Purgatorio canto 1 (sulla spiaggia del purgatorio: catone)



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CANTO 12 ( ANCORA SULLA CORNICE DEI SUPERBI: IL PAVIMENTO ISTORIATO)

Ha struttura simile al primo, anch’esso occupato dalla meditazione sugli esempi proposti. Il canto si svolge in due tempi: il primo lento e raccolto, tutto occupato dalla descrizione degli esempi he si vedono istoriati sul pavimento del girone, il secondo, con l’apparire dell’angelo, il canto della beatitudine e il dileguarsi si una P dalla fronte di Dante, è invece pervaso da un senso di sollievo, di leggerezza e serenità. Tra i due tempi si leva una breve apostrofe, un rimprovero amaro e dolenti ai superbi e ciechi figli di Eva che risponde a quello con cui nel canto 10 si era segnato l’apparire della schiera dei peccatori. Gli esempi di superbia punita, sono questa volta istoriati sul pavimento che i superbi calpestano e con la testa forzatamente china sono costretti a guardare ad ogni passaggio; e così fa anche Dante assimilandosi a loro. La serie di questi esempi assomigliati ai bassorilievi posti sulle pietre tombali e da immaginare racchiusi come in riquadri, che Dante presente affiancati a due a due nel terreno, è costruita con un singolare artificio retorico, in modo da formare con le lettere iniziali delle dodici terzine un grande acrostico. In questo è sembrato che si possa riconoscere quasi un imitazione della forma metrica della sestina come Dante stesso l’aveva strutturata. Si tratta infatti di tre gruppi di 4 terzine ognuno dei quali suddiviso in due coppie di riquadri affiancati più un’ultima terzina nella quale le tre parole iniziali riprendono quelle che aprono le tre quaterne precedenti; allo stesso modo nella sestina dantesca il congedo riprende tutte le rime delle sei strofe di sei versi che la compongono. Da questa complessa struttura ne esce la parola VOM composta dalle tre lettere iniziali delle parole d’apertura (Vedea-o-Mostrava). Questa parola riassuntiva sembra significare che il peccato di superbia è quello che contrassegna l’uomo fin dal suo primo apparire nel mondo con Adamo, e che da tale peccato l’uomo è portato a misera fine. A differenza degli esempi di umiltà, questi di superbia sono dunque costretti ognuno in una terzina, che coglie solo un atto, un gesto o uno sguardo del protagonista nel quale si racchiude tutta la sua tragedia. Caratteristica singolare di queste rappresentazioni è poi il cogliere l’evento in atto, quasi a metà del suo compiersi, non quando già è concluso. Essi sono:



  • Lucifero (B)

  • Briareo ( C) ribelli alla divinità, che vollero essere come Dio

  • Timbreo, Pallade e Marte ( C) e da Dio stesso furono puniti

  • Nembrot (B)







  • Alcmeone (C )

  • Sennacherib ( B) la superbia li portò a cupidigia sfrenata di possesso e dominio

  • Ciro ( C) causando morte e sventure ad altri uomini e furono uccisi da

  • Oloferne ( B) loro




  • Troia ( C)

  • Figli di Eva (B)

Il criterio seguito da Dante nel raggruppare le tredici storie non è facilmente riconoscibile si offrono delle ipotesi. Essi sono alternati fra biblici e classici e suddivisi in tre quaterne come la diversa parola iniziale delle terzine indica chiaramente. Al dramma della grandezza caduta nella prima serie segue nella seconda un sentimento di pietà per gli sconfitti, mentre più debole appare l’ultima quaterna che fa centro sulla violenza dei vendicatori la terzina conclusiva, dedicata a Troia, riprende con tono epico il doppio tema della caduta e della pietà (certo la città vuole esprimere quasi la somma delle umane superbie) ed è , secondo il modello biblico, segno dell’umano consorzio nel bene e nel male (dietro Troia probabilmente vi è Firenze. Si chiude così questo cammino penitenziale e l’apostrofe fa da suggello segnando l’inizio di un diverso tempo del racconto. Questa seconda parte del canto dedicata al passaggio dalla prima alla seconda cornice, cambia infatti andamento narrativo e qualità di immagini. Qui i tre eventi, l’apparire dell’angelo, il canto della beatitudine e il cancellarsi della P sulla fronte di Dante, sono tutti liberatori e pieni di speranza. La figura dell’angelo è delineata con suprema bellezza. Ed ecco i due avviandosi per la salita, risuona il canto della prima beatitudine che celebre la virtù , l’umiltà, che i primi esempi

