Premessa: una proposta a partire da “criteri misti”



Scaricare 107.5 Kb.
02.06.2018
Dimensione del file107.5 Kb.

Andrea Lonardo (www.gliscritti.it )
Piacque a Dio rivelare se stesso. Convegno Introdurre alla fede (diocesi di Udine)
1. La “forza e la bellezza” della Dei Verbum nella prima parte del Catechismo: La confessione della fede
La suddivisione in quattro parti - il Credo, i Sacramenti, i Comandamenti, il Padre nostro1 -, provenendo dal catecumenato della Chiesa antica, preesiste al CCC, ma esso vi inserisce un elemento estremamente innovativo. Ognuna delle parti è, infatti, preceduta da una sezione che la introduce, illustrandone i fondamenti. È innanzitutto in queste sezioni generali che emerge nel Catechismo tutta la novità conciliare e la sua capacità di fecondare la catechesi.


    1. Una presentazione personalistica della rivelazione

Se ci si sofferma innanzitutto sulla prima parte - La professione della fede - ci si accorge immediatamente che il Credo è preceduto dalla presentazione della Parola di Dio, secondo il dettato della Dei Verbum, la costituzione conciliare che affronta appunto il tema della rivelazione divina. La presentazione abituale della rivelazione, prima della redazione della Dei Verbum, insisteva sulla comunicazione da parte di Dio di una serie di verità «soprannaturali»2. L’accento era poi posto sulla pluralità di queste affermazioni dogmatiche e sul loro valore oggettivo. La Dei Verbum, invece, scelse di privilegiare un approccio molto diverso, sottolineando che nella rivelazione Dio svelava il suo proprio “mistero”: «piacque a Dio rivelare se stesso». Il testo latino della Dei Verbum afferma testualmente placuit Deo Seipsum revelare3. Dio, cioè, non dava a conoscere delle verità astratte, bensì se stesso.

Con questa affermazione è detta immediatamente la libertà di Dio. Il verbo piacque lo sottolinea in maniera straordinaria: la rivelazione avviene per il “piacere” di Dio, per il suo godimento. Dio si rivela perché Egli, nel suo amore e nella sua saggezza, gode nel farsi conoscere. Egli non è una divinità impersonale, che agisce per necessità, guidato da ferree leggi che lo costringono. Egli non è semplicemente il Tutto – secondo una visione che potrebbe essere accolta da molte visioni religiose dell’estremo oriente abituate ad un Dio che non ha né passione, né libertà – perché sostanzialmente identico con la natura o con lo spirito. No, Dio desidera farsi conoscere, Dio desidera essere amato.


    1. Cristo, pienezza della rivelazione

De Lubac, uno dei grandi ispiratori della Dei Verbum, ha cosi sintetizzato in maniera splendida la prospettiva del documento: «Il Concilio, a proposito della rivelazione, non sostituisce semplicemente un’idea fatta di verità astratte e atemporali con l’idea dello sviluppo di una storia della salvezza. Ciò che afferma è l’idea di una verità concreta al massimo: l’idea della Verità personale, apparsa nella storia, operante nella storia, nella persona di Gesù di Nazaret, “pienezza della rivelazione”»4.

Questa è la prospettiva che ritroviamo immediatamente nel CCC. La rivelazione è presentata alla luce di Cristo, pienezza di tutta intera la rivelazione5. Il CCC segue passo passo il testo della Dei Verbum, invitando la catechesi a partire dal suo cuore: in Cristo è il volto di Dio che finalmente si è manifestato agli uomini. Citando San Bernardo, afferma esplicitamente: «La fede cristiana non è una “religione del Libro”. Il cristianesimo è la religione della “Parola” di Dio, di una parola cioè che non è “una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente”»6.

In questa maniera la catechesi è invitata a problematizzare una presentazione del cristianesimo che tocchi il fondamento della bellezza della fede – la pienezza della rivelazione in Cristo – solo al termine di un lungo itinerario. È certamente vero che si può giungere a parlare dell’incarnazione procedendo come a gradini successivi dalla vita pubblica di Gesù, alle sue parole, ai suoi gesti, alla sua morte e resurrezione, per giungere solo alla fine alla figliolanza divina del Cristo: ma così facendo non viene evidenziata la rivelazione personale che Dio fa di se stesso nel Figlio e viene posta in ombra la portata teologica della rivelazione stessa.

La situazione dell’uomo contemporaneo che ignora ormai quasi tutto del cristianesimo rende ancora più necessario il primo annunzio della novità della rivelazione cristiana: Dio stesso non fa conoscere agli uomini alcune verità attraverso libri sacri, bensì viene personalmente «ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14)7.


    1. L’intima semplicità del cristianesimo: incarnazione, Trinità, grazia

Un guadagno evidente dell’impostazione della Dei Verbum – ed al suo seguito del CCC che la cita8 - è quello di presentare immediatamente l’intima semplicità del cristianesimo. Il non credente ha bisogno di percepire che la fede non consiste in un insieme di verità disconnesse fra di loro, ma nell’incontro con il Dio vivo che si dona a noi nel Cristo. A questo proposito già de Lubac nel 1938 aveva affermato con un’intuizione ancora oggi attualissima per la catechesi che «è al singolare che noi dobbiamo parlare del mistero cristiano»9.La Dei Verbum permette di cogliere immediatamente l’unico nucleo pulsante della fede che è insieme cristologico, trinitario ed antropologico: in Cristo è rivelato il mistero dell’amore trinitario del Padre e del Figlio nello Spirito, ma è al contempo svelato il “mistero” dell’uomo, del suo fine e della sua salvezza: «gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura»10.

La prospettiva di una presentazione sintetica del cuore della rivelazione viene ripresa nella riflessione teologica post-conciliare, come attestano, fra gli altri, Latourelle e Varillon. Il primo afferma: «Il disegno divino, espresso in termini di relazioni interpersonali, include i tre principali misteri del cristianesimo: Trinità, incarnazione, grazia»11. Varillon, dal canto suo, avvalora una simile impostazione: «La divinizzazione della persona non è possibile che tramite l’Incarnazione, e l’Incarnazione non è possibile se Dio non è Trinità. Tutto il resto, in un modo o nell’altro, deve ricondursi a questo. Dunque che si parli di peccato o di virtù cristiane, che si commenti questa o quella scena dell’Evangelo, questo essenziale è sempre sullo sfondo»12.

Con il CCC questa prospettiva passa dalla teologia alla presentazione catechetica: il nucleo centrale della fede che deve essere annunziata è insieme cristologico, teologico ed antropologico13.




