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Scuola di specializzazione per le professioni legali – Università degli studi di Roma Tre

Lezione del 12 novembre 2009

Prof. Domenico Dalfino

Cass., sez. lav., 13-06-2005, n. 12636.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Pretore di Bari, in parte accogliendo la domanda proposta da Maria Bisceglia, condannava la Banca Carime s.p.a. ad inquadrare la predetta nella categoria dei funzionar di seconda a decorrere dall'8/10/1990.

Il Tribunale di Bari rigettava l'appello proposto avverso la sentenza pretorile dalla Banca; in particolare, il Tribunale innanzitutto rilevava la nullità del mandato rilasciato al proprio difensore dalla Carime in primo grado con conseguente nullità della costituzione in giudizio e della successiva attività difensiva (ivi compresa l'assunzione di un teste), affermando che il giorno di deposito della memoria di costituzione (da ritenersi coincidente con quella di rilascio del mandato), la persona che in tale atto veniva indicata come legale rappresentante della Banca in qualità di vicepresidente non rivestiva più tale carica e che trattandosi di un'ipotesi di difetto del potere di rappresentanza in epoca anteriore al rilascio del mandato, non era applicabile il principio della insensibilità della procedura al mutamento delle persone fisiche preposte agli organi dotati di rappresentanza esterna delle persone giuridiche.

Il Tribunale, poi, escludeva che fosse configurabile la nullità del ricorso introduttivo eccepita dall'appellante, rilevando, tra l'altro, che nel ricorso era stato richiamato l'art. 1 c.c.n.l. per i dirigenti e funzionari della Cassa di Risparmio, con riferimento ai contratti del 1987 e del 1991 e che tali contratti erano stati depositati unitamente al ricorso. Nel merito, il tribunale rilevava che, almeno da due anni dopo il conseguimento dell'iscrizione all'albo dei Procuratori Legali, le mansioni svolte dalla Bisceglia nell'ambito dell'ufficio legale della Banca apparivano caratterizzate dall'elevato grado di professionalità e dalla responsabilità diretta richiesta dalla normativa collettiva per l'inquadramento nella categoria dei funzionari, tanto evincendosi sia dalla prova documentale (con particolare riguardo alla procura generale rilasciata alla Bisceglia dal Presidente del consiglio di amministrazione e agli atti giudiziari redatti dalla predetta) che dalla prova testimoniale.

Avverso tale sentenza propone ricorso per Cassazione la banca; resiste con controricorso la Bisceglia - Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 414, 421, 164 e 156 c.p.c., nonchè vizi di motivazione, la ricorrente censura la sentenza impugnata per aver il Tribunale escluso la dedotta nullità del ricorso introduttivo di primo grado.

Secondo la banca, in tale ricorso la Bisceglia avrebbe indicato le mansioni svolte e le ragioni della rivendicazione della qualifica di funzionario solo in maniera generica, limitandosi ad affermazioni apodittiche, prive di valore giuridico, ed, inoltre, si sarebbe limitata in ricorso ad un generico richiamo all'art. 1 del c.c.n.l., senza individuare l'anno di riferimento del contratto invocato e, in ogni caso, senza allegare il testo contrattuale.

Col secondo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 125 e 83 c.p.c., nonchè 2967 c.c., oltre che vizi di motivazione, la ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui il tribunale ha affermato che il procuratore della Banca costituito in giudizio era sfornito di mandato perchè il giorno del deposito della memoria di costituzione Vitandrea Sorino, sottoscrittore della procura quale legale rappresentante della suddetta Banca, non rivestiva più la carica di Vicepresidente. A tale proposito, la ricorrente rileva: che, qualora sia parte in giudizio una persona giuridica, la persona fisica che ha conferito, in qualità di organo, il mandato al difensore non ha l'onere di dimostrare tale veste, mentre l'eventuale inesistenza del rapporto organico deve essere provata da chi la eccepisce, prova, nella specie, non fornita dalla Bisceglia; che il principio della irrilevanza del mutamento dell'organo investito della rappresentanza processuale della persona giuridica sulla regolarità del processo trova applicazione anche quando il suddetto mutamento avvenga dopo che la procura è stata rilasciata, ma prima che il processo sia attivato con il deposito in cancelleria o la notificazione dell'atto; che, per, tanto, sarebbe stato essenziale acquisire la prova testimoniale richiesta dalla Banca ricorrente al fine di dimostrare che il conferimento del mandato era avvenuto, antecedentemente al deposito della memoria, in un momento in cui il Sorino era ancora

