Presentazione del libro di Giovanni Salonia


Giocare e mettersi in gioco



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28.03.2019
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5. Giocare e mettersi in gioco
- La relazione ha a che fare con il corpo e la parola, ma accade sempre nel tempo. Siamo al terzo dei dintorni della felicità. Tempo come kronos, skopòs, kairòs. Tempo come tempo vissuto e tempo come pausa. Tempo attraverso cui si cresce, tempo del narrare con cui si costruisce il sé… Tra i tempi trattati, uno mi ha particolarmente colpito: il tempo del gioco. “Giocando … si apprende l’arte di rischiare, di essere pronti all’imprevedibile: l’uomo ‘deve’ rischiare, portare al massimo le proprie potenzialità per potersi conoscere e poter esplorare parti di sé sconosciute. Goodman sostiene che molta della tristezza degli uomini deriva da una mancanza di audacia. Nel gioco si può essere audaci dentro un cordone di sicurezza: i contorni del gioco, infatti, sono chiari e chi sceglie di giocare sa a quali possibilità va incontro. [Solo] quando il disagio psichico prevale sulla gioia del giocare allora il gioco diventa dipendenza, azzardo, voglia cieca e incontrollata di sfiorare la voragine” (p. 171-172). Ma normalmente “da adulti si gioca – Salonia cita Aristotele – per la ricreazione”, e commenta: “Probabilmente il fascino profondo del gioco sta proprio nella sensazione che giocando si ricrea il mondoForse il paradosso della vita (che il gioco ci rammenta) è che proprio consegnandosi al limite (del contesto) si può ritrovare la spontaneità e l’adattamento creativo. Nel gioco, in ultima analisi, accadono le connessioni degli opposti che della vita svelano il senso e della pienezza indicano la strada: nel gioco si sposano innocenza ed esperienza, regola e spontaneità, vincolo e libertà, autoregolazione del gioco e dei giocatori, adattamento e creatività. Forse anche per questo è necessario tornare ad essere bambini: per ritornare a giocare. Di giocare, di riprendere a giocare abbiamo bisogno per tenerci aggiornati sulle regole della vita, la quale – come insinuava Bateson – è un po’ sleale: cambia le sue domande proprio quando abbiamo pensato di aver imparato le risposte” (pp. 173. 175).

- Sono pagine che mi sono sembrate illuminanti perché pongono il problema di quell’audacia che dà sapore alla vita, all’amicizia, alla politica, alla sequela, e che spesso manca. “Perché – scriveva un giovane che drammaticamente è uscito da questa vita – stiamo lì, in balia dei venti, ad aspettare chissà che cosa”. Ma “chi bada al vento, non semina mai” (Qo 11,4). E allora in questo rimando al tempo del gioco colgo l’invito a rischiare di più, a mettersi in gioco di più senza però disintegrarsi (come capita anche nell’eccesso di bene, di un bene cercato senza discernimento) ma elaborando nuove e più ricche integrazioni. Penso all’appasionata audacia dell’amico che tenta tutto per l’amico, alla bella audacia che porta a dichiarare il proprio amore e a sposarsi, all’audacia evangelicamente e umanamente necessaria per accogliere veramente l’altro che soffre senza poter sapere dove questo ti porterà (sapendo comunque che ‘attorno al sangue del fratello non si può stare fermi’, com’è detto nella Torah). E penso a papa Giovanni, che con ‘serena audacia’ convocò il Concilio rinnovando la Pentecoste… Si tratta di quell’osare per fede e per amore che, come scrive Giuseppe Ruggieri, nasce dall’«abitare ogni giorno il regno della necessità, respirando la libertà e la misericordia; [dallo] scegliere il partito o il movimento, il programma, l’iniziativa, senza farci definire da essi; [dalla capacità] in alcuni momenti cruciali della nostra esistenza – la crisi di un rapporto, l’inferno in cui sono sprofondati un amico o un figlio, la giustizia vilipesa – [di] rischiare tutto in un gesto, raccogliendo il cielo in un centimetro di terra, senza poter tuttavia chiedere l’approvazione di Dio, ma come Gesù chiedendo soltanto perché Dio ci ha abbandonato e come sia possibile fare la sua volontà proprio mentre lui ci ha abbandonato».




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