Posso dire Don Mazza che abbiano iniziato nel 1996 quando io ero Assessore regionale del turismo ha portato qui a Verona gli approfondimenti sul turismo religioso, la Conferenza Episcopale, di questo credo sia personalmente



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24.01.2018
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Mons. Paolo Doni




Introduzione

Mi pare di capire che il mio intervento debba avere il sapore della esperienza. Mi sono chiesto a quale titolo posso parlare. Forse è per il fatto di aver organizzato il Giubileo nella mia diocesi, sia dal punto di vista pastorale e spirituale, sia dal punto di vista del turismo religioso; abbiamo organizzato infatti un grande pellegrinaggio diocesano di circa 4000 persone e diversi pellegrinaggi parrocchiali o interparrocchiali.

Devo dire che, personalmente, sono partito da posizioni contrarie al fatto che le parrocchie o le diocesi diventino agenzie turistiche per gite, viaggi di piacere. E questa contrarietà in me rimane ancora, quando vedo che una comunità cristiana diventa soggetto di turismo puro e semplice, quando vedo che la pastorale, cioè la proposta del sacerdote e della comunità si riduce a quella che viene chiamata “pastorale del turismo”. In genere questa riduzione avviene perché sono venuti meno tutti gli altri percorsi pastorali più seri e impegnativi.

Ultimamente invece ho scoperto un significato profondo e dignitoso del viaggiare, del visitare e dell’accogliere da parte di una comunità cristiana; significato però che impone uno stile nuovo, rispetto al passato, un modo diverso di organizzare e di realizzare una esperienza turistica. Mi accordo che questo cambiamento che percepisco nel mio modo di rapportarmi con l’esperienza turistica delle comunità cristiane corrisponde al cammino di riflessione e di prassi che la Chiesa stessa ha vissuto in questi ultimi anni e decenni. E’ una riflessione e una prassi che hanno seguito – in questo come in altri ambiti della vita laicale – il filone della teologia delle realtà terrene.

Un cambiamento profondo all’interno della Chiesa

Possiamo tracciare in poche battute il profondo cambiamento avvenuto nella Chiesa a proposito del turismo. E’ il passaggio dal turismo inteso come offerta di svago, legato al “luogo buono e moralmente sicuro” che è la parrocchia, o l’oratorio, o l’associazione cattolica, al turismo pensato e realizzato all’interno di un progetto educativo – anzi, all’interno di un itinerario di crescita nella fede e nella vita cristiana – che ha nella parrocchia o nell’associazione il suo luogo primario di esperienza.

Il primo modo di intendere e di organizzare il turismo da parte delle parrocchie o delle realtà ecclesiali, corrispondeva ad una immagine precisa, storicamente collocata, della Chiesa, del suo rapporto con la società e con le realtà antropologiche; ad un modo preciso di intendere la pastorale e gli obiettivi da raggiungere. Chi conosce la storia della teologia sa che sto facendo riferimento alla ecclesiologia e alla teologia pastorale precedente il Concilio Vaticano II (ma ancora largamente presente).

Volendo collocare storicamente questa riflessione, possiamo accennare schematicamente ad alcuni passaggi.

* Nell’immediato dopo guerra la proposta di turismo da parte delle parrocchie era espressione di una “societas christiana” spesso in competizione con la società civile. Era importante raccogliere, riunire le persone attorno alla Chiesa, al prete. La gita era un diversivo, un momento di divertimento sano, premio per una fedeltà nell’appartenenza. Più tardi, attorno agli anni ’60, la proposta turistica ha assunto spesso il sapore della supplenza: vista la povertà, o addirittura l’assenza di proposte civili o laiche, la comunità cristiana propone momenti e occasioni di svago accessibili a tutti. E’ la stessa logica che è stata adottata per le strutture cattoliche in ambito sportivo, cinematografico, culturale, ecc.

* Segue un tempo di contestazione, in seguito non tanto al Concilio, ma alla contestazione del ’68, le parrocchie capiscono di non essere fatte per questo. Sembrano ricercare una fede più pura, una pratica religiosa più spirituale. Spariscono da molte parrocchie e associazioni le gite, i viaggi (come spariscono o vengono ridimensionati gli oratori come luoghi di gioco, ecc.).

* In questo contesto, il gusto di viaggiare e l’importanza data all’esperienza del pellegrinaggio da parte di Giovanni Paolo II è apparsa a molti un andare contro corrente, se non addirittura un rispolverare antiche metodologie. In realtà non cambiava solo una tendenza culturale, ma una teologia e una spiritualità. Il viaggiare, il visitare luoghi legati a persone che hanno fatto una particolare esperienza di fede, cioè i Santi, e ad avvenimenti che hanno segnato la storia e la cultura religiosa di un popolo (come i luoghi della vita di Gesù, i santuari), costituisce una esperienza che è insieme antropologica e culturale, ma ancor di più una esperienza spirituale profonda. Una esperienza che comporta spesso, in chi la vive, il passaggio da una fede astratta, quasi illuministica, ad una fede che, oggi come ieri, cerca le strade per diventare storica, cioè sale e luce in un territorio e nelle vicende di una persona, di una comunità, di un popolo. Ecco il salto di qualitativo che è avvenuto nella Chiesa e che vale la pena di evidenziare e di sostenere.