    1. L’unità della storia della salvezza

Questo sguardo unitario permette poi al CCC di presentare la storia della salvezza come unico disegno divino, non frammentato in episodi slegati fra di loro: l’economia della salvezza è il dispiegarsi dell’unico disegno di Dio che viene progressivamente manifestato e attuato. Anche qui CCC14 fa eco a Dei Verbum15 che tratteggia il dispiegarsi della rivelazione divina. Il CCC innova rispetto al documento conciliare perché si diffonde più ampiamente sulla storia veterotestamentaria, ma certamente l’accento è ancora una volta sull’unità del disegno salvifico prima che sulle sue parti16.

Questa unità è attestata ovviamente dalla rivelazione stessa: è il messaggio biblico, infatti, ad insistere sul fatto che in Cristo si compiono tutte le promesse di Dio. Ed è la coscienza di questa unità ad aver forgiato il Lezionario liturgico: ogni domenica dell’anno liturgico ed ogni celebrazione sacramentale evidenziano l’intima corrispondenza che esiste fra Antico e Nuovo Testamento17.


    1. La fede della Chiesa e la Sacra Scrittura nella catechesi

Nella Dei Verbum la presentazione del significato più originario di Parola – da identificare con la rivelazione stessa - aveva poi permesso di affrontare in modo nuovo l’antica questione del rapporto fra Tradizione e Scrittura. Il primo schema del documento, che portava il titolo De fontis revelationis, era stato rifiutato dai padri conciliari proprio perché era ancora immatura l’elaborazione di questo tema: lo schema venne respinto per l’equivoco linguaggio che ripeteva ossessivamente l’espressione “duplice fonte”, senza riuscire a mostrare il rapporto ed il nesso intrinseco tra la Tradizione e la Scrittura18. La redazione finale della Dei Verbum mostra invece la stretta relazione che esiste fra le due, poiché esse «sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine»19. Il testo conciliare prosegue poi utilizzando il termine locutio Dei per la Scrittura ed affermando che «la sacra Tradizione trasmette integralmente il Verbum Dei» di modo che «la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza».

Mentre alcuni padri conciliari volevano che si definisse che la sola Tradizione poteva contenere verità rivelate non espressamente manifeste nella Scrittura, la Dei Verbum si preoccupò di affermare piuttosto che Tradizione e Scrittura trasmettono la verità rivelata sempre e solo insieme e che separate l’una dall’altra inaridiscono.

Ovviamente la questione del rapporto fra Tradizione e Scrittura è così importante che la discussione non si è arrestata agli anni del Concilio. L’allora cardinale Ratzinger, nel 1983, aveva avvertito che proprio la separazione tra Scrittura e Tradizione era alla radice della odierna crisi della catechesi20: «[La crisi della catechesi] si spiega con una crisi della fede, meglio: della fede comune alla Chiesa di tutti tempi. [...] la catechesi ometteva generalmente il dogma e tentava di ricostruire la fede direttamente a partire dalla Bibbia. Ora, il dogma non è niente altro, per definizione, che interpretazione della Scrittura, ma questa interpretazione, nata dalla fede dei secoli, non sembrava più potersi accordare con la comprensione dei testi, a cui il metodo storico aveva nel frattempo condotto. In questo modo, coesistevano due forme di interpretazione apparentemente irriducibili: la interpretazione storica e quella dogmatica». Se la fede proposta dalle Scritture differisse da quella della Tradizione della Chiesa, ecco che credere sarebbe ormai impossibile: solo se il Credo battesimale è la corretta interpretazione del messaggio biblico ed entrambi rimandano alla reale rivelazione di Dio avvenuta in Cristo, allora la fede ha forza e bellezza.

Il CCC si pone evidentemente l’esplicito obiettivo di lavorare, a partire dal dettato conciliare, a recuperare nella catechesi il nesso organico esistente tra Tradizione e Scrittura. È proprio il Concilio ad indicare al CCC la via da percorrere. La rivelazione personale di se stesso che Dio ha fatto agli uomini li raggiunge nelle due forme complementari della tradizione della Chiesa e del testo biblico ispirato, come ha lucidamente scritto Betti, che fu il teologo del cardinale Florit, relatore al Concilio della Dei Verbum21: «A differenza della Scrittura, la predicazione viva traduce in pratica quanto annunzia e ne attualizza, per quanto possibile, la realtà intera. Una cosa, per esempio, è raccontare l’istituzione e la celebrazione dell’eucarestia; altra cosa è celebrarla e parteciparne. Il racconto rimane sul piano storico e nozionale; la celebrazione ne dà esperienza spirituale e conferisce la grazia che salva». La catechesi ha bisogno dell’una e dell’altra: della Scrittura, testualmente ispirata dallo Spirito Santo, che ci conserva memoria dell’ultima cena, e della Tradizione, nella quale lo Spirito è operante, che ci dona la presenza reale del Cristo risorto e vivente.


    1. L’importanza della sintesi nella catechesi

La fecondità del rapporto Tradizione-Scrittura in catechesi è evidente: è stata la Tradizione, meditando continuamente la Scrittura, a coglierne nel Simbolo di fede – e nelle altre formulazioni sintetiche siano esse liturgiche, morali o spirituali – il suo cuore comprensibile. Come ha scritto ancora l’allora teologo J. Ratzinger22: «I Simboli [della fede], intesi come la forma tipica ed il saldo punto di cristallizzazione di ciò che si chiamerà più tardi dogma, non sono un’aggiunta alla Scrittura, ma il filo conduttore attraverso di essa [...] sono per così dire il filo di Arianna, che permette di percorrere il Labirinto e ne fa conoscere la pianta. Conseguentemente, non sono neppure la spiegazione che viene dall’esterno ed è riferita ai punti oscuri. Loro compito è, invece, rimandare alla figura che brilla di luce propria, dar risalto a quella figura, in modo da far risplendere la chiarezza intrinseca della Scrittura».

Il nesso fra formulazioni catechetico-dogmatiche e Sacra Scrittura è così assolutamente intrinseco: queste formule sintetiche permettono di amare ancor più il testo biblico, evidenziandone i punti più ricchi ed interessanti. Proprio l’esperienza della Chiesa, attraverso la storia delle discussioni dogmatiche, ha evidenziato ciò che più interessava all’uomo del messaggio biblico, ciò che più era sconvolgente nella sua novità. Ed è per questo che il CCC ripropone la presentazione del Credo come elemento portante della trasmissione della fede.


    1. La presentazione del Vangelo a partire dai “misteri” della vita di Cristo

Il CCC mostra concretamente l’intreccio esistente fra fede della Chiesa e Scrittura proprio negli articoli dedicati alla figura di Cristo. La presentazione delle vicende evangeliche è posta all’interno dell’esposizione del Simbolo di fede, ma proprio quei numeri del CCC sono quelli nei quali la Scrittura è più presente.

