Premessa utile per comprendere IL concetto di comunicazione è risalire all'etimologia della parola stessa: dal latino



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06.12.2017
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Lo scambio comunicativo

Premessa utile per comprendere il concetto di comunicazione è risalire all'etimologia della parola stessa: dal latino communicatio, essa contiene il formativo cum (= con, insieme a) e la radice munus (= dono o compito → termine polisemico).

Ammettendo che fra i due significati del termine munus, apparentemente diversi, ci sia un legame di fondo, possiamo affermare che, nella sua accezione più autentica, comunicazione significa scambio di beni (doni, segni) che produce un senso e che comporta nuove responsabilità (non a caso, responsabilità e risposta hanno la medesima radice). Il comportamento comunicativo di chi risponde, insomma, dev'essere adeguato al comportamento comunicativo di chi domanda. 


Per rifarci alla mitologia, pensiamo alla figura del dio Mercurio (per i greci Hermès): protettore del commercio (si pensi quindi allo scambio di beni veri e proprio) e dio dell'interpretazione dei messaggi (un messaggio, un atto comunicativo, per poter essere interpretato, deve avere un senso). Da Hermès, deriva inoltre il termine ermeneutica, non meno importante, che significa: metodologia dell' interpretazione. 

"Dove c'è vita c'è comunicazione": la comunicazione rende possibile tutta la convivenza umana. Non è però semplice comprendere come grazie alla comunicazione possano costituirsi e sopravvivere i gruppi, o per meglio dire, le comunità umane. Visto il nesso fra comunità e comunicazione, arriviamo ora a parlare di comunità linguistica.  I maggiori contributi circa lo studio delle comunità linguistiche, sono stati dati da:



  • Ferdinand de Saussurre: definisce la comunità linguistica come la massa parlante di coloro i quali parlano la medesima lingua. Già il termine massa, quasi dispregiativo, indica un'attenzione dello studioso più al sistema linguistico che agli individui parlanti. La riflessione quindi, non antropocentrica, comporta dei limiti. Lo stesso dire che comunità significa parlare la stessa lingua, è in se’ limitativo: è sì questa una condizione necessaria, ma non sufficiente.

  • Dell Hymes: secondo grande contributo (in parte dato per sopperire ai limiti della teoria precedente), è stato dato dal sociolinguista Hymes il quale rivolse la sua attenzione all'interazione comunicativa di comunità linguistiche concrete (conducendo studi sulle comunità amerindie), in cui persone reali comunicano effettivamente. Arrivò così a parlare di speech communities, cioè comunità di discorso. Sebbene più concreta, anche questa teoria presenta dei limiti: lo studioso infatti, soffermandosi sulle ragioni e sui fattori che regolano il code switching (codice del discorso, del parlare), tralasciando i procedimenti inferenziali che stanno alla base dell'interpretazione, cade nella rigidezza e nella tecnicità: la comunicazione in se’ passa in secondo luogo, vince la struttura. 



Gli studi più recenti hanno messo al centro dell'indagine il testo (o messaggio). A partire da qui, quindi, il concetto di comunità linguistica non indica più l'insieme di coloro i quali parlano una medesima lingua ma l'insieme di coloro che comunicano fra loro facendo uno di una lingua storico naturale.

Il concetto di comunità e comunicazione diventa quindi mediato dalla cultura. La cultura è:




  • L’ insieme delle informazioni non genetica che passa attraverso le diverse generazioni.

  • La grammatica di una comunità (insieme di segni mediante i quali una comunità interpreta una certa esperienza).

  • L’insieme di conoscenze e credenze, principi e valori, la cui condivisione condiziona l'appartenenza alla comunità.

Oltre agli aspetti che richiamano ad una identità, paradossalmente, la cultura, vive anche di differenze e di confini. Lo scambio di beni che si verifica nell'interazione comunicativa è tanto maggiore quanto maggiore è la diversità fra coloro che interagiscono: ciò comporta un potenziale di arricchimento e uno di rischio (diminuisce il condiviso che è base dello scambio).

