Prima domenica di Avvento B



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3 dicembre 2017 – Prima domenica di Avvento B

AVERE CURA DEL MONDO


Isaia 63,16b-17.19b; 64,2-7

Salmo 79 (Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi)

1 Corinti 1,3-9

Marco 13,33-37
La vigilanza è il tema tipico della prima domenica di avvento. Nell’anno B essa assume una connotazione particolarmente felice per una predicazione attenta al valore cristiano del creato, quella del “vigilare su”, cioè dell’avere “cura”: Dio è padre e ha cura di noi; l’umanità, da parte sua, è chiamata ad aver cura delle cose, come buona amministratrice dei doni di Dio. Il termine “cura” è molto usato anche da Papa Francesco, soprattutto nella lettera enciclica Laudato si’. Iniziare il cammino verso il Natale con queste riflessioni, aiuta a cogliere il mistero natalizio nella sua profondità teologica e nella sua concretezza morale: segno dell’amore di Dio verso l’umanità e verso il mondo e invita anche noi a maturare altrettanto amore.
La parola “cura” richiama l’altro sostantivo “carezza” e l’aggettivo “caro”: vocaboli che denotano una relazione affettuosa e protettiva verso un altro, sia esso persona o essere non-umano. Questi atteggiamenti mancano spesso nei rapporti dell’uomo contemporaneo, più propenso allo sfruttamento e al consumo che alla cura. La stessa economia, fondata sulla concorrenza e sulla competizione, è sempre più lontana dall’idea di “gestione responsabile” dei beni della terra per divenire “accumulo di ricchezza” in vista di ulteriori conquiste di mercato.
Le letture di oggi ci stimolano, anzitutto, a vedere la cura di Dio per noi. Non ci ha messi al mondo per interesse, ma per amore: «Tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma» (I lettura). La creazione è la carezza del Padre sulla materia, pensiero amorevole che la organizza, la complessifica, la eleva, nel corso dei miliardi d’anni della storia del cosmo, fino a farle generare l’umanità, a sua volta capace di razionalità e di amore. Non solo, ma la cura di Dio per noi è stata così attenta da affidarci il destino dell’universo.
Siamo quindi chiamati a vigilare sulla casa del padrone (vangelo), cioè ad aver cura del creato, dono di Dio all’umanità. Oggi la parola evangelica del “potere” dato ai servi si realizza con particolare intensità: è il potere della tecnologia, potere di edificare in bellezza o di paralizzare per esaurimento e per inquinamento la terra, potere di salvaguardare il futuro del mondo o di impedirlo. Ci occorre molta misura e molta responsabilità per sapere coniugare tecnologie e cura.

Il padrone tornerà: alla fine del tempo, alla nostra morte, in questo prossimo Natale. Che non ci sorprenda distratti e incapaci di capire la direzione del nostro tempo. Che invece ci trovi attivi (nell’economia, nella politica, nel sindacato…) e saggi amministratori del mondo che ci ha affidato, a sua lode e per il bene dell’umanità.



Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

(8 dicembre 2017)

MARIA LA SERVA DEL SIGNORE


Genesi 3,9-15.20

Salmo 97 (Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie)

Efesini 1,3-6.11-12

Luca 1,26-38
La liturgia, oggi, ci invita a contemplare Maria, tutta santa, preservata, in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore, dal peccato originale e da ogni altro peccato lungo tutto il corso della sua vita. Questa verità è frutto di una antichissima tradizione che parte dal II secolo (l’apocrifo Protovangelo di Giacomo per affermarla “inventa” persino la concezione verginale di Maria in Anna), venne variamente discussa ed elaborata dai teologi e infine fissata dal papa Pio IX in un dogma (bolla Ineffabilis Deus del 1854). Perché Maria Immacolata? Soprattutto per due ragioni.
Anzitutto Maria è Immacolata perché madre di Cristo. Gli antichi padri affermavano essere conveniente che non fosse toccata da nessuna forma di male, fin dagli inizi della sua vita, colei che doveva diventare la madre del Figlio. Lo ripete anche l’orazione iniziale della Messa odierna: «O Padre […] nell’Immacolata Concezione della Vergine hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio».
In secondo luogo, Maria è Immacolata perché nostra sorella maggiore e modello di vita per tutti noi. L’esemplarità di Maria emerge chiaramente dal confronto tra la prima lettura e il vangelo. Il brano della Genesi ha un profondo significato antropologico: non è il racconto di un fatto storico iniziale, ma l’illustrazione della perenne lotta fra bene e male nella storia dell’umanità. Adamo ed Eva siamo noi. In tre antinomie cogliamo il limite dell’uomo e l’eccellenza a cui lo chiama Dio.