nella pienezza dei poteri conferitegli dallo statuto sociale.

Col terzo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 12 disp. sulla legge in generale, 1362, 1363, 2095 e 2103 c.c., oltre che vizi di motivazione, la Banca ricorrente censura la sentenza rilevando che i giudici di appello avrebbero omesso di considerare che, al di là dei generici e astratti connotati della categoria di funzionario individuati dalla contrattazione nazionale, la tipizzazione (graduazione e individuazione) della figura del funzionario è rimessa alla contrattazione decentrata, trattandosi di una figura di derivazione convenzionale tipica del mondo bancario, che per tanto può trovare applicazione solo nella volontà contrattuale delle parti.

Secondo la ricorrente, inoltre, i giudici di appello avrebbero anche errato nell'interpretare la declaratoria della contrattazione a livello nazionale, per aver omesso di fare applicazione del canone ermeneutico previsto dall'art. 1363 c.c., non verificando se le espressioni previste dalla declaratoria in esame fossero utilizzate anche in altri punti dal medesimo contratto collettivo e con quale significato.

A parere della ricorrente, inoltre, i giudici di appello avrebbero errato nel ritenere che l'attività della Bisceglia fosse caratterizzata da "responsabilità diretta" ed "elevato grado di professionalità", attribuendo a tal fine esclusiva importanza sia alla procura generale rilasciata alla predetta, senza considerare che tale procura fu rilasciata solo a decorrere da una certa data e che ad essa non può essere attribuito lo stesso valore della cd. "firma sociale" tipica della categoria funzionale, sia agli atti giudiziari redatti dalla Bisceglia. senza considerare che si trattava di atti "ordinari", non complessi e che la professione di avvocato non sempre qualifica ex se l'attività, nel senso che non sempre tale attività professionale può definirsi di "rango elevato".

Col quarto ed ultimo motivo, deducendo vizi di motivazione, la resistente censura la sentenza impugnata rilevando che il Tribunale avrebbe errato nell'interpretazione delle prove testimoniali, attribuendo eccessivo rilievo ad alcune circostanze emerse da alcune prove testimoniali ed omettendo di considerare che, dalle medesime e da altre deposizioni testimoniali arano emersi anche chiari elementi di segno contrario, in particolare:

l'articolazione gerarchica del settore dove lavorava la ricorrente; lo svolgimento da parte della Bisceglia di attività “routinario"; la costituzione in giudizio della Bisceglia sempre insieme ad altro collega cui era stata riconosciuta la qualifica di funzionario.

Le esposte censure sono in parte infondate e in parte inammissibili.

Con riguardo, in particolare, al primo motivo è da rilevare che la valutazione circa la mancata determinazione, nel ricorso introduttivo, dell'oggetto della domanda o la mancata esposizione degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto sulle quali questa si fonda implica una interpretazione dell'atto riservata al giudice di merito, il quale, in sede di appello, può trarre elementi di conforto del proprio convincimento positivo circa la sufficienza degli elementi contenuti nel ricorso dal rilievo che essi consentirono al giudice di primo grado di impostare e svolgere l'istruttoria ritenuta necessaria per la decisione della controversia (v., tra molte altre, Cass. n. 12463 del 2003 e n. 7843 del 2003) e che, per aversi nullità dell'atto introduttivo per mancata determinazione dell'oggetto della domanda e/o mancata esposizione delle ragioni di fatto e di diritto sulle quali essa è fondata, e necessario che risulti impossibile l'individuazione di tali elementi attraverso l'esame complessivo dell'atto, eventualmente anche alla luce della documentazione allegata, pur se non notificata unitamente al ricorso stesso (v., tra le altre, Cass. n. 12059 del 2003).

