Posso dire Don Mazza che abbiano iniziato nel 1996 quando io ero Assessore regionale del turismo ha portato qui a Verona gli approfondimenti sul turismo religioso, la Conferenza Episcopale, di questo credo sia personalmente



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c. humanitas


La umanizzazione dell’accoglienza esige capitale culturale, non solo abilità tecnopratiche, bagaglio tecnico di marketing, ma una vera conoscenza, intesa nell’intensità della semantica biblica: “La conoscenza non è l’impossessarsi di un oggetto morto da parte di un soggetto gnoseologico predace, ma una comunione di persone”24.

L’interpretazione umanistica della accoglienza esclude:



  • il viaggio come espressione di un sé isolato, l’urlo disperato dell’egoismo autosufficiente, conoscenza tautologica, chiuso alla rivelazione della Verità

  • il viaggio come divagazione estetico/mistica, che si traveste di umanità e religiosità, ma sotto è autoreferenzialità subdola e pericolosa (narcisismo)

  • il viaggio come consumo, affrettato e vorace (possesso, dominio)

La messa in crisi e il rifiuto dei modelli consumistici non ha carattere moralistico, di ‘contenimento’ del divertimento/godimento. E’ volto piuttosto alla salvaguardia della autenticità del viaggio e – per quanto umanamente possibile – alla piena realizzazione delle sue potenzialità. A evitare cioè quella involuzione strumentale che lo rende dinamica di reciproca espropriazione. L’ipertrofia del consumo invade il tempo e lo soffoca, sottraendogli drasticamente quel carattere di libertà che radica antropologicamente il viaggio e il turismo.

Con la convinzione, non meramente utopistica, che anche il riscontro di soddisfazione concreta e tangibile ne abbia a trarre non piccolo vantaggio.

L’accoglienza si modula in rispondenza alle modificazioni socioculturali: dal turismo di massa, espressione della società moderna, industriale, fordista, dei consumi standardizzati, al turismo ‘culturale’, personalizzato (o sembrante tale), sostenibile, eticamente responsabile… dall’enfasi sulla omogeneità all’enfasi sulla differenza. Ciò impone una chiara distinzione, in ordine a una efficace azione ecclesiale:


  • accoglienza commerciale e di mercato: rinuncia alle identità culturali, spersonalizzazione dei luoghi in nome di una standardizzazione dei servizi che incontri la pre-comprensione abituale del cliente

  • accoglienza culturale e di relazione: valorizzazione del patrimonio locale, incontro critico, dialettico, costruttivo, creativo

L'accoglienza è esige la acquisizione di norme, valori, simboli e comportamenti. Essa include funzioni socioculturali, simboliche e politiche corrispondenti a modelli culturali in relazione con la vita, con l'appartenenza a un gruppo sociale; non soltanto trasmette schemi culturali, ma colloca anche la persona all'interno di un ruolo sociale, inteso come interamente nuovo>>. Si tratta di un cammino impegnativo e progressivo.

Come ogni fenomeno umano il turismo è ambivalente. Posto in rilievo dalla accresciuta mobilità (disponibilità economiche, tempo libero, mezzi di locomozione...), esso rischia ancor più di essere catturato dalle logiche di mercato.

Spetta all’educazione cristiana fare in modo che tali aspetti non abbiano il sopravvento. Aiutare ad essere non un banale cliente, un consumatore ingordo, satollo e ottuso, ma aperto a cogliere le possibilità di umanità e la dimensione escatologica di festa. Questo obiettivo, si realizza attraverso attivazioni pastorali molteplici, a partire da una rinnovata pedagogia della fede.

Non è facile descrivere una pedagogia dell'accoglienza: è una questione di sensibilità umana e di tatto spirituale; é essenziale un clima di fiducia semplice e cordiale; qualsiasi membro della comunità deve saper accogliere… Ma é altrettanto evidente che non possono mancare le scienze umane della società e della psicologia, della semiotica e della linguistica, della comunicazione e della antropologia culturale… che sono necessari anche esperti, se non specialisti, della accoglienza



Il volto della comunità cristiana


Grandi possibilità non dice grande facilità. Le comunità di accoglienza sono certamente le unità umane e territoriali più esposte e più impegnate nella realizzazione di un turismo di promozione umana e cristiana.

