Purgatorio canto 1 (sulla spiaggia del purgatorio: catone)



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PURGATORIO
CANTO 1 (SULLA SPIAGGIA DEL PURGATORIO: CATONE)

Questo secondo regno, di speranza e attesa ma anche di sofferenza che quella speranza fa leggera, ha un’atmosfera di levità e di incanto. Ci si ritrova sulla soglia di un mondo diverso, il mondo della grazia divina a cui la grande poesia dantesca ha affidato il suo primo rivelarsi al solo aspetto del cielo: è il cielo infatti l’unica cosa visibile, unico oggetto che si possa distinguere e su cui si posa lo sguardo all’apertura del canto. Le prime 4 terzine ospitano la dichiarazione del nuovo argomento e l’invocazione alle Muse, secondo il canone della poesia classica, seguito anche nell’apertura di Inferno e Paradiso. Le nuove acque che ora si aprono davanti al poeta e al lettore, il correre libero della nave verso un altro mondo, il risorgere della poesia come uscendo da un regno di morte. Al mare metaforico dell’inizio risponderà alla chiusa il mare reale che circonda l’isola del purgatorio, un mare appena illuminato dal primo chiarore dell’alba, quello stesso mare che vide il naufragio dell’antico Ulisse e vede ora l’arrivo del nuovo, condotto dalla fede e speranza. Invoca Calliope in particolare che secondo il mito narrato da Ovidio, nelle Metamorfosi , batte nel canto le figlie di Pierio, re di Tessaglia che osarono sfidare le Muse e furono trasformate in gazze (il senso del mito allude all’insufficienza delle forze umane qualora pretendano di essere pari o superiori alla divinità stessa e Dante richiede l’aiuto di quel canto sovraumano  Par. 1). Dopo il prologo il canto si svolge in tre grandi sequenze:



  1. Visione del nuovo regno dove si è arrivati affidata al solo aspetto del cielo

  2. Incontro con colui che custodisce l’ingresso del Purgatorio, rappresentante della legge morale e della libertà che qui si riacquista (preso dalla Farsaglia di Lucano)

  3. Descrizione del nuovo paesaggio che offre vaghi contorni e dove si annuncia il grande tema portante di tutta la cantica, quello dell’esule che torna alla patria.

