Presentazione del libro di Giovanni Salonia


La parola che guarisce e offre ‘leggerezza’



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28.03.2019
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4. La parola che guarisce e offre ‘leggerezza’
- Altro dintorno, che ha a che fare contemporaneamente con la nostra quotidianità e con il fuoco delle relazioni, è la parola. Difficile parlarne. Sono troppe, troppo vuote, troppo fredde, troppo rigide le nostre parole. Usurate dall’uso tecnico e strumentale e spesso inquinate da ambivalenze e moralismi. Ma non possiamo fare a meno della parola, per ritrovare senso e per intessere rapporti. Per dialogare con i figli, per trasmettere le grandi tradizioni culturali o il vangelo, per curare e consolare (come non ricordare la bellezza e la forza di quel ‘coraggio’ detto con tutto se stesso da Mons. Gambuzza!). Giovanni Salonia ci offre una via per riscoprirne valenze positive. Esplorando i sentieri che permettono alla parola di diventare ‘parola che guarisce’ e offre ‘leggerezza’.

- La parola che guarisce anzitutto. Una parola che (nella psicoterapia e nella vita) nasce dopo molti anni di formazione, di confronto, di ricerca. E che si offre nella relazione. “Le parole curano se non diventano strumento di potere, atemporali e aspaziali, ma rimangono luogo in cui gli uomini, nel qui-e-adesso, si incontrano e riconoscono. Paradossalmente, le parole curano se dette nella terra-di-nessuno, dove ci si incontra nella nudità della condizione umana. Il dover ricominciare da capo con ogni paziente, ad ogni seduta, come se fosse ancora la prima volta nonostante anni di lavoro, è la fatica disarmante ma affascinante della psicoterapia. Solo dentro questa ricerca si scopre l’antica saggezza greca che indica nello stupore l’inizio di ogni vera conoscenza; è lo stupore che rende nuova la parola. Il terapeuta deve diventare ogni giorno di più una persona consegnata pienamente alla parola, nella ricerca mai sazia di cogliere sfumature e vibrazioni, risonanze e aperture, nessi e invocazioni, pause e silenzi [Siamo rimandati alle grandi consegne, riflesse nella filosofia e nelle scienze umane, vive nel cuore trasparente di molti. Penso alla signorina Lorefice: prima di andare dal malato devo sostare per non portare il peso delle mie preoccupazioni. Penso alla collega che, durante gli Esami di stato, raccomandava di evitare la routine nell’interrogare… E ci vengono offerte piste per il cammino, ‘regole’ per una sana comunicazione] … La prima condizione perché una parola guarisca è che sia ‘mia’: non depositata in me da altri, non raccolta dal vento delle chiacchiere, non nutrita della propria eco. Ma non basta l’energia: la parola, come la freccia, ha bisogno di una direzione. La direzione della parola è l’altro, il suo volto, la sua parola, la sua anima” (pp. 77-79). “Non curano le parole ‘belle’, bensì quelle piene di me e di te, della mia e tua unicità … non cura la parola bella e neppure quella vera … Per diventare terapeuti bisogna apprendere ‘quale’ parola dire, ‘come’ dirla e ‘quando’ …Il kairòs accade se si è in contatto con sé stessi, con l’altro e con la relazione che si sta costruendo assieme” (pp. 80-81).

- Tra le parole, un’attenzione particolare si volge a quelle che rendono più leggeri i rapporti: le parole che esprimono gratitudine, con cui si celebrano il ‘di più’ e i doni veri o si portano a compimento esperienze affettive e relazioni; le parole dell’autoironia che (nel loro uso costruttivo) diventano segno di integrità personale, soluzione creativa quando il conflitto viene ritenuto inutile o impossibile, modo di prendersi cura dell’altro, qualità che ci rende ‘leggeri’ a noi stessi e agli altri (Calvino), espressione di un atteggiamento disteso e riconciliato. “Anche chi soffre riesce a sorridere nella misura in cui ha accettato la sofferenza” (pp. 95-96). “L’autoironia, insomma, ci toglie dall’isolamento dell’eccezionalità, ci fa scendere dal palcoscenico e ci riporta nella compagnia degli uomini” (p. 98).




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