La comunità cristiana deve sentirsi responsabile di coloro che, sia pur temporaneamente, vengono a inserirsi in essa, per dar loro una coerente testimonianza di fede. Ciò vale anche per il cristiano quando viaggia (AA 14; cf LG 9); e, reciprocamente, quando accoglie chi viaggia. E, come si è visto, il fenomeno non presenta più i caratteri della occasionalità eccezionale. Ha, piuttosto, carattere strutturale e, per così dire, quotidiano: “...la mobilità attuale della popolazione è diventata un fenomeno quantitativamente rilevante e qualitativamente strutturale e non solo contingente. Infatti anche se a tale riguardo non si hanno statistiche certe è piuttosto verosimile l’affermazione che al giorno d’oggi circa il 50% della popolazione che partecipa alla pratica religiosa l’attua fuori del contesto della propria parrocchia e, tra questi, una grande maggioranza l’attua nei santuari”25.

Le grandi possibilità del turismo (e a fortiori del pellegrinaggio) possono essere compromesse non soltanto dalla insufficiente maturità e formazione del soggetto, “del turista (o di coloro che servono nelle varie gamme dell’industria turistica), ma anche delle comunità da cui egli parte ed in cui egli si inserisce”26.

La pastorale del turismo nelle sue varie forme si pone senz’altro entro il quadro della pastorale ordinaria27.

Anche la piazza, quella delle antiche agorà o delle sacre rappresentazioni, degli incontri domenicali e delle sagre patronali, dei banchi di mercato e degli arengari di comizio, anche la piazza è diventata luogo di rapido transito o spazio di fruizione individuale della memoria storica e delle vestigia artistiche. Quando non sia ridotta, con ossimoro emblematico, a luogo di sosta ammassata dei mezzi della mobilità.

E, immediatamente, insorge – sia detto senza indulgenza - la obsoleta patetica persistenza di un immaginario pastorale che raffigura i fedeli come comunità stanziale, ancora raccolta – benché se ne riconoscano disaffezioni e pigrizie – all’ombra del campanile.

La cura pastorale ordinaria è chiamata a suscitare una coscienza missionaria sensibile, capace di vivificare i diversi servizi dell’ospitalità, allargare gli spazi del dialogo, incrementare contatti umani improntati a disinteresse, mostrare attenzione specifica e particolarmente avvertita verso i meno dotati: l’atteggiamento verso i turisti è frutto di una coscienza di Chiesa, è parte della integralità della concezione cristiana..


a. cattolicità e territorio

La determinazione territoriale è apparsa a molti, nel tempo recente, insufficiente e depauperante, in quanto circoscrizionale e burocratica, sotto il profilo sia della pertinenza teologica che della efficacia pastorale. Una più attenta considerazione, tuttavia, scopre nel territorio modalità teologica non superata del costitutivo localizzarsi della comunità cristiana. Teologica perché non desunta da criteri di mera opportunità, ma colta come realtà storica in cui trova spazio una esigenza nativa e peculiare della comunità cristiana: in una forma che ben risponde a quella visibilità e concretezza che appartiene alla natura medesima del fatto salvifico cristiano. In questo senso, consente il superamento delle forme di religiosità privatizzata (educa alla convivenza con le diversità, arricchenti e ingombranti ad un tempo), mette in atto la varietà dei doni dello Spirito, si apre come segno sacramentale salvifico sul mondo e sulla storia. La fraternità cristiana, che nel gruppo e nella comunità elettiva rischia di essere irretita entro coordinate romantico-involutive, trova nel territorio un criterio di accoglienza aperta e universale (cattolicità antropologica) del tutto congeniale e difficilmente sostituibile. Quella in cui ogni credente, per il fatto solo di essere credente, deve essere accolto, senza discriminazioni né ulteriori sovradeterminazioni28.

La dimensione territoriale, inoltre, attiva la comunità in senso autenticamente missionario. La cosa può suonare paradossale: a qualcuno, infatti, è sembrato che questa determinazione conduca di fatto a un inevitabile appiattimento, a un adagiarsi all’ombra del campanile, a una progressiva perimetrazione dell’azione ecclesiale. Al contrario, la determinazione topografica è chiamata a farsi compito e responsabilità di evangelizzazione, che la comunità riceve anzitutto verso i "prossimi".

