Purgatorio canto 1 (sulla spiaggia del purgatorio: catone)


CANTO 21 (ANCORA SULLA QUINTA CORNICE: STAZIO)



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CANTO 21 (ANCORA SULLA QUINTA CORNICE: STAZIO)

Il terremoto e l’inno del Gloria che si sentono sulla fine del canto precedente hanno la funzione di segnare un distacco, una cesura tra le prime cinque cornici e l’ultime due della montagna. Il nuovo canto ci introduce quindi in una nuova dimensione, una diversa atmosfera, sia sul piano morale sia su quello poetico. Sono ora finite infatti le tristi e amare vicende civili di cui quasi tutti i personaggi fin qui incontrati sono vittime, artefici o giudici. Sembra che, lasciata dietro di sé la cornice della lupa corruttrice del mondo nella sua dimensione pubblica, cioè politica, l’autore si lasci alle spalle anche quei problemi, rivolgendosi a un ordine diverso di pensieri, che riguardano la vicenda personale dell’uomo che egli fu ed è. Tutti i canti che da qui cominciano, fino all’arrivo nell’Eden, saranno canti di poeti: prima il latino Stazio (e dietro di lui la figura dominante di Virgilio, vero protagonista dei due canti 21-22, che da Stazio prendono il nome); poi tra i golosi il fiorentino Forese e Bonagiunta da Lucca a cui l’autore della Commedia affida la definizione d lui creata della nuova poesia, lo Stil Novo (23-24); poi ancora nell’ultimo cerchio quello dei lussuriosi (26), Guido Guinizzelli e Arnaut Daniel, i maestri dei due diversi modi della poesia d’amore di Dante, la stilnovista e la petrosa. Problemi di poesia e di fede, di legami d’arte e di amicizia, di vie smarrite e ritrovate. Questi primi due canti sono dedicati dunque a quello che fu il più grande incontro e il rapporto più profondo di Dante poeta, quello con Virgilio, di cui Stazio, il poeta latino che qui troviamo in procinto di salire al cielo, è come Dante quasi il figlio e di Dante assume le parole, il gesto e il destino di salvezza. La grande apertura evangelica con due successive esplicite citazioni, dichiara in modo evidente la diversa dimensione in cui si entra, annunciata dai segni celesti del canto precedente, e già introduce il tema virgiliano: l’episodio della donna samaritana che chiese ed ottenne la sola acqua che può saziare la sete naturale dell’uomo, ricorda che a quella se non può bastare l’umana ragione, anche la più alta. Così l’apparire di un’ombra che raggiunge i due poeti in cammino paragonato all’affiancarsi del Cristo risorto ai due discepoli sulla strada di Emmaus (Luca, 24) divide con viva figura il vecchio dal nuovo, il vecchio mondo dal nuovo mondo. Un unico filo di immagini e pensieri tiene questo alto inizio di canto dove nel Virgilio che resta al di qua del limite invisibile della salvezza è racchiusa la storia di Dante stesso nella drammatica vicenda del suo pensiero. In questa vicenda si iscrive l’episodio di Ulisse che volle saziare la sua ardente sete percorrendo con mezzo umani l’infinito mare della conoscenza delle realtà supreme. Questa storia leggibile nei testi del Convivio dove quella sufficienza è affermata anche se discussa è ricordata da Dante stesso nel suo incontro finale con Beatrice (33) dove ogni errore della sua vita è denunciato e pianto. Del resto, le commosse parole di Virgilio nel canto 3, e la breve ma quanto forte terzina che apre questo, sono segni ben chiari della rilevanza che il tema aveva nell’animo dell’autore, tema che viene ad intrecciarsi con quello della sorte del poeta latino. Dopo questo prologo svolto in tre diverse figure- la sete umana che solo dio può saziare, l’ombra del risorto, l’eterno esilio del grande poeta- il racconto si avvia su un piano narrativo più tranquillo nella forma, ma non meno importante nella sostanza. Su richiesta di Virgilio, lo spirito ancora innominato spiega la ragione del terremoto e del canto appena uditi. Egli espone la legge della sacra montagna per cui, oltre la porta dove siede l’angelo, nessuna perturbazione terrestre può giungere, e ogni cosa che vi accade ha una ragione non fisica ma spirituale. Si ripete dunque, in questa spiegazione di carattere tutto razionale e quasi scientifico il tema della separazione tra due mondi: quello puramente umano e quello divino dove l’aria è pura e calma. Alla frontiera tra i due mondi sta la libertà dell’umano volere, che solo in se stessa ha il criterio di riconoscersi pronta a salire al cielo. Si celebra così in questi brevi versi quella libertà della coscienza già fondata nei canti 16 e 18 che è cardine di tutto il poema dantesco. A questo spirito, già segnato in fronte dalla sorte felice che quella libera volontà determina, Virgilio chiede chi sia. E nella risposta esce il nome che commuove Dante solo a pronunciarlo. La breve e quasi in tutto esatta biografia che il poeta fa di se stesso si svolge tra due termini: il tempo storico della sua vita è indicato in apertura da Stazio datandolo in riferimento alla morte di Cristo; egli pone così quasi un sigillo cristiano su quella sua vita, anticipando il tema che solo nel canto seguente avrà svolgimento. Alla chiusa si leva invece con profonda commozione l’omaggio del poeta a Virgilio, la cui opera è la divina fiamma che ha acceso il fuoco della sua stessa poesia. Queste espressioni non ci sono nuovi: sembra ripetersi qui la scena di Inf. 1: Stazio parla come Dante, parla per Dante. Come sempre nei personaggi danteschi, c’è una precisa verità storica dietro questo atteggiamento e queste parole del poeta latino, che nella Tebaide tributa un simile alto omaggio a Virgilio, e sembra qui citare se stesso. La sorridente scena finale del riconoscimento, scena delle più belle del poema, pone sullo stesso piano i tre poeti vissuti in tempi diversi: i due antichi ignoti l’uno all’altro e il moderno. Al di là del tempo storico, essi sono ora in uno stesso tempo, e il gioco di sguardi e di sorrisi fra Virgilio e Dante dà a quest’ultimo il ruolo già assunto nell’Inferno di continuatore ed erede dell’autore dell’Eneide. L’esclamazione iperbolica e quasi blasfema di Stazio, non è solo una normale esagerazione affettiva, essa significa l’importanza non soltanto letteraria, ma anche spirituale del grande latino per il poeta figlio. È quello che apparirà nel canto 22 quando di rivelerà l’ispirazione della conversione religiosa di Stazio, che testimonia il debito di Dante verso Virgilio. Egli non deve a lui l’essere cristiano, ma ciò in cui Virgilio gli fu ispiratore è l’uso della poesia come strumento educatore e profetico con il cantare i più alti sentimenti dell’uomo.