Di Gesù vengono presentati innanzitutto il nome proprio con il suo significato – “Gesù” appunto23 – ed immediatamente dopo tre suoi “titoli”: Cristo24, Figlio unigenito di Dio25, Signore26. La prospettiva scelta dal CCC si concentra così immediatamente sulla persona stessa del Cristo, prima ancora che su singoli aspetti della sua vicenda, proprio perché Egli è la pienezza della rivelazione di Dio. I singoli episodi della sua vita sono decisivi proprio perché manifestazione della sua persona.

Il CCC prosegue poi presentando i principali “misteri”27 della vita di Gesù28, illuminandoli con la testimonianza complessiva dei quattro Vangeli e degli altri autori neotestamentari, senza privilegiare un evangelista a discapito di un altro. In effetti, chi deve maturare nella fede non è interessato innanzitutto ad una prospettiva particolare su Gesù, quanto a Gesù stesso ed alla sua reale esistenza: è Gesù che vuole conoscere e non solo ciò che si dice di Lui. Il CCC, allora, afferma innanzitutto che tutta la vicenda di Cristo è “mistero”: «dalle fasce della sua nascita, (cfr. Lc 2, 7) fino all'aceto della sua passione (cfr. Mt 27, 48) e al sudario della Risurrezione, (cfr. Gv 20, 7) tutto nella vita di Gesù è segno del suo Mistero. Attraverso i suoi gesti, i suoi miracoli, le sue parole, è stato rivelato che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9). In tal modo la sua umanità appare come “il sacramento”, cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrena condusse al Mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice»29.

Si sofferma poi sui singoli misteri che permettono di comprendere gli snodi fondamentali della sua esistenza: i “misteri” dell’infanzia e della vita nascosta, poi quelli della vita pubblica, infine quelli della sua morte, resurrezione e ascensione al cielo.


    1. L’uomo “capax Dei”

Il CCC, però, non inizia la sua presentazione della fede a partire dalla rivelazione divina, bensì dalla considerazione dell’uomo come creatura “capace di Dio”. Lo afferma non basandosi su riflessioni ricavate dalla filosofia o dalle scienze umane, bensì a partire dall’antropologia teologica. Per affermare in apertura del capitolo che «il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio»30, il CCC si rifà questa volta alla Gaudium et spes: «La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e se non si affida al suo Creatore»31.

Questa natura dell’uomo come “essere religioso” non implica, però, che l’uomo abbia la capacità da se stesso di giungere alla conoscenza di Dio ed alla comunione con Lui. Anzi, l’uomo è in grado di comprendere con la propria ragione che solo se Dio liberamente si comunica a lui, solo allora egli potrà realmente “vedere il suo volto”. L’essere fatti per Dio non implica quindi una “capacità” umana di poterlo raggiungere con i propri mezzi, bensì piuttosto la necessità vitale di attendere la sua rivelazione che supera ogni desiderio32.


    1. La fede come risposta alla rivelazione di Dio e come risposta ecclesiale

Secondo il dettato della Dei Verbum, la fede è presentata dal CCC come la risposta adeguata dell’uomo alla rivelazione di Dio33. È risposta perché non ha origine nella ricerca umana, bensì segue radicalmente all’avvenimento primo che è la rivelazione portata a compimento nell’incarnazione del Figlio. Seguendo ancora una volta la Dei Verbum - «a Dio che rivela è dovuta “l'obbedienza della fede” (Rm 16, 26; cfr. Rm 1, 5; 2Cor 10, 5-6), con la quale l'uomo gli si abbandona tutt'intero e liberamente prestandogli “il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà” e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa»34 - il CCC definisce allora la fede come “obbedienza”35.

Infine, prima di giungere a presentare il Credo, la prima sezione riguardante la Professione della fede si chiude nel CCC con l’affermazione che la fede è contemporaneamente un atto sovranamente personale ed, insieme, pienamente ecclesiale. Se da un lato, infatti, è la singola persona che è invitata da Dio alla comunione con Lui, al contempo non si dà fede solitaria, poiché «nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l'esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri»36.


    1. La catechesi come proposta della credibilità della fede

Con la presentazione della rivelazione divina e della sua novità assoluta il CCC vuole invitare la catechesi, riprendendo il messaggio conciliare, a proporre la fede, dandone le motivazioni.

All’uomo del nostro tempo non è sufficiente conoscere singole verità dogmatiche della fede cristiana, o singoli precetti morali e nemmeno singole pagine della Sacra Scrittura: egli, per essere convinto della forza e della bellezza della fede, deve comprenderla come risposta alla rivelazione personale ed affidabile di Dio. Si potrebbe dire che il CCC, sulla scorta del Concilio, invita a recuperare in catechesi ciò che la teologia fondamentale è stata nel rinnovamento della teologia pre e post-conciliare.

La teologia fondamentale si è strutturata recuperando in un senso nuovo il ruolo dell’antica apologetica pre-conciliare, ponendo al centro le due grandi questioni della specificità della rivelazione cristiana e della sua credibilità37.

Proprio di questo ha bisogno oggi la catechesi per un suo vero rinnovamento. Innanzitutto deve riuscire a proporre nuovamente il Dio che si rivela. In secondo luogo, deve mostrare come la fede della Chiesa abbia colto il cuore del messaggio biblico e come sia possibile incontrare il Dio nella viva Tradizione della Chiesa e nella Scrittura. Contemporaneamente deve condurre l’uomo a percepire la ragionevolezza della fede, perché egli la scopra come l’unica capace di illuminare realmente la propria esistenza.

Si potrebbe dire, ancora più sinteticamente, che la via scelta dal CCC è quella del “perché”. Il CCC sposta consapevolmente l’attenzione dalle questioni metodologiche - che troppe energie hanno preso alla riflessione catechetica negli ultimi decenni - per tornare a riflettere, sulla scia del Concilio, sul “perché” l’uomo possa e debba credere alla forza ed alla bellezza del cristianesimo. La catechesi ha bisogno, infatti, di essere più consapevole che solo quando il fondamento della fede è chiaro, gli uomini possono divenire realmente adulti e non essere più «come fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina» (Ef 4, 14).



2. La “forza e la bellezza” della liturgia, della vita in Cristo e della preghiera cristiana, nella Chiesa: contenuto ed esperienza nella catechesi
3. Un’esemplificazione (da www.gliscritti.it)
I. libertà dell’uomo e LIBERTA’ di Dio

1 L’uomo è “capace” di Dio e Dio si rivela all’uomo
Il desiderio dell’uomo di ogni tempo è quello di “bucare le nubi”, di “conoscere il cielo”, di tentare di dare risposta alle domande eterne. L’uomo con la sua intelligenza e con la sua libertà si pone le domande fondamentali: “Chi sono?”, “Da dove vengo?”, “Dove vado?”, “Cosa c’è dopo la morte?”, “Chi è Dio?”, e cerca di dare una risposta. Questo cammino è come una montagna impervia da scalare. L’uomo vuole sapere se il “cielo” è vuoto o se Dio veglia su di lui. San Paolo ricorda che Dio ha fatto gli uomini perché «cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi» (At 17,27).