La valenza del territorio non è solo data dalla sua indeterminatezza29, che è un importante e imprescindibile fattore di libertà dello Spirito; è data dalla sua specifica fisionomia umana e culturale. La comunità cristiana è posta come fermento, luce e sale. La condivisione delle condizioni del territorio non si risolve semplicemente nell’aiuto assistenziale e nell’accoglienza aperta. Si fa anche, coraggiosamente, fattore di istanza critica, per trasformare tutto ciò che contraddice la dignità dell’uomo e la parola del Vangelo.

In questo, respinge il ripiegamento che la figura come comunità ‘religiosa’, estranea e quasi disinteressata ai problemi della società in cui vive; non si erige neppure, orgogliosamente, come comunità in contrasto con la società, gruppo alternativo e di fatto altrettanto rinchiuso; nemmeno stempera la propria identità, assumendo i tratti della comunità che si identifica con il territorio (Volkskirche), smarrendo il proprio compito salvifico e profetico; né si confonde come comunità che si considera un gruppo tra i tanti (Chiesa della diaspora), senza rilievo e presenza sul piano culturale e sociale, consegnata (come - per curiosa reciprocità degli opposti - la comunità alternativa) solo alla forza silenziosa della testimonianza.

La mobilità non diminuisce il rilievo delle realtà territoriali: il luogo, anche nella mobilità, resta una realtà. Le chiama, piuttosto, a nuove figurazioni e attivazioni. La mobilità spinge a una mentalità, prima ancora che a forme istituzionali, ultraterritoriali. Ciò risponde alla mutata funzione del luogo medesimo, diventato, per effetto della mobilità, “intermediario di molteplici influenze”30. In una corretta prospettiva teologica, diocesi e parrocchia non possono quindi essere definite solo in termini di confini territoriali. Ma il legame con il luogo - ordinariamente espresso in termini di territorialità - presenta carattere di imprescindibile determinazione pastorale: “Qui si colloca il significato epocale della comunità per una forma sociologica adeguata del Cristianesimo nel presente. La sua collocazione strutturale, nel punto di intersezione tra sfera privata e pubblica, la rende luogo sociale e strumento privilegiato della trasmissione di contenuti cristiani significativi, proiettati nel futuro”31. Questo compito non può essere svolto adeguatamente dal gruppo, né dalla comunità ristretta32, che tende generalmente ad assumere carattere di separatezza - e quasi di privatezza - nei confronti del sociale. Solo una comunità radicata nel territorio (anche se, è bene ribadirlo, non definita propriamente da esso) è in grado di superare la separazione tra pubblico e privato e contestare quella impostazione, tipica dell’ultima modernità, in cui le grandezze esistenziali e vitali vengono recintate nella sfera del privato. E’ chiaro che questo comporta un opzione pastorale decisa e concreta perché le strutture ecclesiali sul territorio (parrocchie e - ultimamente, ma spesso non positivamente - le cosiddette unità pastorali et similia...) siano sottoposte a vaglio critico sotto il profilo della loro capacità di essere luoghi di comunità. I crateri di anonimità, freddezza e quasi estraneità, o, al contrario, di un intimismo ‘religioso’ di contiguità spirituale romantica, ripiegato e introverso mostrano come le dichiarazioni di intenti siano del tutto inefficaci se non diventano coraggiosa progettualità pastorale (con le qualità che la distinguono e le coraggiose verifiche che la rendono vera).

Si tratta, allora, di maturare la convinzione, già chiara nel magistero di Paolo VI che “alla mobilità del mondo moderno deve corrispondere la mobilità pastorale della Chiesa”33. La località rimane riferimento prezioso e sorgente di azione pastorale. Purché non si pieghi alla tentazione della terra, rinchiudendosi.