Adamo si nasconde, Maria si fa trovare. Quante volte ci nascondiamo all’appello di Dio! Temiamo che il vangelo sia troppo esigente. Preferiamo restare nella nostra mediocrità. Maria non teme di darsi tutta a Dio: «Eccomi!».

Adamo accusa, Maria accoglie. Quante volte l’uomo non vuole prendersi le proprie responsabilità: le scarica sugli altri! Siamo più facili ad accusare che ad accusarci. Forse anche quel “mia colpa” che diciamo all’inizio della Messa, lo proclamiamo più per formalità che con convinzione. Maria, dopo aver capito il senso della proposta di Dio, la accoglie con umiltà e con impegno, mette in gioco tutta la sua esistenza senza ripensamenti.

Adamo vuole rivaleggiare con Dio (Genesi 3,5), Maria è la serva del Signore. Il peccato cosiddetto “originale”, cioè radice di ogni altro peccato, è la tracotanza dell’uomo che vuole sottrarsi al comandamento di Dio, vuole sopraffare il suo prossimo, vuole sfruttare l’ambiente naturale senza regola e limiti. Maria è serva: la salvezza non viene dalla prepotenza che rompe ogni legame, ma viene dal servizio umile e amoroso verso Dio e verso ogni realtà vivente o non vivente.



10 dicembre 2017 – Seconda domenica di Avvento B

NUOVI CIELI E NUOVA TERRA


Isaia 40,1-5.9-11

Salmo 84 (Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza)

2 Pietro 3,8-14

Marco 1,1-8
La seconda lettera di san Pietro è uno degli scritti più tardi del nuovo testamento, probabilmente redatta agli inizi del secondo secolo. L’ignoto autore, forse un giudeo-cristiano ben istruito anche nella cultura greco-ellenistica, la attribuisce a Pietro per accrescerne l’importanza. Il suo scopo è di mettere in guardia i cristiani contro gli eretici libertini e di esortarli, passati i fervori iniziali, a vivere «irreprensibili davanti a Dio e in pace», perché il Signore verrà certamente a giudicare l’umanità alla fine del mondo, benché non ne conosciamo il tempo e le modalità. La lettera usa un linguaggio vicino all’apocalittica ebraica e anche allo stoicismo greco: Dio distruggerà l’attuale mondo di male e ne ricreerà uno nuovo di giustizia e di pace.
Oggi questo modo di esprimersi non è più accettabile, ma l’idea di una tensione cristiana verso «nuovi cieli e una terra nuova» è quanto mai attuale e urgente. Potremmo delinearla così:

  • L’attesa cristiana non si riferisce solo ad un “cielo nuovo” (un aldilà felice), ma anche ad una “terra nuova” (un aldiqua felice);

  • La terra felice non verrà fornita da Dio quasi magicamente, ma sarà frutto dell’impegno paziente e responsabile dell’umanità per il progresso del mondo;

  • L’umanità partecipa quindi attivamente all’opera creatrice di Dio, che si prolunga nel tempo, verso il compimento di tutto nel suo amore (parusia).

Rimane però un grave problema: quale progresso? verso che cosa? Troppi millantati “progressi” (comunista, fascista, liberista…) hanno e stanno tradendo le attese dell’umanità. Il nostro autore parla di: «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia». Il vero progresso deve condurre alla giustizia.



  • Vi è la giustizia teologica, verso Dio: un rapporto rispettoso, ma insieme confidente e filiale, che rende lode al Padre e insieme rende buoni noi stessi;

  • Vi è la giustizia sociale, tra le persone e tra i popoli: rapporti economici e culturali solidali, tesi al bene comune di tutta l’umanità, presente e futura;

  • Vi è la giustizia ambientale, verso la natura non umana: rapporti di gestione responsabile delle risorse della terra e di rispetto verso il creato.

Nel vangelo, l’austera figura di Giovanni Battista ci richiama alla conversione, cioè al perseguimento della “novità” cristiana. Abbiamo bisogno di due conversioni:



  • Quella individuale per opporci alla decrepitezza del peccato presente in noi;

  • Quella sociale per opporci alle “strutture di peccato” del mondo, trasformarle in strutture di amore, nella giustizia e nella fraternità.

17 dicembre 2017 – Terza domenica di Avvento B (Gaudete)

LA VOLONTÀ DI DIO


Isaia 61,1-2.10-11

Luca 1,46-50.53-54 (La mia anima esulta nel mio Dio)

1 Tessalonicesi 5,16-24

Giovanni 1,6-8.19-28
L’espressione “volontà di Dio” viene spesso intesa in senso molto riduttivo: una imposizione da parte di Dio che è giocoforza accettare con rassegnazione più o meno convinta. Così si tollerano come provenienti da Dio le regole della morale cristiana, oppure gli accadimenti felici o tristi della vita: è volontà di Dio!
San Paolo, nella seconda lettura, ci propone una visione molto più ricca e liberante della volontà di Dio. Non potendo analizzare tutte le indicazioni offerte, fermiamoci su quelle più significative allo scopo di testimoniare oggi la fede.
Dio vuole che siamo lieti. Lo sconforto non è cristiano. Questa domenica è chiamata dalla tradizione anche Gaudete, cioè Rallegratevi, dalla parola che apre l’antifona d’ingresso. La letizia cristiana non è superficialità o smemoratezza, ma serenità interiore anche nelle difficoltà, forti della vicinanza di Dio.

