Purgatorio canto 1 (sulla spiaggia del purgatorio: catone)



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CANTO 7 (PRINCIPI NEGLIGENTI: CON SORDELLO NELLA VALLETTA DEI PRINCIPI)

Sordello chiede a Virgilio il suo nome, e Virgilio glielo rivela, precisando di non essere in cielo solo perché non ha avuto la fede in Dio. Sordello si commuove, scoprendo l’identità del sommo poeta e vuole sapere se venga dall’Inferno. Virgilio spiega che sta nel Limbo, luogo senza pene fisiche, dove si trovano anche i bambini morti innocenti e virtuosi morti senza aver conosciuto il cristianesimo. Egli chiede poi al suo concittadino la strada per proseguire. Sordello si offre di accompagnarli e dato che cala la sera, propone di condurli a passare la notte con altre anime raccolte li vicino, infatti nel purgatorio non si può procedere di notte. I Tre giungono ad una valle splendidamente fiorita, dove siedono molte anime in atteggiamento mesto che stanno cantando il Salve Regina. Dall’alto Sordello indica alcuni spiriti tutti re e principi addolorati per la corruzione e l’inettitudine dei loro discendenti: Rodolfo I d’Asburgo accanto al re di Boemia, Filippo III l’Ardito re di Francia, seduto vicino a Enrico I di Navarra, Pietro d’Aragona che canta all’unisono con Carlo I d’Angiò, Enrico III d’Inghilterra che siede solo e più in basso, per il suo rango inferiore Guglielmo VII marchese di Monferrato.


CANTO 8 (VALLETTA DEI PRINCIPI: NINO VISCONTI E CORRADO MALASPINA)

Esso sostituisce una conclusa unità narrativa: esso svolge infatti un unico grande tema che intitola e che tanta parte ha nella struttura stessa del poema e nel cuore del protagonista: il tema dell’esilio. Esso da al canto che pure si articola in diverse scene una singolare unità poetica, quel tono di contenuta malinconia e religiosa speranza che i primi celebri versi imprimono. Canto dell’esilio appare infatti questo, dove il doppio aspetto che tale parola assume lungo tutto il poema, del quale è uno dei motivi-guidi viene a rivelarsi come affiancato nello stesso testo, in una contiguità che solo in Paradiso, 24 si manifesterà apertamente. Il duplice esilio di cui il poema si fa voce è contemporaneamente quello storico del personaggio Dante che spera di tornare a Firenze e quello spirituale dell’anima dalla sua patria, il cielo, alla quale non invano si tende con speranza che non sarà delusa. In questo canto l’uno e l’altro esilio che in vario modo intessono tutta la trama del poema sono cantati con uno scambiarsi di accenti e di immagini che ne fa infine uno solo. E la bellezza e il fascino di questo canto stanno nel segreto rapporto che stringe insieme le alterne sequenze, in quell’aura di ricordo e di attesa che trapassa dall’una all’altra, di malinconia e speranza che sembrano farsi in un’unica speranza. La dolce ora della sera che ounge il cuore di coloro che sono “fuori della loro patria” nei grandi versi ai quali più che due lustri di doloroso esilio danno la memorabile modulazione, vuole qui indicare un tempo del racconto: il tempo in cui le anime raccolte nella valle si uniscono appunto in preghiera guardando al cielo come luogo della loro speranza. Ma tutti gli spiriti qui riuniti al tramonto sono anch’essi degli esuli, come viandanti dei primi versi; la Salve, Regina da loro cantata poco prima già ce ne ha avvertito. Gli esuli della perifrasi iniziale e quelli della piccola valle tuttavia sono e non sono gli stessi: quelli guardano indietro, alle cose care lasciate, con dolcezza ma con malinconia ; questi guardano avanti, a quel cielo dove giungeranno con trepidazione ma con speranza (due diversi esili verso due città diverse). Ed ecco apparire due personaggi celesti, i due angeli con vesti e ali verde speranza con in mano le spade infuocate. Essi aprono una seconda scena, centrale nel canto. Ma questa scena è anch’essa intimamente legata ala prima. Quegli angeli con la spada fiammeggiante ai due ingressi della valle,evidente ricordo del cherubino biblico posto a guardia del paradiso terrestre, non altro sono se non la figura dell’originario esilio dell’umiltà, da cui ora si può ritornare grazie alla redenzione. Con questo segno dell’esilio e della speranza celesti si conclude la prima sequenza del canto, dove le tre scene dei pellegrini terreni, degli esuli del purgatorio, dei nuovi guardiani dell’Eden si fondono in unico movimento poetico di malinconia, dolcezza e nostalgico desiderio. Entrano poi in azione i tre poeti, finora spettatori sul margine della valle e scendono tra le ombre prima contemplate dall’alto; si svolge così il primo dei due colloqui tra Dante e due di quelle ombre, tutti e due fortemente personali. Il canto è costruito infatti come su 4 campate, di una durata press’a poco uguale. Il primo incontro col giudice Nino Visconti, ha carattere domestico e privato tutto imperniato sugli affetti familiari e quegli affetti così forti ancora in chi pure è al di là della riva della morte, e che non possono non ricordarci la situazione così simile provocata in colui che scrive da una separazione che a quella della morte si può ben paragonare. Il secondo colloquio, con il marchese di Malaspina, è invece tenuto su un altro registro, pubblico e civile: con un tono alo e fiero si celebra a casata dei marchesi di Lunigiana, sola rimasta a fregiarsi di liberalità e valore, riprendendo il tema del declino delle stirpi svolto nel canto precedente e offrendo così un regalo compenso all’ospitalità ricevuta dall’esule presso di loro. E quel ricordo, espresso in forma di profezia, chiuderà con dolorosa coerenza il canto dell’esilio.