Ciò comporta, di conseguenza, il superamento delle forme istituzionali che non producono reciprocità e solidarietà (fraternità), ma semplice prossimità topografica e vicinanza fisica. E’ una prospettiva di forte rinnovamento pastorale, chiamata a “...tradursi in gesti concreti di carità ecclesiale, improntati alla logica del ‘dare’ ma anche del ricevere, ossia dello ‘scambio dei doni’, in particolare fra le parrocchie romane ed altre parrocchie o anche Diocesi che desiderino dare una peculiare concretezza al loro legame con la Chiesa di Roma34”. A cominciare, però, dalla Chiesa di Roma al suo interno, nella vivificazione delle relazioni tra le diverse comunità ecclesiali sul territorio.


b. corresponsabilità ecclesiale

Il nostro tempo non sopporta le prestazioni generiche. Esige competenza e professionalità. Questa giusta richiesta, tuttavia, nasconde a volte l’alibi della delega deresponsabilizzante. Perciò, sebbene la mobilità richieda la creazione di nuove istituzioni specifiche, sotto il profilo sia sociale che di evangelizzazione (la mobilità è senz’altro uno degli areopaghi moderni), sono in primo luogo e insostituibilmente le istituzioni ordinarie ad essere chiamate a rinnovare e ampliare la loro sensibilità.

Inoltre, l’accoglienza e la cura dei turisti-pellegrini non deve essere vista solo come opera di specialisti, necessari, ma non sufficienti35.

E’ necessario, ancora, superare la visione di una Chiesa dell’organizzazione, dell’assistenza e dell’offerta, che risponde con dovizia di iniziative ai desiderata degli uomini, spesso inseguendoli affannosamente, ma li lascia nel loro muto anonimato. Per attivare, invece, una prassi di coinvolgimento e di partecipazione, in cui emerge chiaro il tratto della valenza ecclesiale. La partecipazione attiva alla accoglienza induce così le parrocchie a essere sempre più comunità, non raggruppamenti o semplici stazioni di servizio spirituale. Una occasione preziosa per sviluppare la corresponsabilità laicale, non assorbendola in orbite clericalizzanti, ma attivandola nella sua specificità.

L’anno santo diventa occasione preziosa e non accademica per il ripensamento - urgente - delle modalità con cui si realizza la comunità cristiana in un luogo: la forma parrocchia tradizionale, insieme a indubbie valenze mostra anche non poche carenze: ’obiettivo sinodale trova così nella prossimità del Giubileo un fattore di ulteriore stimolo e illuminazione.
c. sensibilità ecumenica

L’accoglienza, resa più ardua dall’incremento dei numeri (l’anno santo, per esempio, ha mescolato in maniera ancor più significativa e accentuata i visitatori mossi dalla fede cristiana, o comunque posti nel suo orizzonte, con i turisti spinti dal desiderio di conoscere), è la condizione prima di un ecumenismo di qualità. Questo contesto pratico rinvia a una preoccupazione più profonda, che il Papa segnalava come orizzonte di attenzione privilegiata:

“Tra le suppliche più ardenti di questa ora eccezionale, all’avvicinarsi del nuovo Millennio, la Chiesa implora dal Signore che cresca l’unità tra tutti i cristiani delle diverse Confessioni fino al raggiungimento della piena comunione. Esprimo l’auspicio che il Giubileo sia l’occasione propizia... Quanto gioverebbe in tale prospettiva che... si raggiungessero intese ecumeniche nella preparazione e realizzazione del Giubileo: esso acquisterà così ancora più forza, testimoniando al mondo la decisa volontà di tutti i discepoli di Cristo di conseguire al più presto la piena unità nella certezza che ‘nulla è impossibile a Dio’”36.

Ciò impone una pedagogia e una prassi adeguate.

Anzitutto, è necessaria una progressiva educazione al dialogo. Perché siano sventate le insidie dell’appiattimento irenistico e gli irrigidimenti delle contrapposizioni preconcette; perché l’ecumenismo sia vissuto come occasione di fraterna amicizia e comprensione (non confusione); perché si arricchisca la stessa comprensione delle vita cristiana ed ecclesiale, anche attraverso la meditazione delle lacune e degli errori del passato; perché si irrobustisca la virtù e si apprenda quella disciplina interiore che sole sono in grado di sostenere un vero dialogo evangelico37.

