Primo balzo. IL sentiero che sale. Sosta. IL corso del sole. Schiera dei negligenti. Belacqua



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26.01.2018
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Purgatorio - Canto IV
Primo balzo. Il sentiero che sale. Sosta. Il corso del sole. Schiera dei negligenti. Belacqua.

Il canto si apre con una constatazione e con la rispettiva riflessione filosofica: quando si è soggetti a qualche forte impressione per cause che provengono dall'esterno o anche dall'interno, la nostra attenzione ne è completamente presa, sì che ad altro non bada; questa è la dimostrazione dell'unicità dell'anima, e non già triplice e distinta, concupiscibile, irascibile e razionale, come voleva Platone. A riprova, dice Dante, è sufficiente riflettere sul fatto che, quando si ode o si vede cosa che fortemente colpisce uno dei nostri sensi, si è talmente presi che "vassene il tempo e l'uom non se n'avvede"; come dire, la facoltà che percepisce lo scorrere del tempo, pur diversa da quella che ode e vede, viene come assorbita nel suo operare, si perde cioè la percezione del tempo. Questa la premessa per dire che Dante, tutto preso dalla vicenda di Manfredi, non si è accorto che il sole è salito di cinquanta gradi, pari a tre ore e venti minuti, e viene come risvegliato dal grido all'unisono di quelle anime di contumaci "Qui è vostro dimando", ecco il passaggio, come avete chiesto.

Si tratta di un sentiero che uno più stretto ed erto di così è impossibile immaginare, non esistono similitudini capaci di renderne l'idea, neppure il sentiero che porta a Sanleo né quello che conduce su per Bismantova: solo le ali del gran desiderio di salire possono consentire l'impresa; sù dunque con mani e piedi, Virgilio davanti e Dante dietro. Finché, compiuto il primo tratto, giunti finalmente “a la scoperta piana", si ripropone il problema della via da seguire. Una cosa sola è certa, occorre continuare a salire, "nessun tuo passo caggia", proprio perché la sommità è di una tale altezza da sparire dalla vista, e la via talmente ripida "più superba assai/ che da mero quadrante a centro lista", da superare i 45 gradi di pendenza.

Ovviamente Dante è stanco e se Virgilio non vuole salire da solo, dovrà fermarsi anche lui; ma la scorta lo esorta ad un ultimo sforzo, fino ad "un balzo poco in sùe", ancora un balzo; e "sì mi spronaron le parole sue, ch'i' mi sforzai carpando appresso lui", ed eccoli finalmente ad un ripiano a rifiatare un poco e a rimirare il tragitto compiuto, come per ritrovare coraggio ed energia, infatti "suole a riguardar giovare altrui", giova rimirare il tragitto percorso. Il varco angusto dell'entrata, lo stretto sentiero scavato nella roccia, la ripidità del tratto, la distanza e quant'altro, non devono apparire pura scena descrittiva, ma sono l'immagine della dura realtà del Purgatorio, che la letteratura religiosa del tempo descriveva come luogo di pena non molto diverso dall'Inferno, quanto alla durezza della pena, se si eccettua la durata, come più avanti si constaterà. Va tuttavia notato che è soprattutto agli inizi che l'impresa è più difficile, sia nell'antipurgatorio che nel Purgatorio vero e proprio; infatti la disposizione qui è tale che i peccati più gravi si scontano prima; la pena quindi, di cornice in cornice, va decrescendo, come poco oltre dirà Virgilio. Come sempre, i tempi di forzata attesa sono occasione di istruzione. Lo spunto viene a Dante dalla constatazione "che da sinistra n'eravam feriti" dai raggi del sole: Virgilio ne legge i pensieri e spiega che l'emisfero di Gerusalemme e quello del Purgatorio "amendue hanno un solo orizzòn /e diversi emisperi", sono quindi in posizione antitetica, quello che è a sinistra da una parte è a destra dall'altra, e l'equatore è egualmente distante da Gerusalemme e dal monte del Purgatorio. Questo in sintesi quello che nel canto occupa lo spazio di ventisette versi.

Ma Dante è anche preoccupato del cammino che resta, "volentier saprei/ quanto avremo ad andar", e non tanto per la lunghezza del tragitto, ma perché è incredibilmente irto "'1 poggio sale/più che salir non posson li occhi miei", tale da sparire alla vista.

