Prospettive internazionali sull’educazione



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LA SFIDA EDUCATIVA: PROSPETTIVE INTERNAZIONALI

Treviso, 24 novembre 2008

Ringrazio dell’invito rivoltomi.

Ho cercato di schernirmi, adducendo la ragione degli impegni e anche della mia consapevolezza di incompetenza a parlare di un tema così delicato ed importante davanti ad un pubblico così qualificato: mi si è risposto con una gentile ma ferma insistenza, dicendomi che il “titolo” per parlarvi qui non era la preparazione scientifica, ma l’esperienza di vita, la conoscenza del mondo e dei giovani. “Lei gira il mondo, mi è stato detto, vede i giovani e le realtà educative nelle quali operano i Giuseppini nei vari continenti… venga a raccontarci quello che vede, venga a farci riflettere, magari ad aprirci gli occhi e il cuore alla realtà che è più ampia e più complessa di quella che non viviamo ogni giorno, ma che è profondamente interconnessa con la nostra vita…”

“Che cosa ci aspettiamo? Che Lei ci dia degli spunti, relativi all’educazione, che coglie attraverso la sua missione nei vari paesi che visita…”

Così ho accettato l’invito, e vi dico che le mie riflessioni sono il racconto di ciò che ho visto e vedo, non senza naturalmente una mia interpretazione dei fenomeni.

Sono appena tornato da un viaggio in Argentina e Cile, dove oltre che visitare le realtà apostoliche – in maggior parte educative – della mia congregazione, ho partecipato ad un Convegno Pedagogico internazionale dal titolo “Dejarse amar para evangelizar”… tra pochi giorni partirò per l’Africa, la Guinea Bissau… vi trasmetterò una riflessione che raccoglie pensieri e sensazioni che vengono da queste esperienze…

Comincio con qualche dato che ho sentito di recente e terminerò con un racconto.

I dati con cui mi introduco li ho sentiti qualche settimana fa in una trasmissione radiofonica.

In Italia ci sono attualmente circa 3 milioni e 600 mila “stranieri” (uso questo termine per farmi capire, ma lo ritengo culturalmente inadeguato) – che provengono da altri paesi del mondo. Questo significa il 6% della popolazione che vive in Italia. Sono il 17% di più rispetto all’anno scorso. I rumeni in Italia sono 1 milione.

Questi dati per dirvi che quando parlo delle prospettive internazionali dell’educazione, non parlo di un posto che sta chissà dove, parlo di noi, del nostro paese, della nostra Italia. Credo che ognuno dei vostri figli ha qualche compagno di classe non italiano…. Dunque questa “internazionalità” è già il contenuto del nostro contesto relazionale, e probabilmente ne è sempre più la prospettiva.

E’ uscito di recente nella sale cinematografiche italiane un film di produzione francese, dal titolo “La class – Entre les murs”: ve ne consiglio caldamente la visione perché esso rappresenta bene il nostro oggi e il nostro domani. Si racconta delle avventure educative di un insegnante alle prese con una classe di una periferia di una città francese, una classe composta da ragazzi provenienti da diversi paesi, con differenti culture e diverse, e anche contrapposte, sensibilità.

La prima cosa che vorrei dirvi è questa. A me sembra che i nostri giovani siano costitutivamente “aperti” a questo mondo, in cui luoghi e flussi si intrecciano, assai più di noi adulti, che forse culturalmente capiamo quello che sta succedendo, ma in pratica lo viviamo con preoccupazione, ne abbiamo paura.

I giovani che io vado conoscendo nel mondo non hanno paura della diversità, della differenza, ne sono preoccupati un po’ meno di noi adulti. I giovani si sentono già cittadini del mondo, assai più di noi.

Credo che a noi educatori è chiesto di valorizzare al meglio questa disponibilità dei giovani, da veri educatori, cioè traendo fuori e facendo crescere qualcosa che essi hanno dentro il cuore.

Vi racconto due storie.

Una è quella di Antonio.

Ho incontrato Antonio, un giovane italiano che, dopo un anno di esperienza di volontariato in Ecuador, ha deciso di far diventare questa scelta una prospettiva per la sua vita.

Devo ritornare e restare” mi ha detto.

Perché? Cosa ti fa decidere questo?”

La gioia che mi restituiscono i ragazzi che incontro ogni giorno e per i quali spendo il mio tempo”.

Antonio lavora a Quito, al Fundeporte, un’ organizzazione animata dal sacerdote giuseppino P. Sereno Cozza, che raccoglie i ragazzi della strada e si cura del loro reinserimento sociale, attraverso l’istruzione, l’attività sportiva e la formazione al lavoro.

Ogni giorno Antonio prepara il pranzo per quasi 500 ragazzi e poi insegna loro a fare il pane, la pizza, la pasta nei laboratori pomeridiani.

Ho un ristorante vicino a Roma – mi dice – ma ho lasciato che lo portino avanti i miei genitori…

E… i soldi?” gli dico.

Mi guarda fisso e profondo, quasi sorpreso dalla domanda, ma per nulla imbarazzato; mi risponde: “Quando mi sveglio alla mattina sono contento e mi viene voglia di cantare, e durante la mia giornata, che è di lavoro duro, un ragazzino del Fundeporte che mi sorride è un’esperienza impagabile, anche perché ora so quanta sofferenza hanno visto e patito quegli occhi. Ora che mi sono accorto del bene che posso fare… non ce la faccio a smettere!”.


