Posso dire Don Mazza che abbiano iniziato nel 1996 quando io ero Assessore regionale del turismo ha portato qui a Verona gli approfondimenti sul turismo religioso, la Conferenza Episcopale, di questo credo sia personalmente



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24.01.2018
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Secondo Gruppo

Associazionismo turistico. Cultura del viaggio e della visita, proposte di turismo consapevole”

Nazzareno Giarola


Alcune constatazioni

Eravamo in rappresentanza di diverse associazioni e la prima conferma emersa è quella della diversità, della specificità, della particolarità, delle associazioni turistiche di ispirazione cristiana. Diverse sono le sensibilità, diverse le strutture organizzative, diverse le attività.

Una seconda conferma che abbiamo avuta è quella del fatto che tra noi associazioni ci si conosce poco, ci si conosce per approssimazione, abbiamo ciascuna delle altre un’idea piuttosto vaga.

Una terza conferma che abbiamo avuto dal nostro lavoro di ieri è la sensazione della irrilevanza sociale del mondo dell’associazionismo turistico d’ispirazione cristiana rispetto al turismo visto nella sua complessità. Ci consideriamo un po’ come i filosofi del turismo, ricchi di belle idee e di buone intenzione ma molto marginali rispetto alla gestione del fenomeno turistico nel suo complesso.

Una quarta constatazione che abbiamo fatto e riguarda la conferma della tensione ideale, dell’esercizio della critica, della volontà, come associazioni, di interrogarci e di guardarci dentro. La conferma della convinzione di essere chiamate ad un compito importante.

Partendo da queste conferme, da queste constatazioni si è tentato allora d’individuare alcune piste, alcune tracce da seguire.


Alcune tracce

La prima è quella senz’altro della “conoscenza”. Conoscenza che si sviluppa su due binari fondamentali: il primo riguarda la necessità di conoscerci meglio tra di noi, tra noi associazioni trovando i momenti e le occasioni per il confronto, lo stimolo, l’approfondimento, l’arricchimento reciproco. L’altro binario su cui sviluppare la conoscenza riguarda l’ambito turistico nella sua complessità e nella sua evoluzione. Qualsiasi sia il ruolo e lo spazio che vogliamo ritagliarci o assumere come associazioni è indispensabile conoscere i meccanismi, gli sviluppi, i nuovi segmenti del fenomeno turistico. Non possiamo continuare a fare le cose di sempre, perché il mondo, da quando siamo nati come associazioni ad oggi è cambiato, perché il turismo ha assunto nuove fisionomie, perché il turista esprime bisogni nuovi e diversi rispetto solo a qualche anno fa o addirittura a qualche mese fa. Non possiamo fare i “missionari del turismo” oppure gli “imprenditori sociali” nel turismo senza coglierne la complessità e le trasformazioni. Questo quindi è il primo elemento fondamentale, la prima pista su cui lavorare: essere sempre a conoscenza del fenomeno.

La seconda è la seguente: di fronte alla poliedricità e complessità del mondo turistico le associazioni devono mantenere la varietà e diversità delle proprie proposte, della propria sensibilità, cercando di dare risposte nuove a situazioni nuove, continuando ad agire ciascuna secondo la propria storia, la propria organizzazione, le proprie competenze. Occorre però che questa varietà dell’associazionismo turistico cattolico, questa diversità di carismi diventi sempre più motivo di forza, di qualificazione della presenza dei cristiani nella società e non elemento di debolezza come invece oggi spesso è o può sembrare.

La terzo è: in questa ottica, quella cioè di mantenere la diversità di carismi, può venire superato anche il dilemma dell’inserirsi o meno nelle logiche del mercato, nell'evitare o meno rischi di “contaminazione”, di mantenere o meno una certa purezza, se volete ideale. Nel confronto di gruppo è emerso che nessuna associazione ha intenzione di dare o accogliere una linea piuttosto che l’altra. Ciascuna associazione si muove secondo proprie originali scelte. L’importante è che le scelte, l’agire, l’operare non siano frutto di improvvisazione, ma di discernimento e riflessione, che non si dimentichi mai che il nostro fine ultimo è la testimonianza dei valori cristiani nel mondo del turismo e che al centro della nostra attenzione rimane sempre e comunque la persona, il suo bene, la sua crescita integrale. Questa è l’unica cosa veramente intoccabile, immodificabile: la centralità della persona. Tutto il resto è strumento, e in quanto strumento è adattabile e modificabile. Parafrasandolo il detto agostiniano “Ama e fa ciò che vuoi” potremmo dire alle nostre associazioni: “ tenete al centro del vostro agire la persona e poi fate ciò che volete”. Volete competere nel mercato? Entrate nel mercato, competete! Volete mantenervi al di fuori delle logiche commerciali? Tenetevene fuori. Mettete al centro la persona, testimoniate i valori del vangelo e fate ciò che volete.

La quarta è: il porre al centro del nostro agire sempre e comunque la persona ci pone, rispetto al grande mondo del turismo, in una posizione marginale. Questa marginalità, questo senso di solitudine rischia a volte di suscitare sentimenti di frustrazione, di far nascere quasi la tentazione di abbandonare la sfida. In questo senso crediamo che abbia un ruolo fondamentale il Forum delle associazioni di ispirazione cristiana in ambito turistico: per non sentirci soli, per capire che c’è un sentire comune. Il Forum dovrebbe essere il momento, il tempo e lo spazio in cui si rafforzano e si valorizzano i punti comuni: l’attenzione alle fasce sociali deboli, l’attenzione ai beni ambientali minori, l’attenzione alla formazione.

Su questi punti il Forum può dire e incidere molto. Meno viene vista- o almeno ieri emergeva questo - una funzione del Forum in termini strettamente operativi. Come dicevamo prima, ogni associazione ha il suo carisma, il suo modo di fare, le sue competenze. Facciamo in modo che il Forum diventi momento di sintesi, momento in cui approfondiamo gli argomenti e le tematiche del fenomeno turistico e individuiamo i metodi di formazione dei nostri animatori ed operatori.