hanno raffigurato. Le beatitudini evangeliche scandiscono tutto il cammino del Purgatorio.




CANTO 13 (SULLA SECONDA CORNICE: GLI INVIDIOSI E SAPIA)

Dante e Virgilio si affacciano sulla seconda cornice, più stretta della prima, e senza bassorilievi alle pareti o sul terreno. Non vedendo nessuno cui chiedere la strada, Virgilio si rivolge al sole, e si muove nella direzione che esso indica. Dopo aver percorso circa un miglio, i due pellegrini sentono delle voci che pronunciano nell’aria esempi, tratti dal Vangelo e dal mito, di esortazione all’amore; Dante chiede spiegazioni a Virgilio, ed egli rivela che in questa cornice si trovano gli invidiosi, e che per questo vi risuonano esempi di amore, la virtù contraria a quel vizio. Indica poi a Dante delle anime sedute in lontananza. Giunti vicino a quegli spiriti, che recitano e litanie dei santi, Dante è preso da compassione per il loro stato: sono come occhi ciechi che chiedono l’elemosina, con gli occhi cuciti, e lacrimano per il dolore, chiedendo di essere illuminati dalla luce divina. Dante esita a farsi avanti, imbarazzato dal fatto che le anime non lo possono vedere, ma Virgilio lo esorta a parlare. Dante chiede dunque se tra quelle anime ce n’è qualcuna che sia italiana; una voce gli risponde che la sola patria di tutte loro è il cielo. Dante cerca di individuare l’anima che ha risposto, e quando ne vede una in atteggiamento di attesa, ne chiede il nome. L’anima risponde di essere senese, e di chiamarsi Sapia, racconta poi la sua vicenda terrena la gioia che ha provato per la sconfitta dei suoi concittadini nella battaglia di Colle, la sua protervia contro Dio stesso, e quindi il suo pentimento alla fine della vita, e le preghiere fatte per lei dall’umile Pietro Pettinaio. Chiede poi a Dante chi sia, e come mai non abbia gli occhi cuciti. Dante spiega che è vivo, e che la pena che teme di più per sé è quella della cornice precedente. Le rivela inoltre di essere stato portato fin qui da Virgilio, e si offre di esserle utile in terra. Sapia gli chiede di pregare per lei, e di restituirle buona fama presso i parenti, concludendo con una battuta ironica sulla vanità dei senesi.


CANTO 14 (ANCORA SULLA SECONDA CORNICE: DECADENZA DELLE GENTI TOSCANE E ROMAGNOLE)