Un giorno, in una mia visita in Spagna, ho incontrato un gruppo di operatori di un centro diurno, alle prese quotidianamente con ragazzi molto difficili e mi sono sentito dire la stessa cosa:

No es por el sueldo, padre…”: ciò che riceviamo in termini di pienezza e di senso per la nostra vita, stando accanto a questi ragazzi è molto di più di quello che cerchiamo di dare loro e vale infinitamente di più della paga! No es por el sueldo.


Un sociologo in un suo recente libro scrive che l’animo dei giovani di oggi è abitato da un’ospite inquietante: il nichilismo, cioè il vuoto, il non senso: “Il nichilismo si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive ed orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le loro passioni, rendendole esangui.” (U. Galimberti, L’ospite inquietante)
Ma c’è una via d’uscita: qualcuno l’ha già trovata.
L’altra storia è quella di Tommy.

Tommaso è figlio di una coppia di amici professori dell’università di Milano.

Ha fatto tribolare i suoi genitori sino all’inverosimile durante gli studi liceali e ne è venuto fuori per miracolo. I suoi interessi: la musica con il suo piccolo gruppo, De Andrè, scrivere canzoni un po’ cupe e… vivere in un mondo tutto suo e solo suo.

Al termine degli studi liceali hanno proposto a Tommy un anno di esperienza internazionale. Vai per il mondo – gli hanno detto – rischiando un po’ per il vero – e impara a vivere. Conoscevano un prete a Buenos Aires, nella periferia, lo hanno mandato lì, a fare vita dura, durissima.

L’ho incontrato a Buenos Aires, qualche giorno fa, Tommaso, a Villa Miseria 21. Un posto da spaventarsi solo ad entrarci. Tutto il giorno segue dei bambini e li accompagna nel dopo scuola, al mattino e al pomeriggio. Alla sera si ritira in casa prima che venga buio, perché poi è pericoloso stare fuori. E legge, suona la chitarra, pensa. Credo che soffra un po’ di solitudine. Ma per tre mesi la sua vita è questa.

Lo vado a trovare e lo porto con me per un giorno. Mi racconta che sta imparando molte cose, che comincia a vedere la vita da un altro punto di vista. Ha 19 anni. Mentre siamo a pranzo nella comunità dei Giuseppini di Villa Bosch mi dice con semplicità, prendendo un mandarino dal cestino della frutta: “Lo sai, sono due mesi che non mangio un frutto; lì nella casa che condivido con alcuni ragazzi argentini, tutti i giorni si mangia carne e patate, ma sono buone!”

Forse questi tre mesi a Buenos Aires lo stanno facendo crescere più di tutti gli anni del liceo.
C’è poi la storia di Enrico.

Enrico è un ragazzo di queste parti, che ho incontrato in Sierra Leone nel gennaio scorso.

Lavorava per una società di computer, guadagnando tra l’altro dei bei soldi. Ha voluto fare un mese di volontariato in missione in Sierra Leone. Quando è tornato, la vita di qui non gli è bastata più.

……
Una settimana fa a Viterbo ho incontrato un gruppo di una dozzina di ragazzi e ragazze provenienti da varie zone d’Italia che stavano concludendo un corso di formazione in preparazione all’anno di volontariato internazionale: erano in partenza chi per l’Argentina, chi per la Sierra Leone, chi per la Romania, chi per l’Albania…

Ho conversato un po’ con loro e mi è parso di legger nei loro occhi quello che si può leggere negli occhi dei giovani di oggi…. la voglia di avventura, certo, ma anche la percezione o l’intuizione – che è tipica del giovane – che il mondo è più grande di quel che si immagini e che oggi solo a partire dal mondo si può guardare e capire il mondo, ma forse l’ansia di una ricerca, di un senso o di un perché.

A questi giovani ho detto che la scelta dell’anno di volontariato internazionale era una scelta ottima per molti aspetti.

Anzitutto perché avrebbe consentito loro di fare sulla loro spessa pelle l’esperienza di “essere stranieri”.
La Famiglia religiosa dei Giuseppini del Murialdo sta vivendo un momento storico in cui la prospettiva dell’apertura all’internazionalità è uno dei sentieri principali del nostri cammino.

A tutti i nostri giovani in formazione noi proponiamo, per esempio, che una tappa del cammino formativo, prima del sacerdozio o della professione religiosa perpetua, sia vissuta fuori dal paese di origine, in una realtà culturale e linguistica diversa.

E non siamo una congregazione missionaria: è che così va il mondo.

L’impegno a tutti proposto è di: “ Educare la mente e il cuore all’alterità e favorire la conoscenza e la serena accettazione delle differenze, per una maggiore integrazione. Arricchire la nostra vita con l’immersione diretta, anche per periodi brevi, in altre realtà territoriali e culturali, per educarci all’internazionalità e alla convivenza con altre culture”.

E’ una questione di “mente” e di “cuore”, anzitutto.

La sua dinamica di fondo sta nella relazione fra l’uno e il molteplice, nel metterli insieme senza appiattire sull’uno, senza disperdere nel molteplice.