La vicinanza della Chiesa

Come associazioni è importante ritrovarci e confrontarci. Però non è sufficiente. Abbiamo bisogno di un’altra vicinanza, quella della Chiesa.

Su questo fronte dobbiamo fare tutti qualche passo avanti: noi associazioni ma anche la stessa Chiesa. Non possiamo nasconderci alcune difficoltà del mondo associazionistico ad entrare in un rapporto sereno e costruttivo di collaborazione con le chiese locali, con le parrocchie. Non sempre troviamo sacerdoti attenti e disponibili, non tanto verso la proposta associativa in se, quanto verso i nostri ambiti di impegno. La pastorale del tempo libero, del turismo, viene sempre considerata la pastorale “cenerentola”. Credo che qui effettivamente un po’ di passi avanti dobbiamo cercare di farli tutti.

L’esperienza di questi giorni è un’occasione importantissima, fondamentale, che dovrebbe vedere in ricaduta, secondo noi, altre occasioni ed altri momenti, a livello locale, in cui si vada a rafforzare questo rapporto- che pare desiderato da tutti- tra associazionismo e chiesa: desiderato ma forse poco coltivato.


L’associazione come “segno di contraddizione”

Infine è emerso che il nostro destino è quello comunque di rimanere un segno di contraddizione all’interno del mondo e del fenomeno turistico. Essere segno di contraddizione. Senza però prendere decisioni dettate magari dall’emergenza e che impongono una sorta di radicale scelta di campo di “aut- aut”, o facciamo questo o facciamo quello. Come associazioni dobbiamo mantenere questa nostra grande capacità di equilibrio, dell’et- et, del fare e dell’essere alcune cose, del fare ed essere altre cose. Essere “fortino”- è uscita questa parola- nel senso di conservare, essere custodi anche gelosi, se volete, della nostra identità, dei nostri carismi, della nostra missione, però essere anche essere missionari, aperti al mondo, pronti ad accettarne le sfide.

Dobbiamo essere professionali in quello che facciamo, non approssimativi, non superficiali, ma allo stesso tempo- et - dobbiamo mantenere il nostro stile di gratuità e di servizio. Dobbiamo adattarci ai tempi, dobbiamo capire i mutamenti, ma dobbiamo anche rimanere ancorati e fermi ai nostri principi. Dobbiamo proporre un turismo formativo, con forte connotazione culturale, ma deve rimanere sempre anche la dimensione ludica e ricreativa. Le associazioni devono conservare la propria specificità, considerare la diversità una ricchezza, ma devono anche trovare le occasioni, i modi, le forme per manifestare, rendere concreta e forte la loro unità.

Dobbiamo essere nuovi e antichi. Dobbiamo essere “seminatori”, cioè quelli che tentano di dare un senso, un significato alle diverse, plurime attività del mondo turistico. Formare gli animatori turistici, ad esempio, vuol dire seminare, cioè far crescere sensibilità e attenzione verso un modo di vedere e praticare il turismo che è quello della Chiesa, quello delle associazioni. Però dobbiamo essere anche dei “costruttori”. Non possiamo limitarci ad essere dei seminatori, dobbiamo anche costruire, dobbiamo darci da fare direttamente, dobbiamo operare, dobbiamo attivarci, dobbiamo impegnarci. Questa doppia dimensione va conservata: seminatori e costruttori.

Hermann Hesse, in un passaggio di un suo libro titolato “Il vagabondo”, scrive: “Ogni viaggio deve significare avere amore, volere imparare, donare se stessi”. Credo che sia una frase che ben sintetizza il nostro agire e le nostre riflessioni. Le associazioni nel proporre il viaggio, nel gestire attività turistiche cosa devono comunicare? “Avere amore”: cosa vuol dire? Vuol dire la nostra passione per l’uomo, vuol dire porre al centro la persona. “Voler imparare” è il discorso sulla conoscenza che facevano prima.

Dobbiamo conoscere il mondo complesso del turismo e dobbiamo aiutare le persone, attraverso la pratica turistica, a conoscere i luoghi, gli ambienti, le culture, le tradizioni. E infine “ donare se stessi”: è la capacità delle associazioni di trasmettere valori con la testimonianza e l’azione. Certamente non da soli, ma con il sostegno e la sollecitazione continui della nostra Chiesa, dei nostri pastori e con il sempre indispensabile aiuto della provvidenza.


Terzo Gruppo

Ospitalità plurima. Case per ferie, centri vacanza, ostelli, camping”


Maria Pia Bertolucci
Quello che abbiamo potuto scrivere oggi sono soltanto “titoli” di un libro che può continuare ad essere scritto nei prossimi anni.
Le strutture di accoglienza

Il problema delle strutture che sono state realizzate nel e per l’accoglienza del grande giubileo del 2000, con finanziamenti dello Stato. Tali strutture sono in buona parte di proprietà delle Diocesi, delle Parrocchie, degli Enti religiosi e oggi non sappiamo che fine faranno, che fine stanno facendo nel senso che riteniamo che molte di queste strutture, realizzate velocemente per rispondere a una situazione precisa che era quella dell’accoglienza dei pellegrini nel momento del Giubileo, oggi stentino ad essere aperte.

Abbiamo solamente sfiorato questo tema, ma dobbiamo avere il coraggio di dirci che dobbiamo affrontarlo perché non diventino tabù che poi ci scoppieranno in mano. Queste strutture sono ancora - in qualche modo - attuali, attive e utilizzate: se non lo sono lo devono ritornare al più presto! Bisognerà ritornarci sopra questo tema, delicatissimo e di grande importanza, per le strutture fisiche e per l’impegno economico che è stato profuso per rimetterle insieme.
Le “Case per ferie”

Altro titolo che su cui si è lavorato è “Case per ferie”. Il tema è di tale portata che davvero sarebbe stato necessario maggior tempo, comunque unanime è stata da parte di tutti la richiesta di alcuni standard delle case per ferie, che le accomuni tutte in uno stile che può essere tratteggiato appositamente per esse.

