Psicologia e disabilità visiva


Psicologia della salute e psicologia medica



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Psicologia della salute e psicologia medica


La relazione tra la persona ed il mondo della salute e della medicina, senz'altro per chi ha problemi fisici, costituisce un nucleo importante della vita e dell'esperienza quotidiana. Riferendoci alla popolazione generale, lo psicologo si interessa del modo con il quale le persone percepiscono e gestiscono la salute e il benessere, e si relazionano alle malattie ed al mondo delle cure.

Inoltre nelle più moderne politiche sanitarie basate sulla prevenzione del disagio e sulla promozione della salute, intesa come qualità della vita, lo psicologo riveste un ruolo fondamentale per potenziare i livelli di benessere delle popolazioni e ridurre, ad esempio, i costi sociali legati alle assenze dal lavoro per disagio psicofisico, ed i costi economici in termini di spesa farmacologica e diagnostica. Si tratta quindi di interventi di prevenzione, caratterizzati da una ampia fascia di persone che ne usufruiscono, con interventi di breve durata, che si inseriscono in momenti specifici del rapporto tra i cittadini e il sistema sanitario.

Nei paesi anglosassoni, ad esempio, vi è una certa tradizione, per la quale gli psicologi affiancano i medici nel comprendere gli aspetti emotivi e relazionali del loro agire col paziente. Ciò è oggetto di un'attenzione maggiore in quei settori della medicina che si occupano di problematiche particolari e che pongono i clinici in una condizione di alto stress emotivo, ad esempio, quando essi devono occuparsi di persone con malattie terminali, o che non possono essere guarite. Esiste quindi un duplice ambito nel quale lo psicologo può essere utile: da una parte aiutare i pazienti a gestire meglio possibile il loro rapporto con le malattie, le cure e i medici. Dall'altro versante, gli psicologi possono aiutare i medici a migliorare la propria capacità di prendersi cura, comunicare, relazionarsi, comprendere i pazienti.

In Italia sono poco diffuse le opportunità per uno psicologo di lavorare per migliorare la comunicazione medico-paziente, ma questo sta iniziando ad avvenire, ad esempio tra i medici che si occupano di malati oncologici, di persone affette da HIV, o che si occupano di emergenza e che intervengono in situazioni estremamente critiche come catastrofi ambientali, violenze, eccetera.

Invece, nella maggior parte dei centri clinici in cui ci si occupa di persone con problemi visivi, ad esempio i centri diagnostici, troppo spesso nel nostro Paese lo psicologo è vissuto ancora come “il collega della stanza accanto”, in una situazione in cui l'aspetto medico e quello psicologico sono rappresentati ed esaminati come settori separati, contribuendo ad una visione parcellizzata della persona/paziente, e rimandandogli una percezione di se stesso, come costituito da tante parti staccate: quella psicologica, quella medica oculistica, quella degli ausili, eccetera.

È parte della competenza di uno psicologo, collaborare con il medico per migliorare le modalità di comunicazione della diagnosi delle malattie fisiche gravi, e conseguentemente agevolarne la comprensione e l'elaborazione da parte del paziente.

Aiutare il paziente a gestire l’impatto psicologico delle malattie fisiche è importante, giacché la comunicazione di una diagnosi può essere, senza dubbio, ritenuta un evento potenzialmente traumatico, secondo le attuali conoscenze e classificazioni internazionali.

Un delicato ed importante aspetto, concerne l’aiutare il medico a gestire il senso di frustrazione, e a ridurre il rischio di burn-out professionale, giacché il clinico che lavora con persone con disabilità, deve necessariamente fare i conti con i limiti di efficacia delle cure mediche.

Un altro ambito in cui lo psicologo può essere utile, concerne l’aiutare il paziente a fare collegamenti tra le esperienze soggettive e gli stati patologici nelle malattie visive. Se questo aspetto viene sottovalutato, il paziente ha una percezione sdoppiata della propria condizione visiva. Da una parte essa è definita dalle diagnosi, dalle spiegazioni mediche e dai referti, tutti ambiti dei quali la persona diviene, prima o poi, abbastanza informata. Dall'altra la situazione è determinata dal proprio vissuto soggettivo: la propria percezione visiva, con tutti quegli ”strani fenomeni visivi”, caratterizzati da bizzarri effetti ottici od impressioni soggettive incostanti, che popolano un mondo privato ed inconfessato, perché quasi mai oggetto di ascolto ed attenzione. Eppure aiutare la persona ad avere una idea unitaria di se stessa, affiancandola nel fare collegamenti tra l'aspetto oggettivo medico e quello soggettivo percettivo, può essere molto utile per agevolare il processo di adattamento della persona alla propria condizione e migliorare l’integrazione delle conseguenze della malattia nella propria identità personale.





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