Tutti e due i colloqui sono tuttavia accomunati da diretto coinvolgimento dell’autore, con l’amico prima, con l’ospite poi così che dall’uno all’altro corre il filo continuo del legame personale, fatto di ricordi e dolori. Tra i due incontri è posta la scena della tentazione: il serpente arriva strisciando (Gen.3), simile a quello che tentò Eva nel paradiso terrestre, ma gli angeli (come dice Sordello venui dal grembo di Maria, secondo anche Gen. 3 e Luc. 16) muovono verso di lui che al solo sentire il fruscio delle loro ali fugge. La scena è presentata dall’autore con un avvertimento (simile a quello posto in Inf. 9 all’apparire della Gorgone e all’arrivo del Messo) perché il lettore ne comprenda il significato vero. Il senso è chiaro: la grazia divina invocata viene in soccorso all’uomo tentato dal demonio e l’antico avversario che nell’Eden fu vincitore è ora messo in fuga con facilità perché già vino una volte per tutte dal Redentore. Perché proprio per i principi è posto questo monito? Ai principi si presenta la tentazione dell’Eden perché è per rimedio a quel peccato che l’autorità civile (per Dante imperiale) fu necessaria sulla terra come guida e freno agli uomini inclinati al male, ed essi vennero meno al loro compito di custodia dei propri sudditi e di rispetto verso l’impero, lasciando così che il mondo degenerasse in odi e guerre e d’altra parte il loro peccato è quello nata dall’invidia del serpente antico, la cupidigia dei beni terreni. Alcuni pensano che i due angeli siano simbolo di Papato e Impero. Questa seconda scena celeste, aperta dall’apparire di tre stelle simboleggianti le tre virtù teologali e chiusa dalla fuga del serpente vuol dichiarare la certa speranza che in risposta all’invocazione di aiuto iniziale conforta gli uomini esuli sulla terra con la certezza del ritorno in patria.