Alle persone che hanno cominciato a gustare la vacanza in casa per ferie, non si può dare in ogni occasione un servizio diverso. La casa cambia, la località anche, l’edilizia e le strutture pure, ma certi tratti devono essere comuni e devono diventare la caratteristica dell’accoglienza in casa per ferie: la giovialità, l’essere a casa, la serenità, la semplicità, la cura … Le differenze dal punto di vista dell’accoglienza, dei servizi, dell’animazione, non ci devono più essere. Si deve cercare di arrivare forse non proprio ad un vademecum ma comunque a portare dei precisi standard di qualità delle case per ferie. Non occorre che la casa abbia il televisore o il frigo in camera, ma deve avere certe funzioni: l’animazione ad esempio. Tutti coloro che vanno in una casa, ricordano con molta simpatia e altrettanta nostalgia, le tantissime attività di animazioni fatte in certe casa di montagna, con percorsi a piedi, percorsi naturalistici. Oggi queste attività non vengono quasi più fatte, e le aspettative degli ospiti tante volte sono disattese e deluse; ma soprattutto l’errore è che si tradisce la funzione, si viene meno ad una missione specifica che le case per ferie possono compiere.

Da queste considerazioni ne discendono tantissime altre, di cui enuncio quella che riteniamo fondamentale: la mancanza di “missione” delle case, perché presi dalla quotidianità, dall’attività, dalle scadenze burocratiche, dal frigorifero da cambiare … da tante situazioni che sono pure importanti, si sacrifica quasi sempre la animazione. Quindi dobbiamo riprendere in mano, nella mente e nel cuore la questione fondamentale: nella casa per ferie l’uomo deve essere al centro dell’attività, l’uomo non può essere accessorio nella casa per ferie, per fare vera accoglienza non basta il sorriso della persona che accoglie – pur fondamentale – non basta fare le manutenzioni periodiche alla casa … Se si entra in questa ottica, è evidente che molte delle attività vanno forze ripensate e migliorate. E’ vero che un conto sono i desideri ed un conto la quotidianità: che brucia, che impegna, che distrae … ma qui si gioca la partita.


Quale accoglienza

Veniva detto da altri che l’accoglienza non è monetizzabile, verissimo: quindi non è un problema di soldi, non è un problema se costa di più o costa di meno di altri tipi di strutture, anche perché certamente il soggiorno nella casa per ferie costa meno che da tutte le altre parti. Ma attenzione: non è perché costa meno che vale meno, e neppure che costa meno e offro meno. Guai a chi ragiona così! Al contrario la vera vocazione della casa per ferie, il vero ragionamento è che “con meno ti posso dare di più”. Se siamo d’accordo fino qui, la conseguente domanda è: quante case per ferie, e intendo case vacanze, ostelli etc. rispondono a questo tipo di logica? Non lo sappiamo e non vogliamo nemmeno indagare, ma sentiamo un sussulto al cuore … E’ solo un titolo, una provocazione, una suggestione: da ripensare nei prossimi tempi. Nessuno giudica qualcuno: chi vuole può farsi interrogare da queste domande, per una riflessione per i tempi futuri. Dobbiamo dire forte che non abbiamo necessità di scimmiottare nessuno, veniva già detto stamani. Abbiamo la nostra caratterizzazione, abbiamo la nostra storia, abbiamo delle nostre identità specifiche, “noi siamo altro” qualcuno diceva “rispetto ai villaggi turistici, ai residence …” e mi è piaciuta questa sottolineatura. Dobbiamo sforzarci di avere la dignità di essere chiamate case per ferie e non semplice albergo, quasi all’incontrario di cui che comunque si pensa. Non abbiamo la necessità di correre per diventare albergo, dobbiamo avere la forza, la voglia, lo stile della casa per ferie e essere orgogliosi di essere differenti agli alberghi e simili.

Quindi abbiamo l’urgenza di ripartire dalle famiglie con sconti, iniziative speciali, attenzioni … ma si diceva soprattutto è il cuore, la passione quello che serve: spesso non sono le dieci mila lire che mancano ma il cuore, l’accoglienza, lo stile, la modalità. Vedete come i temi sviluppati si ricollegano armoniosamente.
La formazione

E si arriva al tema della formazione, perché come si arriva ad uno standard di servizi con protocolli specifici predisposti, è necessario arrivare anche ad uno standard di qualità, ad standard di modalità e di stili. E per questo è necessario provvedere alla formazione, sia dei dirigenti delle case per ferie, sia delle persone che lavorano all’interno di esse. La formazione dei dirigenti potrebbe essere anche trasversale tra le diverse associazioni: infatti dirigere una casa per ferie di un istituto religioso, di un’associazione ecc.. ha caratteristiche comuni, con elementi che devono essere presenti in tutte le strutture. Mentre ogni Associazione o Istituto religioso potrebbe poi fare una sua formazione specifica che caratterizzi lo stile di accoglienza di quella Associazione, di quell’Istituto.

Poi va pensata la formazione delle persone che lavorano nella casa per ferie, perché l’accoglienza non la fa soltanto il direttore che sulla porta saluta festosamente, ma la fanno la donna delle pulizie, l’uomo delle pulizie che prende cura della camera, degli spazi comuni, con diligenza e con attenzione e con rispetto, la fa il cuoco o il cameriere che serve a tavola ecc… Allora viene da sé che l’accoglienza non è soltanto il primo momento, il saluto, la stretta di mano, l’abbraccio, ma l’accoglienza dura per tutto il periodo di soggiorno, accompagna e valorizza il soggiorno. La formazione delle persone che lavorano nella casa per ferie, avrà anche un’attenzione alla burocrazia, legata alle norme, legata alle leggi, ma sarà anche formazione umana impegnativa.