In realtà le tre sequenze concorrono a definire tutto il senso del nuovo regno, nei suoi motivi principali. Dolcezza e speranza sono l’apertura; la prima parola del racconto “dolce” dà come il titolo alla particolare atmosfera che d’ora in avanti dominerà il linguaggio poetico del viaggio nell’aldilà. Ma questa dolcezza è l’espressione dell’atteggiamento dell’animo non più ribelle ma pronto a piegarsi, a cedere all’altro come ha liberamente ceduto a Dio. A sua volta il paesaggio finale, quella spiaggia solitaria rivela il senso di questo cammino: esso è un ritorno alla casa, alla patria di colui che è in esilio, ma che va dietro una guida, come gli ebrei attraverso il deserto. Il grande tema biblico dell’esodo è stato giustamente considerato il tema ispiratore di questa scena come del resto sarà dichiarato dai versi stessi di Dante nel prossimo canto. La realtà sensibile, la figura, esprime da sola, come è nella storia, nella vita di ognuno, l’interiore significato (il figurato) che vi è racchiuso. Tra i due solitari paesaggi di apertura e chiusura che rivelano quasi a specchio la nuova condizione dell’uomo, è posto l’incontro con un personaggio, una figura storica e simbolica a cui è affidato un altro significato: una realtà teologica a cui si raggiungerà pienamente nella sua cima; la libertà dello spirito che si realizza nello spontaneo e perfetto aderire alla legge divina. È questo il senso morale della figura di Catone Uticense che Dante ha posto a custode del purgatorio. Un pagano, un suicida, un oppositore di Cesare, tre grandi connotazioni sorprendenti per chi presiede al purgatorio cristiano. Che sia pagano non è un problema perché Dante pone già altri pagani in Paradiso (es. Rifeo e Traiano in Par. 20), inoltre era campione di virtù e severa osservanza della legge morale. Che egli sia suicida è sormontabile perché come diceva Tommaso d’Aquino e Agostino si ammettono casi eccezionali di suicidio ispirato da Dio stesso e anche l’opposizione a Cesare è superata perché nella dimensione dell’eterno vale l’affermazione della libertà dello spirito, il massimo dono fatto da Dio all’uomo che lo rende appunto simile a lui. Ma perché Dante ha scelto lui? Egli appare qui come il custode della legge, il martire della libertà, è colui in cui trovarono piena attuazione le 4 virtù morali proprio dell’uomo nella perfezione della sua natura,quale fu Adamo nel paradiso terrestre. Dante ha voluto dare a questo regno un significato storico, oltre a quello morale della purificazione dell’anima per fasi degna al paradiso: esso simboleggia la storia dell’umanità prima di Cristo, che raggiunge una sua pienezza naturale nella sapienza, nella virtù e nell’ordinamento dello stato, ma che ancora non è stata trasformata dalla grazia. Catone sulla base del monte preannuncia dunque l’Adamo che ogni uomo sarà sulla cima. Dove non a casa scenderà Beatrice in figura di Cristo, quasi compimento della storia e dove per salire al nuovo regno sarà necessaria una trasformazione. Per questo non c’è un santo a guardia del purgatorio; qui siamo ancora nell’esilio, sulla via della patria, ma non ancora in patria. Dante con la scelta di Catone ha voluto significare che ogni singolo uomo riviva, nella sua purificazione per giungere a quella pienezza che lo farà degno di Dio, la storia dell’umanità fino all’avvento di Cristo.
CANTO 2 (ALL’AURORA SULLA SPIAGGIA DEL PURGATORIO: CASELLA)

Anche in questa cantica, il secondo canto forma col primo quasi un prologo o preludio bipartito; i due canti si susseguono quasi continuando l’uno nell’altro. Si crea così quasi un unico discorso poetico: esso si svolge in uno stato di sospensione; siamo ancora in parte sulla terra lasciata col corpo, quasi fermi al limite tra i due mondi. Il mondo divino appare e chiama con tutta la sua bellezza (angelo che giunge), l’altro, quello terreno, ancora trattiene con i suoi dolci legami (incontro con amico Casella)cioè l’amicizia, l’arte, la filosofia, nelle quali li spirito umano si conforta e che tuttavia bisogna avere il coraggio di lasciare ( coraggio morale che rappresenterà la voce di Catone. Tutta l’invenzione poetica sta in questa pausa, tra l’apparire dell’angelo con le anime dei salvati e l’avviarsi dei due poeti con gli altri verso le pendici del monte. Questa è dunque una spiaggia di sosta, di consolazione dalla stanchezza e affanni sofferti, sosta affidata alla poesia, alla musica e alla filosofia.