È, peraltro, da rilevare che l'eventuale nullità del ricorso sarebbe in ogni caso da ritenersi sanabile ex art. 164 co. V c.p.c. e che la mancata fissazione di un termine perentorio da parte del giudice per la rinnovazione dell'atto o l'integrazione della domanda e la non tempestiva eccezione da parte del convenuto ex art. 157 e. p. e. comproverebbero l'avvenuta sanatoria della nullità per raggiungimento dello scopo dell'atto ex art. 156 co. 2^ c.p.c. (V. SS.UU. n. 11353 del 2004).

Nella specie, non risulta dalla sentenza impugnata o dall'odierno ricorso che nella memoria di costituzione in primo grado fu proposta eccezione di nullità in relazione all'art. 157 c.p.c., e, in ogni caso, la mancata concessione di un termine perentorio per integrare la domanda, la compiuta difesa del convenuto anche nel merito, l'istruttoria e la decisione della controversia in primo grado e in appello, comprovano il raggiungimento dello scopo dell'atto.

Con riguardo al secondo motivo di ricorso, e innanzitutto da osservare che, se è vero, secondo la prevalente giurisprudenza di questo giudice di legittimità, che la persona fisica che, quale organo di una società, ha conferito la procura alle liti non ha l'onere di dimostrare tale sua qualità, mentre spetta alla parte che contesta detta qualità fornire la relativa prova negativa (v., tra le altre, Cass. n. 15820 del 2000 n. 14813 del 2003), è anche vero che, quando e posto un onere probatorio a carico di una delle parti, il comportamento processuale della controparte (ad esempio, attraverso l'adozione di una linea difensiva incompatibile con la negazione del fatto da provare) può rendere superflua la prova, posto che, secondo la costante giurisprudenza di questo giudice di legittimità, il comportamento processuale della parte (nel cui ambito rientra anche il sistema difensivo adottato nel processo a mezzo del procuratore) può costituire unica e sufficiente fonte di prova e di convincimento del giudice e non soltanto elemento di valutazione delle prove già acquisite (v., fra le tante, Cass. n. 1658 del 2005; n. 2273 del 2005; n. 10628 del 2002).

Nella specie, avendo la Bisceglia affermato che il giorno del rilascio della procura (identificato con il giorno del deposito della memoria di costituzione) Vitoandrea Sorino non era più vice presidente della Carime spa, quest'ultimo non ha negato la circostanza, ma si e offerta di provare che la procura alle liti era stata rilasciata in epoca antecedente al deposito della memoria di costituzione.

Tanto premesso, e in ogni caso da rilevare che, prescindendo dalla valutazione della linea difensiva assunta dalla Banca con la richiesta di prova testimoniale, la mancata contestazione, da parte della Carime spa, della circostanza addotta dalla Bisceglia esonerava quest'ultima dalla relativa prova.

E vero che il cd. "principio di non contestazione" e stato affermato dalla sentenza n. 761 del 2002 S.U. (e della giurisprudenza successiva) in relazione agli artt. 166 e 416 c.p.c., perciò con riguardo alla posizione del convenuto e con riferimento ai fatti posti a fondamento della pretesa, tuttavia già con sentenza n. 3245 del 2003 questa Corte ha ritenuto che l'onere di contestazione può gravare i anche sull'attore, ove oneri di allegazione (e prova) gravino sul convenuto, e, con sentenza n. 24103 del 2004, questa Corte, pur ribadendo la non applicabilità del principio di non contestazione ai cd. "fatti processuali", ha tuttavia distinto tra questione processuale e fatti condizionanti tale questione, rispetto ai quali sussisterebbe l'onere di contestazione.