Comunicazione e società civile
La comunicazione sta a fondamento della convivenza umana e, non solo, ha come compito essenziale proprio quello di fare comunità, ossia creare consenso. Il risultato di una buona attività comunicativa è proprio il consenso (senso condiviso), ottenerlo significa realizzare un processo comunicativo così ben strutturato tale da portare ad una condivisione accettata da tutti i cittadini. Non solo l’efficacia ma bensì anche la qualità del consenso non è caratteristica trascurabile: la qualità è costruita attraverso la pratica condivisa della ragione. E’ proprio qui che giace la forza della democrazia. A questo è strettamente collegato il concetto di potere: il potere esercitato dalla parola (unico mezzo ammesso) è proprio infatti del sistema democratico (nato ad Atene nel V secolo a.C). In una comunità democratica, esercito il potere (faccio fare qualcosa a qualcuno) mediante la forza della parola (così da non ricorrere alla violenza).
Dalla consapevolezza della necessaria qualità della comunicazione nasce l’importanza della retorica (è importante saper parlare bene!): primo importante modello comunicativo.

Alla luce di questo è poi necessario distinguere la figura del comunicazionista da quella del comunicatore.

A differenza di questo ultimo infatti, il comunicazionista è colui che ha una consapevolezza sistematica degli strumenti della comunicazione, sa come devono essere utilizzati affinchè la comunicazione sia efficace.

All’interno dell’intero sistema della comunicazione, la comunicazione verbale è quella che si realizza in testi che si costruiscono con strutture linguistiche, pertanto in quanto disciplina la comunicazione verbale si presta a studiare la correlazione delle strutture del messaggio verbale con la funzione comunicativa di cui queste sono proprie.

Verso un modello della comunicazione verbale
Il dire è uno dei fari

(Platone, Cratilio)


Rapporto tra comunicazione verbale e azione umana.

Modelli comunicativi storicamente significativi:


Retorica classica: nell’ambito della retorica la comunicazione verbale era intesa come studio della tecnica di produzione di un discorso o testo con funzione argomentativa e persuasiva. Aristotele ha focalizzato l’attenzione su quei tre fattori che costituiscono il discorso: parlante (ho legon), discorso (logos) e ascoltatore (akroates).
Come già accennato la retorica nasce in stretto collegamento con l’esercizio del potere democratico: l’autorevolezza (dal latino augeo, far crescere) del cittadino consiste con la sua capacità di ottenere consenso tramite un discorso persuasivo, ossia che esibisca le sue ragioni. Nella vita della polis, pertanto, è autorevole il cittadino, e altrettanto lo è il suo discorso, se questo fa accrescere il bene comune: sia esso economico, sociale o politico.
I fattori del discorso persuasivo: per( il prefisso indica compimento) suadere (da suade - suavis = soave): consigliare, proporre all’altro di prendere una decisione per il suo bene.

La persuasione pertanto produce nel destinatario un’adesione del cuore (che il latino chiama fides).


Il discorso risulta effettivamente persuasivo nella misura in cui siano presenti i seguenti elementi (nonché le componenti dell’atto comunicativo):


  • Ethos (componente etica)

  • Logos (componente logica)

  • Pathos (componente emotiva)  dal greco pathos e dal latino passio = passione. Il primo momento del coinvolgimento, in effetti, è passività, è reazione che il soggetto subisce o vede accadere (questa passione diventa negativa quando accieca la ragione, ma positiva quando indica l’intensività dell’impegno in una certa azione che ci coinvolge).

La struttura del ragionamento/discorso: esso si compone di due livelli. Il primo rimanda al processo di creazione, ossia alle cinque fasi attraverso le quali l’oratore deve passare per realizzare un evento comunicativo ben strutturato: inventio (scelta degli argomenti da trattare  funzione del discorso), dispositio (ordine in cui trattarli), elocutio (tecniche espressive), memoria e actio (tecniche di esecuzione). Il secondo riguarda invece la riflessione sistematica sui contenuti.


Aristotele, mediante il dialogo con lo scettico (dimostrando la posizione contradditoria dello stesso) individua un modello ecologico della comunicazione dove le tre parti che lo compongono sono in equilibrio fra loro (ethos, pathos, logos). Il discorso (logos) è la componente principale della comunicazione (dice qualcosa: se manchiamo a questa funzione non stiamo più parlando). Il filosofo, volendo restituire unità alle parti (equilibrio fra le articolazioni) spiega che, l’armonia fra l’accostamento di queste, dipende da:


  • PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE: evidenza fondamentale su cui si basala conoscenza umana. Il linguaggio, dice Aristotele, è un’attività tipica dell’uomo che, senza PNC, non sarebbe ammessa (è necessario e ha validità universale). Per il principio una cosa non può essere e non essere, nello stesso tempo, e sotto il medesimo aspetto. Esso è talmente primitivo e basilare al punto che non può essere dimostrato se non portando lo scettico stesso ad ammettere la contraddizione (nel caso si sostenesse il contrario del suo contenuto)  attraverso la confutazione. Confutare significa, in generale, indurre in contraddizione, cioè far emergere che una certa posizione è in sé contraddittoria pertanto insostenibile.