Una dinamica di mente e di cuore che trova la sua fonte viva nel Dio in cui crediamo e che amiamo, Uno e Molteplice anch’Egli: così sono secondo il suo Spirito scelte e cammini che mettono in unità rispettando la differenza; è il diavolo, invece, che divide anziché mettere insieme.

A miei confratelli ho scritto:”Forse molti di noi, che hanno sempre vissuto nel loro Paese di origine e magari in comunità non tanto distanti … dal loro campanile, si sentono un po’ scossi da queste prospettive internazionali e forse non trovano dentro di sé la forza per rendersi disponibili ad esse, ma c’è quantomeno un percorso di tipo culturale e mentale al quale penso che nessuno può sottrarsi.



Come pensare infatti, oggi, di poter stare fuori da quel grande cambiamento mondiale, che non riguarda certo solo la nostra famiglia religiosa, che trasforma i luoghi in flussi, che costringe i popoli ad incontrarsi, le culture a confrontarsi e a riconoscersi?

E’ in atto una grande trasformazione, che chiede una grande apertura di spirito.

Soffia il vento del cambiamento: bisogna farsi vela a questo vento. Quando soffia il vento alcuni predispongono rifugi per ripararsi, altri costruiscono mulini per valorizzarne l’energia”.
Certo, nessuno ammetterebbe di essere vittima ancora oggi una mentalità chiusa a questo processo di trasformazione e a questo cambiamento, tuttavia è bene che ci interroghiamo se davvero il nostro modo di accostare chi è diverso da noi è scevro da pregiudizi: a volte, al di là delle dichiarazioni in contrario, sono le valenze simboliche dei gesti a rivelare la vera natura dell’animo, la presunzione di superiorità malcelata dai piccoli sorrisi (magari di commiserazione), la sicumera intellettuale e l’inattaccabilità della proprie posizioni, la mancanza di fiducia”.

Nella mia recente visita della comunità formativa del Ghana, uno dei nostri studenti mi confessava che, arrivando lì da un altro paese dell’Africa, la sua sofferenza più grande è stata che, all’inizio, si sentiva trattato dagli altri non come persona e in rapporto alle sue caratteristiche personali, ma secondo l’opinione pregiudiziale che si ha del suo paese.

E’ quel che mi è successo in Argentina di recente: in una serata a cena, un cileno mi ha detto “Los Argentinos non cumplen”…

Ecco un tratto dell’azione educativa importantissimo ed assolutamente necessario: insegnare a non generalizzare, mai, la generalizzazione è l’anticamera del razzismo, o forse è già razzismo.


Dicevo dunque a quei giovani che ho incontrato a Viterbo del valore della sofferenza del “sentirsi stranieri”, anche solo della difficoltà a cercare di capire o farsi capire in una lingua che, per quando imparata, non è la tua lingua madre: dunque non riesci ad esprimere la sottigliezza del pensiero e del sentimento e la parola ti tradisce molto più del solito. Fatica vera, stanchezza….
“Sentirsi stranieri” è un’esperienza che ci aiuta a capire meglio milioni di persone che vivono nel mondo da migranti, che incrociano sempre più spesso le nostre realtà educative.

“Sentirsi stranieri” è un’esperienza certo difficile, può essere anche un alibi che impedisce di incarnarsi sino in fondo nella realtà in cui si vive e di accoglierla, tenendosene sempre un po’ fuori senza volervi appartenere mai del tutto, senza mai “incarnarsi” nella nuova realtà in cui si vive: quando è così l’apertura agli orizzonti dell’internazionalità è ancora tutta da costruire, anche se si è lasciato il proprio paese di origine.

D’altra parte, però, far sì che nessuno si senta straniero dovrebbe essere l’attenzione costante di chi accoglie coloro che provengono da un’altra terra o da un’ altra cultura.

Tutti sappiamo quanto, nella Bibbia, si parli dello “straniero” e della venerazione a lui dovuta.

In Gen 18 Abramo accoglie alle querce di Mamre gli stranieri (i tre uomini) che si presentano a lui e, attraverso il “rituale” della lavanda dei piedi, li fa diventare “ospiti”. In tal modo egli, dando accoglienza ed ospitalità a dei forestieri, accoglie nientemeno che Dio stesso!

L’essere straniero nell’ottica biblica è, in taluni momenti, il paradigma della situazione esistenziale del popolo credente: “Voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es 22,20). Abramo stesso, nostro padre nella fede, sperimentò la condizione di straniero a Ebron, in mezzo agli Hittiti (Gen 23,4).

Nel Nuovo Testamento troviamo l’invito a far sì che “nessuno si senta straniero” (Ef 2,13-19): chiunque accoglie Gesù come il Cristo, e quindi tutti noi, non siamo “più stranieri né ospiti”, ma siamo “concittadini dei santi e familiari di Dio”: un appello a vivere con ogni persona che incrociamo nell’esistenza la relazione di “familiare di Dio” e a farla uscire dalla condizione di forestiero.

Ecco perché accettare di “farsi stranieri”, anche solo per poco tempo, aiuta molto a capire in pratica qual è il cambiamento a cui siamo chiamati: è una prospettiva educativa e formativa in sé stessa.