Questa domanda non è solo degli adulti, ma è anche dei bambini. Per questo «nell’aiutare la vita religiosa del bambino, lungi dall’imporgli qualcosa che gli è estraneo, rispondiamo a una sua silenziosa richiesta. Perché il bambino è un “metafisico”, come provano le sue domande: “Chi è Dio? Dove stavo prima di nascere? Con chi stava Dio prima della creazione? Dove sta la nonna che è morta? A te piace la vita?”» (Sofia Cavalletti, catecheta).

È fondamentale sottolineare ai bambini, spesso confusi da scuola e televisione, la differenza immensa tra “l’ultima delle scimmie e il primo degli uomini”. Perché comprendano che il cosiddetto “anello mancante” non è un piccolissimo passaggio, ma un anello immenso…

Nel mostrare questa realtà si possono far apprezzare due aspetti decisivi, emozionanti e vertiginosi, già presenti nell’uomo primitivo (i bambini per un anno intero, in terza elementare, studiano la preistoria).


In primo luogo, la cura nella sepoltura dei morti. Infatti, «abbiamo degli elementi che provano il trattamento dei morti fin da un milione di anni fa, o ancor prima. Mostrano che l’uomo tratta i suoi morti con un altro occhio, altri sentimenti, rispetto agli animali» (Yves Coppens, paleontologo e antropologo). Nessun animale ha mai pregato per i suoi morti. L’uomo li piange e domanda il perché della morte.

In secondo luogo, la capacità della rappresentazione simbolica che vediamo esemplificata nei graffiti e nelle incisioni rupestri. Attraverso il simbolo l’uomo cerca di cogliere la bellezza della vita. È evidente allora che la dimensione religiosa caratterizza la natura umana, come ha detto un grande paleontologo e antropologo: «Personalmente, sono convinto che non ci sia distanza fra l’apparizione dell’uomo e l’apparizione del suo pensiero religioso. L’uno e l’altro sono parti di una stessa condizione» (Yves Coppens).

L’esistenza di riti e preghiere fin dalle origini è estremamente significativa: «Negli esempi di preghiera delle varie culture possiamo vedere una testimonianza della dimensione religiosa e del desiderio di Dio iscritto nel cuore di ogni uomo, che ricevono compimento e piena espressione nell’Antico e nel Nuovo Testamento. La Rivelazione, infatti, purifica e porta alla sua pienezza l’anelito originario dell’uomo a Dio, offrendogli, nella preghiera, la possibilità di un rapporto più profondo con il Padre celeste» (Benedetto XVI, catechesi nell’udienza del 4 maggio 2011).

È bene ancora sottolineare con esempi il valore universale dell’arte, della pittura, della scultura, della musica, della fiaba, del racconto sapienziale, del mito e della poesia. Ma anche, con esempi semplici ma profondi, il valore della filosofia (perché le grandi domande dei filosofi sono le stesse dei bambini!). Così come sottolineare il valore della scienza e il numero grandissimo di scienziati profondamente credenti: l’uomo cerca anche attraverso la scienza la verità su di sé, sul mondo e su Dio.

Ma l’uomo comprende immediatamente che il Mistero di Dio è a lui inaccessibile. Cerca il volto di Dio oltre le nubi, si protende con ogni sua forza, ma non riesce a vedere il volto di Dio con sicurezza. Senza la LIBERTA’ di Dio che vuole farsi conoscere dagli uomini, tutto l’anelito dell’uomo sarebbe destinato a rimanere senza risposta.

Noi possiamo conoscere una persona, solo se essa accetta di rivelarsi e farsi conoscere. Nell’amicizia, ad esempio, il nostro amico ci rende possibile conoscere il suo cuore ed i suoi pensieri. A maggior ragione ciò è vero di Dio. Non possiamo noi scoprire il segreto di Dio, se egli non decide nella sua libertà di manifestarsi.

Proprio questo è ciò che Dio ha voluto. Il Concilio Vaticano II dice che a Dio è piaciuto, che è stato il suo godimento, manifestarsi a noi: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi personalmente» (Dei Verbum, 2).

In che modo Dio si è fatto conoscere? All’inizio, Dio ha scelto un popolo e non il popolo più forte militarmente, non il popolo più evoluto dal punto di vista filosofico o artistico. Dio ha scelto un popolo piccolissimo e si è rivelato a lui progressivamente: è la storia del popolo di Israele! È importantissimo far apprezzare ai bambini che Dio si rivela progressivamente rispettando - potremmo dire - i “tempi” di questi uomini e donne. Un’altra verità da porgere è come Dio sceglie - ed elegge - sempre qualcuno per rivelarsi tramite lui a tutti. È l’elezione di un popolo per la salvezza universale.

Per i bambini è importante e bello capire come sul popolo di Israele occorra scommettere: è vero che Dio ha scelto questo piccolo e fragile popolo e non ha scelto popoli forti e sapienti come egizi, babilonesi, greci, romani? Ecco la scommessa! Ecco la libertà di Dio! Occorre dire da subito in modo sintetico tutto questo. Ecco come lo fa la Dei

Verbum in poche righe: «A suo tempo Dio chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo; dopo i patriarchi ammaestrò questo popolo per mezzo di Mosè e dei profeti, affinché lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore promesso, preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo» (Dei Verbum, 2-3).

È certamente importante conoscere i singoli avvenimenti della Storia della Salvezza – l’esodo, i Dieci Comandamenti, i diversi personaggi, ecc. - ma è importante conoscerli come tappe di un disegno grande e affascinante: il disegno di Dio che vuole farsi conoscere e pian piano svela all’uomo il velo del suo Mistero. Un velo che sarà tolto pienamente con il dono del Figlio.


2 Gesù: il volto di Dio che svela il suo “mistero”
Se tutta la storia manifesta l’anelito dell’uomo di vedere Dio, se la storia del popolo ebraico è la sua rivelazione progressiva, Dio ha mai mostrato veramente il suo volto? Sì! Lo ha fatto in Gesù Cristo. Nel Vangelo è l’apostolo Filippo a domandare esplicitamente: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». A lui Gesù risponde dicendo: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9).

Questa è proprio la novità del cristianesimo. Il Dio da sempre cercato ed invocato, il Dio che si è progressivamente rivelato ad Israele, ora si è fatto uomo, perché gli uomini potessero conoscerlo: «La novità è che Dio si è fatto conoscere, che Dio si è mostrato, che Dio non è più il Dio ignoto, cercato, ma non trovato o solo indovinato da lontano. Dio si è fatto vedere: nel volto di Cristo vediamo Dio, Dio si è fatto "conosciuto", e così ci ha fatto amici» (Benedetto XVI).