  • AUTOREVOLEZZA (vd. Sopra)

  • FUNZIONE DEL DIMOSTRARE (sillogismo): Per persuadere qualcuno, per dimostrare una tesi, devo ammettere un punto di partenza condiviso con l’interlocutore e, mediante il discorso, devo portare questo all’adesione della tesi, dalla premessa alla conclusione (il mio interlocutore deve giungere alla conclusione tanto convinto quanto lo era della premessa).

      • Sillogismo: discorso composto di tre parti:

                  • PREMESSA MAGGIORE

                  • PREMESSA MINORE

                  • CONCLUSIONE

Le premesse hanno natura di evidenza (il fatto che siano accettate e condivise facilmente dagli interlocutori è proprio perché sono evidenti). La conclusione è invece alle premesse logicamente legata, scaturisce dalle stesse.
Sillogismo (tipico del linguaggio scientifico ≠ Entimema (tipico del discorso ordinario, del linguaggio corrente e quotidiano. Solitamente qui viene esplicitata solo la premessa minore: la sola premessa attiva il processo dell’entimema. La premessa maggiore è altamente probabile ma non evidentemente certa: ecco la grande differenza dal sillogismo).

All’inizio del Novecento nasce la disciplina della linguistica contemporanea, a Ginevra, con l’insegnamento e la pubblicazione degli scritti di Ferdinand de Saussurre. Il modello della comunicazione verbale da lui proposto è il circuit de la parole.


In cosa consiste questo circuito? Saussurre considera come primo elemento della comunicazione gli interlocutori (A e B), due parlanti qualsiasi estrapolati dalla massa di coloro i quali parlano una stessa lingua. A e B producono segni materiali (fonetico – acustici) e decodificano quelli prodotti dall’interlocutore in base alla propria conoscenza della lingua (lingua = patrimonio mnemonico virtuale).

Vi è quindi una prima fase, l’INTENZIONE COMUNICATIVA (senso che si vuole comunicare), trasformata in parole e diretta a colpire fisicamente la percezione dell’altro interlocutore. A questo punto il secondo interlocutore ricostruisce l’intenzione comunicativa del primo parlante a partire dal suono percepito.

Di questo processo sono interessanti due cose: il passaggio (misterioso) tra l’intenzione comunicativa e la trasformazione di essa in parole, in un discorso reale (processo che si chiama semiosi), e una seconda fase in cui la semiosi opera dal momento in cui B riceve lo stimolo fisico e ricostruisce il senso, ossia l’intenzione.
Nel modello appena presentato la semiosi appare come processo di codifica e decodifica: nel circuito della parola c’è una corrispondenza fra significati ed elementi della lingua che servono a trasmetterli, come in un codice, appunto. Il parlante, dato che conosce la lingua, ha immagazzinato questa corrispondenza fra concetti e strumenti espressivi che servono a trasmetterli. Quando si realizza comunicazione il parlante attiva segnali corrispondenti: il destinatario è un decodificatore.

La semiosi riduce così la comunicazione ad un sistema di concetti già prefissati e parlare significa quasi solo attivare i concetti corrispondenti: per questo suo limite, il modello del circuito è stato inteso come strutturalismo.


(Strutturalismo  uno degli atteggiamenti culturali più significativi del secolo scorso, esteso a tutti gli ambiti dell’azione umana. Nello strutturalismo l’uomo è appiattito, l’individualità del soggetto va persa).
L’uomo è parlato dalla lingua

(U. Eco)
Nello concezione strutturalista il parlante realizza il suo discorso scegliendo, entro il paradigma offerto dal sistema, alcuni elementi che disporrà nel sintagma secondo le regole imposte dal sistema stesso. In questi termini, se il testo rimanda solo al sistema soggiacente, chi formula i testi non è responsabile del senso di questi (non siamo noi a parlare ma prendiamo in prestito dal sistema tutto quel che diciamo). Sempre in questi termini il sistema linguistico sarebbe da intendersi come deterministico (dimostreremo invece che sarebbe più opportuno parlare di FLESSIBILITA’ delle lingue storico naturali).