L’apertura all’internazionalità ci chiede di accettare di riconoscere il limite che è nella nostra esperienza, nella nostra mentalità e nella nostra appartenenza e di stabilire la relazione con gli altri non sul piano del confronto, ma su quello del reciproco arricchimento.

E’ una questione di relazione fra persone, fra culture, fra popoli: da accostare con rispetto e con venerazione, come quando ci si pone davanti ad un mistero, cioè a qualcosa che va ben oltre la nostra capacità di comprendere.

Intuire in ogni altro un mistero che non è mai del tutto afferrabile, tanto meno omologabile o strumentalizzabile, significa percepire la differenza non come una minaccia, ma come una risorsa.

Accostarsi agli altri così significa liberarsi dall’arroganza o dalla presunzione rispetto a sé stessi, alla propria cultura o appartenenza, liberarsi dal pregiudizio rispetto agli altri e anche vincere la paura della diversità, che ci interroga e ci mette in questione.

Credo che questi siano contenuti educativi da testimoniare e da far crescere nei nostri giovani, cammini necessari in un mondo che si è fatto piccolo e ci propone nuovi vicinati: l’incontro tra popoli e culture è un dato di realtà, un processo con cui fare i conti, nella relazione aperta tra identità.

In tutto questo è troppo poco parlare di accoglienza o di integrazione, è in gioco la testimonianza di ciascuno di noi che ci chiama ad esporci, a entrare in una più complessa ed arricchente relazione, a non decidere in anticipo fino a dove si può arrivare nell’incontro, nel dialogo e nel reciproco arricchimento, ma a lasciarci cambiare dentro, ad allargare la nostra tenda per renderla sempre più aperta ed accogliente.


Un altro elemento che colgo dal mio contatto e dalla mia conoscenza dei giovani nel mondo è una cosa che non vi parrà nuova, di sicuro: nuovo sarà forse sentirvi dire che questo lo si può rintracciare sotto ogni sole.

Forse è vero che assistiamo ad un cambiamento di tendenza: mentre anni fa si poteva affermare - con Paolo VI - che il mondo non voleva maestri ma testimoni, recentemente assistiamo ad un fenomeno nuovo: i più giovani sentono il bisogno di avere accanto delle guide.

Le cercano, ma le accettano solo se le ricono­scono come capaci di accostarsi.

Accostarsi all'altro cam­bia la prospettiva sull'altro: solo se si è vicini si vede l'altro, si sente il suo corpo, il suo respiro, il suo ritmo e si può incontrare il suo sguardo.

Quando ci si accosta all'altro, l'altro non è più folla ma si staglia in tutta la sua unicità ed è possibile sperimentare quella relazione di 'unicità' capace di arricchire i cuori.

Il termine accostarsi, con il suo suggestivo richiamo cor­poreo al costato, ci dice la centralità del corpo nell'incon­tro.

Ed è interessante notare come questo sia lo stile di Gesù: prima di compiere un miracolo, incontra una persona, si accosta.

A me viene sempre in mente come strategia pedagogica di riferimento come Gesù si comporta con i due discepoli di Emmaus: si accosta a loro, prima di tutto, gli si mette vicino, e ritma il suo passo sul loro.

E poi mostra concretamente di interessarsi di loro e delle loro vicende, della loro sofferenza.
Le domande che sostanzialmente pone Gesù (Perché avete i volti tristi? Di cosa state parlando?) rivelano il suo profondo interesse per i discepoli.

L'interesse forse è l'at­teggiamento che più di ogni altro rivela la qualità e l'inten­sità di un incontro.

Erving Polster, psicoterapeuta, in un libro dal significativo titolo Ogni vita merita un romanzo, afferma che la qualità tera­peutica che ha trovato più efficace nei suoi quarant’anni di esercizio della psicoterapia è stata proprio l'ascoltare le per­sone con interesse, lasciandosi - egli afferma - affascinare da loro.

Credo che anche per l’educatore valga questo sug­gestivo invito a lasciarsi affascinare dall'altro.

Se ti accolgo e ti ascolto dall'alto delle mie sicu­rezze, per darti qualcosa di me, senza pensare che tu puoi darmi qualcosa di significativo per me, allora l'incontro sarà sterile e rischierà anche di essere manipolativo.

La cultura dell'accoglienza, dell'ascolto, dell'empatia deve approdare alla cultura dell'interesse per l'altro, e cioè alla consapevo­lezza che l'altro, nella sua unicità, mi arricchisce, che incon­trarlo mi aiuta sempre e comunque a scoprire regioni sco­nosciute del mio cuore.

D'altra parte è anche vero che solo chi si sente ascolta­to con interesse ascolta a sua volta con interesse.

Il dono più grande che possiamo fare al fratello, al giovane è quel­lo di dargli il nostro interesse perché scopra quanto è inte­ressante.

Alle domande di Gesù, i discepoli, inizialmente infasti­diti e irritati ("solo tu sei così forestiero...da non sapere...?” Le 24,18), diventano protagonisti: raccontano e si sentono ascoltati con interesse.

E più raccontano, più il loro cuore si apre e si rendono pronti ad ascoltare a propria volta con interesse le parole che Egli donerà loro.