Alcune evidenziazioni

La proposta turistica da parte di una comunità cristiana – diocesi e parrocchia – ha senso e assume importanza solo all’interno di un progetto educativo e pastorale ben delineato da parte della comunità stessa. Penso alla proposta di un cammino di fede per gli adulti, come per i giovani, legato all’iniziazione cristiana; alla proposta di formazione per i fidanzati e per le coppie, ecc. Ciò significa e comporta che, nel proporre e nel realizzare una esperienza turistica, è la comunità stessa che diventa – deve diventare – il soggetto propositore. La titolarità di una proposta del genere non può essere delegata dalla parrocchia ad altri soggetti, come le agenzie. Queste hanno un ruolo di supporto operativo.

La proposta di esperienze turistiche da parte della comunità cristiana (diocesi e parrocchia) aiuta a scoprire una dimensione forse poco evidenziata della fede cristiana: la dimensione storica, sociale, culturale, antropologica; e comunitaria. L’avventura della fede non è mai stata, e non può essere, un fenomeno intimistico, intellettuale, evanescente. Per sua natura è una esperienza che cambia la vita e la storia, che dà forma ad una cultura. A questo punto però sarebbe necessaria una riflessione sul devozionismo che spesso si nutre di turismo religioso e lo alimenta. Il devozionismo non è tout court la fede; non è neppure devozione, intesa come atteggiamento profondo di ascolto e di polarizzazione della creatura nei confronti del suo Dio. Il devozionismo è l’esasperazione di un aspetto particolare del grande mondo della fede e della dottrina della Chiesa; esasperazione spesso nata e alimentata da fattori di natura psicologica.

La proposta di una esperienza di turismo religioso, come esperienza di fede, fa maturare uno stile per la programmazione e per la realizzazione. E’ uno stile, mi pare di capire, che non punta, come priorità, al guadagno, al divertimento, al cibo e alle bevande particolari, alla ricerca di evasioni, alla mera curiosità artistica, al nozionismo storico … Questi sono tutti elementi necessari e che possono aiutare, nella misura in cui al primo posto è stata focalizzata la finalità spirituale dell’esperienza. In caso contrario rischiano di svuotare o addirittura di banalizzare l’esperienza stessa. Vale la pena sottolineare che una esperienza di turismo religioso non è tale per il luogo che si va a visitare (un santuario); neppure per la celebrazione di una Messa e per il fatto che l’accompagnatore sia un prete. Questi sono ancora elementi estrinseci. Ciò che qualifica spiritualmente una esperienza del genere è l’obiettivo interiore, l’ascolto della Parola di Dio per essere aiutati a “leggere” la propria vita alla luce di un luogo o di un santo o di un evento.

Un ultimo cenno deve essere fatto sulla necessità di persone in grado di accompagnare queste esperienze spirituali. Non è detto che siano, o che debbano essere, dei preti. E’ necessario che siano persone che hanno maturato una personale spiritualità del viaggio, della vita intesa come cammino, come scoperta continua delle piste di Dio nella storia. Per tutto l’aspetto organizzativo è bene che, in una comunità cristiana, sia dei laici, persone competenti, ad interessarsi.


Giubileo: il turismo religioso, occasione di evangelizzazione

La Diocesi di Padova ha fatto un’esperienza di organizzazione turistica predisponendo il pellegrinaggio diocesano a Roma dal 2 al 4 marzo 2000.

La Diocesi, pur decidendo di non creare una propria agenzia viaggi, nel realizzare il pellegrinaggio diocesano si è posta questi obiettivi: dare la possibilità al maggior numero possibile di parrocchie di vivere in modo comunitario insieme al Vescovo il pellegrinaggio a Roma, condividendo la fase di preparazione spirituale, l’itinerario del viaggio e successivamente la riflessione sul cammino svolto; ideazione di tutto il pellegrinaggio, calibrando tempi e modi di realizzazione; affidare alla Segreteria del Giubileo, nella persona dell’incaricato vescovile per il Giubileo, la completa organizzazione e realizzazione nella forma e nel contenuto del pellegrinaggio.

Il pellegrinaggio diocesano svoltosi dal 2 al 4 marzo 2000 ha visto coinvolte 300 parrocchie, 4000 persone, 35 volontari, 75 pullman, 40 strutture ricettive tra istituti religiosi e hotel.

La Diocesi ha realizzato il suo progetto di pellegrinaggio giubilare rimanendo soggetto di ogni passaggio organizzativo attraverso l’operato della Segreteria del Giubileo.

La Segreteria del Giubileo si è impegnata:

nell’essere l’unico riferimento per tutte le parrocchie che avrebbero partecipato al pellegrinaggio;

nella prenotazione delle basiliche giubilari interessate;

nella creazione di sussidi liturgici per il pellegrinaggio;

nella scelta delle strutture ricettive;

nella scelta e preparazione dei volontari che hanno seguito i pellegrini nei loro spostamenti e nelle strutture dove alloggiavano;

nella scelta delle agenzie di viaggi che hanno collaborato dal punto di vista tecnico e fiscale alla realizzazione del progetto.

La realizzazione di questo pellegrinaggio ha messo in luce che è possibile coniugare evangelizzazione con realizzazione turistica di alta qualità.

La Diocesi di Padova, restando equidistante da ogni struttura turistica commerciale e avvalendosi dell’esperienza dei membri della Segreteria del Giubileo ha posto in luce quanto sia importante per il turismo religioso partire da un progetto chiaro da realizzare che non deve essere mai messo in secondo piano rispetto alle valenze turistiche e commerciali.




Chiesa e Associazionismo turistico di ispirazione cristiana




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