Il legame tra Gesù e il suo popolo è profondissimo. Gesù appartiene al popolo ebraico e con la sua vita conferma che Dio si è veramente rivelato nella storia di Israele. Ma ora egli è venuto per completare e perfezionare quella rivelazione. E per donarla a tutti gli uomini.

Prima dell’incarnazione, Dio aveva donato agli uomini “tante parole” per iniziare a farsi conoscere ed amare, e per avviare gli uomini sulla via del bene. Ora ci dona l’“unica Parola”; quella che è il segreto di tutte le altre: il suo Figlio. Anche nella nostra vita di relazione, ci scambiamo tante parole attraverso Internet, attraverso i telefoni, ma giungiamo infine ad incontrarci personalmente e gioiamo perché ci interessano non tanto le singole parole dette dall’altro, ma la sua vita, il suo amore per noi. Ora Dio è venuto in mezzo a noi: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,1-2).

Gesù è la Parola vivente di Dio, più importante di tutte le parole scritte su di Lui. Per questo, «tanti fondatori di religioni hanno scritto dei libri. Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti “hanno scritto di lui”. Il rapporto tra il Libro e la sua Persona è dunque l’opposto del rapporto che si osserva altrove. Il cristianesimo, propriamente parlando, non è affatto una “religione del Libro”: è la religione della Parola – ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, “non di un verbo scritto e muto, ma di un Verbo incarnato e vivo”. La Parola di Dio adesso è qui tra di noi, “in maniera tale che la si vede e la si tocca”» (H. de Lubac).

Prima dell’incarnazione, l’uomo era giunto a credere all’esistenza di Dio, ne intuiva anche la sua bontà e bellezza, ma non ne aveva ancora conosciuto il suo vero volto. Solo Gesù, il Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, poteva svelare l’intimità di Dio. È Lui a svelarci che Dio è Padre e Figlio e Spirito Santo. La Santissima Trinità, abisso del Mistero di Dio, ci è svelata dalla Parola Eterna del Padre. Così dice infatti Gesù: «Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Lc 10,22).

La Dei Verbum esprime tutto questo con un’espressione sintetica meravigliosa: «Dio mandò suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio» (Dei Verbum 4).

È decisivo che questo nucleo centrale e pulsante della Fede sia ripetuto e sempre sottolineato in ogni incontro. È importante anche mostrare come è stata proprio questa “pretesa” di Gesù di essere Dio il motivo della sua condanna. Il Nuovo Testamento lo mostra chiaramente: «Cercavano di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Gv 5,18). Anche gli avversari di Gesù gli dicono: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33).

Avvicinarsi a Gesù vuol dire accorgersi subito dell’autorità che egli pretende di avere. O egli aveva l’autorità per dire ciò che diceva o altrimenti si è obbligati a riconoscere che egli era un povero pazzo. Noi crediamo che Gesù era quello che diceva di essere. Mentre i grandi uomini religiosi, i profeti e i santi avvertono il proprio nulla davanti alla grandezza di Dio e si sentono peccatori, Gesù di Nàzaret con tranquilla sicurezza si è presentato come Figlio di Dio, uguale al Padre: una follia e una bestemmia sulla bocca di qualsiasi altro. La pretesa è inaudita, ma duemila anni di storia la rendono degna almeno di essere presa in considerazione.

Questa è, allora, la “semplicità” del cristianesimo, il suo nucleo vivo e meraviglioso, come Papa Benedetto ha detto in un incontro molto familiare con i parroci di Roma: «È importante non perderci nei dettagli, non creare l’idea che il cristianesimo sia un pacchetto immenso di cose da imparare. Ultimamente è semplice: Dio si è mostrato in Cristo. Ma entrare in questa semplicità – io credo in Dio che si mostra in Cristo e voglio vedere e realizzare la sua volontà – ha contenuti, e, a seconda delle situazioni, entriamo poi in dettaglio o meno, ma è essenziale che si faccia capire da una parte la semplicità ultima della fede».


3 «Diventiamo figli di Dio»: l’uomo reso partecipe della vita divina
Potremmo ora farci una domanda: e noi? Questo svelamento pieno dell’intimità di Dio come ci coinvolge, cosa cambia nella nostra vita? Il Documento di base riprende una frase luminosa della Gaudium et Spes e spiega: «“Rivelando il mistero del Padre e del suo amore”, Gesù Cristo “spiega anche pienamente l’uomo all’uomo” (GS 22;14), gli fa noti gli elementi essenziali della sua vocazione, nonché le tappe del suo itinerario nella comunità di salvezza. Così, nel mistero di Cristo “trova vera luce il mistero dell’uomo”» (Il rinnovamento della Catechesi 91).

Veramente l’uomo è un “mistero”, veramente l’uomo non riesce a capire bene se stesso. Ma nel “mistero” di Gesù trova luce il “mistero” dell’uomo. L’uomo comprende di non essere nato per caso, ma di esistere perché il Dio d’amore lo ha voluto. L’uomo comprende di essere fatto per amare, perché immagine di Dio che è Trinità e amore in se stesso. L’uomo vince la paura del domani e della morte, perché crede ormai che la vita è custodita dalla provvidenza divina.

È con il Battesimo che lo Spirito Santo ci ha reso “cellule” vive del Corpo di Cristo, tralci della Vite che è Lui stesso! Le immagini bibliche della Vite e dei tralci e quella del Corpo di Cristo sono adattissime per i bambini. Nel giorno del nostro Battesimo siamo stati inseriti nella Vita Intima di Dio stesso, diventando figli nel Figlio. Come dice il Documento di base, «L’uomo, unità di anima e di corpo, è stato creato in Cristo per una nuova vita: per ricevere dal Padre il dono dello Spirito di Cristo e diventare in tal modo figlio di Dio, configurato al Figlio proprio e bene amato, Gesù Cristo» (Il rinnovamento della Catechesi 91).

L’antropologia cristiana ci annuncia che davanti a Dio noi non siamo dei sottomessi, dei servi, degli schiavi. Anche se certamente siamo e dobbiamo restare “piccoli” ed umili dinanzi all’immensa grandezza di Dio, d’altro canto noi siamo figli amati, liberi di amarlo e di vivere in un dialogo continuo con lui. Così spiega il Catechismo degli adulti: «L’annuncio della Chiesa è precisamente questo: il Mistero infinito ci ha rivolto la parola e addirittura ci è venuto incontro personalmente, con il nome e il volto di un uomo, Gesù di Nàzaret, e ci ha chiamati a vivere insieme con lui per l’eternità. Dio fatto uomo, l’uomo innalzato fino a Dio: nessun’altra religione ha una notizia simile, nessuna offre una speranza più audace» (La verità vi renderà liberi 38).