Quando è utile e possibile, si può pensare a celebrazioni comuni, che in un contesto così rilevante assumono una valenza e una carica tutta particolare. L’universalismo proprio della relazione ecclesiale deve essere protetto dallo stemperamento, che ne fa una astrazione: essere fratelli è cosa concreta e fattiva. E’ necessario allora “proseguire e intensificare il proprio cammino di rinnovamento, crescendo nella comunione al suo interno e nel dinamismo missionario verso l’esterno, affinché i pellegrini che qui confluiranno sperimentino come una grande e moderna città, pur carica di tante problematiche, possa non smarrire la propria identità cristiana, ma anzi riproporla negli stili di vita caratteristici del nostro tempo”38.



Sul piano operativo

Le iniziative per l’accoglienza dei turisti e dei pellegrini devono essere accurate e appropriate, rispondenti cioè alla loro lingua, mentalità, specifica situazione di vita. Ciò comporta un lavoro in profondità.
a. La formazione degli operatori

Gli operatori, coloro cioè che in qualsiasi forma si dedicano alla organizzazione del flusso e della permanenza dei turisti, rivestono un ruolo di primaria importanza per la qualificazione della accoglienza. E’ quindi fondamentale l’attenzione che si dedica alle scuole e ai corsi dove essi ricevono formazione e aggiornamento.

Spesso il lavoro e l’attività produttiva provengono anzitutto dalle esigenze concrete e primarie di vita per sé e per la propria famiglia. Livello, in sé non negativo, ma certo insufficiente. Ancor più, nella cultura oggi dominante, il lavoro è colto in un’ottica quasi esclusivamente economica: carente la riflessione sulla sua rilevanza per la trasformazione-migliorazione della condizione di vita per il soggetto e per la società... una sorta di utilitarismo pragmatista sembra aver sottratto al lavoro i suoi significati più antiche e profondi.

E’ necessario superare lo ‘stato di necessità biologica’, per saper scegliere la propria attività come diritto/dovere personale (sviluppo della personalità) e sociale (servizio degli altri). La qualificazione professionale appare così non solo economicamente vincente, ma anche umanamente e cristianamente rilevante39. In essa è scritta la prima cifra del vangelo del turismo.

La Chiesa di Roma non può non farsi parte diligente, in questi anni della preparazione (una preparazione che in realtà è già cammino e progressiva attuazione) nella attivazione di momenti di incontro proposti a tutti gli operatori, perché l’orizzonte delle loro conoscenze si precisi si allarghi e sia reso culturalmente disponibile il patrimonio immenso di valori che la storia di questa città ha depositato nella memoria delle sue vestigia. L’operatore, anche il più semplice, diventa allora consigliere e maestro: e si sa quanto impressioni una indicazione, una sottolineatura, un consiglio appropriato ricevuto da persone che il turista vede impiegate nei servizi pratici e organizzativi, e da cui non si aspetta, in prima istanza, tale spessore di sapienza e cultura.
Animatori e guide:

° Peculiarità

Si tratta di veri operatori pastorali. Non sono soltanto guide, ma veri compagni di viaggio: non solo il compito di condurre ai monumenti e fornire qualche informazione, ma intrattenere il turista, assisterlo, arricchire la sua esperienza di viaggio con iniziative appropriate.

A servizio del bello.

Inteso nella pregnanza ontologica (purtroppo dimenticata e su cui ha attirata magistralmente l’attenzione la monumentale opera teologica di Hans Urs von Balthasar) della dimensione estetica: il bello come nostalgia, evocazione, traccia dell’Assente... Ciò acquista particolare rilievo nel nostro orizzonte culturale: la decostruzione dei canoni estetici è segno, effetto e causa ad un tempo, dello spaesamento che lo contraddistingue. L’accostamento a testimonianze di civiltà meno convulse, più inclini all’interiorità e al dialogo di valori, capaci di scrivere le profondità dello spirito nelle creazioni dell’arte, può essere di grande aiuto per aprire orizzonti di rinnovato interesse per l’uomo interiore, relegato ai frammenti della privatezza (quando non della privazione).

A servizio dell’uomo.