CANTO 9 (PORTA DEL PURGATORIO)

L’Argomento di questo canto è il passaggio dall’Antipurgatorio al purgatorio vero e proprio, dunque canto strutturale in quanto come altri del poema riguarda la struttura del racconto. Ciò è messo in rilievo dalla simmetria che Dante ha stabilito tra i tre canti che potano il numero nove in ognuna delle tre cantiche (in Inf. 9 si narra il passaggio dall’Inferno superiore al basso inferno, peccati di malizia e non più di incontinenza attraverso la porta di Dite; il Par. 9 c’è l’ultimo canto dedicato ai primi tre cieli, dove ancora giunge l’ombra della terra e gli spiriti hanno qualche debolezza). Dante affida nel Purgatorio e nell’Inferno i due luoghi a figure e gesti simbolici creando come una sacra rappresentazione, il senso morale dell’evento. Qui abbiamo un’aquila che porta Dante in sogno fino alla porta, poi tre scalini e l’angelo portiere a cui Dante deve umilmente chiedere l’entrata , che rappresentazione l’azione liturgica della confessione. In questo canto la presenza della figura del simbolo appare dominante. All’inizio è descritta l’ora notturna e l’addormentarsi di Dante, alla fine si ode il rombante aprirsi della porta e il canto solenne; al centro vi è come breve intervallo il risveglio di Dante e la parola di conforto di Virgilio. Tutto lo svolgimento del canto nelle sue due parti quasi di eguale durata è mantenuto tanto da coprire quasi del tutto lo spazio della narrazione, nell’ambito dell’allegoria. L’appello al centro al lettore sottolinea il significato riposto della scena e l’importanza di quel passaggio.

Parte 1: perifrasi astronomica volta a designare l’aurora che viene a designare l’insorgere di una nuova vita dell’anima. Secondo il mito narrato nell’Eneide Aurora non lasciava mai l’amato Titone, se non la mattina, quando si alza dal letto per recare la luce agli uomini. Dante allude poi al mito delle due sorelle Progne e Filomena: avendo Tereo, marito di Progne, usato violenza a Filomena , questa lo rivelò alla sorella che si vendicò dando in pasto al marito le carni del figlio. Scoperto il delitto Tereo tentò di uccidere le due sorelle ma furono tramutate in rondine e usignolo (Ovidio e Virgilio)  interpretato dalla tradizione cristiana come figura della contrizione del cuore.

Parte 2: la scena del sogno e quella dell’ingresso sono ricche di citazioni e riferimenti alla tradizione penitenziale cristiana, biblica, liturgica e teologica. Citazione del mito di Ganimede (Virgilio e Ovidio): egli venne rapito mentre cacciava con i suoi compagni sul monte Ida, affinché divenisse il coppiere degli dei. Il mito è ricordato non solo per l’uguaglianza materiale fra i due veneti, ma per il significato mistico che esso aveva assunto nella tradizione cristiana: Ganimede era l’anima umana portata da Dio stesso a partecipare al banchetto celeste, cioè alla vita divina. Così le tre figure mitologiche (Aurora, Filomena a Ganimede) sono tutte e tre simboliche del processo di redenzione o rinascita spirituale che l’entrata nel purgatorio vuol rappresentare. Al suo risveglio si allude con un quarto evento mitico, il risveglio di Achille nell’isola di Sciro dove la madre Teti lo aveva trasportato dormiente per sottrarlo alla morte che avrebbe incontrato nella guerra di Troia.