Il canto si apre con una indicazione di tempo, un’ampia perifrasi astronomica che indica al lettore l’ora del giorno aprendo al suo sguardo l’intero universo dove sono segnate le coordinate del tempo scandito dal sole: qui nel purgatorio il sole sta per spuntare mentre a Gerusalemme tramonta e dal Gange, estremo lembo delle terre abitate, sorge la notte. Questo modo di configurare le ore sottolinea il carattere relativo del tempo e richiama con il riferimento fisso a Gerusalemme , centro del mondo, l’evento storico che divise i tempi e offrì all’uomo quella liberazione per cui ora p possibile questo viaggio: la morte di Cristo. In questo vasto e religioso orizzonte ritroviamo i due poeti, soli e incerti del cammino come due pellegrini sperduti. A questa sospensione risponde il primo grande evento che il canto narra: l’arrivo ella nave dell’angelo con le anime dei salvati. Gli angeli saranno di casa nel Purgatorio e la loro bellezza sarà un costante richiamo e invito a salire in alto. Ma questo primo angelo ha una sua qualità unica di splendore e inaccessibilità: egli da la misura della distanza tra le due dimensioni dell’uomo, quella mortale e quella immortale di cui qui siamo al limite. Queste negazioni comportano un paragone con l’uomo che tentò con i suoi mezzi, con i suoi remi, lo stesso viaggio. Quel viaggiatore, Ulisse, che già alla fine del primo canto era stato evocato su quel mare che non vide il suo ritorno è ora di nuovo ben chiaramente chiamato a confronto. Essi percorrono la stessa rotta e ci si rende conto che Dante ha voluto impostare il suo viaggio proprio a specchio, o meglio a differenza, di quello narrato in Inf. 26. Le anime che arrivano intonano un canto che è come l’insegna sotto alla quale è posto il Purgatorio ; è il salmo che canta la liberazione degli ebrei dall’Egitto, citato già dallo stesso Dante ne Convivio (viaggio verso la terra promessa). Si giunge al successivo evento del canto: l’incontro con l’amico, il musico Casella che soleva intonare le rime d’amore degli amici. Qui l’affetto e la dolce familiarità non sono mutati, ma un velo di riserbo e di distanza si stende tuttavia tra i due amici. Dante esita a riconoscere l’altro, l’altro quando lo abbraccia stringe una forma vuota. Ma Casella non è un amico qualunque: la scelta di Dante è stata certamente voluta anche a costo di creare difficoltà quasi insormontabili di verosimiglianza. La ragione sta nel significato che Dante ha voluto dare a questo momento di sosta all’inizio del cammino, alla soglia tra i due mondi. Casella porta con sé , attraverso la musica, quel mondo felice che era stato per Dante quello della poesia e degli studi, nel quale l’amicizia aveva un ruolo di grande rilievo. Che la canzone dantesca qui prescelta per essere cantata da Casella, “Amor che ne la mente mi ragiona”, la seconda Convivio stia a significare oltre la poesia anche la filosofia è per noi indubbio. Oltre all’esplicita dichiarazione fatta da Dante nel Convivio c’è una evidente suggestione del passo di Boezio dove il personaggio-autore resta rapito dal dolce canto della Filosofia, chiamata “summum lasso rum solamen animorum” (suprema consolazione degli animi stanchi). Si tratta di un “picciol fallo” come egli dice nel canto III o come diceva catone di una “negligenza”. La donna gentile che quella canzone cantava è vista qui insieme nella sua funzione e nel suo limite. È come se Dante si facesse accompagnare fino a questa riva dall’arte e dalla filosofia che tuttavia vanno ora lasciare o meglio oltrepassate. Tutte le cose belle e alte della terra non possono essere dei fini: non si può indugiare come dice Catone, e la coscienza morale che egli impersona è come lo sprone che sospinge l’uomo oltre se stesso verso la sua vera meta. I due primi canti quindi sono strettamente uniti e sono legati dal solitario paesaggio, dal tema dell’esilio, dalla presenza taciuta ma evocata del navigatore dell’Inferno e dalla figura di Catone.
CANTO 3 (MORTI SCOMUNICATI: MANFREDI)