Nell’ambito dello strutturalismo americano il modello di Saussurre venne ripreso da Bloomfield che, nel 1934, descrive il linguaggio come una risposta a stimoli fisici. Il circuito viene interpretato come azione di dispendio energetico (parlare significa emettere suoni). Questo atteggiamento segna il passaggio dallo strutturalismo al funzionalismo. Nel modello strutturalista si pone l’attenzione sul meccanismo della comunicazione ma resta in ombra lo scopo. I modelli funzionalisti, invece, pongono l’attenzione al wozu, la funzione, appunto.


Due contributi:

  • Karl Buhler: considera la lingua come strumento per comunicare. Propone un’analisi funzionale del segno: pone questo al centro del suo modello. Esso svolge una particolare funzione, in base al punto di vista sotto il quale lo possiamo osservare: il segno è in rapporto con la realtà che lo rappresenta, con il mittente che lo utilizza, e con il ricevente a cui è destinato. Nel suo rapporto con la realtà ha una funzione di rappresentazione (è quindi simbolo), nel rapporto con il mittente ha funzione di espressione (è un sintomo), nel rapporto con il ricevente, infine, svolge la funzione di appello (diventa segnale).




  • Roman Jakobson: arricchisce il modello di Buhler. Il punto di partenza è pertanto anche qui la concezione funzionale del testo. Il testo serve per comunicare ma comunicare, termine generico, indica funzioni di volta in volta diverse. A seconda della funzione specifica che rivestono, allora, possiamo distinguere i testi fra loro. (Es. funzione emotiva, quando l’intento è quello di comunicare la soggettività del mittente; funzione referenziale quando lo scopo è descrivere un aspetto della realtà).

Durante gli anni ’60 nasce un nuovo orientamento ed emerge una nuova sensibilità: la linguistica pragmatica. John Austin elabora, a tal proposito, la teoria degli atti linguistici (speech acts theory), pubblicata nel saggio intitolato How to do things with words. La comunicazione, letta in termini pragmatici, diventa vera e propria azione. In qualsiasi atto comunicativo facciamo qualcosa (a prescindere dalla funzione dello stesso), quando l’uomo parla compie un’azione (il parlare, infatti, ha senso in misura in cui, quando parlo, voglio fare qualcosa!). Per di più il fatto stesso di pronunciare una certa espressione produce un cambiamento nella situazione reale: la situazione nella quale gli interlocutori scambiano messaggi può cambiare dal prima al dopo, rispetto al proferimento del messaggio stesso (es. “Vi dichiaro marito e moglie”  questa frase è un atto linguistico che realizza una vera e propria azione, comportando un cambiamento di situazione). Austin si sofferma sul valore performativo (dall’inglese perform, mettere in scena), che taluni verbi (e in generale ogni uso del linguaggio), assumono.

Continua la sua analisi affermando che, ogni atto linguistico, comporta a sua volta tre azioni/atti:



  • Atto locutivo: l’atto stesso di parlare, la materialità, la componente fisica.

  • Atto illocutivo: si ricollega alla componente locutiva e rappresenta la componente intenzionale (il parlante, mediante l’atto locutivo, intende svolgere una precisa azione).

  • Atto perlocutivo: azione che colpisce il destinatario, non è detto che questa corrisponda all’azione illocutiva (ossia all’intenzione dell’interlocutore mittente)  se il risultato ottenuto dal destinatario è diverso da quello che il mittente voleva comunicare, si crea una sorta di comunicazione infelice.

John Searle sviluppa le ipotesi di Austin a partire dal livello illocutivo: questo per cercare di identificare e descrivere la tipologia degli atti linguistici che il parlante può compiere attraverso il linguaggio.