In questo contesto, si capisce il secondo appello rivoltoci dalla volontà di Dio: pregare e rendere grazie. L’espressione “rendere grazie” può significare anche l’eucarestia, cioè la Messa. La preghiera personale e comunitaria, soprattutto quella eucaristica, ci permette di sperimentare l’amore di Dio e la solidarietà dei fratelli.

Molto bello è anche il terzo invito: «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono». Il cristiano non ha paura di nulla: egli analizza senza prevenzioni anche i modelli scientifici, filosofici, sociali più arditi. Se in essi trova qualcosa di valido, lo accoglie con gioia. Come suggerisce il profeta (I lettura), tutto ciò che può offrire letizia interiore, consolazione, liberazione, è opera dello Spirito di Dio.

Da ultimo, san Paolo ci dà una prescrizione morale: «Astenetevi da ogni specie di male». Anche nei comandamenti antichi la volontà di Dio era espressa soprattutto come divieto: non uccidere, non commettere atti impuri, non dire falsa testimonianza… Questo rimane ancora valido, ma non è più prevalente. La «volontà di Dio in Cristo Gesù» è soprattutto propositiva: essere lieti, comunicare con Dio e con i fratelli, cercare ovunque il bene, allontanarci dal male.


La figura di Giovanni invita anche noi a diventare “voce”. Una voce deve avere qualcosa di serio da dire e deve farsi ascoltare. Noi dobbiamo annunciare la volontà di salvezza di Dio, attraverso parole e scelte di consolazione e di liberazione per l’umanità di oggi. Forse, a volte, abbiamo l’impressione di gridare nel deserto, cioè inutilmente. La voce che parla di Dio non è mai inutile. Essa fa fiorire anche il deserto. Non sappiamo però dove e quando: questo dipende dallo Spirito, non da noi. A noi basti l’essere “voce”, il resto farà la “grazia”.
MERCOLEDÌ, VENERDÌ, SABATO DOPO LA III DOMENICA DI AVVENTO



BENEDIZIONE IN OCCASIONE DELL’INIZIO DELL’INVERNO

La tradizione delle «Quattro Tempora» è antica e va recuperata in un contesto di consapevolezza del tempo che passa e della natura che muta nelle varie stagioni. Dobbiamo imparare a contemplare il creato e, in ogni stagione, a rendere grazie al Signore. La liturgia (vedi Benedizionale p. 742ss e Orazionale p. 71ss) ci invita a ricordare l’inizio dell’inverno il mercoledì, venerdì e sabato dopo la terza domenica di Avvento.


Durante la S. Messa, si possono utilizzare apposite preghiere dei fedeli e, all’offertorio, prima delle preghiere proprie, la grande invocazione di benedizione accompagnata dal segno dell’olio.
Nella stagione invernale la natura riposa e si rigenera nell’attesa di una rinnovata fecondità. Preghiamo perché tutta la famiglia umana, pellegrina nel tempo, si rinnovi nello Spirito, prendendo coscienza che in Cristo, Signore dell’universo e centro della storia, ha compimento la speranza terrena e la speranza eterna. Diciamo insieme: Dio creatore e Signore, ascoltaci.

Perché la parola di Dio seminata nel campo della Chiesa ispiri propositi di rinnovamento e maturi in opere di giustizia e di pace, preghiamo.

Perché il seme che il lavoratore dei campi ha affidato alla terra germogli e fruttifichi e produca un raccolto abbondante, preghiamo.

Perché nel nostro tempo con le conquiste della scienza e della tecnica non venga meno il senso della vocazione fondamentale dell’umanità come collaboratrice di Dio, preghiamo.

Perché nelle coscienze si diradi la nebbia dell’incredulità e nell’attesa di Cristo, sole di giustizia, si rafforzi la speranza in un avvenire costruttivo e sereno, preghiamo.

Perché la terra non sia resa schiava degli egoismi individuali e collettivi, ma secondo il disegno del Padre offra i beni necessari per la vita di ogni uomo e per lo sviluppo di tutte le nazioni, preghiamo.

