Proclamare la Pasqua del Signore



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Icone del «Santo»

La liturgia celebra il Santo e i santi, non la santità. Non si occupa di idee teologiche astratte. Il memoriale liturgico si radica in eventi e persone, non in idee. Nello stesso tempo una fede non solo di testa, ma fatta anche di cuore, di vista, di udito, di tatto, di movimento pellegrinante, tende a rappresentare, a «immaginare». Si può allora capire perché Oriente e Occidente molto presto hanno affiancato all’iconografia di Cristo e degli eventi centrali della storia della salvezza anche le immagini dei santi, i cicli della vita della Madonna le storie dei martiri o dei santi locali. Il santo è icona del divino e la sua persona è segno di una storia salvata. Allora non è ininfluente per una adeguata formazione cristiana il come rappresentiamo i santi, dove ne esponiamo le immagini alla venerazione nell’aula ecclesiale, con quali generi letterari ne raccontiamo l’esperienza di fede e con quali linguaggi visivi li rappresentiamo o, meglio, li ripresentiamo perché i fedeli diano lode al Dio che li ha resi santi e ne imitino la vita.

Catechesi e liturgia, predicazione e devozione devono tornare ad interrogarsi se davvero certe raffigurazioni dei santi sono eloquenti annunci dell’evangelo della Pasqua o se, invece, comunicano un’idea oleografica della fede. Anche gli antichi luoghi della carità cristiana si erano riempiti di immagini di Volti sofferenti, di Madonne della misericordia, di Pietà, di santi ausiliatori, di santi della carità. I moderni luoghi della assistenza e dell’educazione di quali immagini sono decorati? Di asettici pannelli informativi? Di posters e locandine soltanto? Quali volti di santi possono essere oggi icona concreta e non astratta dell’amore di Cristo che lenisce e medica?




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