Una cura volta alla persona, non solo come gestione organizzativa del gruppo, sensibile agli stati d’animo, alle invocazioni inespresse... Una animazione spirituale capace di far emergere l’invocazione e la lode dal vissuto della esperienza di pellegrinaggio, non estrinseca e giustapposta, ma sorgiva, autentica, vitale.
° Unità e specificità dei profili

La peculiarità della formazione non dimentica gli aspetti che accomunano le guide esperte di pellegrinaggio - in particolare per la città di Roma - agli altri operatori del settore. Per questo, la preparazione specifica non limita, ma arricchisce e completa un itinerario di preparazione articolare e organico. Che giustamente attende, nelle Sedi competenti, i riconoscimenti che merita.


° Criteri

Senza alcuna pretesa di esaustività, ma solo come indicazione evocativa, propongo alcuni criteri, traendoli dalla lettura di un antico e celebre diario di viaggio, il Pellegrinaggio in Terra Santa di Egeria40.

- criterio biblico:

“...ostendebantur iuxta Scripturas” (Egeria I,1): commenti e spiegazioni non indugiano alla fantasia, né si limitano alla storia, ma si nutrono delle Scritture e ne trasmettono il messaggio di fede.

- criterio antropologico:


  • andare incontro: “ecce et occurrit presbyter veniens de monasterio suo... Occurrerunt etiam et alii persbyteri nec non etiam et omnes monachi...” (Egeria, 3,4; cf 14,1).

  • ospitalità: Criterio accoglienza: “...aliquo biduo tenuit nos sanctus episcopus, sanctus et vere homo Dei” (Egeria 9,1). “Hi ergo sancti monachi dignati sunt nos suscipere valde humane...” (Egeria 11,1)

- criteri psico-pedagogici:

  • “singula ostendere”: né fretta, né indigestione (superficialità e approssimazione: consumo, non cultura, non elevazione...)

  • “commonuit presbyter” (Egeria 10,8): non mancano le avvertenze, e non solo di carattere pratico

  • suscitare il desiderio: “Quod cum dixisset, nos satis avidi optati sumus ire...” (Egeria 10, 9).“...qui singula referentes de eisdem locis fecerunt magis desiderium imponendi michi laboris, ut etiam usque ad illa loca accederem, si tamen labor dici potest, ubi homo desiderium suum compleri videt” (Egeria 13,1). E’ uno degli aspetti qualificanti: la guida esperta suscita il desiderio di vedere; e quello di tornare.


b. La sensibilizzazione della città

Essere cittadini significa sentire di appartenere a una storia concreta, fatta di tante storie che si intrecciano, di tante persone che ne sono i protagonisti non immaginari.

Le strutture di sviluppo che le città si sono date negli ultimi decenni hanno generato nuove solitudini, nuove disperazioni. L’attenzione pastorale alla mobilità è occasione per ridare alla città un volto e un cuore, una identità nuova (perché fedele alle sue più vere origini).

I ‘luoghi’ della cultura e dell’arte

I movimenti turistici moderni permettono di incontrare i grandi monumenti, che sono ‘pietre della memoria’ dell’Europa. In questo senso, essi si collocano non secondariamente in quell’ampio spettro di attivazioni che la nuova evangelizzazione - nella sua caratura culturale e di prima apertura al Vangelo41 - esige con forza.

Sotto il profilo delle proposte operative, alcune spigolature. A minori ad maius:



  • la cartellonistica, accurata nelle informazioni, ma ricca di spessore umanistico e religioso.

  • organizzare momenti significativi (incontri, conferenze, concerti, mostre...) di carattere culturale-religioso anche fuori Chiesa, per raggiungere i ‘lontani’, ma anche per riprendere un ruolo attivo e significativo di presenza culturale.

  • attivazione delle università, dei collegi universitari (ecclesiastici e laici), delle diverse istanze culturali, numerose nella città, ma troppo spesso assenti dal tessuto vivo della sua vicenda quotidiana.

I pellegrini continuano ad andare alla ricerca del volto di Dio. I luoghi sacri respirano i tempi e le celebrazioni dell’anno liturgico, per cui si potrebbe veramente parlare di una ‘liturgia spaziale’, oltre che di una ‘liturgia temporale”.