A tale ultimo proposito, è però da rilevare che il principio della non applicabilità dell'onere di contestazione ai fatti processuali non trova riscontro sull'ordinamento e che la necessità di prestare formale ossequio a tale principio può condurre ad operare distinguo non necessari e poco chiari.

L'onere di contestazione tempestiva infatti, non è desumibile soltanto dagli artt. 166 e 416 c.p.c., ma è principio che informa di sè tutto il sistema processuale, posto che, per un verso, il carattere dispositivo del processo ne comporta una ineludibile struttura dialettica a catena e che, per altro verso, l'incalzante organizzazione di preclusioni tende ad attribuire alle parti (ad entrambe ed ogni caso) l'onere di collaborare fin dalle prime battute processuali a circoscrivere l'ambito controverso. Peraltro, un onere di contestazione è ricavabile anche dai principi di lealtà e probità posti a carico delle parti, ma, soprattutto, dal generale principio di "economia" che deve sempre informare il processo, soprattutto in relazione al fattore "tempo", avendo riguardo al novellato art. 111 Cost. e tenuto conto che tutti colora che partecipano al processo (ivi comprese le parti) devono collaborare alla sua ragionevole durata.

Per quanto esposto, deve, in definitiva, ritenersi che, ogni volta che sia posto a carico di una delle parti (attore o convenuto che sia) un onere di allegazione (e prova), l'altra parte ha l'onere di contestare il fatto allegato nella prima difesa utile, dovendo, in mancanza, ritenersi tale fatto pacifico e, quindi, non più gravata la controparte del relativo onere probatorio, senza che rilevi la natura di tale fatto, potendo perciò trattarsi anche di un fatto la cui esistenza incide sull'andamento del processo e non sulla pretesa in esso azionata.

Venendo all'esame di un altro profilo di censura espresso nel medesimo secondo motivo, è da evidenziare che il principio della irrilevanza del mutamento dell'organo investito della rappresentanza processuale della persona giuridica sulla regolarità del processo iniziato in forza di procura rilasciata dal precedente rappresentante può trovare applicazione anche quando il suddetto mutamento avvenga dopo il rilascio della procura ma prima che il processo sia attivato col deposito in cancelleria o con la notificazione dell'atto (V., tra le altre Cass. N. 14137 del 1999), tuttavia è evidente che tale principio non può operare quando il mutamento dell'organo sia avvenuto prima del rilascio della procura, come ipotizzato nella sentenza impugnata.

Con riguardo agli "strumenti" probatori idonei ad accertare la data di rilascio della procura, è da rilevare che le forme previste dall'art. 83 c.p.c. in relazione all'art. 125 c.p.c. per il conferimento della medesima tendono a garantire la giuridica certezza circa la sua esistenza, il momento del suo rilascio e, quindi, la riferibilità alla parte dell'operato del procuratore, risultati realizzabili solo attraverso documenti facenti piena prova fino a querela di falso, dovendo pertanto escludersi che i requisiti di certezza circa l'esistenza e la data della procura possano essere integrati da elementi esterni all'atto (v., tra le altre, Cass. N. 2168 del 1993 e n. 7155 del 1983) e, a fortiori, che possano essere provati per testimoni.

Tanto premesso, dalla lettura degli atti (consentita a questo giudice in relazione alla deduzione di errores in procedendo) risulta che la procura alle liti rilasciata dal Sorino in primo grado e priva di data, tuttavia, quando la procura alle liti sia rilasciata non con atto pubblico o fai scrittura privata autenticata, ma, come nella specie, in calce o a margine di uno degli atti processuali indicati nel terzo comma dell''art. 83 c.p.c., deve ritenersi in considerazione dello stretto rapporto esistente tra la procura e detto atto (rapporto prevedente una "contestualità spaziale", nel senso che la procura deve essere rilasciata sullo stesso foglio o su foglio congiunto materialmente all'atto cui si riferisce), che vi sia stata una contestualità anche temporale, pure in virtù della qualità professionale dell'unico soggetto che autentica la firma in calce alla procura e redige l'atto processuale cui tale procura accede.