CANTO 22 (COLLOQUIO CON STAZIO)

I tre poeti oltrepassano l’angelo all’ingresso della sesta cornice e nel saire Virgilio dichiara il suo afferro per Stazio e gli chiede come ha potuto lui così saggio macchiarsi del peccato di avarizia. Stazio risponde chiarendo a Virgilio l’equivoco in cui è caduto, per averlo incontrato nella cornice degli avari: in realtà la sua colpa è stata quella opposta, la prodigalità, dalla quale si allontanò in tempo proprio grazie alla lettura di un passo virgiliano, che lo indusse a pentirsi. E si trovava in purgatorio insieme agli avari, perché la stessa cornice accoglie coloro che si sono macchiati di due opposti peccati. Virgilio pone allora a Stazio un’altra domanda, chiedendogli come mai si convertì al cristianesimo, dato che nelle sue opere non risulta toccato dalla fede. E Stazio risponde che anche in questo caso è stata la lettura di Virgilio a indirizzarlo, come prima verso la poesia, così anche verso la fede. Racconta poi come sulla base di un passo della IV Egloga si fosse avvicinato ai primi predicatori cristiani, e si fosse infine battezzato anche se continuò a tenere nascosta la sua conversione, chiede quindi a Virgilio se sa in quale luogo dell’oltretomba si trovino gli altri poeti latini. Virgilio spiega che essi, insieme ad Omero e ad altri poeti greci, si trovano nel Limbo, dove sono accolti anche molti personaggi protagonisti delle opere di Stazio. Continuando poi nel cammino i tre poeti si vedono la strada interrotta da un albero dai frutti profumati, in corrispondenza del quale dalla roccia sgorga un’acqua limpida che ne bagna le foglie. Dalle fronde dell’albero esce una voce che proclama esempi di temperanza nel mangiare e nel bere.