O Dio, nostro Padre, nel corso dei secoli e delle generazioni, che hanno preparato la venuta del Cristo tuo Figlio, non hai lasciato mancare continui segni della tua sapienza e misericordia; fa’ splendere su di noi la piena luce della verità, perché cooperiamo generosamente alle giuste attese di progresso e di pace. Per Cristo nostro Signore. Amen
Sii benedetto, Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra: noi riconosciamo la tua gloria negli immensi spazi stellari e nel più piccolo germe di vita che prorompe dal grembo della terra madre. Nelle vicende e nei ritmi della natura tu continui l’opera della creazione. La tua provvidenza senza limiti si estende alle grandi ere cosmiche e al breve volgere dei giorni, dei mesi e degli anni. Ai figli dell’uomo, fatti a tua immagine e rigenerati in Cristo a vita nuova, tu affidi le meraviglie dell’universo e doni loro il tuo Spirito, perché fedeli interpreti del tuo disegno di amore, ne rivelino le potenzialità nascoste e ne custodiscano la sapiente armonia per il bene di tutti.

Stendi su di noi la tua mano, o Padre, perché possiamo attuare un vero progresso nella giustizia e nella fraternità, senza mai presumere delle nostre forze. Insegnaci a governare, nel rispetto dell’uomo e del creato, del presente e del futuro, gli strumenti della scienza e della tecnica e a condividere i frutti della terra e del lavoro con i piccoli e i poveri. Veglia sulla terra, casa comune dei tuoi figli, perché non si ripetano per colpa nostra le catastrofi della natura e della storia.

Accogli con il pane e il vino per la santa Eucaristia l’offerta votiva dell’olio, segno e primizia della stagione invernale.

Concedi a tutti i tuoi figli di godere della tua continua protezione e fa che la società del nostro tempo si apra verso orizzonti di vera civiltà in Cristo uomo nuovo.

A te il Regno, la potenza e la gloria, nell’unità dello Spirito Santo per Cristo nostro Signore, oggi e nei secoli dei secoli. Amen.

24 dicembre 2017 – Quarta domenica di Avvento B

PERCHÉ L’INCARNAZIONE?


2 Samuele 7,1-5.8b-12.14a.16

Salmo 88 (Canterò per sempre l’amore del Signore)

Romani 16,25-27

Luca 1,26-38
Una domanda molto antica, ma che è bene riproporci per vivere nella giusta prospettiva spirituale l’evento ormai vicino del Natale è la seguente: perché Dio ha voluto manifestarsi in Gesù? O, più sinteticamente: perché l’incarnazione?
La risposta tradizionale era: per redimerci dal peccato. Si diceva: il peccato, offesa all’infinità bontà di Dio, può venire adeguatamente riparato solo da una espiazione di valore infinito, quella offerta dal Figlio di Dio. Il ragionamento è logico, ma astratto ed espresso in termini troppo negativi: senza il peccato non avremmo avuto il Natale?

Le letture di oggi ci invitano ad una visione antropologicamente più significativa dell’incarnazione.


Gesù è venuto a rivelarci il «mistero taciuto per secoli eterni» (II lettura). Quale mistero? Quello dell’amore di Dio per il mondo e per l’umanità. La terra deve sapere che la sua storia non è gettata a caso in un universo muto, ma che è originata ed accompagnata da un premuroso amore paterno/materno. Chi poteva dirci tutto ciò se non un Altro da noi, un Dio creatore e padre? Ed egli ce l’ha comunicato, in molti modi, attraverso i profeti e le religioni, ma soprattutto attraverso questo piccolo bambino che incontreremo tra pochi giorni, Gesù.
Il vangelo e la prima lettura insistono anche su un altro concetto: quello di regno. Gesù è venuto a stabilire il regno di Dio «che non avrà fine». Il regno di Dio è la terra salvata, già presente nel tanto bene che c’è nel mondo, ma non ancora pienamente compiuto, data la presenza del male. In Gesù, Dio ci indica una via di salvezza, cioè una via di autentica felicità per il mondo, quella del perdono e dell’amore. È una via difficile, ma necessaria: la croce che porta alla risurrezione. Per questo Gesù è nato, per indicarci la “via”, con la sua parola e con tutta la vicenda della sua vita. I santi, in primo luogo Maria, l’hanno percorsa, liberi e fedeli.
C’è un’altra ragione profonda del Natale, che non è esplicitamente espressa dalle letture di oggi, ma che percorre molti testi biblici, soprattutto di san Giovanni. L’universo è creazione in quanto è animato da un “pensiero” (in greco: lógos) che dispiega tutta la sua ricchezza nell’evoluzione del cosmo. Dio ha voluto farsi partecipe della stessa evoluzione cosmica, assicurarci la sua presenza, dirci che la materia e la natura sono intrinsecamente buone perché frutto del suo amore e fondate su una razionalità che tutto conduce, con ordine, verso la bellezza assoluta della vita eterna dove canteremo «senza fine le grazie del Signore» (Salmo).