D'altro canto, la mancanza di un requisito come la data, essenziale al fine di individuare il momento del rilascio della procura (e l'impossibilità di desumere tale requisito da elementi extratestuali) dovrebbe comportare la nullità della procura, se non si presumesse la coincidenza della data di rilascio della medesima con la data dell'atto cui essa accede (sul punto, tra le altre, v. casa. N. 1058 del 2001).

Nella specie, la memoria di costituzione delle Carime spa in primo grado, cui accede la procura alle liti prima di data, reca una data coincidente con quella di deposito dell'atto pertanto correttamente (sia pure attraverso un percorso argomentativo in parte diverso) il giudice d'appello ha identificato tale data come quella di rilascio della procura, escludendo l'ammissibilità di prova testimoniale intesa ad accertare che la suddetta procura era stata rilasciata in epoca diversa e precedente.

Con riguardo al terzo motivo pel ricorso ed in relazione alla censura di omessa considerazione della necessità di tipizzazione della figura del funzionario, quanto ad articolazione gradazione ed individuazione, attraverso la contrattazione decentrata, e appena il caso di osservare che il rinvio, da parte della contrattazione collettiva nazionale, alla contrattazione decentrata non esclude che, qualora non siano, inter venuti accordi a livello locale, il giudice possa decidere ugualmente la controversia sulla base delle previsioni dalla contrattazione nazionale (v. casa. M. 12412 del 2002).

Pertanto, al fine di dimostrare la "decisività" della questione non considerata dal giudice di merito, e, in ogni caso, il proprio interesse all'impugnazione la ricorrente non poteva in questa sede limitarsi a dedurre l'esistenza di un rinvio agli accordi in sede locale, ma doveva dedurre che tale accordi intervennero ed eventualmente indicarne il tenore (riportando per esteso il contenuto dei medesimi, in omaggio al principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione); nella specie, nè in sede di ricorso ne in sede di memoria illustrativa ai sensi dell'art. 378 c.p.c. la ricorrente che pure si è diffusa sull'argomento. mai affermato espressamente l'esistenza di tale accordi o chi anche solo in qualche modo individuati, anche solo accennato al loro contenuto, ne risulta in alcun modo che tanto abbia fatto nel corso del giudizio di merito.

Peraltro, è appena il caso di aggiungere che anche la questione relativa soltanto all'esistenza del rinvio alla contrattazione decentrata è stata affrontata nel ricorso senza specificare se e quando essa era stata posta nel giudizio di merito e senza che tanto risulti dalla sentenza impugnata, mentre la precisazione sul punto e intervenuta solo nella memoria depositata ai sensi dell'art. 378 c.p.c. benchè, secondo la costante di giurisprudenza di questo giudice di legittimità, tale memoria abbia solo formalità illustrative, e non possa in alcun modo servire per specificare, ampliare modificare il ricorso, (v., tra le tante, Cass. N. 14570 del 2004; n. 10683 del 2003; n. 9387 del 2003; n. 16345 del 2005). Quanto alla censura di omessa applicazione del canone ermeneutico previsto dall'art. 1363 c.c. nell'interpretazione della declaratoria a livello di contrattazione nazionale, è appena il caso di osservare che, pur avendo, nell'interpretazione della disciplina collettiva, particolare rilievo il criterio previsto dal citato art. 1363 c.c. resta preminente il criterio letterale, che ove risulti univoco, non consente il ricorso ad ulteriori canoni ermeneutici, da ritenersi sussidiar e complementari, sempre che l'utilizzo del criterio letterale non si ponga in contrasto con la finalità della ricerca delle reale volontà delle parti contraenti, costituente norma dell'art. 1362 c.p.c., l'obiettivo dell'attività ermeneutica (v. caso. N. 269 del 2005, ' n. 22004 del 2004; n. 14850 del 2004; n. 14284 del 2004).