CANTO 23 (SULLA SESTA CORNICE- GOLOSI: FORESE DONATI)

Virgilio sollecita Dante che si era attardato a osservare l’albero da cui era uscita la voce. Nel proseguire il cammino, i tre poeti odono dei lamenti misti al canto di un salmo: sono le anime della sesta cornice, che li oltrepassano velocemente. Dante è colpito dall’estrema magrezza di quei volti e di quei corpi. Improvvisamente una delle anime punta gli occhi incavati su di lui, e lo riconosce con un grido di gioia; allora anche Dante, che non l’avrebbe mai potuto riconoscere dal volto così sfigurato, dalla voce capisce che si tratta dell’amico Forese, che gli chiede come mai si trovi qui e chi siano i suoi due accompagnatori. Ma prima di rispondere, Dante vuole a sua volta sapere il motivo di quella tremenda magrezza. Forese risponde che l’odore dei frutti dell’albero e dell’acqua suscita fame e sete nelle anime, che non possono soddisfarle, purificandosi così del peccato della gola. Dante chiede inoltre a Forese coma mai si trovi già in questa cornice, essendo passati solo cinque anni dalla sua morte e l’amico gli spiega che ciò è dovuto solo alla devozione dell’amata moglie Nella, che sempre ha pregato per la sua salvezza, vivendo diversamente dalle altre donne fiorentine, dedite ai peggiori peccati di dissolutezza, preannuncia poi che preso Firenze sarà punita per la sua immoralità. Infine, alla rinnovata richiesta di Forese, Dante chiarisce la ragione per cui, ancora vivo, percorre il regno dei morti, ricordando prima il periodo di traviamento legato proprio ala sua amici con Forese, e raccontando come poi Virgilio lo abbia liberato dal peccato e lo conduca attraverso l’aldilà fino a raggiungere Beatrice in paradiso.



CANTO 24 (ANCORA SULLA SESTA CORNICE: BONAGIUNTA)

Dante continua a parlare con Forese, mentre entrambi procedono di pari passo sulla cornice, e gli chiede della sorte di sua sorella Piccarda, e di indicargli altri spiriti illustri; Forese rivela che Piccarda è in paradiso e addita poi tra le anime vicine quelle del poeta Bonagiunta da Lucca, il papa Martino IV e di altri. Dante è attirato dallo spirito di Bonagiunta che dà segni di volergli dire qualcosa mormorando fra sé, e lo apostrofa invitandolo a parlare apertamente. Bonagiunta gli predice che sarà accolto esule nella sua città (Lucca) e poi gli chiede se lui sia quel Dante che ha creato il nuovo stile poetico; alla risposta di Dante, che rivela l’ispirazione trascendente della propria poesia, Bonagiunta riconosce i limiti della tradizione poetico precedente. La folla delle anime oltrepassa velocemente Dante e Forese, che si trattiene ancora un poco con l’amico, per chiedergli quando lo rivedrà. Questi risponde che non sa quando morirà, ma che desidera che avvenga presto, anche perché la sua città è in balia della malvagità. Forese allora predice la misera fine di Corso Donati, uno dei responsabili della decadenza di Firenze; quindi si congeda da Dante allontanandosi in fretta. Dante rimasto con Virgilio e Stazio scorge un altro albero sotto il quale una folla prega e geme invano. Dai rami dell’albero proviene una voce che invita a passare oltre, e menziona esempi di golosità punita. I tre poeti proseguono il cammino, finché un angelo incandescente indica loro il punto della salita alla cornice superiore; Dante, abbacinato da quel fulgore, procede seguendo la voce dei suoi maestri, e l’angelo, con una leggero colpo d’ala, gli sfiora la fronte e proclama la beatitudine della cornice.


CANTO 25 ( SULLA SETTIMA CRONICE- LUSSURIOSI: DISCORSO DI STAZIO)

I tre poeti salgono in fila indiana per lo stretto passaggio che li condurrà fino alla settima cornice. Dante esita a porre una domanda che lo tormenta, ma Virgilio lo esorta a esprimersi. Egli allora chiede come sia possibile che le anime, che non hanno bisogno di cibo, possano dimagrire. Virgilio offre a Dante alcuni suggerimenti per comprendere il fenomeno, portando a esempio un episodio dell’Eneide e un fatto dell’esperienza comune, ma poi lascia la parola a Stazio perché lo spieghi compiutamente. Il poeta latino inizia il lungo discorso esponendo la teoria della generazione dell’uomo- che risale ad Aristotele- dalla commistione del sangue femminile con quello maschile, il cui potere vitale dà forma al feto. È poi lo spirito divino- ed è questo il punto centrale del discorso, dove alla ragione aristotelica subentra la fede cristiana- che insuffla nel feto la capacità di ragionare e di parlare, propria dell’uomo. Alla morte, l’anima giunge nell’aldilà, e quello stesso potere che detto forma all’embrione riproduce nell’aria circostante una forma corporea in tutto simile al corpo che quell’anima aveva in vita. Attraverso questa ombra corporea anche gli spiriti dei defunti possono provare tutte le sensazioni umane ed esprimere i loro sentimenti. I tre poeti approdano alla settima cornice, tutta avvolta da una grande fiamma, per cui sono costretti a procedere sul suo margine; attraverso il fuoco passano le anime dei lussuriosi, alternando al canto di un inno la proclamazione di esempi di castità.


