlio il volto dell’uomo nuovo, che si realizza non nel dominio che strumentalizza, ma nel servizio che fa liberi e veri (Cf Mt 11, 29: “...imparate da me, che sono mite ed umile di cuore”; Mc 10,45: “Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti”).

Se la mobilità di necessità tende allo sradicamento e alla perdita dei riferimenti di identità profonda (ma può anche trasformarsi, nella fede, in occasione di bene e di apertura al futuro: Mosè, Giuseppe e i suoi fratelli, Elia...), la mobilità elettiva può diventare occasione preziosa per rintracciare e riannodare fili che la mobilità obbligata o la mobilità culturale aveva dispersi e/o spezzati.

L’incremento delle dimensioni quantitative delle forme di turismo e pellegrinaggio deve quindi essere guardata positivamente, sotto il profilo pastorale, perché luogo propizio di valori umani e cristiani. Ciò non automaticamente, però, ma solo se si avverte come istanza e si produce come realizzazione il principio che “alla mobilità del mondo moderno deve corrispondere la mobilità pastorale della Chiesa”8.

La Chiesa si pone, secondo la sua vocazione e costituzione originaria, come luogo del superamento della alterità-estraneità; non nell’appiattimento o nella indifferenza, ma nella assunzione delle diversità in quanto molteplicità di apporti, arricchente e convergente al bene. E’ insegnamento esplicito e fondamentale del concilio Vaticano II. La riunificazione del genere umano è nel cuore della natura e missione della Chiesa, e manifesta i tratti autentici del suo volto: “E siccome la Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano...”9.

Tutto questo consente già di affermare con chiarezza e fondatezza che i gesti di accoglienza non esprimono solo livelli di strumentalità e di urbanità, ma entrano nel profilo di una quasi-ministerialità ecclesiale, in quanto segni che attestano e pro-ducono una realtà più profonda, di cui la Chiesa è testimonianza e concrezione storica visibile (prolessi escatologica del Regno).

Ciò è confermato dalla considerazione che questa capacità di accoglienza si mostra necessaria alla Chiesa non solo nell’ambito specifico e settoriale della mobilità, ma trasversalmente a tutta la sua azione pastorale, soprattutto quando questa non rimanga prigioniera della ripetizione, ma risponda allo slancio della nuova evangelizzazione (si pensi, p.e., ai problemi connessi con l’iniziazione cristiana: una Chiesa non capace di accogliere è anche una Chiesa incapace di iniziare).

La vita trinitaria, in cui le nostre considerazioni teologicamente si radicano, trova qui espressione ed efficacia storica, secondo l’antica formulazione, ripresa dal Vaticano II: “Così la Chiesa universale si presenta come ‘un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’”10.

Accoglienza è più che recettività; è apertura é andare verso l’altro con disposizione di offerta, secondo l’insegnamento e - ancor più - la realtà stessa della Rivelazione cristiana: “In Gesù Cristo Dio non solo parla all’uomo, ma lo cerca. L’incarnazione de Figlio testimonia che Dio cerca l’uomo... E’ una ricerca che nasce nell’intimo di Dio e ha il suo punto culminante nell’incarnazione del Verbo11.



Il viaggio: antropologia, biografia, relazione pastorale


Il viaggio rappresenta una occasione preziosa per la scoperta del mondo, che nel quotidiano appare all’uomo inurbato velato e, per così dire, cementificato. Vengono così di nuovo rese disponibili “le ricchezze della creazione, un bene comune dell’intera umanità12.

Il viaggio appare fin dall’antichità come momento specifico della formazione della personalità. La sua esperienza è posta prevalentemente, ma non esclusivamente (Ulisse) in contesto religioso. Negli ultimi due secoli riprende vigore nell’ambito dell’Illuminismo, e segna caratteristicamente la modernità: “Ogni giorno impariamo qualcosa che non sospettavamo. I viaggi maturano l’uomo”13.

I viaggi appaiono così quale veicolo privilegiato di perfezionamento umano, culturale, professionale; sono considerati senz’altro “fra i migliori e più validi mezzi integrativi e sussidiari di ogni apprendimento che abbia un valore costruttivo per la persona”14

L’uomo è ‘sistema aperto’: per vivere ha bisogno di comunicare con l’ambiente naturale e sociale. Senza questa comunicazione, involve e regredisce. In questo contesto, l’accoglienza appare:



  • come contributo specifico all’uscita dalla massificazione dall’anonimato; pastoralmente, essa indica l’attenzione per la cura personalizzata: “le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori” (cf Gv 10,3)

  • come educazione alla mondialità: visione ampia e rinnovata della società degli uomini

  • come via alla pace: “La mobilità offre occasioni di formare gli uomini a vivere le relazioni interpersonali secondo i valori essenziali alla pace”15.