E poi Gesù cammina insieme con loro… Gesto di grande valore comunicativo, il 'camminare insieme' implica condividere le asperità, le fatiche, l'espe­rienza di essere compagni di viaggio

Prima di diventare significativi (e autore­voli) agli occhi di una persona, bisogna mangiare molta strada assieme: bisogna creare un ground di reciproca conoscenza e riconoscimento. 'Quanta strada abbiamo per­corso assieme!': questa è la frase che suggella una relazione di amicizia, di compagnia, di vicinanza.

E soprattutto Gesù ascolta! Colpisce lo spazio che Luca dà alle parole dei discepo­li di Emmaus: essi parlano, parlano, parlano. Raccontano a Gesù di Nazareth cosa è accaduto a Gesù di Nazareth. E Gesù ascolta, ascolta, ascolta. Non interrompe, non invita ad accorciare il discorso (per quanto al corrente - eccome! - di ciò che era successo).

Agostino, secoli dopo, consiglie­rà al catechista in difficoltà con i 'rudi'; "Ascoltali, ascoltali, ascoltali; poi parlerai loro con le loro parole”.

Gesù impara a conoscere i discepoli con la fatica dell'ascoltare in silenzio.

E’ fatica ascoltare. Io lo devo fare molto , per mestiere. E, ve lo confesso, talvolta, non resisto alla voglia di parlare e di rispondere troppo presto. E ogni volta sbaglio.

Nel mondo c’è un mare di persone, giovani e non, che chiedono di essere ascoltate.

Ascoltare in silenzio è anche dono all'altro, che solo così può esprimere fino in fondo e nel suo ritmo e nel suo stile il proprio pensiero.

Ascoltare è lasciare... il palcoscenico all'altro perché lo calchi fino a quando ne sente il bisogno.

Chi si sente ascoltato in un silenzio attento (senza attese - direbbero gli esperti dell'ascolto), contenitivo, interessato, sperimenta di sentirsi 'presenza' di fronte ad un altro.


Ci sono alcune caratteristiche dei giovani d’oggi che mi limito ad accennare, ma che sono caratteristiche direi universali, anche se si esprimono in contenuti diversi nelle differenti situazioni:
1. L’ indiscusso valore della spontaneità

Il giovane di oggi dà valore a ciò che è spontaneo e non stima quello che viene fatto 'per dovere'. Facciamo un esempio: interpellato sul suo assenteismo alla Messa do­menicale, un giovane risponde: 'Perché andare a Messa la domenica? Ci vado quando lo sento '.

Di fronte a questa obiezione una risposta 'razionale' che cerchi di spiegare che il solo sentire non è criterio sufficiente dell'agire; che l'uomo è integro quando si avvale anche del suo senso di responsabilità, quando riconosce dei doveri, etc. lascereb­be totalmente indifferente il giovane e farebbe perdere credibilità all'educatore. Sarebbe pura teoria!

Leggere invece in quella risposta il desiderio che essa manifesta - peraltro legittimo e comprensibile - di un pregare sponta­neo e sentito, scevro da formalismi e da obblighi, offrirà invece al giovane l'esperienza di un ascolto caldo e onesto.

Accogliere e non condannare l'istanza spontaneista è la sola premessa per un passo successivo che, senza risuona­re come squalifica della sua giustificazione, porti il giova­ne a distinguere tra il sentire immediato e il sentire – non meno genuino - connesso ad una decisione relativa ad un obiettivo.

E per un po' di tempo sarà forse necessario accettare che la preghiera sia 'soltanto' quella spontanea per permettere poi l'apertura ad una preghiera di 'decisione' e 'comunitaria'.



2. II primato dell'esperienza e dellapprendimento

Oggi il termine esperienza è diventato una chiave di let­tura della condizione umana.

Nel contesto postmoderno il soggetto percepisce il fare esperienza (di qualsiasi tipo) come uno strumento (forse l'unico) di apprendimento.

Parola d'ordine è learning by doing: apprendere facendo esperienza.

Per il giovane apprendere facendo esperienza è in più sinonimo di un apprendere 'adulto', in cui ci si espone in prima persona, contrapposto all'apprendimento 'protetto' dell'infanzia.

Il problema è che la categoria 'esperienza' ha assunto un valore così alto da legittimare anche lo sbaglio più doloroso: "Lo so. Ho sbagliato. Mi sono fatto male. Comunque è stata un'esperienza". È l'affermazione tipica della cultura della soggettività che rivela appunto il prima­to attribuito all'esperienza.

All'educatore confrontarsi con questo substrato ormai così diffuso e radicato può non sembrare facile.

Che fare?



  • creare luoghi o occasioni di 'esperienza' dei valori che proponiamo: di Dio, di preghiera, di vita comunitaria, di condivisione con i poveri, ha maggiore valore formativo dei discorsi teo­rici o astratti (ecco lil senso delle storie che vi ho raccontato all’inizio);

  • creare una relazione di fiducia nell'educatore come esperienza forte di apprendimento in modo che il giovane possa dire: "Mi fido di te. E apprendo da te senza sentirmi piccolo e senza bisogno di fare necessariamente mie esperienze". In altre parole si tratta di credere che il fuoco brucia non per espe­rienza diretta ma per fiducia. E’ ovvio che questa relazione di fiducia - che è essa stessa esperienza viva - si crea solo se l'educatore si fida del giovane, gli dà molta fiducia, gli permette anche eventuali sbagli non 'distruttivi'. Se si assume 'il rischio di', se osa osare.