Due anime si chiedono chi sia colui che attraversa da vivo il purgatorio; la domanda viene quindi rivolta direttamente a Dante, che risponde di essere nato lungo il fiume che bagna la Toscana. Una delle anime chiede allora all’altra come mai Dante abbia evitato di pronunciare il nome dell’Arno. La seconda risponde che è bene che quel nome non sia ricordato. Infatti le zone che attraversa sono ormai prive di ogni virtù, tanto che i diversi popoli toscani sono diventati come bestie: porci i casentiesi, cani rabbiosi gli aretini, lupi i fiorentini, volpi i pisani. La stessa anima continua poi predicendo che il nipote dell’altra (Fulcieri de Calboli) sgominrà i lupi fiorentini e porterà Firenza alla rovina. Al che la prima anima si rattrista; e Dante colpito da quelle parole e da quell’atteggiamento, chiede ai due spiriti chi siano. Risponde la seconda anima, che rivela di essere Guido Del Duca, e che il suo compagno è Rinieri da Calboli, i cui discendenti hanno deturpato l’onore della famiglia. Così del resto è successo, continua Guido, anche alle altre nobili famiglie romagnole (tutte da lui ricordate per nome); dunque è un bene che esse, non avendo eredi, di estinguano. Dante e Virgilio continuano il cammino e improvvisamente una voce fende l’aria come un fulmine, subito seguita da un’altra; Dante, spaventato si fa vicino a Virgilio, che spiega trattarsi di esempi di invidia punita, che dovrebbero indurre gli uomini a evitare il peccato dal quale essi si lasciano vincere senza curarsi del richiamo divino.


CANTO 15 (SULLA TERZA CORNICE- PECCATO DELL’IRA: VISIONI DI MANSUETUDINE)

È l’ora del tramonto e Dante e Virgilio camminano col sole di fronte, basso sull’orizzonte, tanto che Dante se ne deve riparare con la mano. Un bagliore ancora più forte lo costringe ad abbassare gli occhi: Virgilio lo rassicura, spiegando che si tratta di un altro angelo. Questi indica loro la scala per salire alla cornice successiva, e mentre si avviano, i due pellegrini sentono canti di esortazione alla misericordia. Durante la salita, Dante chiede a Virgilio spiegazioni sul passo del discorso di Guido del Duca in cui il ravennate aveva parlato dell’impossibilità di condividere i beni terreni, senza che la parte destinata a ciascuna diminuisca. Virgilio spiega che dal desiderio di quei beni nasce appunto l’invidia, che non avrebbe ragion d’essere se gli uomini desiderassero le cose del cielo; nell’aldilà infatti l’amore divino anziché dividere moltiplica il bene di cui godono più persone, che quindi aumenta quanti più sono i suoi fruitori. Giunto sulla terza cornice, Dante è preso da un sonno estatico, in cui gli appaiono in forma di visioni tre scene successive,che presentano esempi di mansuetudine: il mite rimprovero di Maria quando ritrova Gesù nel tempio di Gerusalemme, il rifiuto di vendicarsi per l’offesa fatta alla figlia opposto da Pisistrato alla moglie, e il martirio di Santo Stefano che lapidato prega Dio di perdonare i suoi uccisori. Dante torna alla realtà e Virgilio gli spiega che le visioni che ha avuto sono state esortazioni a vincere il peccato dell’ira e ad aprire il suo animo alla mansuetudine. I due pellegrini camminano sulla cornice, guardando verso l’ultima luce del sole, e vengono avvolti da un fumo oscuro che avanza a poco a poco.


CANTO 16 (ANCORA SULLA TERZA CORNICE: MARCO LOMBARDO)

Avvolto nelle profonda oscurità del fumo, Dante avanza appoggiandosi a Virgilio, che lo esorta a non staccarsi da lui. Si odono voci che recitano l’Agnello di Dio, e Virgilio spiega che si tratta di anime colpevoli del peccato dell’ira. Una di essere apostrofa Dante chiedendo chi egli sia; Dante lo prega di seguirlo e spiega come egli venga vivo nell’aldilà per grazia divina, invitandola a sua volta a rivelare il suo nome e a mostrare loro la giusta direzione. La voce risponde di essere Marco Lombardo e chiede a Dante di pregare per lui; indica quindi la via da seguire, dritto davanti a sé. Dante assicura a Marco le sue preghiere e poi gli domanda qual è la causa de male che domina il mondo, se essa stia nell’influsso degli astri o nelle scelte dell’uomo. Marco risponde che dal cielo proviene solo una prima inclinazione, ma che poi l’uomo dotato di ragione, è libero di compiere le proprie scelte; per cui la responsabilità del male del mondo è tutta dell’uomo. A correggere le deviazioni del peccato è necessaria una legge, e chi la faccia rispettare; ma oggi manca la guida, non essendo più separati il potere temporale dal potere spirituale, in modo che l’uno possa condizionare l’altro; e questo accade perché la Chiesa ha voluto tenere per sé l’uno e l’altro. La prova di tale disordine si ha nelle terre di Lombardia, infestate dalla malvagità, tanto che vi rimangono solo tre vecchi in cui sopravvive ancora l’antica virtù. Infine Marco si congeda da Dante, perché ha scorto attraverso il fumo il bagliore dell’angelo.