Non tutte le strutture sono uguali naturalmente, un conto è la struttura che è in una zona turisticamente importante, dal punto di vista balneare, dal punto di vista del paesaggio, un conto è una casa in un posto sperduto a 40 km dal primo centro abitato: non è facile in tutti questi casi fare le stesse cose, non tutti possono avere le stesse opportunità. Le situazioni sono differenti, ma oggi dobbiamo tracciare la direzione di marcia, per far sì che le diverse esperienze non siano soltanto degli episodi isolati, ma siano conosciuti, sia messi in rete come esempio da seguire, da copiare, da riproporre. Si tratta di passare dal singolo episodio ad un sistema.


La “promozione”

Infine il terzo punto su cui abbiamo lavorato: la promozione. Siamo tutti spettatori degli sforzi che ciascuno fa per la valorizzazione delle proprie strutture: ognuno valorizza il suo, ogni gestore valorizza le sue, ogni associazione le sue, ogni diocesi le sue. Ci sono tante bellissime situazioni, ma tutte queste non fanno sistema. Bisogna lavorare in questa direzione, facendo un collegamento fra tutte le strutture, in maniera che chi ha preso l’abitudine di andare in una casa per ferie possa trovare anche per le esperienze successive, per gli anni successivi, nelle altre case per ferie (e dico sempre case intendendo naturalmente tutte le diverse strutture), altre strutture simili dove sappia cosa ci trova. In una parola: può cambiare orizzonte, ma non cambia lo stile, la modalità, l’accoglienza che dicevamo prima.


Aperti al “turismo alternativo”

Dobbiamo essere pronti a farci intercettare da tutte le persone, anche quelle che non conoscono questa specie di “ turismo alternativo”, che non solo non è alternativo, al contrario è un turismo vincente. Personalmente conosco moltissime persone che non hanno mai sentito parlare di case per ferie, che quando gliel’ho proposte hanno detto “davvero ci posso andare anch’io?”, “ma c’è un letto come in tutti gli altri alberghi?”, “ma davvero …”. Erano tutte stupite di queste cose e sono sicuramente molte più di quanti non immaginiamo.

Dobbiamo uscire dal nostro circuito chiuso che se ci difende da un altro ci limita, pur mantenendo la nostra caratterizzazione. Perché se è vero tutto quello che ci siamo detti in questi giorni, abbiamo anche la responsabilità della testimonianza nei confronti dei tiepidi: non soltanto nei confronti delle persone che sono cattoliche, praticanti, ferventi e romane, ma io dico tiepidi. E’ stato detto anche da altri per i pellegrinaggi come occasione per avvicinare tante persone, in momenti magari difficili della loro vita, in momenti in cui si sentono più ricettivi, che sono più disponibili, altrimenti non si iscriverebbero ad un pellegrinaggio; analogamente non verrebbero in una casa per ferie.

Abbiamo il dovere di aiutarli a capire nuovamente il messaggio, la buona novella di cui siamo tenuti a dare testimonianza. Sapendo di essere servi inutili ma anche con la responsabilità grande di aiutare le persone nel momento che la grazia può lavorare dentro di loro. Allora le nostre case per ferie devono aprirsi anche ai tiepidi, io questo lo sento in maniera molto forte ma è venuto fuori da tutti i partecipanti al nostro gruppo.

Questa uscita dal consueto può aprire nuovi fronti anche economici: in fondo le case hanno la stretta necessità di far quadrare i bilanci e quindi la eventualità che un maggior numero di persone circoli nelle case e nelle altre strutture è di aiuto.
Per l’evangelizzazione

Le case allora diventano strumento di evangelizzazione e arricchendo le persone, e dall’altro lato un maggior numero di persone possono diventare per le case per ferie occasione di riequilibrio di entrate. Non scordiamo che alcune case vanno benissimo, ma tantissime stentano e le Diocesi, gli Ordini religiosi … devono mettere dei soldi. Forse ci sarebbe la condizione perché questo non avvenisse: ma dobbiamo fare lo sforzo di ripensarle in maniera differente, senza rinunciare a tutto quello che ho detto prima.

Però contemporaneamente dobbiamo avere il coraggio di guardarci dentro; perché se è vero che ogni casa che chiude è un’opportunità in meno di evangelizzazione, di aiuto alle persone … è anche vero che per poter tenere aperta la casa, ci sono anche dei vincoli di carattere economico, legale, fiscale … concreti, veri, uguali per tutti e la messa in rete di queste case è importante, anche perché consente loro di uscire da situazioni poco chiare. Situazioni in cui si sono un po’ allentate la vigilanza sulle questioni fiscali, legali ecc… che se all’inizio forse scomodano un po’, portano certo maggiore serenità e voglia di guardare le cose in modo più solare, anche con maggior tranquillità dal punto di vista economico.

E allora magari possono passare da peso a risorsa per una Diocesi, per un Ordine religioso, per una Associazione. I club vacanze, i residence sono economicamente redditizi, così anche le nostre strutture – con tutte le dovute prudenze – possono con gestioni intelligenti, appassionate ed appropriate aiutare i bilancio degli enti di appartenenza.



Proposizioni, Prospettive, Impegni

Missione della Chiesa nel mondo del turismo. Nuove prospettive di evangelizzazione e di inculturazione della fede”


S. E. Mons. Szilárd Keresztes, Vescovo di Hajdúdorog, Ungheria

Membro del Pontifico Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.


Conclusioni”


S.E. Mons. Dino De Antoni, Arcivescovo di Gorizia

Missione della Chiesa nel mondo del turismo. Nuove prospettive di evangelizzazione e di inculturazione della fede”

S. E. Mons. Szilárd Keresztes


Quando mi è stato comunicato il titolo del mio intervento: Relazione magisteriale ho avuto l’impressione di dover parlare come un magistro, come un portavoce del Magistero della Chiesa, per presentare e analizzare il recente documento del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e Itineranti Orientamenti per la pastorale del turismo. Dovendo io svolgere questa relazione a motivo della malattia di S.E. Mons. Fumio Hamao, Presidente del Pontificio Consiglio, a cui auguro buona salute, i collaboratori di detto Dicastero mi hanno preparato un testo, una valida lezione sugli Orientamenti, perché la leggessi come una relazione magisteriale.