In questo canto si stabilisce il significato spirituale che il poeta ha voluto dare al suo purgatorio e si viene dunque anche a costituire necessariamente il nuovo linguaggio con le relative immagini, le modalità del dialogo, il paesaggio e tutte quelle forme cioè che quel significato esprimono. Lasciata la spiaggia dove si trovò Casella, Dante e Virgilio si avviano a salire la montagna e in questo inizio del cammino apparirà la prima schiera di anime del nuovo regno e avverrà l’incontro con il suo primo abitante. Ma prima di giungere a questo episodio il canto svolge un altro tema e fa centro su un’altra persona che è Virgilio. Due sono infatti le sequenze narrative nelle quali il canto è suddiviso e due sono i protagonisti : il primo di essi è come coperto d’ombra, mentre sul secondo si riversa in pieno la luce. E tra i due destini è stabilito un rapporto sul quale si fonda l’unità del canto. La prima parte si svolge in forma discorsiva e la seconda in forma drammatica. All’inizio avviandosi i due poeti, già Virgilio prende il primo piano del racconto, dimostrando turbamento e rimorso per il picciol fallo in cui era caduto ascoltando Casella; viene così allo scoperto l’umanità sensibile del personaggio a cui Dante si stringe, ma questo primo tratto non è che il preannuncio del vero tema virgiliano che ora segue, e che poterà un ben più profondo turbamento. Nel camminare Dante si accorge che solo il suo corpo getta l’ombra sul terreno: ecco introdursi il motivo del corpo, già citato nel vano abbraccio di Dante verso Casella, che sarà importante per tutta la cantica, ma che qui assume un significato particolare. Virgilio ricorda infatti il suo sepolto laggiù a Napoli dove ora scende la sera. Quel corpo che non risorgerà per la gloria come dell’altro è detto nel I canto. E qui si innesta la domanda di grande importanza per la teologia: come possono le anime separate dal corpo soffrire i tormenti fisici della purificazione nel purgatorio o della dannazione dell’inferno. A questo problema Virgilio risponde qui con la affermazione solenne e ben nota “State contenti, umana gente, al quia”: la ragione umana cioè non può raggiungere la profondità del mistero divino, deve contentarsi di conoscere i fatti e Virgilio aggiunge che se questo fosse possibile (comprenderne il perché) le più grandi menti dell’umanità (Platone e Aristotele) non sarebbero rimaste nel Limbo. Il grande tema dell’insufficienza della ragione appare qui dunque non svolto dottrinalmente ma sofferto da una persona quella stessa persona che della ragione è figura, ma che è tuttavia prima di tutto un uomo vivo e storico. Tra le due dimensioni, quella umana e quella divina, e il secondo grande nucleo inventivo, la storia di Manfredi è osto come un intervallo narrativo che descrive il cammino incerto dei due, la ricerca della strada, l’apparizione di una prima schiera di anime (similitudine delle percorelle). Posta così a inizio del cammino la similitudine offre di fatto la figura che Date ha voluto dare agli uomini del suo secondo regno, ben diversa da quella dell’Inferno: là rilievo anche fisico, qui mitezza, semplicità quasi nascondimenti degli uni fra gli altri. È quell’atteggiamento dello spirito che significava il pieghevole giungo della riva nel canto I, e che ora viene manifestandosi. Ed ecco tra di loro si stacca e parla no che in realtà è di tutti il più grande peccatore , condannato dalla Chiesa con la più grave delle sanzioni, la scomunica con maledizione, per cui tutti in terra lo ritenevano dannato: è Manfredi di Svevia. L’esempio massimo che Dante ha voluto offrirci quasi bandiera posta sul limitare del suo mondo della salvezza. Vicenda storica di Manfredi:figlio di Federico II , re di Sicilia e sconfitto a Benevento da Carlo d’Angiò nel 1266. Dante inventa che prima di morire si pentì e che gli furono inferte due ferite (come quelle di Gesù). Inoltre lo descrive come è descritto David (che è il modello principale di peccatore pentito) da giovane in Sam. 16. Sulla sua conversione esiste una tradizione orale della quale rimangono tracce nella cronaca di fra Iacopo d’Acqui, l’Imago Mundi.