E Benedetto XVI ha detto: «Che cosa si potrebbe dire e pensare di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo?». Con il Battesimo diventiamo figli nel Figlio immersi nell’intimità con Dio. Nello Spirito di Gesù possiamo veramente rivolgerci a Dio chiamandolo Padre.

È proprio questo che Gesù ci annunzia quando afferma che se non ci convertiremo e non ritorneremo come bambini non entreremo nel regno dei cieli (cfr. Mt 18, 3). Infatti, «‘diventar di nuovo bambino’ significa imparare a dir di nuovo ‘Abbà’». Certo noi facciamo esperienza umana della paternità divina anche attraverso quella dei nostri genitori. Ma l’esperienza fondamentale è quella della paternità divina – dalla quale prende origine ogni paternità in terra – capace di sanare anche le esperienze inadeguate che abbiamo vissuto con i nostri genitori. Così ha scritto una grande catecheta: «Fare dell'amore dei genitori o comunque di chi è più vicino al bambino il canale necessario dell'amore di Dio è estremamente limitante; si limita l'amore di Dio alla dimensione umana. A me sembra - parlando in base a quello che ho potuto osservare - che l'amore di Dio sia primario nell'esperienza umana del bambino piccolo. Certo è bello poter dire ad un bambino: "Papà e mamma ti vogliono bene"; però si tratta sempre di un amore umano e quindi limitato. E quando questo non succede? Un bambino rifiutato dai genitori è forse una creatura perduta per Dio? No, Dio prende le sue creature anche al di fuori dell'amore umano: l'ho visto in tanti bambini non accettati in famiglia che invece all'annuncio del Pastore che "li chiama per nome" si aprivano ad un immenso godimento» (Sofia Cavalletti).

Dio si rivela perché desidera farsi conoscere, ma lo desidera perché vuole che noi diventiamo suoi figli per vivere del suo amore. Dio manifesta così insieme il suo volto ed il nostro volto, il suo essere amore nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito, ed il nostro essere figli nati dal suo amore per la vita eterna. Così scrive la Dei Verbum proseguendo il testo già citato: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4)» (Dei Verbum 2).

È bello e decisivo, però, ricordare ai bambini che l’essere figli è una realtà dinamica e non statica. Figli dopo il Battesimo lo siamo certamente per sempre e niente potrà mai cancellare in noi questa figliolanza. Ma siamo figli per diventarlo fino in fondo, per crescere in questa relazione con il Padre. Così come un figlio è per sempre figlio dei propri genitori, ma deve crescere in questa relazione per giungere ad amare come loro.

Se lo vogliamo e lo chiediamo incessantemente possiamo essere trasformati in Gesù fino in fondo, arrivando a pensare, decidere, valutare e amare come Lui. E drammaticamente possiamo essere anche membra malate perché ci è stata data una vera libertà.
Nota di metodo. La necessità di uno schema sintetico. L’importanza della “sintesi” in catechesi
I bambini hanno bisogno di visioni sintetiche che mettono ordine nel mondo – non bisogna dimenticare che questo è necessario anche per gli adulti. Per questo i bambini gradiscono tutto ciò che li aiuta a riassumere in maniera comprensibile quanto viene detto.

La catechesi ha sempre sentito la necessità di sintesi capaci di illuminare (si pensi solo al Credo, ai Comandamenti, ai sette Sacramenti, ai vizi ed alle virtù, alle preghiere, e così via). Così scriveva l’allora cardinale Joseph Ratzinger: «I Simboli di fede non sono la spiegazione che viene dall’esterno [della Scrittura] ed è riferita ai punti oscuri. Loro compito è, invece, rimandare alla figura che brilla di luce propria, dar risalto a quella figura, in modo da far risplendere la chiarezza intrinseca della Scrittura» (J. Ratzinger).

È per questo che queste schede propongono uno schema grafico semplicissimo, senza “effetti speciali”, che in maniera sintetica mostri fin dal primo incontro il cuore della fede cristiana.



La necessità di una catechesi che parta dal cuore della fede cristiana

Il contesto in cui viviamo accentua ancora più questa necessità di una sintesi chiara, perché oggi il cristianesimo non è conosciuto o è conosciuto male. Tante persone non saprebbero spiegare con chiarezza perché sono cristiane e cosa sia precisamente il cristianesimo.

Proprio per questo, l’itinerario qui proposto parte dal cuore della fede. Non vi giunge dopo un lungo itinerario, bensì fin dall’inizio vuole annunziare cosa è il cristianesimo e qual è la sua novità. Così ha detto il Papa in proposito: «La fede cristiana è nella sua essenza incontro con il Dio vivente. Dio è il vero ed ultimo contenuto della nostra fede. In questo senso il contenuto della fede è molto semplice: io credo in Dio. Ma la realtà più semplice è sempre anche la realtà più profonda e che tutto abbraccia. Possiamo credere in Dio, perché Dio ci tocca, perché egli é in noi e perché egli anche dall’esterno si avvicina a noi. Possiamo credere in lui, perché esiste colui che egli ha mandato: “Egli ha visto il Padre (Gv6,46)”, dice il Catechismo; egli “è il solo a conoscerlo e a poterlo rivelare”. Potremmo dire che la fede è partecipazione allo sguardo di Gesù» (Benedetto XVI).

Si potrebbe anche arrivare a parlare del cuore della fede al termine di un lungo itinerario, procedendo come a gradini successivi, dalla vita pubblica di Gesù, alla sua Pasqua, alla sua identità, fino alla Trinità. Si è volutamente escluso questo modo di costruire un itinerario, perché non risponde all’esigenza di un nuovo annunzio della fede che oggi è giustamente invocato per un serio rinnovamento della catechesi.

Il cuore della fede cristiana

La prima unità dell’itinerario vuole allora presentare il cuore della fede cristiana. Esso consiste nella piena rivelazione della Trinità all’uomo, rivelazione che è al contempo salvezza dell’uomo che diviene figlio in Cristo. Il “mistero” dell’uomo “capace di Dio” viene così illuminato dal “mistero” del Cristo.

Si vede subito come questo nucleo sia insieme cristologico, trinitario ed antropologico. Un teologo contemporaneo lo ha espresso con semplicità: «La divinizzazione della persona non è possibile che tramite l’Incarnazione, e l’Incarnazione non è possibile se Dio non è Trinità. Tutto il resto, in un modo o nell’altro, deve ricondursi a questo. Dunque che si parli di peccato o di virtù cristiane, che si commenti questa o quella scena dell’Evangelo, questo essenziale è sempre sullo sfondo» (F. Varillon).