CANTO 26 ( ANCORA SULLA SETTIMA CORNICE: GUINIZZELLI E ARNAUT DANIEL)

Dante, dietro a Virgilio, avanza lungo le fiamme sulle quali il sole al tramonto proietta la sua ombra; il fatto desta l’attenzione delle anime che camminano nel fuoco; una di esse gliene chiede il motivo, ma egli è distratto da un nuovo evento. Compare infatti una seconda schiera di anime (i sodomiti), che incrocia la prima in un breve incontro nel quale si scambiano un casto bacio e poi si dividono gridando esempi di lussuria punita, prima di riprendere ciascuna il proprio cammino. Dopo questo interruzione, Dante rivela la sua natura di uomo vivente, e domanda a sua volta da chi siano composte le due schiere di anime. Lo stesso spirito che l’aveva interpellato spiega che in questa cornice viene purificato il peccato di lussuria (da una parte gli omosessuali, dall’altra gli eterosessuali che seguirono l’istinto senza il freno della ragione) e si presenta come Guido Guinizzelli. Dante osserva lungo il poeta che fu suo modello nelle rime d’amore, e si mette con affetto a sua disposizione, spiegando poi che questa deferenza è dovuta all’importanza della sua poesia che durerà quanto la nuova lingua volgare. Il Guinizzelli gli indica allora in un’altra anima un poeta in lingua volgare maggiore di lui (il trovatore Arnaut Daniel) che superò tutti i suoi contemporanei , sebbene molti sostengano che gli è superiore Giraut de Bornelh dando ascolto più alla voce popolare che al giudizio della ragione; e dichiara che la stessa cosa è avvenuta con Guittone, prima che la verità lo smascherasse con l’opera di numerosi poeti. Chiede infine a Dante di pregare per lui in paradiso. Il Guinizzelli si allontana nel fuoco, e Dante interpella Arnaut che risponde nella sua lingua provenzale, dichiarando il suo nome e il suo peccato, e chiedendo anch’egli una preghiera d’intercessione prima di sparire nel fuoco purificatore.


CANTO 27 (ARRIVO SULLA CIMA DEL PURGATORIO)