25 dicembre 2017 – Natale del Signore

Messa della notte

INCARNAZIONE E COSMO


Isaia 9,1-6

Salmo 95 (Oggi è nato per noi il Salvatore)

Tito 2,11-14

Luca 2,1-14
La Messa della notte fra il 24 e il 25 dicembre è tutta permeata dall’annuncio gioioso della nascita del Salvatore. Dio, in Gesù, si fa “amico” di ogni persona e di ogni realtà; egli conferma e testimonia il suo amore di Creatore: «È apparsa la grazia di Dio» (II lettura).
È un avvenimento cosmico che coinvolge tutti e tutto:


  • Le creature sovra-umane: «Apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”» (vangelo);




  • L’umanità: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (vangelo);




  • Il cosmo: «Gioiscano i cieli, esulti la terra, frema il mare e quanto racchiude; esultino i campi e quanto contengono, si rallegrino gli alberi della foresta» (salmo).

Non occorrono molti ragionamenti questa notte; anche perché, di solito, questa Messa è frequentata non dalla “massa” di coloro che si ricordano di essere cristiani solo a Natale, ma da chi è già praticante. Lasciamoci trasportare piuttosto dai sentimenti. Ripetiamo, anche più volte, le parole di gioia di questa liturgia e facciamole entrare nel profondo del nostro cuore. «Vi annunzio una grande gioia» (vangelo).

È così davvero? Mettiamo la nostra gioia nel Dio-amico che viene a trovarci?
Se il senso della nostra vita è Dio, non ci sarà difficile trovare la radice della felicità non nel consumismo e nell’esteriorità, tentazioni sempre in agguato in questo periodo, ma nella «sobrietà, giustizia e pietà» (II lettura). Sobrietà: senso della misura e della semplicità, senza troppe “cose” che paiono al momento soddisfarci, ma poi, in definitiva, ci schiavizzano. Giustizia: condivisione e amore col prossimo, ricerca della pace e del bene per tutti sulla terra. Pietà: amore del Signore e capacità di contemplazione, tempo da dedicare alla preghiera e alla meditazione. Non sono atteggiamenti facili da praticare, ma necessari per la felicità nostra e del mondo. Dio è con noi per dare un fondamento saldo alla nostra vita e per guidarci sulle strade difficili, ma gioiose, dell’amore.

25 dicembre 2017 – Natale del Signore

Messa dell’aurora

RALLEGRIAMOCI PERCHÉ DIO CI AMA


Isaia 62,11-12

Salmo 96 (Oggi la luce risplende su di noi)

Tito 3,4-7

Luca 2,15-20
La Messa dell’aurora del 25 dicembre, da un lato rinnova l’annuncio della nascita del Signore e dall’altro evidenzia le risposte che devono sorgere in noi, a seguito di un tale annuncio.
Forse la sintesi più bella e più facilmente comprensibile del Natale è quella offerta dalla lettera a Tito: «Si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» (II lettura). Dio non è più lontano e tremendo, ma “prossimo” e “amico”.

Quali atteggiamenti fa nascere un tale annuncio?




  1. «Rallegratevi, giusti, nel Signore» (salmo), perché «tu sarai chiamata “Ricercata”, “Città non abbandonata”» (I lettura). È bello sentirsi cercati, cioè importanti per qualcuno. Per Dio, il mondo è importante ed egli viene a cercarlo con la tenera insistenza dell’amato verso l’amata. Tutto il mondo è ricercato: «Fino all’estremità della terra» (I lettura). «Esulta la terra, gioiscano le isole tutte» (salmo).




  1. Impariamo a stupirci: «Tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano» (vangelo). La consuetudine dei tanti Natale vissuti ne appanna la bellezza e lo splendida novità. Veramente: c’è una potenza d’amore che attraversa la storia. Non un cieco destino, ma un amore-che-cerca. Non un Dio lontano che crea e si allontana in una alterità irraggiungibile, ma un Dio vicino che ci cerca e ci ama.




  1. «I pastori poi se ne tornarono glorificando e lodando Dio» (vangelo). Gloria, lode, azione di grazie a te, Signore. Davanti al presepio, il nostro canto sia come quello dei pastori e degli angeli: grazie, Signore, perché ci hai cercato e trovato, perché hai amato la terra, perché, nonostante tutto, hai fatto questo cosmo, non come una “cosa” qualsiasi, ma degno di accogliere la tua sapienza e il tuo amore.

Gioia, stupore e adorazione, ma anche impegno a fare del Natale un progetto di vita. Se Dio ama noi, l’umanità e il cosmo in un unico abbraccio di tenerezza, non possiamo che rispondere con altrettanto amore: verso di lui, verso gli altri, verso le cose. Anche le cose non sono più semplicemente “cose”, ma sono frutto di un progetto e di un amore. Il Natale dà valore a tutto, perché tutto è amato.



