Prima parte



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BARBARA MANZO

amiche, l’amicizia nello sviluppo femminile
Prima Parte

L’Amicizia nelle Teorie Psicologiche


CAPITOLO I

Il vostro amico è la vostra esigenza soddisfatta.

E’ il campo che seminate con amore e che mietete con riconoscenza.

E’ la vostra mensa e il vostro focolare

Poiché da lui vi recate

per la vostra fame,

è lui che ricercate per la

vostra pace.

(Da “Il profeta” Gibran Kahlil Gibran)




1.1 A come amicizia

“Che cos’è un amico?” la maggior parte delle risposte a questa domanda riflettono una idealizzazione dell’amicizia, infatti, ciascuno dà una propria immagine dell’amico, questo perché non vi è una definizione “ ufficiale”, un linguaggio che differenzi i vari tipi d’amicizia.

Padiglione (1978) definisce l’amicizia: “Un modello di relazione volontaria affettiva tendenzialmente stabile sopra ed extraparentale, tra individui che, considerandosi loro distinti ma pari, accettano, senza ulteriori fini se non il piacere derivante dallo stare insieme, di interagire frequentemente e di comunicare ad alto livello di confidenza”. In tale definizione l’autore rileva tutte le qualità positive che spesso sono attribuite all’amicizia.

Idealmente nell’amicizia le persone dovrebbero essere “se stesse”, quindi giungere a conoscere qualcuno come amico significa giungere a conoscere il suo io più autentico e provare simpatia per lui significa provare simpatia per questo io autentico.

Il fatto che si consenta a qualcuno di conoscere la propria persona quale è realmente è importante in quanto, secondo Simmel, è il mezzo con cui i singoli hanno il controllo su chi è esplicitamente compreso nel rapporto d’amicizia.

Per Alberoni (1986) la parola amicizia ha molteplici significati. L’autore ritiene, però, che nella maggior parte dei casi l’uso di tale parola ha ben poco a che fare con quello che intendiamo quando pensiamo ad un vero amico. Anche se il termine amicizia è utilizzata spesso in modo generico per riferirsi ai compagni di scuola o di lavoro, le persone soprattutto i giovani, come ci ricorda Lutte (1996), distinguono tra amici, compagni e semplici conoscenti. Il criterio per differenziare tra gli uni e gli altri è innanzitutto la confidenza reciproca. Gli amici sono coloro che sono ammessi a quello Goffman (1959) chiama il “retroscena delle rappresentazioni” degli atti di una persona, idealmente si ha fiducia negli amici e si ritiene che essi non rileveranno ciò che vengono a conoscere in questa parte segreta. Questa è la fondamentale differenza tra coloro che sono indicati come “veri amici” e tutti gli altri.

Comunemente il termine amico viene attribuito soltanto a persone le quali abbiano una relazione che da un punto di vista qualitativo sia di tipo particolare.

E’ la reale relazione in se stessa a costruire il fattore più importante nel decidere se si possa o meno chiamare amico qualcuno. Così il termine amico oltre ad assegnare un posto preciso ai singoli nella struttura sociale, ci dice anche qualcosa circa la relazione che sussiste tra le persone designate con questo termine (Graham, 1979)

Fiducia, onestà, rispetto, sostegno, lealtà, reciprocità, comprensione, accettazione sono, secondo Lillian Rubin (1986), le qualità più citate quando ci si riferisce all’amicizia.

Le amicizie si possono differenziare per la durata, alcuni hanno amici che resistono tutta la vita, altri hanno amicizie di breve durata; o per la quantità, ci sono persone, infatti, che ritengono di avere un numero elevato di amici e altri, invece, sembrano non averli, questi ultimi, secondo Button (1979), sono soli per una mancanza di capacità di entrare in contatto con gli altri.

Un assunto insito nell’idea che l’amicizia presupponga una libera scelta è rappresentato dall’idea che si tratta su una relazione fondata su un’esperienza gratificante. La questione è complicata dal fatto che nell’interazione la gratificazione personale può derivare da due fonti analiticamente distinte:

1) l’interazione può essere fonte di piacere senza che abbia importanza il tipo di attività in cui le persone sono impegnate; 2) la gratificazione può derivare dall’attività più che dalla relazione.

Ancora la distinzione tra amici e non dipende dalla misura in cui essi hanno familiarità l’uno con l’altro, cioè con il loro “io autentico” (Graham, 1979)

Fonzi e Tani (1999) sostengono che le molte forme che il legame amicale assume hanno bisogno, per poter essere comprese nella loro complessità, non solo di speculazioni teoriche, di misurazioni e di tecniche di analisi rigorose, ma anche d’intuizione, di quella che Freud definisce “raffinata autopercezione”.






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