La pragmatica si sviluppa, parallelamente a Searle, con il contributo di:

  • Paul Grice: osserva una dinamica fondamentale che riguarda l’atteggiamento dei parlanti, elaborando il principio di cooperazione. In ogni atto comunicativo i parlanti tengono conto (e lo fanno in maniera spontanea) di una serie di requisiti (anche chiamate massime) che rendono il messaggio adeguato, non privo di insensatezza, felice (credito di fiducia comunicativa). Poiché le massime riguardano aspetti diversi del parlare, possono essere ricollegate a quattro categorie principali: QUANTITA’ (numero di informazioni da inserire nell’atto comunicativo; né poco né troppo), QUALITA’ (non dire quel che ritieni falso), MODO (brevità e ordine) E RELAZIONE (comunicazione pertinente).




  • Sperber e Wilson: lavorano sul tema della relevance, ossia sulla pertinenza. “Come si può raggiungere una quantità pertinente di informazioni affinchè la comunicazione sia felice?”  è questa la dinamica sulla quale Sperber e Wilson si soffermano.

La pertinenza di una comunicazione dipende dal rapporto di due elementi: gli effetti contestuali (il risultato di un atto comunicativo sul contesto in cui esso stesso viene realizzato) e gli sforzi cognitivi (quanto impegno richiede l’atto al mio interlocutore affinchè questo sia compreso; quanta cooperazione è necessaria. A seconda del modo, della qualità, della quantità e della relazione che caratterizzano l’atto comunicativo richiedo al mio interlocutore uno sforzo più o meno maggiore per interpretarlo).  La comunicazione è tanto più pertinente quanti più effetti contestuali produce a prezzo di pochi sforzi cognitivi. Fra i due elementi (contesto e sforzo) deve esserci una giusta proporzione: una comunicazione che richiede parecchio sforzo deve avere un significato, ossia un risultato, all’altezza, non banale (ne deve valere la pena!).
Nella comunicazione c’è l’incontro di due azioni: parlare e ascoltare (ed è grazie alla pragmatica che emerge l’idea di comunicazione come incontro dell’azione di chi parla e di chi ascolta). Ascoltare è una vera e propria azione: Saussure (volendo rivedere i modelli precedenti) non ha dato abbastanza importanza a questo aspetto riducendolo a banale ricezione passiva.

EVENTO COMUNICATIVO: In che senso diciamo che l’atto comunicativo è un evento?

Un evento è qualsiasi cosa che ci accade. Si parla di evento, in particolare, quando:


  • Qualcosa accade

  • Questo qualcosa, più o meno direttamente, ci tocca, ci cambia, ci muove (nello specifico dell’evento comunicativo, il messaggio che ci arriva e ci coinvolge, deve essere interpretato, implica un ragionamento. Non è semplice decodificazione, non è un processo meccanico. Il coinvolgimento costituisce un momento del senso).

...comunicativo poiché veicola un SENSO (gli eventi comunicativi sono quei particolari eventi che i soggetti umani producono per comunicare, per trasmettere un messaggio portare di un senso).

E’ uno stato dinamico di cose che cambia la realtà, frutto dell’incontro di due iniziative: l’atto del dire realizza un evento comunicativo solo in quanto a esso corrisponde un atto d’ascolto. Il messaggio in quanto atto del dire ha già un senso in quanto atto adeguato all’intenzione comunicativa del mittente.

SENSO [polisemia]: senso unico (direzione di percorrenza), doppio senso, cinque sensi (organo di percezione), buon senso (capacità di comprendere e agire adeguatamente rispetto ad una situazione reale).

  • C’è un collegamento tra il senso e la ragionevolezza: un fatto “ha senso” quando ha un rapporto con la ragione (nel linguaggio comune l’espressione è usata tendenzialmente in negativo: dire che una cosa è insensata significa sottintendere che sia irragionevole).

Il non – senso esiste? Passiamo parlare di non senso solo quando:

  • Pensiamo alla tipologia testuale del teatro dell’assurdo dove il non senso, in realtà, è solo il punto di partenza da infrangere per poter giungere ad un livello più profondo del messaggio.

  • Consideriamo gli esempi artificiali, inventati dai linguisti.

L’uomo è un animale che ha inevitabilmente senso.

Per meglio comprendere il concetto di senso è bene mettere a fuoco la distinzione tra NOTIZIA e INFORMAZIONE. Un’ informazione per poter essere considerata notizia deve essere pertinente per il destinatario, ossia deve toccare il suo interesse, deve riguardarlo  La comunicazione è ben riuscita quando ciò che dico ha senso per il destinatario (trasmetto così notizie, non semplici informazioni).