Nel sonno si svolge un sogno che rappresenta eventi che accadono nella realtà. La sua singolarità sta proprio nel fatto che non preannuncia eventi futuri ma dichiara in figura ciò che contemporaneamente sta avvenendo nel sogno stesso: un’aquila rapisce Dante dormiente e lo porta in alto fino alla sfera del fuoco; nella realtà come spiega Virgilio, mentre Dante dorme, Lucia scende dal cielo nella valletta e lo trasporta fino a breve distanza dalla porta. La figura dell’aquila è dunque legata a Lucia che era già venuta in soccorso a Dante in Inf. II. Ma l’aquila ha una doppia valenza: da una parte è legata ai ben noti testi biblici che le danno un carattere penitenziale e quindi rappresenta la grazia divina che solleva l’uomo dallo stato del peccato. Dall’altra appare sempre nelle opere di Dante come il simbolo dell’Impero, o più largamente della giustizia e alcuni tratti dell’Epistola V scritta per Arrigo VII coincidono singolarmente con le parole qui usate. Entrambe le valenze concorrono a dare significato alla figura di Lucia come aquila: nel tempo storico infatti l’imperatore ha il compito di guidare gli uomini, attraverso le virtù morali e intellettuali, alla perfezione naturale simboleggiata nel paradiso terrestre, mentre la chiesa attraverso le virtù teologali li guida al paradiso celeste. L’aquila evoca quindi per Dante ambedue le forze che per lui sulla terra reggono l’uomo sulla via della virtù. Dante lascia all’uccello di Giove potenza e terribilità mentre atti e parole di Lucia sono delineati con grazia e dolcezza, quasi a dare alle due figure i caratteri fondamentali dell’azione divina, sempre citati insieme nel Purgatorio, di giustizia e misericordia. Giunto alla porta, Dante compie un rito: sale i tre gradini, si inginocchia e si batte il petto, chiede misericordia. Tutta la scena , evidente figura della confessione sacramentale insiste sul motivo centrale del’umiltà ritornante nei gesti e nelle parole di Virgilio. La figurazione è per il resto affidata ai colori tutti simbolici (i gradini indicano l’esame di coscienza, la contrizione del cuore e l’ardente carità che ripara la colpa- le chiavi : la prima d’oro è la autorità di assolvere i peccati che viene direttamente da Dio e la seconda argentata è la sapienza e la discrezione del sacerdote nel giudicare l’idoneità del penitente ad essere assolto). Così le 7 P che l’angelo incide sulla fronte di Dante (7 vizi capitali da purificare con la salita sulla montagna). La porta rimbomba come già quella della Rupe di Tarpea quando Cesare forzò il tesoro del Campidoglio e Dante quasi riprendendo la propria persona, svegliato da quel fragore con occhi e orecchi attenti ode un lontano e dolce suono di più voci tra le quali distingue le parole del Te deum, il grande inno di gloria e di lode.
CANTO 10 (PRIMA CORNICE: I SUPERBI)

Il canto è simmetrico al decimo dell’Inferno, nel quale ci troviamo dentro la porta di Dite. Simile è anche la situazione di apertura: i due viandanti si trovano soli in un luogo piano e deserto. Il ripiano dover si trovano Dante e Virgilio è il primo dei sette che cingono la montagna. Dedicati ognuno a uno dei sette vizi capitali, propri della teologia cristiana, secondo i quali Dante ha disposto l’ordinamento del suo purgatorio, a differenze dell’ordinamento infernale fondato sull’Etica aristotelica. Il primo e più grave di essi è la superbia e ad essa sono dedicati ben tre canti, una potente trilogia, che porta al suo centro (canto 11) le persone storiche e gli incontri di Dante con loro e ai lati (canti 10 e 12) la riflessione morale, offerta dagli esempi di virtù e di empietà che appariranno scolpiti rispettivamente sul fianco e sul pavimento del girone.