Come sempre Virgilio spiega ed incoraggia, pur senza mai sminuire le difficoltà; e, come poco sopra si accennava, non nasconde la difficoltà dell'ascesa "questa montagna è tale,/ che sempre al cominciar di sotto è grave", tuttavia "quant'uom più va sù, e men fa male". Quindi, quando verrà il momento in cui Dante non avvertirà più la fatica, "ti parrà soave", anzi così "leggero/ com’a seconda giù andar per nave", allora sarai giunto e "quivi di riposar l'affanno aspetta". Virgilio non azzarda altro, sembra limitarsi a presentare l'aspetto fisico del salire "più non rispondo,e questo so per vero", come a dire che il mondo purgatoriale esula in qualche modo, dalle sue competenze, ma lascia intendere una correlazione fra aspetto tettonico della montagna e pena purgatoriale, come del resto è nel campo della virtù e di ogni altra abilità, secondo il principio sopra esposto "sempre al cominciar di sotto è grave" e quanto più uno procede tanto "men fa male". A cogliere le parole conclusive di Virgilio è uno che prontamente chiosa "Forse/ che di sedere in pria avrai distretta.!", come a dire, non illuderti tanto, la strada è ancora lunga e irto è il cammino e prima di giungere in vetta troppe volte dovrai sederti! E chi parla, vedremo, di stanchezza è esperto. Al suono di questa “voce” i nostri due si girano e vedono "a mancina un gran petrone,/ del quale né io né ei prima s'accorse"; vi si dirigono e lì dietro trovano "persone/ che si stavano a l'ombra dietro al sasso/ come 1 'uom per negghienza a star si pone".

Siamo di fronte alla categoria dei negligenti, di coloro che tardarono a pentirsi dei loro peccati. Ma perché il discorso non appaia troppo astratto e dottrinale, Dante lo incorpora in un'immagine, che non dimenticheremo facilmente: la pigrizia fatta persona. Come nel canto precedente Dante, con il suo attento spirito di osservatore, aveva materializzato il senso di meraviglia con quel gregge di anime quali pecore imitative ciascuna di quella che le sta innanzi, così qui è l'occhio pigro di Belacqua a tratteggiare l'immagine della pigrizia, "e un di lor, che mi sembiava lasso,/ sedeva e abbracciava le ginocchia,/ tenendo '1 viso giù tra esse basso"; si tratta di Belacqua, è lui che ha commentato le parole di Virgilio, ma senza muoversi, fermo nel consueto atteggiamento del pigro: Dante, giunto ormai lì vicino, manifesta il suo stupore a Virgilio "adocchia/ colui che mostra sé più negligente/ che se pigrizia fosse sua serocchia'; queste parole sembrano sortire un qualche effetto sull'inerzia di chi, a giudicare dalla pertinenza e dalla prontezza del commento alle parole di Virgilio, sembra, per contrasto, essere uno spirito sveglio e pronto. Ma non si scompone più di tanto "allor si volse a noi e puose mente" a dirci che si era accorto che gli ospiti erano lì vicini, ma non si scomoda più di tanto, solo "movendo '1 viso pur su per la coscia', solo con gli occhi accenna a una parvenza di moto; ma con la consueta arguzia, "or va tu sù, che se ' valente! ". E solo quando Dante, che l'ha riconosciuto, gli si avvicina, fa lo sforzo di alzare anche il capo, ma appena, e ancora una volta per commentare ironicamente "hai ben veduto come '1 sole/ da l'omero sinistro il carro mena?", segno ancora che la straordinaria pigrizia di quest'uomo è solo fisica, ma di mente è sveglio. Dante ne ha sicura percezione, e sorridendo a "li atti pigri e le corte parole" di Belacqua prosegue nel dialogo per sapere, e “Belacqua, a me non dole/ di te omai; ma dimmi: perché assiso/ quiritto se’?". Che Belacqua fosse da sempre e da tutti noto per la sua pigrizia lo conferma Dante stesso, "o pur lo modo usato t'ha ripriso?"; ma intuisce che potrebbe esserci un'altra ragione, e prosegue, oppure “attendi tu iscorta?".

Qui finisce lo sketch di Belacqua ed emerge la funzionalità di questa figura: risponde infatti Belacqua che non è questione di scorte o di guide; lo sapevamo anche noi, lì infatti "ragion ne fruga", ci aveva detto in apertura del terzo canto; una è proprio per quella giustizia che sta lì fermo "andar in sù che porta?", è inutile affrettarsi, non possiamo entrare in Purgatorio, "a’ martìri", perché l'angelo custode di quella porta non lascia passare quelli come noi che ci siamo pentiti all'ultima ora; non ci rimane che attendere tutto quel tempo che abbiamo frapposto fra il peccato e il pentimento rimandato all'ultimo istante della nostra vita, a meno che "orazione in prima non m 'aita/ che surga sù di cuor che in grazia viva".

Vige dunque anche per loro, come per tutti, la possibilità di accorciare il tempo; tuttavia, ammonisce Belacqua, l'anima che prega per le anime del Purgatorio deve essere in grazia di Dio, altrimenti "che val, che ‘n ciel non è udita?". Due dunque sono le categorie di anime che sostano nell'antipurgatorio e che sperano nelle preghiere dei giusti, i contumaci e i pentiti dell'ultima ora. Man mano quindi veniamo scoprendo le leggi che governano la cantica. Per ora basta. Virgilio si avvicina a Dante e lo richiama, "Vienne ornai; vedi ch'è tocco/ meridian dal sole, e a la riva/ cuopre la notte già col piè Morrocco", ossia lì sono le sei di sera, da noi è mezzogiorno, a Gerusalemme le sei del mattino. Come si vede, Dante si serve spesso di perifrasi astronomiche per dare maggiore parvenza di realtà al suo viaggio, che continua, "e già il poeta innanzi mi saliva".








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