È importante annunziare ai bambini fin dall’inizio che l’uomo è l’unico essere che cerca Dio, l’unico essere libero a cui non basta tutto l’universo per essere felice. È importante parlare loro in termini positivi dell’arte, della scienza, della filosofia, ma mostrando loro come tutto questo all’uomo non basti. È bene che comprendano fin dall’inizio che senza la Libertà di Dio, che vuole farsi conoscere dall’uomo, l’uomo mai potrebbe conoscere intimamente il Mistero di Dio.

I bambini hanno la capacità di percepire la serietà della Fede non meno degli adulti. È bene sottolineare che i bambini sono esigenti: non si può e non si deve umiliare la loro intelligenza con un discorso infantile su Dio. Una catechesi fedele al Vangelo non deve, allora, eludere le loro domande. Se è vero che la catechesi è differente dalla scuola, è altrettanto vero che Gesù non è una favola. I bambini non possono maturare se la fede viene banalizzata ai loro occhi.

In un mondo fatto di informazioni e comunicazioni molteplici e velocissime, aiutare i bambini a tornare e ritornare al centro è un aiuto decisivo. È un modo di affermare che c’è qualcosa di così importante che gli adulti sentono la necessità di ridire ogni volta.

La necessità della “ripetizione” di ciò che è essenziale

La convinzione che ai bambini serve e piace la ripetizione nasce dagli studi scientifici, ma anche dall’osservazione della realtà: essi amano guardare e riguardare lo stesso cartone animato fino a conoscerlo a memoria. Hanno il piacere della scoperta, ma anche il piacere del riscoprire. Vivono il gusto di anticipare i catechisti ed il piacere di essere padroni di uno schema tanto da poterlo presentare poi ai loro genitori.

Così affermano i Catechismi della CEI: «I bambini sono sensibili alla ritualità. Ripetere più volte le stesse cose dà loro sicurezza. Le imparano con facilità e gioia se gli adulti le fanno con loro» (Lasciate che i bambini vengano a me, 188)



Le sintesi non si contrappongono assolutamente alla libertà ed alla creatività. Basti pensare alla Divina Commedia in cui il Dante “sistema” tutta la storia umana e la rivelazione divina secondo un preciso ordine, ma al contempo in essa tutto è freschezza e poesia.

1 Le quattro dimensioni portanti della catechesi stanno emergendo pian piano sia in documenti ufficiali sia in riflessioni e proposte di catecheti. Si veda, ad esempio, la Lettera ai catechisti ed agli animatori. Il lievito e il buon pane, di A. B. Mazzocato, arcivescovo di Udine (21 novembre 2010), n. 15, il Sussidio per la verifica pastorale 2011-2012 della diocesi di Roma «Si sentirono trafiggere il cuore» (At 2, 37). La gioia di generare alla fede nella Chiesa di Roma, I, 2 ed il volume di E. Biemmi, Il secondo annunzio, EDB, Bologna 2011, pp. 74-76; 80-85. Gli Orientamenti CEI per il decennio sull’educazione registrano in merito un’interessante cambiamento terminologico in merito al problema di definire in cosa consista precisamente il riferimento catecumenale della catechesi: Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 40, parla, infatti, di “ispirazione” catecumenale e non più di “modello” catecumenale per l’iniziazione cristiana.

2 H. de Lubac - E. Cattaneo, La Costituzione «Dei Verbum» vent’anni dopo, in «Rassegna di teologia», 26 (1985), p. 388.

3 Come è noto il lungo iter conciliare del documento sulla rivelazione portò all’emergere del primo capitolo della Dei Verbum che non era originariamente previsto. La tematica della rivelazione personale di Dio pose così in secondo piano la questione del rapporto fra Tradizione e Scrittura che era la più sentita prima della bocciatura del primo schema, permettendo di illuminarla in modo nuovo; cfr. su questo R. Fisichella, Dei Verbum. Storia, in R. Latourelle - R. Fisichella (edd.), Dizionario di teologia fondamentale, Cittadella, Assisi 1990, pp. 279-284.

4 H. de LubacE. Cattaneo, La Costituzione «Dei Verbum» vent’anni dopo, in «Rassegna di teologia», 26 (1985), p. 394.

5 CCC 50-73. Fra i catechismi moderni italiani, quello che più evidenzia la prospettiva conciliare ed esalta una presentazione personale della rivelazione è certamente il Catechismo degli adulti della CEI, La verità vi farà liberi, Fondazione di Religione Santi Francesco e Caterina da Siena, Roma 1995, pp. 36-40.

6 CCC 108. Cfr. ancora, per la chiarezza dell’esposizione, le parole di H. de Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura, I, Paoline, Roma 1972, pp. 344; 353-354: «[Cristo,] sì, Verbo abbreviato, “abbreviatissimo”, “brevissimum”, ma sostanziale per eccellenza. Verbo abbreviato, ma più grande di ciò che abbrevia. [...] Le due forme del Verbo abbreviato e dilatato sono inseparabili. Il Libro dunque rimane, ma nello stesso tempo passa tutt’intero in Gesù e per il credente la sua meditazione consiste nel contemplare questo passaggio. Mani e Maometto hanno scritto dei libri. Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti “hanno scritto di lui”. Il rapporto tra il Libro e la sua Persona è dunque l’opposto del rapporto che si osserva altrove. La Parola di Dio adesso è qui tra di noi, “in maniera tale che la si vede e la si tocca”: Parola “viva ed efficace”, unica e personale, che unifica e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza. Il cristianesimo non è la “religione biblica”: è la religione di Gesù Cristo”».

7 Non si deve dimenticare, in proposito, che tutti e quattro i vangeli, prima di ripercorrere la vicenda terrena di Gesù, si aprono innanzitutto fornendone uno sguardo sintetico e dichiarando chi egli è in relazione al Padre: Marco con il titolo programmatico – Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio - e con la proclamazione della figliolanza divina nel Battesimo di Gesù, Matteo con la genealogia – Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide – nella quale Gesù è presentato come il Messia ed il discendente davidico e subito dopo come l’Emmanuele, il Dio con noi – Luca con il vangelo dell’Infanzia – dove la nascita di Giovanni Battista, pur miracolosa, si manifesta come qualitativamente diversa da quella di Gesù chiamato Figlio di Dio, opera dello Spirito Santo – Giovanni con il Prologo – dove il Dio che nessuno ha mai visto, si rende visibile nel Logos che si fa carne.

8 CCC 51.

9 H. de Lubac, Les responsabilités doctrinales des catholiques dans le monde d’aujourd’hui, in Paradoxe et mystère de l’Église, Cerf, Paris 2010, p. 265.