Il senso è il dato originario e l’obbiettivo dell’azione comunicativa. Comunicare è agire, e agire significa muoversi verso un obbiettivo. L’azione caratterizza il soggetto come agente capace di iniziativa nella realtà non solo dotato di una certa conoscenza del mondo, ma anche di desideri: per realizzare questi immagina stati di cose, “mondi possibili”, diversi da quelli attualmente presenti, ma necessari per raggiungere il desiderio e quindi l’obbiettivo. La capacità dell’uomo di immaginare una soluzione originale e possibile per un problema estraendo dall’esperienza dati conosciuti combinandolo con elementi innovativi, rimanda alla SINTASSI. Per formulare un obbiettivo il soggetto deve conoscere la realtà, da questa deve estrapolare possibilità, connetterle in modo sensato, e raggiungere l’obbiettivo (..attivare catene di realizzazioni più o meno complesse; azioni concrete da mettere in atto).  Gli atti linguistici fanno parte delle catene di realizzazione.

Si ricorre alla comunicazione tutte le volte che il singolo soggetto non è in grado da solo di realizzare un proprio obbiettivo, cerca pertanto di coinvolgere altri soggetti (non è più autonomo!). Come già accennato, infatti, la comunicazione presuppone la partecipazione di almeno due soggetti.



  • Attività di cooperazione: i due soggetti coinvolti nell’azione comunicativa, ne condividono lo scopo (il comportamento verbale serve per coordinare l’azione di due soggetti: Nonna, mi aiuti a fare il caffè?). Gli atti linguistici coordinano le azioni rispettive degli agenti in modo da raggiungere l’obbiettivo comune.

  • Attività di interazione: l’obbiettivo dei soggetti coinvolti è fondamentalmente diverso ma, nella catena di realizzazione, c’è un punto nel quale si intersecano. Ogni soggetto può realizzare il proprio obbiettivo solo se anche l’altro fa lo stesso (a prescindere dalla diversità degli obbiettivi stessi). Es. Luigi vuole un caffè, pertanto entra in un bar. Luigi ottiene il suo caffè (il suo obbiettivo, il suo desiderio) solo se il barista, per conto suo, lo prepara (quest’ultimo realizza il suo obbiettivo, fornire un certo tipo di prestazione ai clienti) e interagisce con Luigi, sebbene la tipologia del fine ultimo della comunicazione sia differente.

  • Attività di competizione: da cum – petere, puntare al medesimo bene. Gli agenti desiderano il medesimo bene che per sua natura non può essere condiviso (gli atti linguistici argomenteranno le proprie intenzioni come più preminenti e giustificate).

SEMIOSI: Fenomeno più caratteristico della comunicazione verbale; ciò che fa distinguere evento comunicativo da un uno puramente naturale. Un evento semiotica veicola un senso, è funzionale, non fine a se stesso. Pensiamo ai rumori: selezioniamo come pertinenti quei rumori, quelle sollecitazioni, che hanno per noi senso, cioè che ci comunicano qualcosa. La parola è il rumore che rimanda ad altro: mediante la semiosi il soggetto è in grado di passare da un piano puramente fisico ad uno più alto (al senso stesso).

La semiosi appare quindi come barriera invisibile, come confine, fra due realtà: una fisica, percepibile con i sensi, e una non fisica, che rimanda al senso, appunto. Come una finestra che si apre arrivo al senso superando la barriera semiotica (a partire dall’evento fisico, dalla percezione della parola). Interpretare allora significherà oltrepassare la barriera semiotica. Il nesso semiotico unendo il valore linguistico a una certa strategia di manifestazione è il costituente essenziale, indispensabile, della comunicazione verbale.

Il testo, fatto di segni, costituisce l’incontro tra SUONO e SENSO. Il segno linguistico è un’entità che ha natura biplanare, vive su due piani:


  • “evidenziatore”: PAROLA

  • “evidenziatore” : CONCETTO

Il segno linguistico è inteso quindi come unione di un versante fisico e di un versante non fisico. Il piano del suono, come già detto, è funzionale al piano del senso. La comunicazione è scambio di segni che produce senso: il senso è in effetti lo scopo della comunicazione.

MA COME VA INTESA L’ARTICOLAZIONE DEL TESTO? Quali sono le parti che lo costituiscono?