3. Un inevitabile bisogno di autorealizzazione

Sappiamo quanto dibattito si è alzato su questo termi­ne.

Alla base di molti dei suoi oppositori un'ambiguità semantica: pensare che autorealizzazione significhi realizza­si da soli. In realtà il termine può significare (ed è abitual­mente usato) come 'realizzazione di sé'..

Contrariamente a quanto si sostiene (in modo forse abbastanza superficiale) per il giovane autorealizzarsi non significa essere egoisti: significa raggiungere la pie­nezza delle proprie possibilità o - in altri termini - svilup­pare al massimo i doni ricevuti.

Il giovane è disposto anche a compiere sacrifici per autorealizzarsi.

E ovvio che c'è anche il rischio che focalizzare troppo la realizza­zione massima di se stesso comporti non vedere gli altri, ma si tratta di un rischio.

Se valorizziamo la sua autorea­lizzazione, il giovane comprenderà che la migliore auto­realizzazione è nell'amore, il quale richiede di prendersi cura degli altri, donarsi.

Fin quando il giovane non sco­pre che aprirsi agli altri, essere altruisti è anche autorea­lizzarsi, ogni gesto di altruismo sarà 'ambiguo' in quanto. avrà motivazione egoistiche non consapevolizzate.


4. La costitutiva esigenza di relazione

La relazionalità per l'uomo postmoderno è un'esigenza insopprimibile anche se difficile. E’ stato scritto che la comunità è necessaria ed impossibile. I giovani cercano relazioni anche se non hanno ricevuto la mentalità e gli strumenti per costruirli.

Compito dell'educatore e del­l' evangelizzatore è offrire relazione sicure, pro­positive e di crescita. L'uomo postmoderno ha scoperto la propria soggettività ma ha un insopprimibile bisogno di relazionalità. L'uo­mo vive di relazioni e si realizza nelle relazioni. Mentre prima degli anni cinquanta gli uomini si consegnavano alle istituzioni e da esse ricevevano il senso della propria esi­stenza, oggi alle istituzioni sono subentrate le relazioni.

Si parla di passaggio da identità-dentro-l'istituzione a identità-dentro-le-relazioni; da appartenenza-istituzionale ad appartenenza relazionale..


Davanti ai nostri ragazzi:

ASCOLTARE, RIFLETTERE, PARLARE, PROPORRE, TESTIMONIARE…


Cosa vediamo nei nostri ragazzi e giovani oggi?

1. I giovani sono gli abitanti e i consumatori più abituali della città secolare.

Li circonda un universo che sempre più presenta i toni e le luci di un supermercato globale. Ad essi specialmente nelle cattedrali dell'idolatria consumistica, si offre di tutto e, spesso,sotto l'apparenza di forme sofisticate e attraenti di "spiritualità", che si pretendono come essenziale, che si dichiarano capaci di dal volto e voce e nome all'invisibile.
2. I nostri giovani crescono in una cultura impregnata di soggettivismo, spesso chiusi su sé stessi in una sorta di narcisismo anche spirituale.

Il bisogno loro, mi sembra è di qualcuno che li allontani da quello stagno in cui riflettono ossessivamente la loro immagine, e faccia loro alzare lo sguardo, verso le stelle, e verso l'intorno fatto di uomini e di donne, di fratelli e di sorelle.

Fatica improba, però, ed impegno impossibile per educatori "narcisi" anch'essi segnati e limitati anch'essi unicamente da ciò che di loro riflette lo stagno. Può in sostanza essere liberatore solo chi è davvero libero...


  1. Le loro domande di senso sono deboli e confuse di fronte ai misteri della vita. Hanno bisogno, io credo, di educatori che presentino loro la vita, in qualsiasi modo la stiano soffrendo o vivendo, come vocazione unica ed irripetibile ad un fine e ad un compito, che nessun altro potrà realizzare al posto loro. Questa è la "consegna" che fonda ogni altra consegna, che ad ogni altra consegna può offrire un senso ed un orizzonte.




  1. Nei paesi del benessere vediamo i giovani circondati e disorientati dall'eccedenza delle opportunità, dalla molteplicità di stimoli, da mille voci ed emozioni.

Credo che il bisogno sia di chi li sostenga quando si fa vivo ed insopprimibile il desiderio di andare all'essenziale, di fare delle scelte libere, di sentirsi proporre delle priorità significative.

Nei paesi ridotti in miseria dalla corruzione e della violenza, nei paesi poveri e nei paesi impoveriti, troviamo i giovani in fuga disperata verso il miraggio di un altro vivere e di un altro sperare o preda di pericolose illusioni.