CANTO 17 (DALLA TERZA ALLA QUARTA CORNICE: LE PENE DEL PURGATORIO)

Canto destinato a spiegare i criteri del’ordinamento secondo il quale i peccatori sono suddivisi nelle diverse zone procedendo dai peccati più gravi a quelli meno gravi (Inf. 11). Tra le due grandi ripartizioni di gravità che caratterizzano i due ordinamenti sta dunque la razionale descrizione della norma che ad essi presiedi e che è stabilita secondo un principio radicalmente diverse dall’uno all’altro regno. Il canto 16, 17 e 18 sono centrali: sono tutti e tre di impianto essenzialmente dottrinale; al di qua di quel discrimine (canto 16) è posto il discorso sull’ordine politico che tratta l’unico problema di tutti e tre. Al centro (canto 17) sta la ripartizione fra i peccati, fatta secondo la logica dell’amore, concezione cristiana ignota agli antichi. Nel canto 18 si svolge invece il ragionamento sul problema della libertà visto all’interno della fenomenologia dell’amore, vale a dire nella prospettiva non più della comunità, ma del singolo. La libertà che Dio ha dato all’uomo può portare al male; ma in quanto l’anima umana è di origine divina, come viene detto nel canto 16, non c’è nella natura niente che possa influenzarla o dominarla se l’uomo stesso non lo vuole. È l’uomo dunque che vuole il male. Il possibile rimedio: all’ordine terreno della comunità civile presiede la legge, come freno e indicazione di rotta, di cui lo stato è custode. Per questo motivi Virgilio rimanda qui a Beatrice come ha fatto negli altri due luoghi (Purg. 6 e 15)dove il centro del discorso era l’amore di cui la ragione, che egli rappresenta, non basta a comprendere l’intera dinamica. Al centro della cantica è posto il problema della libertà data all’uomo di fare il male visto nelle due prospettive e nelle due possibilità di contenerlo: quella della comunità civile e quella della persona. Tutto il ragionamento è svolto sul piano etico; dall’altro piano soprannaturale e divino qui non c’è discorso, perché esso appartiene a un diverso regno, quello celeste, dove la stessa norma morale che regola la vita dell’uomo sulla terra è oltrepassata nella dimensione dell’infinita libertà del puro amore che si identifica con quello di Dio (Piccarda- Par.3). in questi tre canti si spiega dunque un unico ragionamento che svolge le sue diverse argomentazioni nel primo e nel terzo , mentre a quello centrale è lasciata la descrizione dell’ordine che presiede alla suddivisione delle pene nelle sette cornici della montagna. Nella ripartizione qui rappresentata risalta immediata la differenza che Dante ha voluto stabilire tra inferno e purgatorio: al primo regno presiede l’etica aristotelica a questo l’etica cristiana. Non solo infatti la divisione si fonda sui sette peccati capitali, struttura nata nella riflessione morale dei padri cristiani (Cassiano e poi Gregorio Magno), ma essi sono definiti in funzione dell’amore. Che ogni atto buono o cattivo dipenda dall’amore, è dottrina stabilita da Tommaso sulla traccia dello pseudo-Dionigi e di Agostino e già presente nel pensiero aristotelico. Quello che conta però è che Dante ha organizzato tutto l’ordine dei vari peccati e ha posto così l’amore al centro non solo ideale ma anche strutturale del regno dei salvati, centro che coincide poi con quello del poema. I sette peccati sono ripartiti in tre fasce: quelli in cui l’amore ha per oggetto il male (superbia, invidia, ira), quelli in cui l’amore è rivolto al bene, ma con fiacchezza (accidia) e quelli in cui è rivolto al bene con eccesso (avarizia, gola e lussuria). Quell’amore che governa l’universo fisico e che guida i cuori degli uomini, da cui tutto il creato trae origine è sospinto a ritornare al suo creatore. Da questo centro tutto il purgatorio prende il suo carattere, non più dominato dalla morale pagana, sia pure nella sua espressione più alta, ma dall’amore cristiano. Nella struttura del canto il discorso di Virgilio occupa quasi esattamente la seconda metà, mentre la prima è dedicata al racconto del passaggio da una balza all’altra: l’uscita dal fumo dell’ira, gli esempi di ira punita, l’incontro con l’angelo, la salita al nuovo girone. Proprio al momento dell’arrivo sull’orlo della quarta cornice comincia il ragionamento. Quell’arrivo è segnato con un’immagine significativa: i due giungono su quella sponda come una nave alla riva. È uno stacco evidente, che vuol rivelare l’uscita definitiva dalla zona dei tre peccati più gravi. La prima parte sembra una preparazione alla seconda e all’inizio vi sono tre visioni, esempi di ira punita che gli appaiono come visioni:

  1. Progne

  2. Aman, ministro di Asuero, re di Persia aveva ordinato di crocifiggere l’ebreo Mardocheo, zio della regina Ester e con lui voleva sterminare tutti gli ebrei. Ma Ester rivelò al re crudele il progetto del suo ministro e questo venne crocifisso al posto di Mardocheo.

  3. La fanciulla Lavinia, figlia del re Latino e della regina Amata, prima promessa sposa a Turno re dei Rutuli e poi data dal padre a Enea. La regine che si era opposta a questo matrimonio, vedendo avanzare i Troiani sotto le mura della città e credendo già morto Turno, si uccise in un eccesso di furore ritenendosi la causa di tanta rovina.


CANTO 18 (SULLA QUARTA CORNICE- ACCIDIA: LA NATURA DI AMORE)

Al termine del discorso di Virgilio, Dante ha ancor dei dubbi, riguardo alla natura dell’amore che il maestro ha descritto come il fondamento di ogni atto umano. Chiede dunque di approfondire l’argomento, e Virgilio spiega come la disposizione ad amare sia innata all’uomo, ma non ogni amore si di per sé positivo: la sua bontà dipende dalla bontà dell’oggetto che si ama. Dante esprime a questo punto un altro dubbio: se l’amore è insito nella natura dell’uomo ed è suscitato da oggetti a lui esterni, esso sembra essere indipendente dalla sua volontà, e quindi sfugge alla responsabilità di ciascuno. Virgilio commenta che si tratta di argomento complesso, che la ragione umana con le sue sole forze non può risolvere fino in fondo: spiega comunque che ‘uomo ha sempre la libertà, per la specifica qualità della sua anima razionale di accogliere o rifiutare le pulsioni amorose che si creano in lui per influenza esterna. Rinvia infine al futuro incontro con Beatrice per una spiegazione più esauriente sul piano della fede. Sorge la luna, e Dante si assopisce ma è riscosso dall’avvicinarsi di un gruppo di anime (accidiosi) che procedono di corsa: i due che aprono la fila gridano esempi di sollecitudine. Virgilio chiede loro la strada e uno spirito lo invita a seguirli nella loro corsa incessante, dichiarando di essere l’abate di San Zeno a Verona. Le due ultime anime gridano esempi di accidia punita e passano oltre sempre correndo. Di nuovo solo con Virgilio, Dante cade in una dormiveglia che lo fa sognare.