Reciso ogni legame col passato, Dante si avvia verso quel luogo felice, destinato da Dio all’uomo perché vivesse sulla terra nella perfezione della sua natura, il paradiso terrestre. Il canto narra il passaggio dal mondo purgatoriale delle pene a quel giardino felice, dove regna una serenità inalterabile, è come uno spazio, un intervallo che il poeta ha voluto porre tra i due momenti, situandolo tra ‘ultimo tramonto e l’ultima alba trascorsi sulla santa montagna; una sosta notturna che ha un significato tutto interiore, di vigilia e attesa, intenso e ricco di suggestione. Canto di vigilia dunque , questo è un canto d’azione, ma essa racconta in un susseguirsi di grandi immagini di rara bellezza che si incalzano senza nessuna giuntura, pausa o cedimento, la storia di un evento spirituale, intimo e profondo, che è il mutamento interno del protagonista. L’azione si svolge in tre grandi tempi, segnati ciascuno da un’ora del giorno, che si iscrive nel cielo e sembra accompagnare e scandire il procedere degli eventi il tramonto, la notte, l’aurora del nuovo e ultimo giorno passato sulla montagna. Il primo tempo narra il passaggio del muro di fuoco, che è necessario traversare per raggiungere l’ultima scala aperta nella parete del monte. Il secondo descrive il riposo , ricco di presagi e di attese, e un sogno, l’ultimo, che già prefigura la realtà dell’Eden. Il terzo tempo è dedicato al congedo di Virgilio che, sul limitare del luogo felice dove l’ha condotto, saluta il discepolo che non avrà ormai più bisogno di lui. Il primo e l’ultimo sono fortemente drammatici, il secondo è come una pausa di alto lirismo a cui l’ora notturna regala il suo silenzio e la sua immensità. In tutto lo sviluppo dell’azione del canto, Dante è il solo attore. È stato detto che egli riprende in modo primario qui il ruolo di rappresentante di ogni uomo (everyman) che già aveva assunto all’inizio del poema, lasciando in secondo piano quello del Dante storico. Ma ciò non sembra del tutto vero: in questo canto non diremmo che il Dante storico venga quasi a sparire dietro all’altro, emergendo cioè il valore universale del racconto sull’individuale vicenda dell’autore. Al passaggio della cortina di fuoco, ciò che conterà sarà infatti il nome di Beatrice; e all’arrivo colui che lo investe del suo nuovo ruolo di signore di se stesso sarà appunto Virgilio, il maestro della sua poesia che ricorda il lungo cammino per il quale la sua guida lo ha condotto fino a quella meta. Questa grande storia di vigilia è storia dantesca pur portandosi dietro in trasparenza ogni altra storia umana. Del resto la prima parte dell’azione è ancora legata al canto precedente, al girone dei lussuriosi dove tuttora si sta camminando. Dopo il grande inizio astronomico (ai quattro punti estremi Gerusalemme, Gange , Cadice , il purgatorio) sembra incorniciare il tempo del nuovo canto che tutto intorno all’ultimo balzo del monte è quasi figura della fiamma posta a difesa dell’Eden nel Genesi. Qui sta infatti la forza drammatica della scena dell’attraversamento: il terrore fisico che prende Dante al momento di varcare quella cortina di fiamma è personale, riguarda lui nella sua individuale storia umana, non è quello di ognuno di fronte a un indeterminato fuoco purgatoriale. Di fatto il nome che lo vince è quello di Beatrice e il grande mito dell’amore di Piramo e Tisbe (narrato da Ovidio: Piramo e Tisbe due giovani babilonesi contrastati nel loro amore dalle rispettive famiglie fuggono insieme e di danno appuntamento presso un gelso fuori dalla bitta; ma Tisbe arriva prima e viene messa in fuga da una leonessa che lacera il suo velo e lo macchia di sangue. Piramo crede lei morta e si uccide; quando lei torna sul posto lo chiama piangendo scongiurandolo di aprire gli occhi e ripete il proprio nome; a quel nome Piramo apre gli occhi, la vede e la riconosce e muore. Lei si uccide a sua volta e il sangue di Piramo che bagna le radici del gelso fa mutare i suoi frutti da bianchi in vermigli profonda trasformazione che avviene nell’animo di Dante) rievocato con straordinaria dolcezza è ben chiaro segno del significato che qui vuole assumere questa vittoria nel nome dell’amata: è il nuovo amore, quello divino, che vince quello antico, e riporta in vita il morente. Questo senso profondo di rinascita al vero e salvifico amore trasforma rinnalza l tante citazioni del mito divenuto luogo comune nella poesia siculo-toscana, proprio come l’ardore del fuoco guinizzelliano si trasforma in ardore purificante nel canto precedente. Ma attraverso quel fuoco, egli si porta al di là di un limite. La scena sorridente di Virgilio che lo guarda come si fa con un fanciullo renitente vinto dalla promessa di un frutto, non ha valore idilliaco, né funzione di allentamento della tensione, ma ha un profondo significato teologico: la figura del fanciullo è infatti quella che più si conviene a chi è appena rinato alla vita e sta per salire al regno dei cieli (Luc, 18) ed è non per niente quella che Dante assumerà sempre nel Paradiso di fronte a Beatrice. Di questo limite marcato è segno l’umano dramma di Virgilio che riconosce qui la sua impotenza e cede di fatto a Beatrice; solo a questo punto la storia del purgatorio è di fatto conclusa, e ne comincia una nuova. Al di là del fuoco c’è un angelo che attende, ma non è più uno degli angeli delle cornice. Di lui soltanto una voce e una luce sono avvertibili, proprio come sarà degli spirito che si incontreranno nel Paradiso. Il versetto del Vangelo che egli canta è quello che accoglie gli eletti nell’ultimo giorno, confermando il senso di tempo estremo proprio di tutto il canto. La bellezza di questo notturno è di quelle proprie dei più grandi momenti del poema: l’invenzione che pur rientra nella naturalezza del racconto di questa veglia tacita dove l’uomo tutto raccolto in se stesso aspetta il mattino della sua nuova vita, porta nella rara qualità dei versi il segno inconfondibile dell’alta fantasia che presiede a questo viaggio. Quando la grande notte sta per dileguarsi, ecco sorgere un sogno che a differenza degli altri due, drammatici e violenti, appare pieno di dolce serenità portando con sé un anticipo della bellezza e dell’incanto del luogo edenico ormai vicino. La donna giovane e bella che raccoglie fiori, immagini fino ad ora mai viste, distende la tensione dell’animo nella musicale modulazione dei versi. Il suo significato allegorico è da lei dichiaratamente spiegato (è Lia, noto simbolo della vita attiva). Ella nel sogno ricorda la sorella Rachele che è simbolo della vita contemplativa. Ora le due sorelle sono le due forme della vita umana virtuosa su questa terra , come appare chiaramente dal Convivio, quelle cioè che portano alla felicità in questa vita. Esse rappresentano infatti insieme la felicità propria di questa vita che si raggiunge operando secondo le virtù morali e intellettuali e cioè quella pienezza umana che è raffigurata dal paradiso terrestre (Monarchia III). Per questo Beatrice non è al loro livello e la sua funzione non è quella di Rachele: ella conduce all’altra felicità, quella della vita eterna. La figura di Matelda riassume quasi certamente in sé tutte e due le sorelle. È lei infatti l’abitatrice, quasi regina, dell’Eden, quell’Eden che il sogno vuole anticipare; a quel luogo non appartiene Beatrice che viene dal cielo (argomento del canto 28). Qui sorge un’aurora che ha uno splendore finora sconosciuto: le tenebre fuggono intorno come già nell’alba che segnò l’arrivo a questa montagna. L’esilio dalla patria sta per avere fine. È questo l’atteso momento dell’arivo ed è questo l’ultimo momento di Virgilio. Questa terza azione del grande canto non è meno intensa e drammatica delle altre due: là dove Dante arriva, Virgilio deve tornare indietro. Il suo compito è finito. Egli dunque incorona il discepolo dichiarandolo re di se sesso , cioè ormai non più bisognoso di suggerimento; ma in quella libertà non può seguirlo. Quella bellezza e quella raggiunta libertà non bastano a far dimenticare a Dante l’angoscia tante volte riaffiorante nelle due cantiche di quel disio nel quale Virgilio, e i grandi antichi con lui, vivono senza speme, quel desiderio ciò di vedere Dio che non sarà appagato.
CANTO 28 (NELA FORESTA DEL PARADISO TERRESTRE: MATELDA)

