Psicologia dell’età evolutiva



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22.11.2017
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Psicologia dell’età evolutiva, della preadolescenza e dell’adolescenza

Introduzione

Lo sviluppo psicologico nell’età evolutiva, è connotato dall’intersecarsi di diverse e complesse trame (modificazioni fisiche, percettive, del linguaggio, dello sviluppo sociale e di quello morale….), portatrici di cambiamenti che avvengono separatamente e contemporaneamente, attraverso una serie di fasi in cui, a periodi di rapida crescita accompagnata da turbe o squilibri, si alternano momenti di relativa calma e consolidamento. Tutti noi abbiamo affrontato con la crescita compiti evolutivi, cioè situazioni non prive di difficoltà che gli individui devono risolvere in tempi prestabiliti, altrimenti lo sviluppo stesso può venire compromesso. Alcune di queste abilità sono biologicamente determinate (parlare, camminare), altre si ripresentano nei vari passaggi di fase della vita e hanno a che fare con la sfera delle relazioni sociali (creare legami di amicizia, stare in un gruppo, intraprendere relazioni affettive e sessuali).

Esistono periodi in cui le modificazioni si accumulano e il bambino sviluppa in una volta tutta una gamma di nuove competenze e si impegna in una serie di nuovi problemi. Questo “accumularsi” di mutamenti spesso sembra produrre una sorta di “rimappatura” del bambino (e dell’adolescente) in cui i vecchi schemi di relazione, di pensiero e di linguaggio non funzionano più e gli occorrono tempo e spazio per elaborarne di nuovi. Durante questo periodo di transizione il bambino/ragazzo può presentare a volte problemi di comportamento e sembra perdere anche le capacità precedentemente acquisite. In genere questi periodi di transizione coincidono, a meno di particolari fattori di criticità ambientale, con quelli i cui il soggetto passa da una condizione fisica a un’altra (da neonato a bambino, da bambino a preadolescente) o da un ruolo a un altro (bambino che sta in casa a bambino che va a scuola). Ciascuno di questi cambiamenti di età, di ruolo e di situazione dà luogo a una specie di “crisi” (nell’accezione del greco antico: scelta, separazione, giudizio). Trascorsi questi stadi di passaggio, il bambino e il suo rapporto con chi gli sta vicino: genitori, amici, adulti di riferimento, si assesta in un periodo di modificazioni più costanti e regolari in un ritrovato nuovo equilibrio.

A fronte di questo quadro in continuo fluire, è di fondamentale importanza per un pieno sviluppo armonico il ruolo che gioca l’ambiente in cui il bambino nasce e cresce e le figure primarie di riferimento (la madre e il padre) che si prendono cura di lui. La personalità, infatti, si struttura attraverso un adattamento cosciente che comprende l’insieme di fattori plurimi ereditari e acquisiti che influenzeranno e orienteranno il comportamento adulto. Il compito dei genitori prima e degli adulti in generale, è quello di aiutare e facilitare “l’essere in formazione”nel gestire, con acquisita consapevolezza, la massa di informazioni pratiche ed emotive da cui rischia di essere travolto. Affinché una personalità si possa definire emotivamente matura, occorre che ci sia stata integrazione tra essere singolo (corretto soddisfacimento dei bisogni) ed essere sociale (buona relazione con le figure importanti di riferimento). Ciò che connota un adulto armonico è proprio la sua capacità di elasticità e di adattamento ai mutamenti (basta ricordare l’estinzione di specie animali feroci, grandi e forti, ma con scarsa capacità di adattamento all’ambiente). Se durante il percorso di crescita c’è stata qualche, reiterata e prolungata, carenza fisica o psichica il bambino rischia di strutturare e accumulare esperienze negative che produrranno comportamenti disfunzionali per il pieno sviluppo delle sue potenzialità.