E' doveroso suscitare in essi il sano orgoglio dei valori di cui sono portatori, per la salvezza delle loro tradizioni migliori.
5.. Ovunque la loro cultura giovanile si basa prevalentemente sull'immediato, sull'immagine, sull'effimero. Cercano tuttavia maestri che non abbiano paura di offrire loro cammini anche lunghi di conoscenza di sé stessi e di approfondimento della storia.
6.. Sono facili, ma anche volubili fans degli idoli del momento, proposti come modelli dai mass media. Eppure si entusiasmano per figure carismatiche che non temono di presentare loro modelli di vita anche in controtendenza rispetto alla massa.
7. I giovani rischiano in genere, più rovinosamente degli adulti, di porre il loro ideale di benessere e di felicità dentro un orizzonte particolare e meschino. Hanno bisogno di educatori che con la vita, prima ed insieme che con la parola, dicano loro che al solidarietà è il respiro del mondo e la garanzia di un futuro migliore e vivibile per il maggior numero di uomini e donne possibile.
8. La più dolorosa contraddizione che riguarda i giovani, a tutte le latitudini, è forse che essi sono, nello stesso tempo 'al centro' e ‘ai margini' della società; al centro perché indubbiamente si rivelano la categoria più condizionata ed attirata dal consumismo imperante; ai margini perché al di fuori di questo circolo mercantile ed immediato, i giovani non interessano più.

Essi stessi dovranno farsi strada, ma da soli, se sapranno esser rampanti ed eccellere, con ogni mezzo nella giungla sociale in cui i più sono destinati a cadere e ai scomparire.


Detto tutto questo, tento di suggerire tre sentieri e di proporvi un'utopia perché educatori e formatori si situino di fronte alla relazione educativa con avvertita consapevolezza, con impegno e con fantasia.
I tre sentieri:


  1. Il sentiero della COMPAGNIA: se vogliamo non dico attingere, ma quanto meno avvicinare quell'invisibile che ci è necessario per non privare di senso il vivere e anche l’educare, c'è da proporsi accanto ai ragazzi e ai giovani, chiunque essi siano e in qualsivoglia situazione si trovino, nella situazione della compagnia, e con l'atteggiamento di chi è compagno.

Sono qui; faccio un pezzo di strada insieme con te; ho più anni e più esperienza di te, ma non per questo voglio usarli come arma per manifestarmi superiore a te.

Ci sono: se hai bisogno di me, contaci. Sono una persona, non sono un ruolo; ti considero una persona, non un numero, non un esperimento, non un dato dei miei tabulati. La vita ci ha stabilito in una compagnia per un tratto di cammino.

Faccio strada con te: non sono importanti le mete che vogliamo raggiungere, che devi raggiungere, ma i passi che è possibile fare insieme.

Una prospettiva rasserenante per noi e per i ragazzi, quella di valorizzare di più e come relazione il passo che insieme possiamo fare oggi, che le mete che a volte ci stanno davanti come un imperativo opprimete e talvolta così lontano da scoraggiare chi voglia mettersi in strada.

Così da educatore-compagno, accetto più facilmente le resistenze di chi mi sta di fronte, la fatica dei tempi lunghi, le mie stesse incoerenze e fragilità.


  1. Il sentiero del RISPETTO. Ti considero una persona, cioè un entità unica ed irripetibile, una libertà indisponibile, una dignità originale ed originaria.

Non ti voglio possedere, non ti voglio usare, non ti voglio domare, non pretendo di piegarti alla mia volontà o alle mie idee.

Ti rispetto, anche quando sbagli; anche quando tradisci la mia fiducia.

Non sono padrone della tua vita, né della tua intelligenza o della tua preparazione culturale o professionale: sono servo della tua crescita, del tuo cammino.


  1. Il sentiero della LIBERTA'.

Ciò che mi preme è far crescere la tua libertà, di aiutarti a dare alla tua libertà un contenuto, un valore. Che la tua libertà diventi una capacita di scegliere ciò che è meglio per te e una ferma determinazione nel perseguirlo.

E questo forse lo devo capire meglio anch'io e devo crederci più fermamente che se la libertà non si riveste di un contenuto etico, di un vero e proprio imperativo morale, non c'è relazione fra le persone, non c'è civiltà, non c'è forse futuro degno di questo nome.
Permettete che mi fermi un po' a filosofeggiare sul tema della libertà, perché proprio questa è una di quelle parole "stanche" che l'uso improprio o l'abuso hanno portato quasi all'insignificanza.

Mi addentro in un sentiero impervio, me ne rendo conto, forse un terreno minato nel quale potrebbero deflagrare anche fra noi confronti e contrasti di carattere ideologico ed antropologico… ma tanto vale provarci, qualche volta.

Il primo passo è dire della collocazione situata di ogni libertà.

Infatti le ambiguità relazionate ad una certa ipertrofia della libertà, concepita in senso assoluto, hanno la loro origine in una concezione astratta di essa.

Segno di questa astrattezza è la sintomatica riduzione della libertà alla pur costitutiva capacità/possibilità del soggetto di autodeterminarsi, ossia la libertà in quanto libertà di scelta come unico contenuto esauriente.

Non è libero solo colui che astrattamente può autodeterminarsi, ma lo è chi concretamente arriva a determinare sé nella propria storia.

La riduzione della libertà unicamente alla possibilità reiterabile di scelta, in realtà pone la libertà stessa in posizione contraddittoria, in quanto per potersi mantenere in tale assoluta libertà deve non aderire in modo stabile a nulla.

In realtà, la libertà umana è salvata solo da questa originaria duplicità (uscire da sé/ aderire).