Ho già qualche esperienza di interventi di questo tipo. Più volte nella mia diocesi abbiamo analizzato i documenti del Santo Padre e ho raccomandato all’attenzione dei sacerdoti alcuni testi, come la Mulieris dignitatem, Christifideles laici, Slavorum apostoli, Orientale lumen. La prima volta che ho fatto una relazione simile un sacerdote, molto bravo e ben preparato, mi ha ringraziato con una cortesia assai populistica, dicendomi: “Io non leggo mai i documenti vaticani, però la relazione del vescovo è stata così interessante che questa lettera del Santo Padre la leggerò senz’altro”. Sorriso, applausi. Dopo due anni ho presentato un altro documento, lo stesso sacerdote ha recitato le Laudes oratoris allo stesso modo. La terza volta che lui ha iniziato a dire, “io non leggo mai ...”, è stato interrotto da un altro sacerdote che gli ha ribattuto: “Ricordati che hai già letto almeno due lettere del Santo Padre”.

Non voglio cadere nella tentazione di fare un’analisi testuale degli Orientamenti e dare l’impressione che i partecipanti del Convegno Nazionale, persone veramente impegnate nel settore, non abbiano letto con attenzione il documento. Questo sarebbe ancor più inutile al termine delle lezioni di esperti autorevoli e delle discussioni dei partecipanti. Pertanto ho preferito fare un viaggio turistico nei miei ricordi, per attirare la vostra attenzione su alcuni punti e per mostrare che Orientamenti è veramente un buon documento, nato dall’esperienza di molti e dal lavoro assiduo del Pontificio Consiglio. Vorrei spiegare tre aspetti: l’aspetto umano, l’aspetto cristiano e l’aspetto pratico.
1. L’aspetto umano

Alla fine degli anni ’60, quando ero già professore del nostro Seminario in Ungheria, mi trovavo a Roma come studente presso il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, dove avevo come rettore un padre cistercense sessantenne, professore di filosofia e di teologia morale, una figura veramente signorile, che aveva un gusto speciale per le bellezze della vita. Per lui e insieme a lui, la visita di una chiesa o di un museo era una festa, un pellegrinaggio al mondo sacro della cultura e della bellezza. Non c’è da meravigliarsi che con la stessa devozione studiasse e visitasse anche la tradizione delle cucine e delle cantine romane. Lui aveva un saggio personale che per me era molto importante, e che per eleganza esprimeva in francese: “miei piccoli, il turista desidera avoire, l’uomo è destinato a être”. Il turista intende avere, prendere possesso delle cose visitate e di tutto il mondo, mentre l’uomo deve essere, rimanere esistenzialmente uomo e crescere in ciò che è veramente umano.

Questa è un’immagine negativa del turismo, ma nel contesto degli anni ’60 noi lo abbiamo conosciuto così. Usciti dalla cortina di ferro, con pochi soldi a disposizione, solo qualche volta potevamo permetterci un caffè, ci colpiva vedere la folla dei turisti che cominciava a conquistare l’Europa e Roma. Ai nostri occhi apparivano come gente senza rispetto per gli uomini, la chiesa, la cultura; erano i ricchi che potevano fare tutto, sapendo che chi paga comanda. Questo non era turismo, era piuttosto una conquista ambientale o un consumismo culturale. Loro viaggiavano per acquistare ricordi, per passare il tempo, per sprecare i soldi, per scattare fotografie, e quando ciò era vietato, come nella Cappella Sistina, lo scatto era ancor più prezioso. Acquistavano senza scegliere tutti i souvenirs per portarsi Roma a casa, quasi a voler possedere ciò che avevano visitato. Comprato e immagazzinato tutto, potevano vantarsi a casa delle loro belle foto con lo sfondo di San Pietro. Questo è un modo desolante di fare turismo, che non ha un aspetto umano.

Fortunatamente negli ultimi decenni questo quadro è molto cambiato, anche se esistono ancora questi aspetti negativi come si legge nel recente documento. La vocazione di noi cristiani dovrebbe essere quella di rendere umano il fenomeno del turismo, di comportarci in modo tale che il turismo sia degno dell’uomo, della dignità umana. Per questo sarebbe necessario insegnare ai giovani come viaggiare, come vedere le cose, come arricchirsi di tutto ciò che si vede e come praticare un’accoglienza veramente umana. Il turismo, come tutte le cose importanti, viene trasformato soltanto dai giovani. La nostra gioventù deve ricevere un’educazione diversa dalla nostra, affinché il turismo possa essere veramente un mezzo di evangelizzazione.

Un altro pensiero su questo punto. Per un certo periodo anche la Chiesa è stata diffidente nei riguardi del turismo. Nei vari incontri sui pellegrinaggi si è espressa la preoccupazione che il pellegrinaggio non deve essere confuso con il turismo, che è piuttosto un fenomeno mondano. Giustamente il pellegrinaggio è il livello più alto dei viaggi che noi possiamo fare ed esprime tutta l’esistenza cristiana. Il turismo, così profano come l’ho descritto prima, è veramente un pericolo, però la Chiesa ha riconosciuto che il turismo non è solo male. La nostra presenza è cooperazione nel campo turistico, perché il turismo diventi un fenomeno veramente umano e cristiano e diminuisca la differenza tra pellegrinaggio e turismo.

In questo contesto devo menzionare un altro aspetto: noi che possiamo fare il turismo o che siamo gli operatori del turismo a vario livello, dobbiamo pensare e provvedere anche a coloro che non lo possono fare. Il recente documento ha sottolineato molto che il turismo non deve essere di disturbo a quanti non vi partecipano, deve lasciare libera e intatta la comunità ecclesiale e locale, non deve capovolgerne la vita. Ma dobbiamo pensare anche a coloro che non possono praticare il turismo a causa della povertà. I giovani del terzo mondo e in gran misura anche i giovani dell’Europa orientale non sono in grado di fare turismo come fanno, grazie a Dio, i loro coetanei in occidente. Ecco un fenomeno ingiusto, anche nell’ambito culturale vale la regola che i ricchi possono diventare più ricchi e i poveri ancor più poveri. In un ordinamento più giusto bisognerebbe trovare organismi e mezzi finanziari per rendere possibile anche ai più poveri di partecipare a tutti i tesori culturali e ambientali di cui noi possiamo godere.