il re scomunicato e peccatore che ferito in battaglia si rivolge a Dio con lacrime e ne riceve l’abbraccio e il perdono ci dice l’infinita ampiezza della misericordia divina e la gratuità della salvezza e l’unica cosa che richiesta all’uomo è la conversione del cuore anche alla fine della vita con una sola parola. È questo il senso profondo del Purgatorio dantesco. L’immagine rimasta famosa, ispirata alla parabola del figlioul prodigo definisce l’evento della salvezza nei suoi due termini: da una parte l’ampiezza non misurabile dell’amorosa accoglienza divina, dall’altra il rivolgersi al cuore dell’uomo verso di lei. L’affermazione del primato della coscienza sula legge è evangelica, ma la chiesa nella sua funzione storica l’ha spesso contraddetto privilegiando per ragioni politiche l’aspetto giuridico dell’etica su quello spirituale. Con la storia di Manfredi, Dante prende qui apertamente posizione con forza profetica, in chiara polemica con la tendenza della chiesa del suo tempo a dare valore assoluto alla giurisdizione ecclesiastica. L’esempio del principe svevo speculare a Guido da Montefeltro vuol dichiarare nel modo più solenne come tale giurisdizione si fermi alla soglia della coscienza dell’uomo, là dove solo lo sguardo di Dio può penetrare. Quel racconto ha infatti un duplice fondamento: uno di carattere letteraria, e uno cronachistico. Il primo è un’operetta araba sull’immortalità dell’anima (il Liber de pomo sive de morte Aristotelis) da Manfredi stesso tradotto in latino e dotata di una prefazione in cui si proclama una sicura fede in quell’immortalità e nella misericordia di Dio; l’altro è il racconto che troviamo in cronachisti del tempo e che certo correva nelle testimonianze dette dal re in punto di morte e raccolte da uno dei suoi baroni. Questi due documenti venivano ad aggiungersi alla stima nutrita da Dante per lo svevo e testimoniate nel De Vulgari Eloquentia. Ripensando al primo tema svolto nel canto, quello della insufficienza della ragione di fronte al mistero di dio ci si rende conto di come questo secondo sia ad esso profondamente connesso: nella storia di Manfredi appare infatti un atro mistero divino inafferrabile dalle umane misure, quello della misericordia. I due temi vivono in due persone- Virgilio e Manfredi- di cui il primo è tra gli esclusi, l’altro tra i salvati.

Affermando che con la maledizione papale l’uomo non perde la possibilità di riconciliarsi con l’amore divino Dante non dice cosa diversa o contraria alla tradizionale dottrina cristiana, ma contro la stessa autorità ecclesatica (In questo caso Clemente V). Ponendo infine la richiesta di preghiere come tema ricorrente della cantica, egli conferisce grande rilievo alla dottrina del suffragio , cioè della possibilità per i vivi di ottenere con le loro preghiere e opere buone la riduzione di pena per i morti. Dottrina basata sulla scrittura, professata e sostenuta da tutta la tradizione teologica.
CANTO 4 (PIGRI: BELACQUA)

Mentre parlava Manfredi, Dante non si era accorto del passare del tempo: sono ormai trascorse tre ore dall’alba. I due pellegrini giungono ad una spaccatura nella roccia per la quale si sale al monte e comincia l’ascesa. Superato con fatica il primo balzo, i due arrivano ad una larga cengia, e proseguono, ma Dante resta indietro, Virgilio lo fa avvicinare e si siede insieme e lui a riposare. Dante osserva il cielo e si stupisce che il sole si trovi alla loro sinistra. Virgilio spiega le coordinate astronomiche sono alla base della livrea posizione del sole. Poi su richiesta di Dante che si preoccupa per la lunghezza della salita spiega che in quella montagna via via che si sale la fatica si fa sempre più lieve, solo in cima al monte ci si potrà riposare. Una voce interrompe il dialogo, schernendo l’impegno di Dante; egli si avvicina ad un masso dietro il quale stanno rannicchiate delle anime: sono i pigri, che per negligenza hanno rimandato fino all’ultimo il loro pentimento. Dante riconosce Belacqua e gli chiede come mai essi non avanzino verso il monte; Belacqua spiega che prima che un’anima del suo gruppo acceda alle pene del purgatorio deve trascorrere un numero di anni pari alla sua vita, se non è soccorsa da preghiere di anime buone. Virgilio interviene e incita Dante a proseguire.