Questo duplice carattere, eminentemente drammatico, della libertà - poter muoversi a partire da un centro personale inalienabile e il concreto trovarsi orientato oltre sé stesso - costituisce la persona nella ricerca del fondamento adeguato per cui vale la pena di rischiare la propria libertà.

Questa ricerca ci pone tutti in una condizione enigmatica, perché, nella realtà, un tale fondamento della libertà, non si dà mai in senso assoluto.

La realtà, inscritta inevitabilmente nel tempo limitato, appare alla libertà piuttosto come il segno di una ulteriorità che sfugge, come tale, alla presa dell'uomo.

Un gruppo di educatori che vuole situare il suo impegno educativo dentro il proprio percorso esistenziale, non temerà di confrontarsi in modo serio, pur se aperto, sulla propria visione antropologica, non temendo discorsi come quello che ho appena accennato, sul tema della libertà e che, al di là del linguaggio che può sembrare ostico, tocca aspetti vitali dell'educare e del vivere.


L’utopia, infine.

Se me lo permettete, se ne ho ancora il tempo, voglio concludere leggendovi il capitolo finale di un libro recente di Daniel Pennac, Diario di scuola.

Questo libro parla dell’esperienza educativa e scolastica vissuta dalla parte dell’asino, di quello che non ce la fa… e naturalmente in questo modo insegna qualcosa di importante all’educatore.

È vero, da noi è sconveniente parlare d'amore nell'ambi­to dell'insegnamento. Provateci un po'. È come parlare di cor­da in casa dell'impiccato.



Meglio ricorrere alla metafora.

Metafora, quindi.

Una metafora alata, per l'occasione.

Vercors, una volta di più, la casa dove abito.

Una mattina dello scorso settembre.

Primissimi giorni di settembre.

Mi sono addormentato tardi su una qualche pagina di que­sto libro.

Mi sveglio ansioso di proseguire. Sto per saltar giù dal letto ma un sottile chiasso mi ferma.

E’ tutto un garrire in­torno alla casa. Garriti diffusi, intensi e tenui insieme. Ah! sì, la partenza delle rondini! Ogni anno, intorno alla stessa da­ta, si danno appuntamento sui fili della luce.

Si apprestano a migrare. È lo schiamazzo del ricongiungimento.

Quelle che ancora volteggiano nel cielo chiedono l'autorizzazione per l'allineamento a quelle che so­no già posate sul filo, tutte frementi del desiderio di orizzon­te.

Spicciatevi che si va! Arriviamo, arriviamo! Volano velo­cissime.

Vengono da nord, in schiere hitchcockiane, dirette a sud. Ed è esattamente l'orientazione della nostra camera da letto: nord, sud. Un abbaino a nord, una doppia finestra a sud.

E ogni anno lo stesso dramma: ingannate dalla traspa­renza di quelle finestre allineate, un bel po' di rondini vanno a schiantarsi contro l'abbaino.

Apro l'abbaino a nord e la doppia finestra a sud, mi rituffo nel letto, ed eccoci occupati per la mattina a guarda­re squadriglie di rondini attraversare la nostra stanza.

Il fatto è che, ai due lati del­la doppia finestra, due sottili vetri fissi rimangono chiusi. Lo spazio tra i due vetri laterali è ampio, di che lasciare passare tutti gli uccelli del cielo.

Eppure, immancabilmente, tre o quat­tro di quelle scemotte vanno a sbattere contro i vetri fissi!

E’ la nostra percentuale di somari.

Le nostre devianti. Quelle che non stanno in riga. Che non seguono la retta via.

E goz­zovigliano ai margini. Risultato: vetro fisso. Toc! Tramortita sul tappeto. Allora uno di noi due si alza, prende la rondine stordita nel palmo della mano - non pesa quasi niente, ossa piene di vento -, aspetta che si risvegli, e la manda a rag­giungere le sue amiche.

La resuscitata vola via, ancora un po' intontita, zigzagando nello spazio ritrovato, dopodiché pun­ta dritto a sud e sparisce nel suo avvenire”.
Ecco, la metafora vale quel che vale, ma è questo l'a­more in materia di insegnamento e di educazione, quando i giovani vola­no come uccelli impazziti.

A questo un educatore dedica tutta la loro esistenza: salvare una sfilza di rondini sfracellate.



Ne perdantur – scrive il mio fondatore San Leonardo Murialdo

Conclude Pennac il suo racconto:

Non sempre si riesce, a volte non si trova una strada, alcune non si ridesta­no, rimangono al tappeto oppure si rompono il collo contro il vetro successivo; costoro rimangono nella nostra coscien­za come le voragini di rimorso in cui riposano le rondini mor­te in fondo al nostro giardino, ma ogni volta ci proviamo, ci abbiamo provato.

Sono i nostri giovani. Le questioni di sim­patia o di antipatia per l'uno o per l'altro (questioni quanto mai reali, ci mancherebbe!) non c'entrano. Nessuno di noi saprebbe dire il grado dei nostri sentimenti verso di loro. Non di questo amore si tratta. Una rondine tramortita è una rondine da rianimare, punto e basta”.

d. Mario Aldegani (Generale dei Padri Giuseppini)



Treviso, 24 novembre 2008




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