Inoltre deve rientrare nella nostra vocazione l’intento di rendere umano il fenomeno turistico, di dare corpo e anima alla mobilitazione umana, al turismo. Dare corpo, cioè incorporare nel corpo mistico di Cristo, e dare anima, immettere lo Spirito Santo che è l’unico che può davvero suscitare nuove iniziative e nuova vita. Sono questi i pensieri che desidero sottolineare nei capitoli: Turismo e tempo libero, Turismo e persona, del documento del Pontificio Consiglio.
2. L’aspetto cristiano

Ho provato un po’ di gelosia per il Vescovo di Verona, S. E. Mons. Flavio, quando lo avete definito un vescovo amabile. Ho paura che i miei sacerdoti non direbbero lo stesso di me, infatti sono conosciuto come un vescovo severo, qualche volta nervoso, un tipo organizzativo. Devo essere molto grato ai miei sacerdoti che mi accettano così e mi aiutano a realizzare tante belle cose. Essere così esigente non è facile, ma anche questo ha i suoi vantaggi. Andando, per esempio, a una celebrazione vescovile c’è sempre un ambiente festoso ma, se sono presenti dei visitatori, dei turisti, magari autorità civili, io divento nervoso, perché mi preoccupo del comportamento della comunità, di come viene accolto il vescovo e di come ci vedono gli ospiti.

I pellegrini sono un’altra cosa. Il pellegrino è l’uomo più benevolo del buon Dio, lui si presenta più pietoso di noi, vuole pregare con la comunità, desidera imparare, ricevere qualche cosa, insomma è un ospite molto buono. Il turista, invece, è molto critico, più curioso che pietoso, più critico che benevolo. I turisti apprezzano il valore di una cerimonia, di una visita, di un soggiorno, però vedono anche i difetti di cui noi spesso non ci accorgiamo e quindi possono essere veramente lo specchio della nostra vita.

Questo è ciò che apprezzo leggendo il capitolo: Vivere cristianamente il turismo. Ma io vorrei convertire questa regola, cioè vivere turisticamente il cristianesimo, vivere il cristianesimo come turisti, essere sempre pronti a riconoscere le bellezze della natura e della cultura, essere pronti a leggere non soltanto nella Bibbia, e nella liturgia, ma anche in queste bellezze i segni di Dio creatore e santificatore. Con gli occhi di un turista, di un esploratore dobbiamo vedere anche nella Bibbia, nella letteratura sacra e nella storia della Chiesa, le bellezze che si possono definire bellezze naturali. Il tesoro della salvezza allo stesso tempo è una meravigliosa bellezza, un valore di cultura, di natura, di letteratura, di musica. Riconoscere questo mi avvicina di più al mondo del turismo, al senso cristiano del turismo.

Tutti noi dobbiamo conoscere i valori e le bellezze del nostro ambiente. Devo confessare che conosco meglio i valori artistici di Roma, che quelli del mio Paese, perché recandomi a Roma o in qualsiasi altra parte del mondo come visitatore, ho il tempo libero e l’interesse per queste bellezze; a casa invece, nel lavoro quotidiano, quasi dimentico tutto. Bisogna fare in modo che tutto il tesoro della propria Chiesa, del proprio ambiente sia ben conosciuto da noi stessi, dai nostri collaboratori e dobbiamo studiare come questi valori possano arricchire e promuovere il cristianesimo e il turismo.

Vedere tutta la vita ecclesiastica con gli occhi dei turisti, cercare di utilizzare gli occhiali degli altri, mi aiuta a comprendere la dimensione turistica dell’umanità di oggi. Il fenomeno della mobilità umana è molto più ampio, in questa categoria ci sono i profughi, i pellegrini, tante categorie di uomini in movimento. Tutti hanno come elemento comune di essere fuori del contesto normale della loro vita. I turisti stessi sono un gruppo privilegiato, perché intraprendono il viaggio per loro volere, a proprie spese, per il proprio piacere. Occuparsi dei turisti vuol dire anche essere sensibili verso le persone in movimento e anche verso i meno fortunati.

Vivere e agire da turisti, cioè vivere turisticamente il cristianesimo ci aiuta a vivere come pellegrini in cammino verso la patria eterna.
3. Aspetti pratici

La terza parte del documento, Strutture pastorali, definisce bene i compiti, partendo dalla Sede Apostolica fino alle parrocchie. Se tutte queste iniziative fossero realizzate il mondo del turismo sarebbe un mondo di angeli. In questi due giorni anche voi avete suggerito iniziative da realizzare. Io vorrei solo menzionare brevemente alcuni casi che ho vissuto in Ungheria.

In Ungheria orientale abbiamo il santuario greco cattolico di Mariapócs, che è il santuario più importante d’Ungheria. Nei decenni del comunismo Máriapócs è stato oggetto di speciale controllo da parte delle autorità politiche, e nello stesso tempo è stato una roccaforte della fede cristiana, come tutti i santuari mariani del mondo. Dieci anni fa anche il Santo Padre ha visitato Máriapócs e la sua presenza ha dato nuovo impulso allo sviluppo del Santuario. Máriapócs è un monumento artistico importante e visitato. Anche le autorità civili vi conducono gli ospiti di riguardo, delegazioni di politici o gente di commercio. Nel Santuario c’è sempre disponibile un giovane sacerdote, vestito in talare che fa un commento culturale, leggermente religioso, cioè aperto ai valori religiosi, come si descrive in questo documento. Ciò lascia un buon ricordo a chi visita Máriapócs e posso dire che l’entusiasmo di alcuni giovani ha già portato i suoi frutti.