Il viaggio produce una sensibilizzazione sul piano dell’approfondimento delle relazioni umane, educa all’internazionalismo, attenua la sensazione di estraneità e l’insorgere delle difese che ‘l’altro’ inevitabilmente suscita:

  • concorre alla reciproca conoscenza

  • sviluppa il senso di ospitalità

  • vince l’isolamento e il pregiudizio

  • favorisce processi di unificazione, cui il popolo di Dio è ordinato: ”Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano16.

Possiamo senz’altro concludere, allora, che il viaggio è, in questo senso, una propiziazione antropologica alla unità del genere umano17. Di più, un luogo possibile e una verifica necessaria della autenticità cristiana. Affermazione, quest’ultima, da ritenere in senso proprio teologale e spirituale, e non come marcatura retorica. La santità cristiana, infatti, comprende sempre una dimensione sociale; santo deve essere il cuore dell’uomo; ma santi devono anche essere le forme e strutture sociali, i rapporti di vita e di ambiente.

L’esigenza non è posta soltanto alla dimensione personale; ne risulta, piuttosto, un chiaro ed efficace riflesso ecclesiale: da una comunità che accoglie i credenti offrendo loro una serie di servizi religiosi richiesti, “a una comunità che precede la domanda, che va alla ricerca, che sollecita, che si pone in cammino verso gli uomini e con gli uomini per essere là dove essi vivono...”18. Secondo l’insegnamento prezioso di Paolo Vi, “la ‘buona accoglienza’ è l’espressione della carità ecclesiale intesa nella sua natura profonda e nella sua universalità”19.



La prospettiva pastorale




Un necessario chiarimento


Come ogni realtà antropologicamente rilevante, il viaggio/turismo è posto in attenzione pastorale (cf RH 14). Entra nell’ambito della considerazione pastorale non in forza di una visione sistematica pre-scritta, ma secondo la elaborazione contestuale degli ambiti dell’azione ecclesiale, che è propria della teologia pastorale (sistema aperto). Per questo, p.e., affermazioni come “il turismo è creatore di pace (peacemaker)” sono retoriche: certamente il turismo è una opportunità saliente, “rappresenta una forza vitale al servizio della pace” (Codice etico OMT 1999, preambolo §3, in sequenza alla “carta etica” formulata a Vancouver nel 1988 nel convegno promosso da intellettuali cattolici canadesi, pubblicata su “Annals of Turism Research”), purché se ne definiscano senza ambiguità i contorni antropologici, etici e sociali.

Il turismo – come conferma la prospettiva di svolgimento di Peregrinans in terris – esige una chiarificazione fondamentale, né si potrebbe dar per scontato che esso rappresenti automaticamente un valore positivo. Esso è, piuttosto, luogo di valori, ambito antropologicamente sensibile, interpretabile però (e ancor più realizzabile) secondo diverse – e anche contrapposte – prospettive di valore. Una adeguata teologia del turismo non si svolge perciò come mera regolamentazione etica (dall’esterno), ma come elaborazione (dall’interno) di una tipologia variegata, culturalmente significativa, non anonima né asettica, ma… I valori del turismo non sono estrinseci, nemmeno automatici, ma da costruire dall’interno secondo una visione intrinsecamente coerente e corretta del turismo (metodo fenomenologico)20.

Il turismo neutrale non esiste. Come ogni realtà antropologicamente significativa deve essere definito. Anche l’espressione ‘turismo religioso’ è polimorfa:



  • Anima religiosa del turismo: anche nella sua declinazione peggiore, la valenza positiva della creazione e della relazione non vengono mai totalmente distrutte, se non da un atto personale di decisione libera; è l’ambito, per così dire esperienziale e ‘naturale’.

  • Turismo visto da un’ottica cristiana: è l’ambito culturale in cui si incontrano (e si scontrano) le diverse visioni del turismo)

  • Turismo come espressione della fede vissuta del popolo di Dio: è l’ambito esplicitamente ecclesiale, dove la parola della fede non solo ispira una visione, ma determina e connota una concezione e una prassi

Così si deve distinguere tra

  • senso religioso del viaggio:

  • come esperienza metaforica della vita

  • come luogo di valori

  • senso del viaggio religioso

  • come metafora escatologica

  • come luogo di valori cristiani specifici (salvifici)

La distinzione tra turismo religioso e pellegrinaggio non va esasperata. L’espressione “turismo religioso” è una costruzione culturale della Chiesa cattolica, volto alla conversione religiosa della persona. In questo rimane distinto dal pellegrinaggio, che è una espressione specifica delle fede religiosa (non solo cristiana), ma non di ogni persona religiosa.

