Prof.!?! Ma io avevo studiato!



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22.05.2018
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Vademecum del perfetto studente – la prova orale

“Prof.!?! Ma io avevo studiato!”. Ecco le parole che un professore ha sentito infinite volte ripetersi dopo un’interrogazione andata male – o non così bene come lo studente avrebbe preteso. Quante frasi rutilanti verrebbero in mente al professore, in quel momento; quante stilettate sarcastiche… Ma tace: è prossimo alla santità, non può arrendersi proprio ora, non può scivolare adesso, a un passo dal traguardo. Giobbe, un dilettante.

Il professore, ahilui, prova a spiegare, a individuare dei limiti, a indicare gli errori, a evidenziare le lacune a cui si deve porre rimedio. Lo ha già fatto. Sa che anche questa volta la maggior parte dei suoi suggerimenti cadranno nel vuoto, verranno dimenticati e torneranno come fantasmi alla prossima interrogazione. Pazienza. Conta solo il voto (il voto non conta nulla!).

Ecco che allora il professore prova a mettere nero su bianco ciò che è necessario fare se si intende seriamente fornire una buona prestazione ad una prova orale.

Intanto vediamo di analizzare (cartesianamente) il problema “interrogazione”, scomponendolo nelle sue varie parti:


  1. Conoscenza dell’argomento

  2. Proprietà lessicale

    1. Lessico specifico della disciplina

    2. Lessico “generico”

  3. Fluenza verbale

  4. Chiarezza

  5. Atteggiamento

    1. Della voce

    2. Degli occhi

    3. Posturale

Occupiamoci adesso di analizzare ognuno dei sottopunti. Ma prima, per chiarezza: senza impegno, sforzo costante, lavoro, ore di fatica e chi più ne ha più ne metta, non si ottiene nulla di nulla. Secondo punto, sempre per chiarezza: i miglioramenti si notano nel tempo, è difficile che siano immediati.

La conoscenza dell’argomento

È certamente un aspetto fondamentale, poiché senza conoscenza ognuno dei punti successivi risulta inutile. Conoscere un argomento non significa leggerlo due volte il giorno prima; non significa neppure averlo appreso a memoria. Conoscerlo significa averlo elaborato con la propria testa.

Buona norma è leggere una prima volta. Quindi: leggere una seconda volta sottolineando i punti che si ritengono essenziali (possibilmente: non sottolineare tutto!). Se non si è capito qualcosa (una parola, un concetto) non si tira dritto: ci si ferma e si cerca di capire. Poi: studiando, chiedersi sempre se ci sono collegamenti tra le nozioni apprese (e magari, con altre discipline).

La conoscenza si deve articolare attorno ai concetti chiave. I concetti chiave costituiscono una strada che deve essere perfettamente conosciuta: attorno ad essi, poi, si accumulano spiegazioni e dettagli. Ma se non si ha presente la strada principale, ci si perde. Mi viene questa metafora: la differenza tra chi riesce a distinguere i concetti nodali da quelli secondari e da chi non lo fa è la stessa che c’è tra una città (organizzata, strutturata) e un bosco. Per questo possono risultare utili mappe o schemi.



Breve annotazione su mappe e schemi: servono a rendere visibili (e quindi più facilmente memorizzabili) i punti centrali e i collegamenti tra i vari concetti. Ognuno ha il suo stile, ma di norma riempire troppo una pagina e non differenziare tra elementi essenziali ed elementi secondari risulta inefficace. La conoscenza è vera conoscenza se c’è ordine e organizzazione.

Dopo aver ascoltato una domanda dell’insegnante bisogna rispondere a tono. Niente giri larghi: già la prima frase deve andare dritta al punto, successivamente si allarga il discorso. Normalmente si deve procedere dal generale al particolare; dall’astratto al concreto; dalla definizione all’esempio.

Si deve procedere… Non basta la prima frase, quella che va dritto al punto. Poi bisogna spiegare, argomentare, ampliare, portare esempi (possibilmente senza farsi imbeccare dall’insegnante).

Se la domanda richiede collegamenti, richiede un po’ di riflessione, buona norma è non tacere: riflettere ad alta voce, far vedere che le conoscenze non sono lì appiccicate per puro caso, ma sono strumenti che si sanno gestire e utilizzare. Magari non si arriva alla corretta soluzione, ma si è comunque mostrato di non aver solo appreso mnemonicamente nozioni prive di significato.

Una nota: i professori fanno sempre le stesse domande, alla fine. Ascolta quando interrogano, invece di fare i fatti tuoi (e magari annota le domande).