Vi parlo ora dell’Abbazia Benedettina di Pannonhalma. L’Abbazia ha celebrato nel 1996 i mille anni di esistenza e ora fa parte dell’eredità culturale del mondo; ha un immenso valore artistico e storico ed è dotata di un liceo cattolico. Per evitare i pericoli e le sfide del turismo l’Abbazia ha creato una propria agenzia turistica per gestire le visite al monastero. Vi lavorano anche gli studenti del liceo, che ricevono un insegnamento professionale come guide per accompagnare i gruppi nel monastero. Il loro servizio è molto apprezzato ed efficace, perché i giovani vivono qui e possono parlare come membri di questa famiglia e abitanti della casa.

A Budapest la chiesa dell’Assunzione, dove venivano incoronati i re d’Ungheria, è chiamata anche chiesa di Mattia, in memoria del re ungherese Mattia, che ne aveva iniziato la costruzione. La chiesa si trova sulla collina del castello di Budapest, dove vive una piccola comunità parrocchiale di alcune centinaia di persone. La chiesa era quasi soffocata dal turismo. Due anni fa il Cardinale László Paskai ha nominato un nuovo parroco che era già direttore dell’Istituto nazionale per la pastorale e si occupava sistematicamente di questo fenomeno. Con il consiglio pastorale il sacerdote ha elaborato un progetto, per difendere la chiesa e le celebrazioni dagli aspetti negativi del turismo e per trasformare le visite turistiche in un mezzo di evangelizzazione. Ora sono i fedeli ad accogliere i visitatori come padroni di casa, sono loro a far rispettare il silenzio quando ci sono le celebrazioni. Molto bravi e agili sono i giovani, che hanno fatto la scuola come guide turistiche e sono in grado di scoprire i valori cristiani di questo monumento artistico e spiegare con dovuta attenzione anche i valori della storia ungherese. Gli sforzi compiuti in questi due anni hanno reso la chiesa più vivibile e l’afflusso dei turisti più maturo, più coerente alla comunità parrocchiale; quest’ultima è divenuta consapevole della propria cristianità e responsabilità verso la chiesa.

Cito l’ultimo esempio della mia esperienza personale. Dieci anni fa il Santo Padre ha visitato l’Ungheria. Per conto della Conferenza Episcopale mi sono occupato dell’organizzazione nazionale e ho collaborato benissimo con tutte le autorità civili, soprattutto con i rappresentanti e i dirigenti delle forze armate. Di questa collaborazione mi sono rimaste tante amicizie. Durante un incontro di amici è nata l’idea di organizzare insieme un viaggio a Roma nel novembre 1992. Abbiamo formato un gruppo di quattro pullman. Pur non conoscendo la composizione e la religiosità del gruppo, ho deciso di viaggiare con loro in pullman. Dopo una notte di viaggio alle 4 del mattino a Venezia ho proposto di fare una passeggiata nella città per risvegliarci e lasciare alle spalle l’atmosfera ufficiale. Da qui fino all’arrivo a Roma ad ogni fermata ho cambiato pullman e così ho potuto visitare due volte ogni gruppo.

Prima ho fatto una piccola spiegazione sul senso del viaggio: “Ci stiamo recando a Roma, dove non faremo del turismo, ma piuttosto un pellegrinaggio. Non so se siete religiosi, ma tutti dovete pensare che questo è un viaggio straordinario. Andiamo alla città del Santo Padre, al centro del cattolicesimo, cerchiamo di sentirne l’atmosfera. Visiteremo le chiese dove potrete avere un minuto di silenzio, chi può pregare lo faccia, chi non può guardi la chiesa e pensi per un momento a se stesso, alla sua famiglia, ai suoi compiti e non dovrà pentirsi di questo silenzio”. Le mie parole sono state accolte con molta attenzione da tutti. Poi ho stuzzicato la loro curiosità dicendo che nell’udienza privata con il Santo Padre poteva essere molto edificante cantare il Padre Nostro in latino. Ho distribuito quindi le note e li ho aiutati ad apprendere la preghiera. Alla fine nella Sala Clementina tutti hanno cantato il Pater noster, con grande sorpresa del seguito del Santo Padre.

Il giorno seguente volevo celebrare nella cappella ungherese della grotta vaticana e così ho invitato quelli che desideravano a partecipare alla messa. Erano stupiti di questo invito perché volevano essere presenti tutti. Sono riuscito a raccogliere alcuni foglietti di liturgia bizantina ungherese e ho distribuito alcune copie con le risposte. Abbiamo cantato l’inno ungherese, come spesso cantiamo nelle chiese: Dio, benedici l’ungherese... I componenti del gruppo hanno cantato piangendo, perché mai avevano sentito così forte il senso di questo inno e preghiera nazionale. A dieci anni da quel viaggio, mi capita a volte di incontrare qualcuno del gruppo che mi saluta. Si è trattato di una esperienza positiva, che ha interessato dei militari ungheresi venuti come turisti e tornati quasi come pellegrini.

Lo scopo della nostra attività di animatori e organizzatori è quella di attirare l’attenzione dei turisti verso la cultura cristiana, che li arricchisce e li avvicina ai valori evangelici, e di trasformare il loro turismo in pellegrinaggio di vita.

Per concludere devo dire che il turismo è un fenomeno contemporaneo umano, buono e cattivo allo stesso tempo, con risultati e prospettive, ma anche danni e pericoli; è una sfida che può portare successi o fallimenti. Il turismo, come tutti i fenomeni umani, ha bisogno di essere redento e santificato, e noi siamo i mezzi di questa trasformazione sapendo bene che la redenzione anche per il turismo viene dalle parole e dalla vita di Gesù, dalla croce di Cristo e dalla preghiera e dal sacrificio, cioè dalla morte e resurrezione di nostro Signore. Preghiamo Gesù di voler benedire la nostra attività responsabile e rendere fruttuoso il lavoro di questo convegno.