CANTO 19 (DALLA QUARTA ALLA QUINTA CORNICE- AVARI E PRODIGHI: PAPA ADRIANO V)

All’apertura del canto 19 troviamo Dante ancora immerso nel sonno che lo ha sorpreso sulla fine di quello precedente. Ma ormai siamo verso il mattino, l’ora dei sogni veritieri e sopraggiunge infatti un sogno che preannuncia ciò che accadrà. Questo sogno segna i passaggio all’ultima zona della montagna purgatoriale, quella destinata ai tre peccati meno gravi (avarizia, gola e lussuria). Allo stesso modo un sogno segnò l’entrata alla porta del purgatorio e un altro segnerà l’ingresso al paradiso terrestre scandendo così le tappe della salita. Qui si succedono albe, tramonti e giorni perché nel purgatorio la situazione non è fissata per l’eternità ma i modifica col fluire del tempo, in attesa dell’ultimo giorno della storia. Quest’alba è dunque l’introduzione alla traversata delle cornici occupate da peccati di concupiscenza che hanno sull’uomo la forza di seduzione ammaliatrice a cui quasi tutti soccombono. In questa prima ora del mattino descritta con perifrasi (il freddo pianeta Saturno all’orizzonte, la figura di stelle detta dai geomanti Fortuna Maior che sale nel cielo ad oriente) il sogno presenta infatti una figura di donna seduttrice. Essa rappresenta l’attrattiva dei beni falsi della terra, quei beni che sembrano promettere la felicità, e che sono invece soltanto inganno. Le “false traditrici” erano già nel Convivio (le ricchezze) che promettevano senza mantenere, la cupidigia invece nell’Epistola V usando la dolcezza, al modo delle sirene, offuscava la vigilanza della ragione. Il tema risale essenzialmente a Boezio; dalla Consolazione della filosofia deriva infatti la maggior parte delle immagini e dei termini stessi usati da Dante. La seduzione terrena prende qui la figura di donna dal duplice aspetto (orrida nella realtà, bella e ammaliante in apparenza), figura ritrovabile in leggende e altri testi medievali. Nell’ambito di quel comune linguaggio, la donna si definisce sirena dolce (Boezio- Epistola V- Purg. 31); l’inganno, il tradimento che si nasconde sotto un’irresistibile dolcezza: è questo il motivo che sempre ritorna, l’esperienza profondamente vissuta da Dante, tanto da essere la vera e prima causa dichiarata del suo smarrimento (Inf. 2). La donna che arriva in soccorso è una persona celeste (forse Lucia) che riscuote la ragione (Virgilio) perché smascheri la falsa seduttrice. La ragione ha infatti questo compito, di vincere la concupiscenza, ma anch’essa può lasciarsi incantare se non è aiutata dalla grazia divina.