Il bambino dalla nascita ai tre anni

I primi tre anni di vita sono il periodo più “denso” e importante dell’intera vita: si apprendono molte cose (mangiare cibi solidi, camminare, parlare, controllare gli sfinteri…) , si elaborano stati emotivi e si gettano le basi della personalità adulta, con un’intensità che non è pari ad alcuna altra fase della vita degli umani. Questa considerazione basta da sola a motivare l’enorme rispetto e delicatezza con cui è indispensabile accostarsi a un neonato. Al momento della nascita, mentre gli altri organi fondamentali (cuore, reni, polmoni …) sono sostanzialmente simili a quelli dell’adulto, il cervello e il sistema nervoso in generale, non è completo: la corteccia cerebrale (cioè la materia grigia che avvolge il mesencefalo e che presiede alle funzioni di movimento, pensiero complesso e linguaggio) presenta una scarsa connessione tra le sue cellule, e entro i due anni di vita arriverà al 75% del suo sviluppo. Un secondo processo importante è la mielinizzazione , cioè lo sviluppo della guaina che ricopre il midollo spinale e che presiede alle funzioni di controllo della parte inferiore del corpo. Anche questa funzione sarà quasi completamente funzionante intorno ai due anni. Da queste informazioni si deduce cosa il neonato non sa fare (non parla, non cammina, non ragiona in senso logico e soprattutto non distingue la madre e il padre dagli estranei). Ma, ci colpiscono anche le sue capacità, che sono poi quelle che gli saranno indispensabili per la sopravvivenza: sente i suoni e le voci, vede gli oggetti posti a circa 20 cm. dal suo viso (può fissare la madre mentre lo allatta), piange quando ha bisogno di accudimento, e rinforza costantemente i genitori quando lo prendono in braccio, acquietandosi se lo cullano e imparando presto a sorridere; sa agire a turno quando viene nutrito… Tutte queste tendenze innate aiutano il bambino a incentrare l’attenzione sulle persone che lo circondano, a farle avvicinare e a far sì che sviluppino attaccamento nei suoi confronti. Ovviamente questo non è un processo intenzionale o cosciente, ma è un sistema meravigliosamente integrato nel quale le capacità percettive e fisiche del neonato e la sua capacità di acquietarsi, contribuiscono tutte insieme ad agganciare i genitori alle cure e successivamente all’attaccamento reciproco. Al momento della nascita, il bambino subisce un trauma notevole, passando da una condizione ideale in cui i suoi bisogni venivano soddisfatti automaticamente, senza che lui provasse alcun disagio e senza dover chiedere niente (condizione a cui inconsciamente aneliamo per tutta la vita), a una situazione terrorizzante in cui sente il caldo e il freddo, il fastidio di essere sporco, prova i morsi della fame, senza sapere come porvi rimedio (senza neanche capire che non ne sarà annientato) e senza sapere che qualcuno a lui vicino, lo aiuterà .

Il neonato fino a un attimo prima della nascita, era fisicamente tutt’uno con la sua fonte di sopravvivenza, cioè la madre, e ha inizialmente difficoltà a comprendere di esserne stato separato al momento del parto. Solo la ripetizione dell’evento in cui si sente correttamente accudito (e una madre o figura sostitutiva, sufficientemente in ascolto imparerà a sua volta a farlo), gli permetterà di non essere sopraffatto dall’aspetto emotivo del disagio vissuto e di elaborare correttamente le complesse informazioni che gli giungono dall’interno e dall’esterno, così da accrescere il bagaglio di esperienze, maturare, imparare a chiedere e aspettare (teoria dell’apprendimento di J.Piaget e stadi evolutivi 0/2 anni stadio senso-motorio,2/ 7 anni intelligenza intuitiva, 7/12 operazioni concrete, 12/18 intelligenza astratta).

Lo strumento del pianto è inizialmente l’unico in mano al neonato per comunicare. Il bambino ci dice sempre qualcosa quando piange e dalla capacità e allenamento all’ascolto , che la/le persona/e che si occupa del bambino può affinare l’efficacia dei suoi interventi di cura.

Nei primi tre o quattro mesi di vita il bambino dirige i suoi comportamenti di attaccamento in modo abbastanza indifferenziato, (già dal secondo mese il neonato tende a rispondere al sorriso e incrocia lo sguardo di chi lo tiene in braccio), mentre verso i sei /sette mesi si stabilisce un passaggio di demarcazione piuttosto netto: la progressiva comprensione della costanza dell’oggetto. Questo è un passaggio fondamentale dello sviluppo dell’Io, in cui il bambino sperimenta (importanza della possibilità di giocare) che le cose e quindi le persone, esistono anche quando sono fuori dal suo campo visivo. A questo punto evolutivo, infatti nella maggior parte dei casi il bambino sceglie una persona (in genere la md, di cui comprende l’andare e il ritornare) come prevalente oggetto del suo attaccamento. E’ anche l’età in cui incomincia a gattonare e si può allontanare e tornare dalla sua base sicura (teoria di Bowlby). Queste due competenze acquisite, una di relazione e una motoria, daranno via a una serie di nuove interazioni per cui l’età di 8 mesi è particolarmente “critica”, nel senso attribuito a questo nella premessa. Tra i quattro e i dodici mesi è possibile che il bambino elegga un oggetto (coperta, peluche, indumento…) a sostituto consolatorio della figura di accudimento principale (Winnicott). A questa età, l’attaccamento del bambino verso una sola persona si manifesta con la massima intensità (attaccamento stabile e instabile – M. Ainsworth).

Verso i 18 mesi si verifica il passaggio tra la prima e la seconda infanzia. La crescita neurologica, le aree motorie e percettive si sviluppano quasi completamente, il bambino impara a camminare (tra i 12 e i 15 mesi) e il campo delle sue esperienze si allarga. In questa fase prendono forma concetti rudimentali, fanno la comparsa le prime parole e alcune frasi di due parole. Ancora l’attaccamento più forte è verso una sola persona, in seguito si estenderà a più persone e il bambino utilizzerà quelle per lui più significative come base sicura per le sue esplorazioni. La stabilità di queste prime forme di attaccamento rivestirà particolare importanza per il successivo sviluppo della personalità.

Tra i diciotto e i 36 mesi si verificano conquiste a livello linguistico e cognitivo che aprono il mondo del bambino verso possibilità e abilità del tutto nuove, ma ci vorranno ancora molti mesi perché queste competenze si consolidino. Intorno ai due anni, secondo Piaget, passato a un altro stadio di sviluppo, il bambino usa le parole con crescente abilità e si cala in qualche misura, nella prospettiva altrui. Usa in abbondanza il termine “mio” (che in realtà significa “mi riguarda, è la mia sfera”), e cresce l’utilizzo del “no”, come inizio di manifestazione di distacco dalla madre e sviluppo dell’individualità. Si allontana sempre più dalla “base sicura” e inizia l’interazione con i coetanei. E’ importante sottolineare alcune dimensioni fondamentali del gioco che fino a tre anni si può definire parallelo (cioè i bambini giocano vicini ma non insieme), poi sempre più cooperativo (incominciano le vere relazioni di gioco). Il giocare svolge un ruolo importante nella formazione psicologica del bambino e questa dimensione, sia pure mascherata, si ritroverà più tardi nell’attività ludica dell’adolescente e dell’adulto. Le sue principali utilità evolutive si esplicano nella:



  • Funzione esplorativa. Tutti i giochi impegnano l’attenzione e la memoria, il giudizio e il raziocinio, estendono l’esperienza sulla realtà circostante, contribuendo ad approfondire la conoscenza empirica e indirettamente quella scientifica. Il bambino accrescendo la padronanza della realtà aumenta l’adattamento. Questa funzione è talmente importante che i bambini a cui l’ambiente non offre sufficienti stimoli in questo senso, rischiano di essere intellettualmente carenti.

  • Funzione catartica. In cui il bambino scarica e libera le tensioni interne, agevolando il proprio equilibrio emotivo. Attraverso questo tipo di attività, il bambino si mette in una posizione attiva e di dominio della realtà che invece, è spesso costretto a subire. Infatti sono numerose le frustrazioni che quotidianamente vive e che rischierebbero di schiacciarlo se non fossero in qualche modo elaborate. Inventando situazioni di ruoli rovesciati, il bambino sfugge alle imposizioni che gli vengono dal mondo adulto, riuscendo a scaricare l’aggressività a accumulata e senza danneggiare le relazioni con gli altri.

  • Funzione di simulazione dei ruoli e delle regole in il bambino conduce un suo particolare tirocinio in cui si allena al comportamento di figlio, di genitore, di maschio, di femmina, di dottore, di cantante, di maestra… Più tardi attraverso il gioco con regole, darà prova di sapersi conformare alle richieste dall’ambiente in cui vive, procedendo sulla strada della maturazione del senso sociale e morale.

Verso i 4/5 anni, si sviluppa in modo specifico il concetto di sé e dell’identità sessuale. Il concetto di sé comprende un Io esistenziale (sono un’entità separata dagli altri) che inizia a svilupparsi dal momento della nascita, un Io categorico (possiedo caratteristiche specifiche di sesso, nazionalità, opinioni, già definito a questa età) e l’autostima (giudico positivamente o negativamente queste mie caratteristiche). Ora il bambino ha più consapevolezza dell’ esistenza di un “Io” , entità fisica continua e definita, come momento fondamentale del processo di apprendimento. Nella teoria Freudiana l’Io è la parte della personalità che organizza, pianifica e mantiene il contatto tra individuo e realtà. Il linguaggio e il pensiero sono entrambi funzioni dell’Io, che in questo periodo si consolidano e con cui il bambino si cimenta in abilità e relazioni più complesse. Ascoltando e immagazzinando i rinforzi dell’ambiente sulla sua identità di genere e sulle sue capacità e suoi limiti, giunge a un primo abbozzo di conclusioni e riflessioni su sé stesso, dando un apporto concreto al concetto di sé in formazione. Anche l’aspetto morale assume importanza e inizia la conquista dell’autocontrollo e del senso di responsabilità. Il ruolo del padre esce sempre più dalla sfondo e si consolida la triade madre/padre/bambino, in cui la figura maschile insegna le regole e sottolinea i divieti. E’ anche una fase di “sfida” in cui il bambino costruisce l’autostima e si confronta iniziando a uscire dalla famiglia (scuola materna e allargamento di relazioni, nascita delle prime vere amicizie). A questa età i bambini manifestano disagio attraverso la difficoltà ad addormentarsi e con il comunicare specifiche paure (aggressività dei compagni e propria, streghe e mostri).

La successiva transizione particolarmente significativa si situa intorno ai 6 anni, età in cui pressoché in tutte le culture il bambino inizia il suo percorso nella scuola primaria e quindi c’è da parte degli adulti, un riconoscimento implicito del suo essere pronto per tale passaggio. Il bambino inizia anche a cimentarsi con competenze cognitive in modo più sistematico (operazioni matematiche, sforzi di memoria, leggere, scrivere….) e relazionali (passa molte ore fuori casa, deve seguire altre regole, conosce tutti insieme molti coetanei…) tutte esperienze particolarmente ricche ma anche fonti di possibile stress. Questa è anche l’età in cui i bambini acquisiscono la certezza dell’irreversibilità de genere sessuale a cui appartengono, che non dipende, come hanno creduto da più piccoli, dall’abito o dalla foggia dei capelli , ma da qualcosa biologicamente definito e socialmente rinforzato.

Durante le scuole elementari, fino a 11 anni circa, il bambino consolida lo sviluppo cognitivo passando dalle operazioni concrete all’uso pieno della logica induttiva. In questo periodo si affermano anche i ruoli e gli stili di gioco, si struttura la tendenza al comando il grado di socialità e popolarità tra i compagni. Intorno ai 7 anni, compare in modo a volte anche particolarmente pressante, la paura della morte, propria o dei familiari, che diventa un concetto importante con cui confrontarsi e interrogarsi. In questa fase definita da Freud “latenza”, sembra che gli interessi sessuali siano sopiti, in generale, è un periodo di quiete ma non di vuoto in cui prosegue e si consolida l’apprendimento e i cambiamenti sono meno evidenti dei periodi precedenti e successivi, ma non meno significativi.

Preadolescenza e adolescenza

L’adolescenza (ormai prolungata fino a 25 anni) e la preadolescenza (per le bambine inizia intorno ai 10 anni, per i maschi intorno ai 12), sono termini che vanno utilizzati nel contesto storico e culturale a cui si riferiscono. Infatti, nascono come definizioni e problematiche, con la rivoluzione industriale e dalle trasformazioni che questa ha comportato sia pratiche che di riflesso, nei ruoli familiari. Da una società patriarcale, dove il bambino passava repentinamente allo stato di adulto e lavorava fin dalla tenera età, si è passati a una società in cui il progresso, il maggiore benessere (l’alimentazione più abbondante e migliore ha determinato l’abbassamento dell’età dello sviluppo e l’aumento della durata dell’età fertile), la lotta per la parità dei sessi, la presa di coscienza dei diritti dei minori e i cambiamenti di ruolo dei genitori, nonché le diverse scelte educative, hanno provocato nell’essere umano un’estensione del periodo di dipendenza dal nucleo familiare, un allungamento del percorso formativo e di studi e una posticipazione dell’inserimento nel mondo del lavoro. A 29 anni l’80% dei maschi vive ancora in famiglia. Paradossalmente a uno sviluppo fisico precoce, corrisponde una più lenta autonomia e un ingresso differito nell’età adulta. Mancano anche dei riti di passaggio chiari (presenti nelle società primitive) che traghettavano in modo netto gli individui da una fase (fanciullezza, adolescenza) all’altra (età adulta).

Nella rappresentazione del senso comune l’adolescenza è definita come la stagione della vita più incerta e problematica. L’adolescente non è più un bambino ma non è ancora un adulto. Questo duplice movimento, rinnegamento della propria identità infantile e ricerca di una nuova stabile immagine del sé adulto, costituiscono l’essenza stessa della “crisi” che ogni adolescente attraversa. Durante questa fase tutti i parametri che il bambino aveva stabilito come suoi punti di riferimento oggettivi cambiano a velocità estremamente elevata e tutte le problematiche già presenti durante l’infanzia si acuiscono, creando un inevitabile stato d’animo di disagio, paura e instabilità. K. Lewin ha paragonato la condizione di un adolescente “a qualcuno che si trova, improvvisamente in una situazione sconosciuta, non familiare… l’incertezza sarà tanto più grande quanto più l’individuo è stato, in precedenza, tenuto ‘fuori’ e all’oscuro del mondo adulto”.

Il periodo che va dagli undici ai diciotto anni (abbassamento dell’età dello sviluppo fisico per cause multiple, che non corrisponde a una maturazione psicologica) è all’insegna del cambiamento fisico, comportamentale e psicologico: il corpo si sviluppa repentinamente, il modo di muoversi diventa spesso goffo, si evidenziano i caratteri sessuali primari, aumenta l’interesse per l’altro sesso, si trasforma di fatto l’aspetto così come il modo di pensare se stesso e gli altri. E’ questa la fase in cui lievi difetti fisici diventano problemi apparentemente insormontabili, aumenta l’importanza dell’approvazione del gruppo dei coetanei (che supera nettamente quella degli adulti), cambia insomma il modo di percepire tutta la realtà.

La preadolescenza porta con sé uno stato affettivo turbolento,un vero e proprio scombussolamento emotivo, un bombardamento di emozioni che si sviluppano a partire dal cambiamento ormonale. E’ una specie di terremoto che toglie al bambino la certezza di quel corpo infantile per lungo tempo curato e vezzeggiato dagli adulti, in particolare i genitori. Ogni ragazzo si sente stravolto dai suoi umori e deve imparare a regolare il rapporto tra un corpo che gli è estraneo e una mente che non è ancora in grado di concepirlo. E’ in questo intervallo tra infanzia e adolescenza che le incursioni troppo pressanti del mondo adulto hanno come unico effetto quello di confondere le idee al preadolescente già di per sé piuttosto confuso. Il ragazzo/a ha bisogno di silenzio e spazio interiore per dedicarsi alla scoperta di sé stesso, ha necessità di liberarsi del pressante controllo dei grandi, ma ha anche bisogno che l’adulto non solo ci sia, ma sia disponibile a mantenere il rapporto con lui.

Per gli adulti (genitori, insegnanti, educatori…) che si trovano a condividere il percorso di crescita con un adolescente, è più importante che mai fare uno sforzo di empatia e porsi in una posizione di ascolto e accettazione non giudicante, molto simile a quella dell’inizio della vita del neonato quando iniziava a svilupparsi la fragile percezione dell’Io. La preadolescenza rimette tutto in discussione e rivisita l’acquisito concetto di del bambino per traghettarlo verso la più definita personalità adulta. In più con l’adolescente è necessario porre dei limiti chiari e contenere il suo pur sano desiderio di mettersi alla prova con azioni e comportamenti, mirati a confrontarsi provocatoriamente con il mondo degli adulti. E’ tipico di questa fase percepirsi come invulnerabili e non avere chiaro (soprattutto nella prima adolescenza 12/14) l’irreversibilità della morte la prima causa di incidenti gravi, fino al decesso, in questa fascia di ètà sono infatti i comportamenti a rischio, cioè azioni e situazioni (uso e abuso di sostanze, guida spericolata, giochi pericolosi…) in cui l’adolescente si mette con un’apparente incapacità di previsione delle conseguenze su di sé o sull’ambiente (scolastico e familiare) in cui vive . La trasgressività è una caratteristica dell’adolescenza, funzionale alla messa in discussione delle regole date e quindi parte costitutiva del processo di crescita. Ma i comportamenti rischiosi e/o trasgressivi possono avere diverse valenze a seconda della loro portata e quando sfociano in comportamenti gravemente autolesionistici, di bullismo, antisociali o addirittura delinquenziali, sono correlati a situazioni di disagio pregresse che hanno minato l’equilibrio psicofisico del ragazzo/a in crescita.

Da questa età inizia la necessità di proiettarsi verso il proprio futuro, oltre che gestire il presente. Per la prima volta il preadolescente deve prendere in considerazione i vari aspetti dell’indipendenza totale e si domanda che tipo di adulto vuole essere e si trova ad affrontare inevitabilmente il problema dell’identità (Erikson). Deve conciliare la coscienza che ha di sé e delle proprie inclinazioni e i valori dell’ambiente in cui è cresciuto. Questa scelta comporta la riconsiderazione delle precedenti posizioni e la messa in discussione del modello dei genitori hanno fornito in una sorta di teoria sulla vita, una tesi a cui ora il ragazzo contrappone la sua antitesi per arrivare alla sintesi adulta.

I compiti evolutivi che deve affrontare l’adolescente sono numerosi e faticosi (per lui e per chi gli sta vicino) e riguardano: accettare il proprio corpo (il fisico cambia in modo disarmonico e rapido, non c’è sintonia con lo sviluppo mentale e non c’è il tempo di adeguarsi alla nuova immagine di sé anche in presenza di modelli sociali esteticamente irraggiungibili), accettare il proprio sesso (nel bene e nel male i ruoli sessuali sono molto più complessi oggi rispetto al passato); stabilire relazioni nuove e più mature con i coetanei (è il momento della sperimentazione e del “laboratorio” in cui le ragazze parlano molto tra di loro e si gettano le basi per le strategie di relazione affettive, i maschi sono più lenti e schivi, provano pulsioni ma a non riescono a inquadrarle, entrambi i sessi frequentano gruppi dello stesso genere e contattano il sesso opposto con amicizie e “incursioni” affettive); prepararsi a una professione in vista dell’indipendenza economica (mai come oggi questo percorso è incerto e sfumato per le condizioni sociali ed economiche di cui il precariato è una spia); sviluppare nuove abilità intellettuali ed essere socialmente responsabile; conseguire una coscienza etica e maggiori acquisizioni morali (stadi di Kohlberg); prepararsi a una vita di coppia stabile e alla procreazione; raggiungere un sufficiente grado di autonomia affettiva dai genitori che rimangono due figure importanti e centrali, ma è necessario uno svincolo per individuare le proprie vere inclinazioni. Infatti il timore che il preadolescente avverte confusamente è di non riuscire a trovare la propria strada/identità se non pagando il prezzo di abbandonare le certezze del “bravo bambino” che dipende emotivamente dalle aspettative dei genitori. Lo sviluppo sano e pieno della sua personalità adulta lo potrà perseguire solo ascoltando gli impulsi e che gli vengono dalla sua personale elaborazione delle esperienze vissute e valutando gli effetti delle sue scelte. La realizzazione di questi obiettivi comporta la necessità di mantenere un giusto equilibrio attraverso continui aggiustamenti e adattamenti (Piaget) e questo processo sarà più fluido e meno problematico, tanto più il ragazzo sarà stato facilitato dalla famiglia, dall’ambiente e dalle esperienze pregresse nel superare gli stadi di sviluppo precedenti. Anche la scuola assume un ruolo importante nella vita dell’adolescente poiché lo mette in gioco sul piano personale, relazionale e della riuscita sociale.