La conoscenza non è tutto, però. Non basta affatto: le conoscenze bisogna anche saperle proporre, sapersi esprimere. Se sai qualcosa, ma non sei chiaro quando ti esprimi, è come se tu in realtà non sapessi nulla. La trasmissione della conoscenza avviene tramite il linguaggio: se il tuo linguaggio non è adeguato, addio anche alla trasmissione della conoscenza…

Lessico

Ogni disciplina ha il suo lessico specifico. Bisogna saperlo, bisogna usarlo. Sono gli strumenti del mestiere.

Se un concetto filosofico ha un nome, bisogna saperlo. Conoscere il concetto in sé va benissimo, anzi, è indispensabile: ma se non si sa il nome di quel concetto, si perde qualcosa.

Se un evento storico ha un nome, “un’etichetta”, bisogna saperlo. Raccontare l’evento è indispensabile; ma se non si conosce anche “l’etichetta”, si perde qualcosa.

C’è poi il lessico generico. Utilizzare sempre le solite poche medesime consuete usuali e comuni parole è davvero limitante. Variare il lessico, renderlo più calzante rispetto a ciò che si sta affermando, è centrale se si vuole arrivare a buone prestazioni. Non bisogna mai accontentarsi dei vocaboli che si conoscono. Le parole sono idee e concetti: più parole si sanno, più si è intelligenti, più il mondo prende colore, più la realtà assume sfumature diverse. Quindi: se incontri una parola che non conosci (leggendo il libro, ascoltando il professore)… stop! Cercare la definizione, chiedere al professore: e memorizzare, imparare, possibilmente utilizzare (altrimenti si dimentica). Per imparare nuove parole: leggere molto. E magari utilizzare spesso un dizionario dei sinonimi e dei contrari (possibilmente di quelli ragionati, che spiegano la differenza tra i vari vocaboli).

Fluenza verbale

Se ti impappini in continuazione, l’impressione che ne risulta non è affatto buona. Se butti lì le cose che devi dire, una dopo l’altra, senza legami, aspettandoti che il professore rimetta tutto insieme come davanti a dei pezzi di puzzle, non va bene. Se ti interrompi di continuo, cercando le parole, mostrando incertezza, non va bene.

Devi invece essere capace di procedere in autonomia, e la tua espressione deve essere, come detto, fluente. Come fare? Bisogna ripetere ad alta voce, più volte (soprattutto all’inizio). Se c’è qualcuno che ascolta, meglio. Altrimenti, ci si registra (così si può sentire quanto si fa schifo). Se non si riesce ad essere spediti, si biascica, “ehmmm” è la parola più pronunciata, si ricomincia. Se non siamo in grado di utilizzare altre parole per dire le stesse cose, si ricomincia. Bisogna essere testardi, se si vuole migliorare.

Si deve essere in grado di gestire tutto l’argomento in autonomia, insomma: se l’insegnante non interviene, non può neppure metterti in difficoltà!



Chiarezza

L’obiettivo di ogni comunicazione è la chiarezza. Rispettando tutto ciò che si è detto finora, la chiarezza dovrebbe risultare quasi naturale, ma non è detto. Come si fa a sapere se si espone in modo chiaro? Bisogna ripetere (ancora una volta) ad alta voce… ma ci deve essere qualcuno che ci ascolti – il più severamente possibile. Se si trova qualcuno a digiuno dell’argomento è meglio: se capisce, ci siamo.



Atteggiamento

Anche l’atteggiamento ha la sua rilevanza.

La voce: non parlare a bassa voce, non far tendere l’orecchio all’insegnante (io poi sono pure sordo); non tenere un ritmo troppo blando e lento, che dopo un po’ stanca e annoia; cerca di cambiare tono, ogni tanto, e non essere monocorde.

Gli occhi: l’interlocutore si guarda negli occhi, possibilmente. Occhi bassi, atteggiamento remissivo, non fanno buona impressione.

La postura: rivolti verso l’interlocutore, non chiusi in se stessi. Bisogna mostrare fiducia, anche se non la si ha. Spalle dritte. Seduto composto. Niente incertezze. Gesticolare? Un po’, perché l’immobilità da mummia annoia… I gesti devono servire a sottolineare i passaggi, seguono il ritmo dell’argomentazione; non devono invece essere l’annaspare del naufrago… (esempio: chi gesticola esageratamente perché non trova le parole per esprimersi e si improvvisa mimo).

Ultimi consigli

Se non si sa qualcosa? Deprimersi! No, mai deprimersi. Capita. Capita a tutti. Si va avanti, ci si concentra su ciò che viene dopo, sulla domanda successiva.

Se non viene in mente qualcosa? Prendere tempo… Ma parlare, possibilmente.

E cercare di mostrarsi coinvolti, dall’interrogazione e dall’argomento. A volte non è vero, ma anche questo fa la sua parte.



Ansia? È normale averne un po’, e se non è eccessiva serve a farci rendere meglio. La fiducia nel proprio lavoro e la consapevolezza dell’impegno profuso attenuano l’ansia: quindi, al lavoro.



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