25 dicembre 2017 – Natale del Signore

Messa del giorno

CREAZIONE E INCARNAZIONE


Isaia 52,7-10

Salmo 97 (Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio)

Ebrei 1,1-6

Giovanni 1,1-18 (forma breve: 1,1-5.9-14)
La Messa del giorno di Natale presenta letture di notevole impegno teologico, in contrasto, purtroppo, dal punto di vista pastorale, con i partecipanti a questa celebrazione, spesso cristiani occasionali o saltuari. Bisognerà accontentarsi del “latte”, lasciando il “cibo solido” ad altra occasione, per dirla con S. Paolo.
Il tema centrale è il rapporto tra creazione ed incarnazione, molto accattivante per la prospettiva di queste omelie, centrate sulla teologia del creato.
Chi è il bambino che contempliamo nella mangiatoia? Perché dopo 2000 anni non si è ancora spenta l’eco di questa nascita e noi, oggi, numerosi, siamo qui non solo a ricordarla, ma a riviverla come un fatto importante? E perché, insieme con noi, altri due miliardi di persone (i cristiani di ogni confessione) fanno festa?
Questo bambino è la Parola di Dio venuta nel mondo, quella stessa Parola che ha tutto creato, ora è qui in mezzo a noi. «Veniva nel mondo la luce vera… il mondo fu fatto per mezzo di lui… il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (vangelo). Cosa significa concretamente?
Significa che in Cristo troveremo il senso profondo della nostra vita e dell’esistenza di tutto il cosmo. Perché lui ci ha fatti, lui ci conosce, lui ha creato l’universo: quindi non può che portarci un messaggio di salvezza e di liberazione. Il mondo non è gettato nell’esistenza per caso, ma è costruito nella profondità del suo essere su un fondamento di razionalità e di amore che gli assicura permanenza e senso.
Quando la Chiesa, tentando di interpretare nel modo umanamente più coerente possibile la parola del Vangelo, ci offre criteri di giudizio morale e regole di comportamento personale e sociale, non lo fa per imporre una sua idea, ma come dono a sua volta ricevuto da Dio, l’unico in grado di dirci veramente chi siamo e che cosa dobbiamo fare. Riceviamo la salvezza nella Chiesa, cioè nella comunità cristiana. È importante parteciparvi con assiduità e convinzione.
Usciamo, oggi, Natale, da questa chiesa con una rinnovata scoperta del nostro cristianesimo: Parola di vita che merita tutta la nostra adesione e il nostro impegno. Torniamo nelle nostre famiglie e al nostro lavoro con una rinnovata volontà di bene: Dio è veramente con noi e accompagna la nostra vita insieme col cosmo intero.

31 dicembre 2017 – Prima domenica dopo Natale B

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

I FIGLI SONO DEL SIGNORE


Genesi 15,1-6; 21,1-3

Salmo 104 (Il Signore è fedele al suo patto)

Ebrei 11,8.11-12.17-19

Luca 2,22-40 (forma breve: 2,22.39-40)
Le prime due letture di questa domenica insistono sulla fecondità di Abramo e di Sara, per grazia di Dio. In molte famiglie non si apprezza sufficientemente il “dono dei figli” che spesso mancano o restano pochi. Questo tema tuttavia potrà essere ripreso in altre domeniche, oggi fermiamoci sul vangelo della presentazione di Gesù.
Il messaggio teologico del brano è stupendamente espresso dal cantico di Simeone: la messianicità di Gesù si estende al mondo intero, ben oltre i confini del popolo di Israele. Gesù è «luce per illuminare le genti». L’idea di universalità che Matteo esprime col racconto dei magi, Luca la proclama nel racconto della presentazione.

Ne riparleremo nella festa dell’Epifania.


Il vangelo ci offre anche un insegnamento di carattere spirituale e morale, oggi particolarmente urgente, così sintetizzabile: i figli sono di Dio. Giuseppe e Maria offrono e riscattano il figlio, com’era costume presso gli ebrei, quasi non fosse loro, ma un dono ricevuto dal Signore.

Una tentazione cui molti genitori soccombono è di fare dei figli qualcosa di proprio, da vezzeggiare, custodire, accontentare con una cura quasi ossessiva. Non sanno dire di no. Poi si pentono, magari troppo tardi, quando il figlio, alla ricerca di una propria identità sempre negata, cresce con una personalità debole o diviene ribelle.