Chiusa la scena del sogno di svolge una sequenza intermedia, nella quale Dante cammina tutto incurvato sotto l’impressione subita fino a raggiungere la vista dei peccatori del nuovo girone, tutti stesi a terra proni con volto quasi immerso nel suolo. In questo passaggio sia l’atteggiamento di Dante sia il richiamo di Virgilio a guardare in alto, al divino allettamento dello spettacolo dei cieli, si pongono come vivo legame tra le due parti del canto. Il peccatore che qui parla è un papa, e il secondo che in questa cornice parlerà, nel prossimo canto sarà un re, il capostipite dell’aborrita casa di Francia che in quel momento storico teneva asservita la chiesa. Sono dunque qui posti due rappresentanti dei due poteri di cui nel Purgatorio sempre si denuncia la corruzione. La figura di papa Adriano V Fieschi ha rilievi del tutto personale e non politico: il suo dire è racchiuso tra due connotazioni fortemente personali, il ricordo nostalgico della terra natia, designata da un fiume e l’appello all’unica persona che è rimasta in terra a poter pregare per lui, la giovane nipote Alagia. Tra i due richiami il papa racconta il suo peccato e la sua conversione: la brama di onore e potenza che lo aveva tenuto per tutta la vita si rivela quando d’un tratto arriva al massimo livello allora raggiungibile in terra, cioè la dignità papale, nella sua fallacia. Di qui il suo estremo rivolgersi a Dio che solo poteva saziare il suo desiderio. Questa breve e intensa storia, narrata in versi di potente drammaticità rivela il significato che Dante intende qui dare al peccato di Avarizia, che non è solo desiderio di ricchezza, ma cupidigia di ogni bene che dia onore e potere. Così troviamo scritto nei testi più noti di teologia morale cristiana (Gregorio Magno e Ugo da San Vittore). D’altra pare la storia di Adriano V appare strettamente connessa alla scena sognata nella prima parte del canto: egli scopre la fallacia dei beni che non saziano. Quei pochi versi centrali della storia di questo papa pentito sono uno dei momenti rivelatori di tutto il pensiero e l’esperienza morale di Dante:il dialogo va poi decrescendo di intensità, cioè dal fatto personale si scende al generico, alla descrizione della pena e del senso del contrappasso. Ma in un ultimo scambio di battute riporta in I piano la figura pubblica del peccatore che qui parla: a Dante che si inginocchia per reverenza, egli ordina di alzarsi perché, egli dice con l’Apocalisse, siamo ambedue ugualmente servi di un solo potere, quello divino. C’è in questa scena un vivo ricordo dell’altro incontro con un papa, quello nella bolgia dei simoniaci: simili la situazione e la pena ma invertiti i ruoli perché qui Dante (che là si erge come giudice) si inchina e il papa (là giudicati) leva con autorità la voce a condannare se stesso e a ricordare umilmente la sua condizione di conservo.
CANTO 20 (SULLA QUINTA CORNICE: UGO CAPETO)

I due riprendono il cammino sulla quinta cornice, tenendosi stretti alla parete del monte per non calpestare le anime che piangono prone al suolo; il pianto è interrotto da proclamazioni di esempi di povertà e liberalità. Dante si avvicina allo spirito da cui sembrano provenire le invocazioni e egli chiede chi sia e perché lui solo pronunci quelle lodi. L’anima risponde di essere l’origine della dinastia la cui discendenza opprime la cristianità: è Ugo Capeto, capostipite dei re di Francia e racconta come dalle sue umili origini divenne tanto potente da essere re e da trasmettere la corona ai suoi discendenti. Lamenta poi l’avidità dei suoi successori, ricordando in particolare Carlo I d’Angiò che aveva fatto morire Corradino di Svevia e ucciso san Tommaso, e preannunciando la malvagità di Carlo di Valois, che avrebbe preso Firenze con l’inganno e di Carlo II d’Angiò che avrebbe venduto sua figlia. Profetizza inoltre lo scontro con il papato, e l’affronto arrecato da Filippo il Bello a Bonifacio VIII in Anagni, facendo seguire agli esempi di tanta avida mavalgità un’invocazione a Dio perché compia la sua giusta vendetta. Rivela infine a Dante che agli esempi di liberalità evocati durante il giorno si succedono nella notte quelli di avidità punita; spiega poi che tutte le anime pronunciano tali invocazioni, ma a voce più o meno alta, per cui a Dante è parso che parlasse lui solo. Dante e Virgilio procedono nel cammino, ma all’improvviso la montagna è scossa da un terremoto e tutto intorno risuona con un grido potente il Gloria, al termine del quale cessano le scosse. I due pellegrini fermatisi pieno di stupore a quella scossa e a quel canto, riprendono il viaggio, e Dante resta col desiderio di comprendere la ragione di quell’evento, senza osare chiedere spiegazioni.



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