La cura del luogo assume così valenza di segno quasi-sacramentale. Chiunque si muove anche solo per visitare la bellezza deve poter incontrare insieme la verità e la bontà dell’espressione cristiana nella apertura della accoglienza e nella esemplarità della liturgia. Un sacramento di universalità (ecclesialità), teso a manifestare l’autentico spirito comunitario nella singolare opportunità costituita da persone di diversa lingua e provenienza, raccolte a significare l’unità e la universalità del popolo di Dio.

Sul piano pratico, alcune rapide suggestioni:


  • schede poliglotte per le celebrazioni liturgiche: eucarestia domenicale e festiva, celebrazioni speciali (secondo le diverse tipologie dei partecipanti):indicazione dei testi, traccia omiletica, spunti di spiritualità...

  • vademecum storico-artistico-liturgico della città e/o delle singole basiliche...

  • celebrazioni nelle diverse lingue, a cominciare da quella latina, con valorizzazione - non nostalgica, ma liturgica - del canto gregoriano...


c. le parrocchie, i movimenti ecclesiali

Anzitutto, è necessaria la creazione di una sensibilità ecclesiale diffusa: l’accoglienza è frutto di una chiara coscienza di Chiesa, la manifesta, e, insieme, la incrementa. A questo mirano le iniziative che tendano a formare mentalità di accoglienza e di partecipazione, a cominciare dalla catechesi e dalle occasioni concrete di incontro, con un coinvolgimento a vasto raggio, capace di raggiungere e interessare anche le comunità parrocchiali più lontane dai luoghi classici del pellegrinaggio giubilare. Approfondendo, in questo, l’esperienza sinodale di ecclesialità partecipata e condivisa.

L’esperienza delle prime generazioni cristiane è esemplare e istruttiva:


  • molte famiglie mettono a disposizione le loro abitazioni per gli incontri della comunità (At 12,12; Rm 16,5.23; 1Cor 16,15.19; Col 4,15; Fil 2)

  • accoglienza anche per cristiani di passaggio, sia per i missionari del Vangelo, sia per i fratelli che si muovono per propria necessità e utilità42.

In questo si profila un tratto saliente della nuova famiglia umana, aperta, che dilata i propri confini oltre i territori della comunità.
Operativamente:

“...può essere accresciuta nei fedeli delle nostre parrocchie con visite guidate ai luoghi più significativi della storia cristiana... catechesi appropriate (dimensioni storiche e artistiche), liturgie o momenti di speciale preghiera...”43.

Le parrocchie e i luoghi ecclesiali si rendono disponibili all’incontro con i pellegrini: scambio di esperienze, esperienza di fraternità cristiana... anche così la Chiesa manifesta la sua originaria vocazione di germe e primizia dell’umanità rinnovata e ri-assume la propria capacità di evangelizzazione:

I giovani

I giovani sono spesso protagonisti delle forme più moderne e vivaci di pellegrinaggio. Incontrano con curiosità intellettuale i luoghi della storia e della fede; ma, soprattutto, vogliono incontrare i testimoni. Per loro il viaggio è circolazione di vita, o rischia di decadere in vagabondaggio sperduto. Il Giubileo è in grado di fornire ai giovani - e soprattutto attraverso i giovani - una esemplarità attraente: “Cristo attende i giovani, come attendeva il giovane che gli pose la domanda: ‘Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?... I giovani, in ogni situazione, in ogni regione della terra non cessano di porre domande a cristo: lo incontrano e lo cercano per interrogarlo ulteriormente. Se sapranno seguire il cammino che Egli indica, avranno la gioia di recare il proprio contributo alla sua presenza nel prossimo secolo e in quelli successivi, fino al compimento dei tempi44.

A questo contribuiscono programmi specifici (con momenti salienti di incontri musicali, vero universo di vita dei giovani; di preghiera, cui aderiscono volentieri, quando sentita e autentica; di impegno culturale e civile: con i giovani non si deve giocare al ribasso: essi non sopportano i contabili dello spirito; si espongono con entusiasmo ed energia (che possono anche essere catturate satanicamente, ma, quando sono orientate positivamente, diventano ricchezza incomparabile).

Viaggiare, Visitare e Accogliere nella Chiesa.

Modalità, metodi, organizzazione”




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