CANTO 5 (MORTI DI MORTE VIOLENTA: JACOPO DEL CASSERO, BUONCONTE, LA PIA)

Quando Virgilio e Dante si allontanano, le anime dei pigri notano l’ombra prodotta da Dante sul terreno,che stanno giungendo cantando Miserere (salmo 50 di DAVID) e si meravigliano ad alta voce; Dante si sofferma a quelle grida, ma Virgilio lo ammonisce severamente a continuare il cammino senza distrarsi. Anche un altro gruppo di anime che vengono incontro ai due pellegrini si arresta per lo stupore dell’ombra proiettata e due di esse vanno in avanscoperta per chiedere spiegazioni; Virgilio spiega loro brevemente che Dante è vivo, e immediatamente le ombre tornano a riferire al gruppo che accorre. Gli spiriti si rivolgono a Dante rivelandogli di essere morti per atti violenti e di essersi pentiti all’ultimo momento; gli chiedono poi se riconosce qualcuno di loro, in modo da poterne portare notizia nel mondo dei vivi. Dante non ravvisa nessuno, ma si offre comunque di fare quello che potrà per loro. Parla un primo spirito, Jacopo del Cassero, e racconta la sua uccisione per ordine del marchese d’Este, raccomandando a Dante di ricordare il suo destino ai suoi parenti e amici di Fano. È la volta di un secondo spirito Buonconte da Montefeltro, che su richiesta di Dante racconta la sua morte in riva all’Arno in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Campaldino; si salvò per un’ultima invocazione a Maria, per cui il diavolo, non potendo avere la sua anima fece strazio del suo corpo. Infine interviene una donna Pia dei Tolomei, senese, che dice brevemente a sua tragica fine in Maremma per ordine del marito.



CANTO 6 (ANCORA MORTI DI MORTE VIOLENTA: SORDELLO)

Qui la struttura è divisa in due parti: la prima fa seguito alla scena che si svolge alla fine del canto precedente; la seconda, di durata pari alla metà del canto, è per intero occupata da un’ampia digressione che del canto costruisce il vero argomento: tale digressione è la celebre invettiva di carattere profetico rivolto all’Italia che denuncia con intensa passione i mai che l’affliggono e che è rimasta la più nota tra le altre. A questo testo Dante attribuiva grande importanza; esso si trova infatti in posizione eminente nell’arco narrativo dell’Antipurgatorio, ma la stessa singolarità osservata nella struttura del canto contribuisce a dargli particolare rilievo. Il grande discorso civile e profetico non si svolge fuori campo, ma è legato, quasi ne fosse la voce, a una persona storica. Questo personaggio che domina solitario al centro del canto, e nella cui figura Dante racchiude il significato della grande sequenza che occuperà i due successivi, dove egli resterà presente, è (con chiaro riferimento autobiografico) il poeta Sordello da Goito, noto per i suoi testi di impegno politico e civile, scritti a esortazione e rimprovero dei potenti del mondo. I critici hanno variamente interpretato la scelta qui fatta da Dante del trovatore di Mantova come figura simbolica a cui riferire la solenne digressione profetica. È evidente che Dante abbia visto nel mantovano, le cui opere di argomento politico e morale erano allora largamente note, la persona che meglio di altre poteva rappresentare lui stesso nel ruolo che egli assumeva nel poema. Sordello mantiene tutta la sua identità storica, identità da intendere in senso letterario che è quella che sola conta per Dante.



Modesto poeta Sordello, posto così quasi alla pari tra i due giganti come Virgilio e Dante; significativo inoltre l’abbraccio tra i due mantovani (Sordello e Virgilio) riconosciutisi nell’amore per a terra natale,dove l’antico da dignità al moderno e il moderno a sua volta da all’antico quella concretezza che solo il presente possiede.