Dante si avvia lentamente verso la foresta; spira un’aria dolce, che smuove le fronde degli alberi, sulle quali gli uccelli continuano a cantare. Egli si inoltra nella foresta e mentre ne osserva l’incredibile bellezza il suo cammino è interrotto da un ruscello che scorre nell’erba con acqua purissima. Dante è costretto a fermarsi e al di là del fiumicello vede una donna solitaria che avanza sull’erba cantando e cogliendo fiori (Matelda). Le si rivolge, vedendola piena d’amore, e le chiede di avvicinarsi, in modo da poter intendere le parole del suo canto. La donna come danzando si dirige verso il fiume e giunta vicino a Dante alza gli occhi da terra, mostrando il suo sguardo luminosissimo e sorridente. La donna parla e invita i tre poeti a non stupirsi del suo sorriso perché ella vive nel luogo bellissimo dove Dio profuse tutte le meraviglie della creazione; esorta poi Dante a farle altre domanda, dato che lei è qui proprio per sciogliere i suoi dubbi. Dante allora chiede spiegazioni sulla presenza dell’acqua e del vento, fenomeni proprio del mondo terreno. Nella lunga risposta, la donna spiega che quel luogo è il paradiso terrestre, creato da Dio come dimora dell’uomo prima che egli peccasse; per evitare i turbamenti atmosferici, esso sorge su un’alta montagna dove quei turbamenti non possono giungere; il vento è dunque provocato dal movimento ruotante dei cieli. L’aria, lambendo gli alberi, ne rimane impregnata della virtù generativa, che converte la riproduzione di ogni pianta e di ogni fiore. Quanto all’acqua essa esce da una fonte che dipende direttamente dalla volontà divina e da cui discendono due fiumi: quello presso il quale si trovano , il Lete, che toglie la memoria del peccato; e l’Eunoè, che rende la memoria del bene compiuto la donna aggiunge infine un’ultima cosa, rivelando che quel luogo corrisponde a ciò che gli antichi poeti cantarono come età dell’oro. A queste ultime parole, Dante vede un sorriso sul volto di Stazio e Virgilio.



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