E’ di moda il turismo culturale. Ma senza una adeguata cultura del turismo, anche il ‘turismo culturale’ si riduce in una intrapresa mercantile, dove impera una estetica senza codici e senza simboli reali, dove la cultura stessa è consumata come evasione e spettacolo, e quindi estenuata nella illusione di un attimo, dove la presenza dell’altro è coreografia, non comunicazione.

Il viaggio è esposto ai meccanismi distruttivi di appropriazione /consumo, proiezione/colonialismo, diffidenza/estraneazione che ne compromettono (o ne vanificano) la valenza interculturale. In una concezione corretta (almeno intenzionalmente: sono molte le forze sotterranee che ibridano il campo) l’accoglienza è codice di apertura capace di propiziare il superamento, mai del tutto avallato, di tali dinamiche distorsive.

Valenze positive:



  • riposo, ricreazione

  • riscoperta (natura)

  • cultura, relazione



Una opportunità di evangelizzazione


L’accoglienza delinea un profilo saliente di evangelizzazione. Le possibili obiezioni 21 (interesse artistico ed evasivo, non religioso; interesse esoterico) non negano, in realtà, la responsabilità di evangelizzazione, ma la confermano e la accentuano. E’ davvero paradossale notare che proprio le realtà ecclesiali, storicamente e direi geneticamente suscitatrici e depositarie del patrimonio artistico, ne lascino ad altri la gestione.

Una accoglienza credente e competente, invece, si pone come frontiera promettente di nuova (prima) evangelizzazione:



  • anzitutto nella forma – indiretta ma non implicita – della apertura e guida del sentimento umano e religioso che l’incontro con l’opera d’arte (e spesso con i luoghi della sua dimora) propizia

  • in secondo luogo nella forma diretta (del tutto pertinente perché dettata dalla tematica stessa di tali opere d’arte, nate in contesto di illustrazione credente) di una esposizione testimoniale e culturale (non confessionale) della tematiche fondamentali che così spesso si sono illustrate (creazione, storia della Salvezza, Tradizione cristiana, estetica – come volto dell’etica – della vita)

Ciò suppone anche una intensa opera di creazione di opinione pubblica che metta a nudo la povertà di quel surrogato artificioso che sono i villaggi turistici: nominalismo delle relazioni, occupazione dei tempi quasi una asfissia sonora, fiction degli spazi….
a. testimonianza

La sequela di Gesù, scritta nella profondità del cuore e nell’intimità della persona, non è mai tanto ‘interiore’ da rendersi incomunicante e invisibile; tende piuttosto a manifestarsi nelle forme quotidiane di vita e a costituire un popolo a Dio gradito.

Su questa linea di concretezza semplice e operosa (ospitalità, condivisione, ricerca) è ricca la testimonianza biblica: Abramo, la vedova di Sarepta, Maria... figure (insieme a molte altre) emblematiche di una profonda sintonia con il Dio della condiscendenza e della tenda, della condivisione e del cammino con gli uomini: Lui fatto loro guida nella nube e nel fuoco22. In questo senso il pellegrinaggio, ma anche il turismo positivamente intrapreso, può diventare “un ambito nuovo dell’annuncio e della testimonianza”, un modo non banale né secondario attraverso il quale “la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio”23.
b. gratuità

La mobilità ha risvolti economici di prima grandezza, che non devono essere demonizzati sommariamente. L’ambiguità che vi si insedia - e spesso vi domina - è comunque di immediata percezione. Il cristiano prospetta stili e metodi che sanno andare oltre la produzione e il consumo. Si qualifica, anzi, per l’attenzione squisita ai livelli di professionalità in cui anzitutto si concretizza l’attenzione all’altro. Spinto poi dal desiderio di far trasparire il Vangelo e istruito dalla parola di Gesù (“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, Mt 10,10), dice decisamente no alla mercificazione dell’accoglienza, che ne falsifica i lineamenti, ne rovescia gli effetti, ne svuota le valenze di umanità. La trasforma e la arricchisce, piuttosto, non limitandola agli aspetti pratici e materiali, bensì arricchendola di contenuti di esperienza di fede e di fraternità ecclesiale. Rendendola così, di fatto, eccellente anche sotto il profilo della capacità e della stima degli uomini.

Un modo qualificato, quindi, per sviluppare ed esprimere la ricchezza e il ‘privilegio’ di essere cristiani, un impulso alla generosità, all’altruismo, alla creatività, e tutto un ventaglio di possibilità esaltanti che non possono esser racchiuse in brevi formule espositive.




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