10 Dei Verbum 2.

11 R. Latourelle, Dei Verbum. Commento, in R. Latourelle - R. Fisichella (edd.), Dizionario di teologia fondamentale, Cittadella, Assisi 1990, p. 285.

12 F. Varillon, Beauté du monde et souffrance des hommes: entretiens avec Charles Ehlinger, Le Centurion, Paris 1980, p. 115.

13 Cfr. su questo anche M. Tibaldi, Kerygma e atto di fede nella teologia di Hans Urs von Balthasar, Pontificia Università Gregoriana, Roma 2005, dove il kerygma è analizzato nel suo spessore cristologico, trinitario ed antropologico, oltre che ecclesiologico.

14 CCC 54-64.

15 Dei Verbum 3.

16 Fra i catecheti moderni, è stata soprattutto Cavalletti a fare tesoro della prospettiva conciliare: «Ogni opera educativa per essere costruttiva deve essere unitaria, condurre cioè a un punto di convergenza da cui tutto prende significato. Il frammentario non educa nel profondo. Il punto di convergenza però deve essere tale da far spaziare lo sguardo verso l’illimitato. A nostro avviso la narrazione delle singole bellissime storie bibliche va fatta in riferimento costante al tempo colto nella sua globalità come pure nelle scansioni fondamentali di passato, presente e futuro. È su questa base globale che potranno poi porsi tutte le successive considerazioni sui vari aspetti della storia e sui singoli eventi. La prima considerazione verterà dunque sulla vastità della storia biblica, vastità che va insieme al suo carattere unitario» (S. Cavalletti, Il potenziale religioso dei bambini tra i 6 e i 12 anni. Descrizione di una esperienza, Città nuova, Roma 1996, pp. 47-48). I testi della Cavalletti lasciano, infatti, emergere la centralità dei tre grandi capisaldi della storia biblica: la creazione, l’incarnazione e la parusia. A partire da questi tre eventi, la storia tutta diviene significativa e non è più il regno del caso e della morte.

17 È ancora Cavalletti a sottolineare come la tipologia sia non solo un elemento determinante dell’ermeneutica biblica, ma sia anche decisiva per una corretta presentazione biblica nella catechesi; cfr su questo S. Cavalletti – G. Gobbi, «Io sono il buon pastore». Guida per il catechista, IV anno, Tau, Todi 2009, pp. 65-76.

18 Cfr. su questo R. Fisichella, Dei Verbum. Storia, in R. Latourelle - R. Fisichella (edd.), Dizionario di teologia fondamentale, Cittadella, Assisi 1990, p. 281.

19 Dei Verbum 9.

20 Nella relazione dal titolo Transmission de la Foi et sources de la Foi tenuta a Lione e a Parigi e successivamente pubblicata in J. Ratzinger, Trasmissione della fede e fonti della catechesi, Piemme, Casale Monferrato 1985 e disponibile in traduzione riveduta on-line al link http://www.gliscritti.it/approf/2009/conferenze/ratzinger020209.htm.

21 U. Betti, La trasmissione della divina rivelazione, in La costituzione dogmatica sulla divina rivelazione, LDC, Torino-Leumann 1967, p. 234.

22 J. Ratzinger, Dogma e predicazione, Queriniana, Brescia 1974, p. 26. Così afferma, in proposito, il Direttorio generale per la catechesi, 128: «La catechesi trasmette il contenuto della Parola di Dio secondo le due modalità con cui la Chiesa lo possiede, lo interiorizza e lo vive: come narrazione della Storia della Salvezza e come esplicitazione del Simbolo della fede. La Sacra Scrittura e il Catechismo della Chiesa Cattolica debbono ispirare tanto la catechesi biblica quanto la catechesi dottrinale, che veicolano questo contenuto della Parola di Dio».

23 CCC 430-435.

24 CCC 436-440.

25 CCC 441-445.

26 CCC 446-451.

27 Fra gli altri è stato Cantalamessa a riproporre per la predicazione e la catechesi una presentazione della vita di Cristo a partire dai suoi “misteri”. Nell’introduzione a R. Cantalamessa, I misteri di Cristo nella vita della Chiesa, Ancora, Milano 1991, pp. 5-13, scrive: «Nell’accezione storica, misteri sono gli eventi stessi, prima prefigurati nell’Antico Testamento e poi realizzati da Cristo nel Nuovo, in quanto sono carichi di un significato salvifico che trascende lo spazio e il tempo. Indicano dunque il fatto, più il significato del fatto. «Discese dal cielo per la nostra salvezza», «morì per i nostri peccati», «risorse per la nostra giustificazione»: queste frasi ed altre analoghe - formate da un verbo che indica l’evento e da un complemento che indica il significato dell’evento - entrarono ben presto a far parte dei simboli di fede. Esse designano quello che si intende, anche in questo libro, per «misteri della vita di Cristo». Nell’accezione sacramentale, la parola «misteri» (mysteria) indica invece i riti sacri o i segni, attraverso i quali quegli avvenimenti storici vengono rappresentati e attualizzati nella liturgia della Chiesa. [...] Si tratta, evidentemente, di accentuazioni diverse e complementari, perché è chiaro che il mistero cristiano, completo e integrale, comprende l’una e l’altra cosa insieme. [...] Nel medioevo, la meditazione dei misteri di Cristo era orientata quasi esclusivamente alla devozione privata. Ora, come si è accennato, essa sta tornando a essere orientata anche alla catechesi, alla teologia, alla predicazione e, in genere, all'edificazione e all’approfondimento della fede, proprio come era all’inizio, quando le narrazioni evangeliche presero «forma» nella Chiesa, e all’epoca dei Padri, quando non esisteva ancora una distinzione così marcata tra teologia, esegesi e spiritualità». La stessa prospettiva emerge ogni volta che si utilizza in catechesi la storia dell’arte, ricorrendo all’iconografia: ci si accorge immediatamente che gli artisti non rappresentano quasi mai i dettagli di un singolo vangelo, bensì ricostruiscono il “mistero” in sé a partire dall’evangelo quadriforme. I due volumi di J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007 e LEV, Città del Vaticano 2011, si pongono nella stessa prospettiva.

28 CCC 429.

29 CCC 515.

30 CCC 27.

31 Gaudium et spes 19.

32 CCC 36-38.

33 CCC 142.

34 Dei Verbum 5.

35 CCC 142-145.

36 CCC 166.

37 Su questo cfr. R. Latourelle, Nuova immagine della fondamentale, in R. Latourelle – G. O’Collins (edd.), Problemi e prospettive di teologia fondamentale, Queriniana, Brescia 1980, pp. 59-84, dove giunge ad affermare che i due aspetti della teologia fondamentale, cioè la rivelazione e la sua credibilità, «sono un blocco unico: la credibilità-della-rivelazione-di-Dio-in-Gesù-Cristo» (p. 79).






Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale