Psicologia e disabilità visiva



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28.03.2019
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Chi è lo psicologo?


Innanzi tutto vale la pena di spendere un po’ della nostra attenzione per definire di cosa si occupa e quali siano le prerogative di questo professionista, per poter focalizzare meglio cosa possiamo aspettarci e quali sono i limiti del suo agire.

La Legge n. 56 del 1989, istitutiva della Professione di Psicologo recita all'articolo 1 che: “La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico, rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità”.

Dunque la psicologia non si occupa soltanto di singoli, ma si interessa anche al funzionamento dei sistemi interpersonali, fino ad occuparsi di comunità intere, e ciò per prevenire disagi, diagnosticare disturbi, aiutare la persona a ottenere la massima salute possibile, abilitando capacità o riabilitando quelle eventualmente perse. Lo psicologo fa questo usando strumenti specifici. Il medesimo articolo prosegue chiarendo che sono di competenza dello psicologo anche le attività di ricerca, insegnamento e divulgazione scientifica nell'ambito della psicologia.

Dunque, la psicologia non è solo sostegno psicologico, come invece si potrebbe immaginare, facendo riferimento allo stereotipo più comune presente nell'immaginario collettivo.

Ritornando al circoscritto ambito della minorazione visiva, esso è oggetto di interesse da parte di numerose branche della psicologia, come vedremo brevemente.

Nel momento storico attuale, gli psicologi spesso giungono ad occuparsi delle persone con problemi visivi attraverso vari canali. Come vedremo, gli psicologi operano sia facendo parte di Istituzioni, che nell’ambito della loro attività privata, presso studi monoprofessionali o associati. Prima di addentrarci nel variegato mondo dei servizi psicologici offerti dalle istituzioni che si occupano di persone con deficit visivo, vale la pena di accennare brevemente alla attività professionale privata rivolta alla popolazione generale, tipologia di servizio cui le persone non vedenti e quelle ipovedenti attingono più o meno come tutte le altre persone, con una “densità” e frequenza di utilizzo dello psicologo maggiore nelle grandi città, più al centro e nord Italia che al sud, in coerenza con l’andamento economico nazionale. Il professionista di solito viene scelto in base ad un complesso processo di valutazione, più per competenza che per prossimità territoriale, e spesso grazie ad una rete di persone “invianti” ritenute autorevoli.

Veniamo al lavoro istituzionale: i Centri per la Riabilitazione Visiva (CERVI), istituiti e finanziati dalla Legge n. 284 del 1997, prevedono la figura dello psicologo, all’interno dell’equipè interdisciplinare composta anche dall’oculista, dall’assistente sociale, dall’assistente di oftalmologia e dal riabilitatore. In questi centri, vengono seguite per lo più persone adulte ed anziane, con ipovisione medio-grave che costituiscono la fascia più numerosa dei disabili visivi italiani, tra l’altro in continuo aumento. Inoltre vi sono psicologi nei Centri di Riabilitazione per disabili adulti e per l’età evolutiva, direttamente dipendenti dal Sistema Sanitario, oppure, più frequentemente, operanti in regime di accreditamento. Il funzionamento di tali strutture risente della disomogeneità delle varie situazioni sanitarie regionali. All’interno di questi enti vengono “presi in carico“ per trattamenti riabilitativi estensivi o di mantenimento, pazienti aventi una vasta gamma di patologie, e spesso le persone con deficit visivo che vi si rivolgono hanno condizioni percettive le più diverse, anche con altre disabilità.

Facendo parte dell’equipè interdisciplinare, lo psicologo concorre ad orientare i riabilitatori delle diverse discipline nella definizione dei programmi riabilitativi, verificando preventivamente l’esistenza dei prerequisiti emotivi, cognitivi e motivazionali per l’inizio delle varie attività. Inoltre si occupa degli aspetti psicologici connessi con il raggiungimento del massimo grado di autonomia possibile, ed in generale per il raggiungimento del massimo grado di benessere realizzabile dalla persona nella sua condizione e nel suo contesto di vita.

Invece nelle strutture dedicate alla diagnosi e alla cura delle patologie visive propriamente dette, come ambulatori oculistici, centri diagnostici per le malattie rare o reparti ospedalieri, il ruolo dello psicologo non è quasi mai previsto, o lo è in modo marginale rispetto alle attività cliniche. Si tratta per lo più di interventi attivati su richiesta del medico, il quale deve stabilire l’appropriatezza dell’intervento psicologico. Di fatto, dunque, si tratta di un apporto limitato solo alle situazioni ritenute “critiche”, e non di un contributo pianificato per supportare la persona, prevenirne e gestirne il disagio in tutte le normali attività del centro clinico come ad esempio la analisi della domanda, la raccolta della storia personale, la valutazione, la comunicazione della diagnosi, l’invio ai centri di riferimento ecc.. Come è facile immaginare, le persone con una patologia visiva consultano con maggiore probabilità centri diagnostici e clinici all’insorgere dei loro problemi, mentre solo una parte di essi si rivolge ai centri di riabilitazione, e ciò spesso molto tempo dopo la diagnosi.

Da ciò deriva che solo le persone seguite da centri di riabilitazione hanno una certa probabilità di incontrare uno psicologo e che ciò accade in una fase senz’altro successiva a quella diagnostica, e per una parte minima delle persone.

Qui di seguito elencherò alcuni campi specifici in cui le scienze psicologiche sono applicate alla minorazione visiva. Ciò spesso accade in modo non conosciuto e con una scarsa circolazione delle informazioni scientifiche e della colleganza professionale.

Attualmente, infatti, non esistono molti ambienti in cui gli psicologi interessati al tema, possano aggiornarsi in modo sistematico, mettendo in comune competenze e esperienze in questo settore. Questo conduce ad una disomogeneità degli approcci e della qualità dei servizi resi, oltre che ad una certa dispersione di informazioni sulle esperienze efficaci e sulle buone prassi.







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