Proclamare la Pasqua del Signore



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28.03.2019
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«Immaginare» … l’oltre
Difficile rappresentare la morte. Sembra tramontato il tempo dei giudizi universali, delle danze macabre, delle tibie incrociate e dei teschi barocchi, della falce della morte, della clessidra che si svuota… Ora amiamo circondarci delle foto dei morti di quand’erano vivi. E come è anche fragile la rappresentazione occidentale della risurrezione. Al di là di un nerboruto Risorto che esce da un sepolcro con guardie accasciate e attonite non abbiamo saputo creare. Difficile rappresentare il mistero pasquale. Così da un paio di secoli preferiamo sulle tombe dei nostri raffigurare il dolore, il dolore dei vivi. Ugualmente nelle aule delle nostre assemblee da cinquecento anni dalle absidi ci guardano estatici santi in ricche ancone e pesanti paludamenti. Lo sguardo dell’assemblea radunata sulla terra non è più rivolto al Pantocratore inizio e fine del tempo, che tiene aperto il libro della vita e alza la mano per dire una parola eterna.

Difficile rappresentare la speranza della risurrezione sulle nostre tombe e l’escaton nelle nostre chiese. Eppure se la catechesi tornasse a narrare gli eventi operati dal Dio della vita e racchiusi nelle Scritture ci consentirebbe di dipingere immagini di risurrezione. Se la liturgia non temesse di acclamare il Signore e Sovrano della vita e della morte, anticipando il cielo in terra e aprendo la terra alle cose ultime ci toglierebbe il falso pudore di raffigurare il futuro nel tempo. Se la carità fosse più consapevole che durerà più della fede e della speranza, forse i nostri cimiteri racconterebbero e «immaginerebbero» con visioni d’avvento la morte e dei giusti e dei peccatori.







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