Le unità linguistiche segniche di cui il testo è composto nascono dall’incontro tra la rete di relazioni che caratterizzano il versante fisico del messaggio e la rete di relazioni che costituiscono il senso. Le due rimandano, l’una all’altra, in maniera reciproca (una si proietta sull’altra e così viceversa).

Vale a dire che, se dovessimo considerare a segmenti che parti costitutive del senso, noteremmo che a queste non corrispondono solo “pezzi” o segmenti di messaggio:

Es. MEN: il valore plurale di man è qui rappresentato da una particolare modificazione interna alla parola e non ad un semplice segmento.

Es. Corri a casa! Corri a casa?  Il senso cambia, fra i due testi, non tanto per le componenti diverse dei due messaggi ma per l’intonazione che non è “segmento” del testo ma anzi è un fenomeno prosodico: sovrastrutturale (che investe tutto il messaggio e non separate unità).

SIGNIFICANTE: forma fonetica e letterale della parola. Il significante è la forma, fonica o grafica, utilizzata per richiamare l'immagine che, nella nostra mente, è associata a un determinato concetto o significato. 

SIGNIFICAZIONE  senso specifico, valore concreto, che un’unità linguistica assume nel testo; dipende dal confronto fra il messaggio e la realtà. La parola, una volta utilizzata, non rimanda più ad un concetto generale o astratto ma specifico. L’oggetto a cui la parola rimanda è proprio la significazione che diventa precisa e legata alla realtà. Quando abbiamo bisogno di usare una certa parola dimentichiamo tutte le funzioni che quella parola può svolgere e consideriamo solo quello che corrisponde, in quel dato momento, alla nostra intenzione comunicativa, a ciò che esattamente vogliamo dire. La parola viene insomma scelta perché capace di esprimere, nel contesto, quel valore (tale valore è appunto la significazione).

PRIMA: Parola in mente, concetto vago, strategia di manifestazione. Per comunicare ho bisogno della realtà concreta del messaggio e di quella di cui sto parlando.

SIGNIFICATO  rimanda alle regole e agli schemi attraverso i quali cerchiamo di spiegare la significazione testuale.

Ricapitolando:


  • Il versante fonetico del segno è funzionale alla manifestazione del versante concettuale (ne è una strategia di manifestazione) e non viceversa: la semiosi è la correlazione tra i due versanti.

  • Le unità linguistiche non sono pezzi che compongono il messaggio: occorre verificare la complessiva articolazione del testo tenendo presente che la semiosi unisce strategie di manifestazione di tipo molto vario con funzioni altrettanto varie.

Semiosi e implicazione:

Un evento può avere senso perché implica per me qualcosa di particolare.

“Oggi c’è il sole”  implica che non devo prendere l’ombrello o che posso andare a fare una passeggiata in centro.

Si può considerare il senso di un evento, sia in quanto puramente fisico, sia in quanto semiotico, appunto.

Es. Tutti i posti in biblioteca sono occupati  se considero il fatto come fisico in sé ne traggo la conclusione che dovrò cambiare posto per studiare (questa condizione ha implicato per me una certa azione). Se tutti i posti in biblioteca sono occupati ma il mio amico Luigi ha messo lo zaino di fianco al suo tavolo per riservare un posto a me, non considero più l’evento come fisico ma come semiotico: ne traggo il significato per ME (Silvia).

EVENTI che significano per:



  • IMPLICAZIONE

  • SEMIOSI

La linguistica si occupa di comunicazione e in particolare l’oggetto di cui si occupa è il messaggio VERBALE (l’insieme di questi costituisce il linguaggio verbale). Le lingue storico naturali sono pertanto sistemi che consentono la formulazione di messaggi verbali, sono SISTEMI SEMIOTICI SEGNICI.

Il linguaggio verbale fa appello al sistema linguistico (convenuto in modo arbitrario ma non casuale) entro il quale viene usato, ovvero alle correlazioni semiotiche di una lingua storico naturale (convenzionali; stabili e condivise dai parlanti di quella medesima lingua)  La lingua è una realtà sociale.



  • Sistema perché il segno si realizza sì come un oggetto però nessun segno è tale da solo: un oggetto diventa segno se entra in alternativa con altri segni che dicono significati alternativi. I sistemi di segni sono basati sull’opposizione, cioè sulla diversità dei segni che ne fanno parte.