I figli sono di Dio. L’educazione cristiana non ha come fine la soddisfazione dei genitori, ma il bene del figlio nella linea dei valori del vangelo. Bisogna combattere il desiderio del successo a tutti i costi anche a prezzo di compiere ingiustizie e violenze. I genitori e la comunità devono invece educare i giovani al servizio, alla pace, al rispetto verso le persone e verso le cose. È difficile, perché la pubblicità e la mentalità corrente sono di tutt’altro segno. Ma bisogna tentare; diventare «segno di contraddizione», come Gesù.
I figli sono di Dio. Ciò significa anche valorizzare la prospettiva vocazionale. Non siamo al mondo per caso. Il Signore ci ha fatti nascere perché operiamo il bene là dove lui ci ha pensati. Dobbiamo fare in modo che i «pensieri del nostro cuore» coincidano con i pensieri di Dio. La scelta della scuola, della professione, del matrimonio o del celibato, del laicato o della vita religiosa sono viste solo come una opportunità economica o solo come una soddisfazione personale o anche come la risposta ad una chiamata al servizio per il bene del mondo?

1 gennaio 2018 - Nell’ottava di Natale – Capodanno – 51a Giornata della Pace

Maria Santissima Madre di Dio

LA PACE UNIVERSALE (Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace)


Numeri 6,22-27

Salmo 66 (Dio abbia pietà di noi e ci benedica)

Galati 4,4-7

Luca 2,16-21
Sono tanti i temi che si sovrappongono in questa giornata: il capodanno civile, la solennità mariana, la giornata della pace, l’ottava del Natale (“circoncisione”). Forse si potrebbe focalizzare l’omelia attorno alla parola “pace”, intesa come somma e culmine di tutti i doni di Dio (I lettura). La pace biblica (šãlôm) è la pienezza e la bellezza di tutti i rapporti. In relazione al tema proposto, sarà bene fare un cenno, dove si ritiene più opportuno, al messaggio del Papa per la giornata della pace.
Pace in se stessi

La pace inizia nel nostro cuore, come ricerca di serenità fondata sulla fede in Dio e fiducia nella sua presenza (benedizione). Lo Spirito ci fa sempre gridare: «Padre».


Pace con il creato

La terra intera e gli stessi confini cosmici (salmo) sono chiamati alla pace. Non sempre l’umanità stabilisce relazioni corrette con la natura: sfruttamento, inquinamento, desertificazione…


Pace nell’umanità

Lo Spirito ci fa figli di Dio e quindi fratelli (II lettura), chiamati a vivere nella pace. Supplichiamo il Signore perché muova il cuore di tutti all’obbedienza della pace; in Israele, in Palestina, in Siria, in Corea, in Sud Sudan: una guerra mondiale “a pezzettini” direbbe Francesco. La pace è felicità e benessere per tutti, possibilità di vivere felici nella propria terra, senza migrare. Supplichiamo il Signore perché cancelli dai cuori la brama di costruire armi e di arricchirci col sangue altrui.


Pace in Dio

È solo nel Signore che possiamo riconoscerci fratelli: oltre ogni lingua, oltre ogni colore della pelle, oltre ogni uso e costume, oltre ogni cultura, oltre ogni religione. Lui è il nostro Abbà, Padre, Amico (II lettura). Accrescendo la nostra relazione con lui, sentiremo più forti anche le altre relazioni, sia con le persone che con la natura.


Il nuovo anno è un dono di Dio per crescere nella pace e farla crescere attorno a noi. Dio ci dà tempo: usiamolo bene! Dio ha fiducia in noi: non deludiamolo!

Maria è la nostra sorella che ci precede e ci guida, nella quotidianità famigliare e professionale, sulle vie della pace. Affidiamo a lei il nostro tempo, perché ci aiuti a viverlo come dono d’amore per Dio e per il nostro prossimo.



6 gennaio 2018 – Epifania del Signore – Giornata dell’infanzia missionaria

FELICITÀ E UNIVERSALITÀ DELLE RELAZIONI


Isaia 60,1-6

Salmo 71 (Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra)

Efesini 3,2-3a.5-6

Matteo 2,1-12
Affascinante solennità è l’Epifania, splendida rivelazione del «mistero non manifestato agli uomini delle precedenti generazioni, ma al presente rivelato», cioè che «tutti sono chiamati, in Cristo Gesù, a formare lo stesso corpo» (II lettura).

Potremmo chiamarla una festa ecologica, nel senso di una ecologia non solo scientifica, ma anche spirituale e teologica, più volte richiamata da Papa Francesco: la felicità e l’universalità delle relazioni (“ecologia integrale” nella Laudato si’).


Partiamo dal fantasmagorico racconto del Magi, magnificamente abbellito dalla tradizione del presepio. I Magi erano tre, provenienti dalle consuete tre “razze” che formano l’umanità: un bianco, un giallo, un nero. Arrivano alla capanna da tre strade diverse e si incontrano lì, attirati da Gesù e guidati dalla stella. Hanno i doni sui cammelli e li offrono al Bambino, a Maria, a Giuseppe. Erode trama, nascosto nella sua reggia (nel presepio non c’è mai l’effigie di Erode, ma solo il torvo castello), ma inutilmente. I Magi arrivano e poi, continua il vangelo, ripartono in disobbedienza al despota, sognando strade di libertà e di amore, illuminati dalla stella.