Prima di giungere a questo suo centro, il canto si svolge come prolungamento della scena con i morti per forza. Il racconto prosegue presentando una piccola folla di anime di quella schiera che si accalcano intorno a Dante per ottenere da lui preghiere. Questa breve serie di volti non a caso tutti toscani, meno che l’ultimo tutti di gente uccisa nelle faide politiche comunali apparirà alla fine strettamente funzionale al tema principale che nel canto si intende svolgere. La rassegna degli uccisi anticipa infatti l’amara denuncia degli odi di parte che insanguinano la città d’Italia. I due poeti riprendono il cammino e prima dell’incontro Dante pone un breve intervallo ragionativo quasi ad accompagnamento del tratto di strada percorso. Questo chiarimento serve a fissare i termini dottrinali entro i quali è posta tutta l’invenzione del secondo regno:si risponde a come la preghiera dell’uomo modifichi il decreto inappellabile di Dio. Questo passo è necessario per dare fondamento teorico alla dottrina dei suffragi, finora soltanto enunciata nel canto III, e che ora riceve una sicura base teologica con l’appello al principio cristiano per cui la forze dell’amore dell’uomo può modificare i decreti di Dio senza lederne la giustizia. Questo intermezzo dottrinale appartiene ancora alla tematica connessa con i morti per forza, assetati si suffragi più degli altri. Ma il canto giunge ora al suo centro con l’apparire della figura di Sordello: questo spirito sdegnoso , che già nell’atteggiamento solenne evoca immagini dell’Antico Testamento e fa presentire il prorompere dell’appassionata invettiva, riserva una sorpresa: al nome di Mantova pronunciato da Virgilio, ecco la statua si muove e l’uomo abbraccia l’altro. Da questo punto di intensa commozione prende le mosse, con grande naturalezza l’apostrofe che l’autore stesso pronuncia , mentre il personaggio Dante resta silenzioso e quasi scompare accanto agli altri due. Dante infatti riserba a se stesso autore l’invettiva, assumendone intera la responsabilità e dandole così il massimo rilievo. Si svolge così questa lunga digressione tutta costruita con sapiente struttura retorica che regge 25 terzine. Questa è la più lunga digressione e si indirizza a diversi interlocutori, come in progressione e rivolgendosi infine a Dio stesso. Toccato questo culmine l’invettiva cambia registro con una brusca svolta retorica. Ironia e dolore conducono le ultime terzine rivelando la sofferenza del poeta per la sua città traviata. Firenze prende così il posto di Mantova, prende cioè il poto che in realtà era il suo chiudendo il cerchio che il nome di Mantova aveva aperto: l’abbraccio fra i due mantovani è infatti nel cuore dell’esule la figura opposta e sognata del sanguinoso conflitto che divideva gli abitanti della sua città, come tutti il contesto apertamente rileva. Questo testo ha inoltre carattere di universalità: è l’idea del vincolo che unisce coloro che sono nati nello stesso luogo e la deplorazione per le lotte fratricide. Questa è la vera forza del testo dantesco e non si deve sottovalutare l’importanza che viene qui ad assumere l’Italia come nazione. Traspare chiaramente l’idea dell’Italia come nazione, nave senza guida, che in figura di donna poi il Petrarca canterà con moderna consapevolezza già presente nei versi di Dante. Tutti gli spiriti fin qui incontrati formano un quadro omogeneo: se si esclude Pia sono tutti spiriti vittime delle lotte politiche e nella valletta dove si svolgerà l’azione dei due canti seguenti si vedranno raccolti i principi d’Europa tutti colpevoli i aver trascurato il loro compito primario di buon governo perché presi da interessi familiari e personali. Alla fine dell’VIII canto sarà posta a suggello della serie breve la profezia dell’esilio di Dante. Questo canto abbraccia nel suo svolgimento non solo l’Italia, ma anche Firenze e l’Impero stesso in quanto deplora nei suoi rappresentanti la trascurata romanità, infatti è pronunciata non da un cittadino o da un imperatore ma dall’autore stesso.

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