Pertanto. nel formulare la generica censura di omesso ricorso al canone interpretativo previsto dall'art. 1363 c.c., la ricorrente avrebbe dovuto dedurre che il dato letterale era ambiguo e richiedeva perciò il ricorso a criteri sussidiari. oppure il suddetto dato letterale era solo apparentemente univoco, perchè la declaratoria in questione era contenuta in una clausola ampia e articolata in diverse parti o disposizioni, l'interpretazione delle quali non poteva prescindere dalla lettura dell'intera clausola, ovvero perchè espressioni usate nel testo da esaminare erano riportate in altri punti del medesimo contratto con differenti significati, tradendo così una ipotizzabile volontà delle parti diversa da quella emergente dal mero dato letterale, solo apparentemente univoco. In ogni caso, oltre ad evidenziare, nelle specie, la necessità del ricorso al canone ermeneutico invocato, la ricorrente, in omaggio al principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione, avrebbe dovuto riportare integralmente le parti o clausole del contratto in relazione alle quali era ravvisabile la necessità della interpretazione complessiva (v., tra le altre, Cass. N. 12775 del 2004).

Le ulteriori censure esposte nel terzo motivo vanno esaminate congiuntamente a quelle esposte nel quarto per evidente connessione, essendo tutte intese a denunciare il malgoverno delle risultanze probatorie da parte del giudice di merito, ed, in particolare, l'eccessivo rilievo attribuito ad alcune circostanze emergenti dall'istruttoria e la sottovalutazione di altre.

A tale proposito, è preliminarmente da rilevare che il vizc&0 di omessa o insufficiente motivazione sussista solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile una obiettiva deficienza del criterio logico che lo ha condotto alla formazione del proprio convincimento e non può consistere nella difficoltà dell'apprezzamento delle prove e dei fatti operato dal giudice di merito rispetto a quello auspicato dalla parte, spettando solo a detto giudice individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione o dare prevalenza all'uno o all'altro mezzo di prova, salvo i casi, tassativamente previsti dalla legge, in cui alla prova è attribuito valore legale, (v., tra le tante Cass. n. 15693 del 2004; n. 13474 del 2004; n. 584 del 2004).

Tanto premesso, e prescindendo da ogni altra considerazione, è appena il caso di aggiungere, con riguardo al rilievo della, ricorrente attribuito alla asserita organizzazione gerarchica dell'ufficio, che l'attività svolta dalla Bisceglia (iscritta nell'elenco speciale afflusso agli albi degli avvocati e procuratori ai sensi degli artt. 3 e 4 R. D. l. n. 1578 del 1933) non poteva che essere caratterizzata da "responsabilità diretta", dovendosi escludere alla luce della legge professionale e, soprattutto, di quella processuale, che un professionista ("gerarchica" o meno che sia l'organizzazione dell'ufficio di appartenenza) possa redigere atti giudiziari o partecipare ad udienza senza la responsabilità "diretta" della propria attività.

Inoltre, con riguardo all'asserito carattere "routinario" degli atti predisposti dalla Bisceglia, è da rilevare che non appare corretto qualificare in astratto alcuni atti giudiziari come meno complessi o meno impegnativi professionalmente, non potendo la complessità dell'atto e l'impegno professionale richiesto essere valutati soltanto in relazione alla tipologia e che perciò gli apprezzamenti della ricorrente in proposito si configurano come inammissibilmente generici, dovendosi peraltro rilevare che la parte che lamenti l'omessa o insufficiente valutazione di un fatto decisivo, ovvero l'eccessivo rilievo attribuito ad altro fatto, deve, per il principio di auto sufficienza del ricorso per Cassazione, riportare integralmente il testo delle relative prove documentali, verso il processo verbale di quelle testimoniali, per consentire al giudice di legittimità di valutare la decisività del suddetto fatto.

Per tanto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese, liquidate come in dispositivo, vanno poste a carico della parte soccombente.

P.Q.M.


Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in euro 68, 00, oltre a euro 2.500, 00 per onorari (nonchè spese generali e accessori di legge.






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