Dante ha immaginato una triplice forma di purificazione: alla pena fisica si accompagna semplice la duplice meditazione, per mezzo degli esempi che vengono via via proposti, prima sulla virtù opposta al vizio da correggere e poi sulla punizione divina che colpisce chi di tale vizio è portatore. Gli esempi di virtù sono sempre ispirati a una delle beatitudini evangeliche che dà quindi un tono spirituale. Nel primo girone, dove stanno i superbi, la virtù da contemplare è l’umiltà che è di fatto il tema cardine di tutto il canto 10 dedicato agli esempi che la celebrano in modo eminente. Lo svolgimento del canto appare saldamente unitario, nelle tre parti in cui si articola: l’inizio e la fine sono faticosi e drammatici, un’aspra salita sulla roccia occupa infatti la prima sequenza del canto e il penoso apparire dei peccatori che avanzano schiacciati da pesanti massi lo conclude. Al centro splendono i tre grandi esempi di sublime umiltà. Scolpiti nel marmo della parete. La figura dominante è dunque in ogni parte la pietra, come il tema morale a cui ogni immagine è riferita, ma ben presente nel duro salire dell’inizio e nella pena,evidente contrappasso dell’umana alterigia. Nell’ultima scena del canto s’innalza poi una commossa apostrofe agli uomini superbi e ciechi, che non riconoscono la loro piccolezza terrena. La salita nella roccia narrata all’inizio ricorda quella compiuta nel canto IV dell’Inferno: è infatti questo uno dei motivi ricorrenti nella cantica, come segni corporei dell’ascesa dell’anima; ma qui c’è una particolare fatica e la durezza della pietra da vincere. Da questa guerra acquista rilievo l’uscita sul ripiano dei due viandanti “liberi e aperti” come sollevati da una pesante costrizione. Ma sul ripiano del deserto ecco apparire delle meravigliose sculture intagliate nello zoccolo della parete. Ad esse è dedicata la parte centrale del canto, quella che ne costituisce il cuore, offrendo esempi della grande virtù che, cime opposta al più grave dei peccati, è celebrata dalla prima beatitudine. Per rappresentarla Dante ha immaginato dei riquadri istoriati, cioè scolpiti ad altorilievo che sembrano ispirati a quelli dei pulpiti che imponevano al suo tempo la nuova arte scultorea italiana. In ognuno due figure, una maschile e una femminile, nelle due ultime uno sfondo architettonico o di folla con progressivo arricchimento dei particolari. Quello che le caratterizza è che non solo sembrano vere, ma se ne percepiscono o sembra di percepire le parole , i suoni e gli odori. Per spiegare tale portento, Dante ci dice che lo scultore di quei riquadri è Dio stesso, cioè l’artefice anche della natura, e quindi la sua arte poteva come in quel caso riuscire a superarla. Figurando questo “visibile parlare” Dante sembra voler assegnare alla sua parola un primato sulle altre espressioni: solo dando voce e parole alle figure si fa veramente viva una scena umana. I tre esempi storici proposti in queste rappresentazioni esemplari dell’umiltà dell’uomo sono figure emblematiche di quella concezione della storia che sta a fondamento di tutto il poema. Esempi:

  1. Scena dell’Annunciazione, dove appare l’umiltà sublime di Maria che rese possibile l’incarnazione di Cristo. È una scena disadorna ed essenziale dove spiccano poche parole tratte dal testo evangelico ispiratore (Luca ,1) quasi lette sulla bocca delle due figure: l’Ave dell’angelo e l’Ecce ancilla Dei di Maria.

  2. David, “umile salmista”, appare danzante davanti all’arca con le vesti alzate, abbassando così la propria dignità sacerdotale e regale per rendere omaggio a Dio. Qui la figura di Micol, la moglie, che guarda sprezzante dalla finestra fa come da quinta alla scena, limitandone sulla destra la composizione ( Chiesa).

  3. Episodio di Traiano che ferma l’esercito in partenza per fare giustizia a una povera vedova. Qui sullo sfondo affollato di bandiere e di armati a cavallo spiccano le due figure dell’imperatore e della vedovella ferma al suo freno per chiedere giustizia per la morte del figlio. Accanto all’umiltà del personaggio esemplare, prende non minor rilievo la debole protagonista, la cui piccolezza appare in tutta la sua potenza (Impero).