Durante questa fase avviene per il ragazzo una sorta di revisione dei ruoli e delle funzioni familiari, in cui il distacco dai genitori è parte integrante di questo periodo evolutivo, in cui al disagio del figlio, si contrappone quello del genitore, disorientato nelle sue precedenti e consolidate funzioni educative. E’ da qui che incomincia lo svincolo dalla famiglia e diventa di fondamentale importanza l’appartenenza al gruppo dei pari, che rappresenta un punto di riferimento sostitutivo e farne parte è per l’adolescente, una conferma per la sua traballante identità. La soddisfazione delle relazioni all’interno del gruppo di coetanei è importante non solo per promuovere lo sviluppo attraverso l’esperienza di nuove dinamiche ma anche per ridurre lo stress e la pressione psicologica che questo delicato passaggio produce. Il gruppo offre molte opportunità per apprendere specifiche abilità sociali: abilità di comunicazione verbale, di assertività, di relazione e fascinazione con l’altro sesso. In particolare, il legame privilegiato con “l’amica/o del cuore”, costituisce per l’adolescente un importante punto di riferimento, permettendogli di sperimentare nuove relazioni interpersonali basate sulla condivisione e potenziando la capacità di intimità con l’altro “diverso da sé”. Pietropolli Charmet, arriva a definire l’amicizia in adolescenza un obbligo evolutivo, una “fame di relazioni” orizzontali che sostituiscano quelle verticali dell’infanzia con i genitori e gli altri adulti di riferimento.

Indirettamente, a causa del figlio adolescente, avviene una rinegoziazione dei ruoli e delle funzioni familiari e ogni componente del nucleo deve trovare una nuova posizione. Diventa di fondamentale importanza e fattore facilitante per ogni componente del processo in atto, che l’ambiente familiare sia sufficientemente vitale, in grado di accogliere i bisogni che cambiano nel tempo e di accettare e contenere le spinte evolutive e regressive che l’adolescente mette in atto. E’ necessario che gli adulti non cedano alla tentazione di chiedere al ragazzo di “definirsi”, di dichiarare le proprie competenze a fronte di un’oscillazione in cui un giorno si sente adulto e pretende più autonomia e il giorno dopo sembra tornare ad essere un bambino piccolo e bisognoso. E’ l’adolescente stesso ad essere preda di questo fluttuare, il suo corpo, la sua mente e le sue acquisizioni, sono in così costante e rapida trasformazione che è per lui impossibile restare fermo su un’identità.

Ci sono poi altre variabili che riguardano non esclusivamente l’adolescente ma tutti i componenti della famiglia e che possono influenzare il processo in atto: il riassestamento della coppia genitoriale in vista della maggiore autonomia del figlio e del suo futuro allontanamento; lo stile educativo familiare; la qualità della relazione tra i genitori; la tipologia e le condizioni sociali e culturali della famiglia. Il processo di separazione-individuazione adolescenziale, nella nostra epoca è lento e progressivo e non finisce necessariamente con l’uscita da casa dei figli. Ma emancipazione non significa rottura dei rapporti familiari, ma trasformarli in modo da renderli più paritari e reciproci (Polmonari). Comunque i genitori restano per l’adolescente un fattore di protezione che attenua le reazioni dei ragazzi allo stress e alla fatica, il punto di riferimento da cui partire e verso il quale poter tornare.

Bibliografia:

H. Bee – Lo sviluppo del bambino – Zanichelli 1983

E. Crotti, A.Magni – Chi è mio figlio – Mondadori 2007

Autori Vari – L’infanzia a scuola – 1993

J. Bowlby – Una base sicura- Raffaello Cortina 1988

J. Piaget – Dal bambino all’adolescente: la costruzione del pensiero – La Nuova Italia 1969

D.W. Winnicott – Oggetti transazionali e fenomeni transazionali – Martinelli 1975

- I bambini e le loro madri – Raffaello Cortina 1987

G. Attili – Attaccamento e amore – Mulino 2004

S. Freud – Teorie sessuali dei bambini – in Opere, Boringhieri 1972

S. Montanari – I colori dell’adolescenza - Edizioni Scientifiche Magi 1999

G. Pietropolli Charmet – Amici, compagni, complici – F. Angeli 2007

A. Polmonari – Gli adolescenti – Il mulino 2001

E. H. Erikson – Gioventù e crisi di identità – Armando 1974



D. Bruzzone – I vissuti degli adulti nel rapporto con gli adolescenti -rivista Animazione Sociale n.11 Novembre 2007



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