Conclusione

S.E. Mons. Dino De Antoni


Il tema del Convegno che stiamo per concludere vi ha portato in questi giorni ad analizzare la realtà del viaggiare-visitare-accogliere da molteplici angolature incrociate. Ne è venuto fuori un quadro articolato nel quale si è osservato che è necessaria una nuova sensibilità spirituale e culturale circa il senso da dare a tali termini.

E’ stato osservato che il mettersi in viaggio è sorretto da due grandi motivazioni, diverse ma non necessariamente contrarie: la scoperta del nuovo e il ritorno alle origini.



  1. La scoperta del nuovo. E’ la caratteristica propria ed esclusiva, unica dei viaggi dell’epoca moderna, in cui si va alla ricerca di nuovi mondi;

  2. Il ritorno all’origine, propria già del mondo antico, per trovare una possibile via di ritorno a casa, al luogo da cui si è partiti.

La partenza in questo caso non è spinta dal desiderio della scoperta del nuovo, ma dalla nostalgia di casa.
L’uomo moderno e post-moderno sembra, almeno inizialmente, estraneo a questa ricerca di sé e delle proprie origini: inizialmente viaggia per scoprire nuove terre, per il fascino del nuovo, per la libertà, per la voglia di essere libero.

Ma il viaggio non è solo scoperta di luoghi, ma anche di persone e questo avete cercato di mettere in evidenza. Potremmo anche osservare come sono necessari i temi biblici del viaggio visto come esodo, partenza, uscita, presa di distanza da una condizione di routine, espressa dall’euforia della partenza; inteso come deserto, luogo della fatica, della libertà; visto come meta, terra promessa, luogo di comunione possibile tra gli uomini e con Dio; percepito anche come paradiso. Ma queste categorie non sembrano molto frequentate dalla cultura del viaggio, se non per motivi pubblicitari.

Nel suo libro “La società dell’incertezza” infatti Zygmunt Bauman, professore di sociologia dell’Università di Leeds, con lo spirito del patologo chino sul suo lavoro, ci mostra una società che respinge la stabilità e la durata, preferisce l’apparenza alla sostanza, sceglie come parola chiave “riciclaggio” e come “medium” per eccellenza il videotape (cancellabile e riutilizzabile); una società dove il tempo si frammenta in episodi (“il tempo non è più un fiume, ma un insieme di pozzanghere”), la salute diventa “fitness”, la massima espressione di libertà è lo “zapping”.

Per Bauman le figure emblematiche che abitano questo traballante universo sono il giocatore (in borsa o alla lotteria) e il turista, lo sradicato e il “collezionista di sensazioni”. Ma forse, più di ogni altro, lo straniero. E osserva che il pellegrino, invenzione non moderna, ma vecchia come il Cristianesimo, ha ricevuto una svolta fondamentale dalla modernità: il pellegrino ha lasciato il posto ad altre figure fino a diventare turista.

Egli argomenta così:

In una visione cristiana per i pellegrini nel tempo, la verità è altrove; il vero luogo è sempre a una certa distanza, lontano nel tempo. Per il pellegrino, solo le strade hanno senso, non le case. Le case sono una tentazione al riposo e al rilassamento e portano a dimenticarsi della destinazione. I pellegrini avevano un punto fermo nella solidità del mondo in cui camminavano e per loro il mondo era ospitale.

Oggi, osserva ancora Bauman, il mondo non è più ospitale verso i pellegrini, oggi esso ha creato al loro posto dei successori: il flâneur, il vagabondo, il turista, il giocatore che, pur non essendo invenzioni del postmoderno, hanno ricevuto dalla postmodernità nuove qualità. Per tutte queste figure, il viaggiare e il visitare, un tempo praticato da persone marginali e in tempi marginali, è diventato stile di vita praticato dalla maggioranza nel fiore degli anni e in posti centrali; e nel coro del postmoderno tutti questi quattro tipi cantano a volte in armonia, ma spesso il risultato è la cacofonia.

Voi in questi giorni avete voluto affermare invece che è possibile conservare al turismo un volto umano, superando lo stile del flâneur, che andava a passeggio come uno va a teatro, trovandosi tra estranei ed essendo per loro un estraneo, spinto dalla massima libertà.

Avete detto che è possibile viaggiare, visitare, in modo diverso dal vagabondo, che era il flagello della prima modernità, alla quale egli appariva una figura terrificante per la sua apparente libertà di muoversi e quindi di sfuggire alla rete di controllo locale,.

Infine avete affermato che intendete offrire un turismo di valori che supera il soffice ed elusivo mondo del gioco, per fare dell’uomo un essere capace di rapporti umani non frammentari.

Affrontando il viaggiare-visitare-accogliere nella prospettiva culturale, antropologica, biblica, pastorale avete offerto elementi per superare la prospettiva di Ulisse viaggiatore per antonomasia nel quale però troviamo miseria e dignità. La miseria sta nella strumentalizzazione del suo atteggiamento verso l’altro e nell’interpretare la realtà e se stesso a prescindere dalla relazione che pure costituisce l’essere umano.

Avete detto che viaggiare, visitare, accogliere sentendosi affidati solo a se stessi, alla propria astuzia, porta a trattare l’altro, ogni altro che si incontra come una minaccia o come un oggetto di dominio. La sua dignità sta invece nel non rinunciare alla ricerca di una realtà che sia all’altezza del proprio desiderio e della destinazione comune.

L’alternativa al viaggiare-visitare-accogliere di Ulisse va cercata in un atteggiamento capace di aprirsi all’altro, di mantenere il senso del mistero che accompagna tutte le realtà fondamentali della vita, di saper cogliere le connessione dei luoghi con chi li abita, con il fare attenzione ai valori di ogni cultura, con il passare da atteggiamenti di sfiducia radicale nella relazione a quello liberatorio e fiducioso.

Avete osservato che viaggiare-visitare-accogliere, visto dal punto di vista di una comunità ecclesiale, domanda prima ancora del “che fare” il “chi essere”, e cioè comunità aperte, capaci di prossimità e di accoglienza.

Fatta questa lunga premessa vorrei ora raccogliere alcune osservazioni conclusive.




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