I sistemi semiotici possono essere:

  • (*)Verbali (linguistici): sistema segnico, lingua. Qui la corrispondenza non è biunivoca. I messaggi non sono già previsti dal sistema ma vengono di volta in volta realizzati dai parlanti  la lingua storico naturale non è un insieme preordinato di segni – messaggi già fatti ma è un insieme di regole astratte e schemi concettuali legati a strategie di manifestazione funzionali alla costruzione di messaggi [numero di messaggi INIFINITO].

  • Non verbali: sistema di segni, segnaletica. Qui c’è un rapporto biunivoco tra segni e messaggi (la segnaletica stradale ne offre un esempio: il semaforo verde dice “vai”, null’altro). [numero di messaggi FINITO].

Nella correlazione semiotica: l’OGGETTO FISICO (es. inchiostro o suono: supporto materiale unico e irripetibile) rappresenta la STRATEGIA DI MANIFESTAZIONE. Il segno linguistico non è una realtà materiale ma l’unione di due realtà immateriali: strategia di manifestazione e valore linguistico (ricorda la natura biplanare del segno).

Il SENSO si lascia riformulare in un’altra lingua: entra in gioco la traduzione. Ipotizziamo un testo scritto in inglese (lingua 1): per poter afferrare il senso un soggetto che non conosce la lingua ha bisogno di un intermediario (traduttore) che interpreta il testo1 e lo riformula, servendosi delle strutture dell’italiano (che nell’esempio sarà la lingua2), intrinseco del medesimo SENSO che il testo, scritto in lingua inglese, veicolava.

(*) Nel linguaggio verbale non operano solo le parole (nella costruzione del messaggio), bensì anche (oltre alla semiosi categoriale  dentro al simbolo vi sono CATEGORIE per leggere la realtà):


  • Semiosi deittica (o deissi): deittiche sono quelle parole che assumono valore in rapporto al contesto nel quale vengono utilizzate, il loro significato non è dato dal sistema ma da un elemento reale presente nel contesto della comunicazione.

Es. “Questa penna è blu” (dice Luigi)

Es. “Questa penna, che sto usando, è rossa” (dice Mario)

QUESTA  deittico. Assume valore in base all’elemento reale a cui lega nel contesto della comunicazione.

La deissi funziona dunque nell’incontro del linguaggio con l’esperienza; i deittici hanno al loro interno una parte linguistica e una parte esperienziale. Essi, per altro, non corrispondono ad un’idea (es. albero) ma ad un’istruzione: nel deittico “adesso”, a livello semiotico pensiamo a “andate a identificare lo spazio di tempo in cui discorso avviene” (che è un’istruzione, appunto).



  1. SEMIOSI CATEGORIALE (si tratta di SIGNIFICARE una parola. “Albero” rimanda alla categoria già prevista nel sistema linguistico)

  2. SEMIOSI DEITTICA (si tratta di DARE UN’ISTRUZIONE).

Le strutture deittiche sono numerose e appartengono a classi diverse: abbiamo i deittici personali (es. io), temporali (es. ho dormito: il morfema del passato prossimo indica il tempo che precede quello in cui si sta parlando), testuali (precedono o seguono particolari segmenti di testo).

  • Inferenza: ragionamento che usiamo per interpretare i discorsi dei nostri interlocutori. La comunicazione non passa solo mediante strumenti semiotici, al più, tante volte, richiede un’inferenza dell’interlocutore stesso che, a partire da quanto detto (o lasciato implicito) risale al senso del messaggio ascoltato. Le inferenze sono talvolta decisive in vista del fatto che, in molti testi, è molto di più quello che viene lasciato indovinare, di quello che viene effettivamente detto. Tanto più è estesa l’intesa fra gli interlocutori quanto più estese saranno le inferenze: può bastare un cenno per capirsi (..se l’intesa è grande!).

INFERENZA COMUNICATIVA ≠ INFERENZA COMUNICATA.

  • Ostensione: dal latino obs – tendere “mettere davanti, far vedere”, ad indicare che la realtà entra significativamente nel senso dell’evento comunicativo, pur non essendo sempre esplicitata a parole. Il contesto infatti interviene nella comunicazione non soltanto con la deissi ma anche con la sua presenza silenziosa, con il suo semplice essere lì. Nella deissi poi c’è una certa componente linguistica, nell’ostensione no.



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