Le tre scene si susseguono come in un crescendo di complessità e ricchezza di particolari, oltrepassa lo stesso tema proposto dell’umiltà per allargarsi all’altro fondamentale nel poema, delle due vie per cui Dio regge e conduce l’umanità. I tre ideali protagonisti si ritrovano insieme già nel Convivio, dove si presenta l’incarnazione pensata da Dio a attuata preparandone in anticipo le condizioni: la nascita in Palestina di David, dalla cui progenie doveva discendere il Cristo e il contemporaneo arrivo di Enea nel Lazio a fondare Roma, futuro cuore dell’Impero. In tutte e tre le scene si celebra il profondo senso che Dante ebbe della grandezza dell’uomo che si fa umile e della sua potenza presso Dio. Tale sentimento porterà all’apparire dei peccatori così duramente puniti, alla dolente apostrofe sulla cecità degli uomini che non si accorgono di questa loro divina possibilità. La lenta schiera dei superbi che avanza quasi piegata fino a terra sotto il peso di gravi macigni conclude con forte drammaticità questo intenso canto dedicato alla riflessione sul grave peccato che Dante riconosce come suo proprio, il primo e infine l’unico che impedisce all’uomo la salvezza non piegandosi al pentimento,ì. La pena immaginata per questi peccatori , con la testa piegata per il peso della pietra, è da un lato evidente contrappasso al loro orgoglioso ergersi in vita, fisico e morale, dall’altro espressione della condizione del loro animo, che espia con umile abbassamento la presunzione e l’alterigia terrene: ciò apparirà evidente nel secondi di loro che parlerà nel canto 11, Oderisi da Gubbio che ricorderà la vanità di ogni gloria umana.
CANTO 11 (ODERISI DA GUBBIO E PROVENZAN SALVANI)

Questo canto è occupato dagli incontri di Dante con i peccatori della cornice; essa è infatti la cornice della montagna purgatoriale che Dante espressamente riconoscerà come sua (Purg. 13). Il canto si apre in modo solenne, con la preghiera, il Pater noster, di carattere universale e si chiude in modo drammatico, con la vicenda a sfondo autobiografico descrivendo un arco narrativo di grande intensità e coerenza fantastica: alla fine infatti l’apertura universale e la chiusa fortemente personale vengono a illuminarsi a vicenda quasi rivelando l’una il significato dell’altra. La preghiera del Pater è recitata dalle anime schiacciate dai macigni ed ha ritmo lento accordandosi ai loro lenti passi. Dante ha scelto la più sublime preghiera per il più grave dei peccati e ha creato un singolare testo, dove al versetto evangelico si affianca un commento, una breve meditazioni morale, che sembra nascere dal cuore contrito del superbo. Tutta la preghiera è detta insieme per i morti che la recitano e per i vivi; alcune delle richieste valgono solo per chi è ancora in terra, altre per tutti. Nella comunione tra abitanti della terra e del cielo, nel rapporto scambievole di amore e soccorso Dante ha fondato tutto il suo secondo regno. Posto così il tema fondamentale del canto il racconto prosegue con il distaccarsi dal gruppo di tre figure, una dopo l’altra, tre forti personalità, con una struttura che ricorda quella del canto 5. Anche qui il Primo discorso è drammatico e breve, il secondo è più disteso con toni elegiaci e porta il commento morale, il terzo rapido e allusivo. I tre personaggi sono rappresentativi di tre distinti tipi di superbia, proprio dell’ambiente e del tempo in cui viveva Dante: l’arroganza gentilizia delle grandi casate nobiliari, l’orgoglio dell’artista che crede di vincere i tempi con la sua fama, la presunzione del politico allora capoparte, di imporre a tutta una città il suo potere. In tutte e tre le specie Dante si sentiva in qualche modo coinvolto, ma quella specificamente sua è in forma eminente la seconda, posta non casualmente al centro de canto con spazio maggiore rispetto alle altre, là dove discorre della caducità della fama sono come coperte dalla voce stessa dell’autore. Tutto il canto si svolge infatti su due fronti: la meditazione universale che comincia con la preghiera de Pater e culmina al centro nella riflessione accorata sulla vanità fella gloria umana; e la rappresentazione storica vivissima e potente. L’onda della riflessione morale fondata sul testo biblico dell’Ecclesiastiche ma come tradizioni letteraria risalente a Boezio si rompe sulla drammatica realtà storica, sullo scontro diretto tra le persone. Peccatori:



  1. Umberto Aldobrandeschi: tipico esponente dell’orgoglio gentilizio come membro di una famiglia delle più grandi di Toscana; il peccato di superbia riguarda infatti non tanto lui singolarmente preso,ma tutti i suoi come egli propriamente dice. Il suo breve essenziale racconto che culmina nel ricordo della tragica morte per opera dei senesi è un magistrale intreccio di contrizione e di involontario residuo dell’umana altezza che il ripetuto io sottolinea. Egli è personaggio tratto dall’esperienza diretta che di tali arroganti Dante aveva avuto, e pure trasfigurato, investito dall’aura di religioso accoglimento che spira qui.

  2. Oderisi da Gubbio: uno dei più celebri miniatori d ‘Europa a quel tempo, a cui è affidato il ruolo di rappresentante della superbia dell’artista, che si crede maggiore e più bravo di ogni altro nel su magistero. La sua parte è singolare perché è questo il campo stesso di Dante: tutto il suo discorso fa centro sulla vanità delle umane glorie, sulla loro breve parabola e ne esce un sorprendente quadro critico della civiltà artistica del tempo di Dante, che indica in tre celebri coppie, due miniatori, due pittori e due poeti. Giotto/Cimabue e Guinizzelli/Cavalcanti ci indicano il grande movimento culturale che segnò quel secolo e rinnovò dal profondo l’arte del poeta. Lo straordinario excursus volto ad ammonire il superbo del suo inutile e cieco vanto, ma che coglie di fatto il sorgere della novità delle arti si distende in ampia riflessione morale. L’uno e l’altro tema portano così evidente impronta del personale coinvolgimento dell’autore che riesce ben difficile capire la posizione di quei critici che non ritengono possibile che Dante alluda a se stesso quando parla del terzo che forse supererà gli altri due.

  3. Provenzan Salvani: presentato da Oderisi per dare un esempio visibile del poco durare dell’umana eccellenza. Era un ghibellino, uno dei capi di Montaperti ed è qui per un atto eroico di umiltà compiuto quando era al colmo della sua potenza: mendicare denaro sulla pubblica piazza per riscattare un amico prigioniero di Carlo d’Angiò. La storia nella sua intensa drammaticità da d’un tratto presenti e vivi il doloso esilio, l’umiliazione del povero, il tremito morale e fisico sopportato da colui che scrive. Tutto è detto con riserbo e pudore, con parlare scuro.

La breve e intensa chiusa del canto rivela così la profonda sofferenza che tenne l’animo del poeta fino ai sui ultimi anni, come chiaramente apparirà in due noti passi del Paradiso (la storia di Romeo di Villanova alla fine del canto 6 e l’apertura dolente del canto 25), sofferenza che gli coraggiosamente sopportò con una forza fondata sulla fede cristiana: l’allusione al’umiltà di san Francesco, racchiusa nella citazione si san Bonaventura fatta al v. 135 (deposta ogni vergogna..mendicava) vuole essere una indicazione del modo in cui egli volle e seppe sostenere un così grane dolore alla luce di questi ultimi versi tale valore autobiografico appare infatti presente fin dall’inizio in quella preghiera dove 0ra possiamo riconoscere la voce del poeta; tale voce è posta nell’ambito della preghiera dei superbi sotto il segno dell’umiltà e del perdono e del fiducioso abbandono al padre che solo conosce il segreto dei cuori, quello che il mondo non può sapere.

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