  1. I Magi sono sapienti che scrutano il cielo: «Abbiamo visto sorgere la sua stella» (vangelo). Non è vero che la cultura, soprattutto la cultura scientifica, allontani dalla fede. La scienza è un primo livello di comprensione della realtà, quello quantitativo, che non preclude affatto altri livelli (artistico, filosofico, teologico…), ma anzi li esige, come sintesi e compimento.




  1. I Magi sono i popoli del mondo: tutti chiamati alla fraternità e all’amore. L’umanità è la famiglia di Dio. La pace è la condizione essenziale per essere famiglia. Di fronte alle troppe guerre e alle troppe violenze, i cristiani non devono stancarsi di predicare e di praticare l’amore solidale. Esso non può fallire perché è il progetto stesso di Dio, nascosto, ora rivelato, benché non ancora realizzato.




  1. I Magi donano oro, incenso e mirra: cose preziose. I pastori donano legna e cibarie: cose semplici e indispensabili. Le cose, nobili e umili, non devono essere strumenti di accumulo, ma di scambio fraterno. Il Signore vuole così: amare le cose, renderle più belle (col lavoro), ma non per tenerle, bensì per donarle.




  1. I Magi seguono la stella, non la prepotenza di Erode, e sognano strade nuove. Il cosmo intero è partecipe del nuovo mondo d’amore portato da Gesù. Anche noi, siamo chiamati ad avere un sogno: una fraternità universale e felice.

7 gennaio 2018 – Battesimo del Signore B

IL PADRE AMA “LA NATURA UMANA” DEL FIGLIO


Isaia 55,1-11

Isaia 12,2-6 (Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza)

1 Giovanni 5,1-9

Marco 1,7-11
Questa domenica chiude il ciclo natalizio e apre quello ordinario con una splendida dichiarazione d’amore: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto». Si tratta dell’unione di due citazioni tratte dall’antico testamento: Salmo 2,7 e Isaia 42,1. Il contenuto teologico è semplice: Gesù viene eletto a Messia; quello che dirà d’ora in poi, lo dirà a nome stesso di Dio; in quello che farà, agirà la potenza e l’amore stesso di Dio.
Il salmo citato però, dice esattamente: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato». Nel vangelo di Marco cade la seconda parte e si aggiunge significativamente l’aggettivo “prediletto” o “amatissimo”. Anche Matteo e Luca fanno lo stesso, con l’incertezza di alcuni codici lucani (del gruppo cosiddetto D o “occidentale”) che riportano per intero il versetto del salmo. L’espressione “prediletto” ricorre anche nel racconto della trasfigurazione (Marco 9,7).
Fermiamoci su questa parola, “amatissimo”. Il Figlio è amato da Padre nella totalità del suo essere, o, per usare la terminologia tradizionale, nella sua “natura” umana e nella sua “natura” divina indissolubilmente unite. L’amore di Dio, lo Spirito, prende anche figura concreta nella colomba, forse richiamo alla colomba di Genesi 8,11 che annuncia la nuova terra, purificata dalle acque, dopo il diluvio. È bello che l’apparizione di Gesù sulla scena del mondo si apra con questa dichiarazione di stima accogliente per l’uomo nella sua interezza. In Gesù, Dio ama tutto. Il corpo umano, quello degli altri viventi, le cose che ci circondano, in una parola la “natura” in senso moderno, non sono estranei all’amore di Dio, ma fanno parte integrante dell’annuncio di salvezza che Gesù ci ha portato. L’ideale cristiano non consiste in una fuga dal mondo verso il cielo, ma è una discesa del cielo nel mondo, onde trasformarlo in una sinfonia di relazioni felici tra tutti i suoi componenti: natura, culture, persone.
La festa del battesimo di Gesù diviene anche un inevitabile richiamo al nostro battesimo e a quello dei nostri bambini. Nel battesimo noi celebriamo l’amore totale del Padre su tutto. Il piccolo corpo di un bambino, l’amore dei suoi genitori espresso nell’atto sessuale che lo ha generato, l’acqua e le cose che usiamo per il sacramento e per gli infiniti impieghi della vita, i nostri stessi corpi, la natura intera umana e non umana, fanno parte di una medesima storia di salvezza. La natura non è meno importante della cultura perché in tutto il Padre si compiace, in tutto trova la sua gloria e la sua gioia; tutto perciò deve richiamare la nostra responsabilità per una cura amorevole e fraterna.



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