Purgatorio canto 1 (sulla spiaggia del purgatorio: catone)


CANTO 29 (NEL PARADISO TERRESTRE: IL LETE E LA PROCESSIONE)



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CANTO 29 (NEL PARADISO TERRESTRE: IL LETE E LA PROCESSIONE)

Negli ultimi cinque canti del Purgatorio Dante presenta una grande scena profetica, nella quale è simbolicamente raffigurata la sua interpretazione della storia umana guidata da Dio; tale interpretazione si fonda sulla tradizione cristiana della teologia della storia iniziata con san’Agostino, ma è qui messa a confronto con gli eventi storici del tempo dell’autore e della sua stessa vita. La storia dell’uomo sulla terra con i suoi errori e dolori divisa nei due tempi prima e dopo il riscatto portato dalla incarnazione del Verbo, deriva infatti dall’atto che in quel luogo si compì, e dal quale cominciò il lungo esilio che in questa struttura si consuma e che con essa avrà termine. Un analogo stacco narrativo e tematico avviene anche nelle ultime sezioni dell’Inferno e del Paradiso, ma qui nel Purgatorio questi ultimi canti che si svolgono nell’Eden hanno uno struttura unitaria di ideazione svolgimento che non si ritrova altrove e ne fa il più ampio quadro che Dante proponga nel poema della sua teologia della storia.



Il primo canto della serie, dove si descrive il paradiso terrestre nella sua originaria innocenza, prima della colpa di Adamo, cioè prima della storia, è come una introduzione, che si svolge quasi fuori del tempo, come il suo andamento altamente lirico sembra significare. Ma in questo secondo canto l’atmosfera cambia: dopo poche battute iniziali, che ancora ci trattengono nell’incanto del giardino e nella visione della giovane donna che, come le antiche ninfe, segue il corso del piccolo fiume, il balenare di un fulmine rompe l’incantesimo e apre una diversa scena. Dal mito si entra d’un tratto nella storia con l’avanzare delle figure di una processione simbolica. Tutta la scena che ora si svolge davanti a Dante è posta fin dall’inizio sotto il segno della profezia: i sette candelabri d’oro che aprono la processione sono infatti quelli che si trovano nel primo capitolo dell’Apocalisse di Giovanni, il libro che è l’ispiratore principe di tutto questo gruppo di canti anche nel loro significato. Il personaggio Dante è come risvegliato da quel baleno. Si entra infatti nel tempo del’uomo dopo la caduta. Tutta la processione rappresenta nel suo insieme, attraverso lo scorrere dei libri del vecchio e nuovo testamento simbolicamente raffigurati dai personaggi che la compongono, prima l’attesa e poi la venuta di Cristo e il suo annuncio agli uomini, cioè l’arcana risposta di Dio all’uomo peccatore, con la sua discesa nel tempo a redimere la storia. Questo avanzare è rappresentato in modo profondamente suggestivo, avvolto di balenanti luci che fiammeggiano sotto l’ombra della grande foresta accompagnato da musica e da dolci canti con vivi tocchi di colore. L’insieme di questi sacri personaggi ha qualcosa di sacrale e insieme ha i caratteri proprio del sogno: si tratta infatti di una visione, il cui primo modello letterario è l’APOCALISSE. In quella processione mistica di misurano le distanze, gli spazi, gli effetti di luce, si osservano i dettagli che queste figure acquistano. Tuttavia se questo è vero per tutti i personaggi che hanno aspetto umano e cioè:

  • Ventiquattro seniori libri dell’antico testamento

  • Due vecchi  atti degli apostoli

  • Quattro vecchi dall’aspetto umile 4 epistole di Pietro, Giovanni Giacomo e Giuda

  • Un vecchio solo  apocalisse di Giovanni

Ciò non può dirsi ugualmente delle figure puramente allegoriche: il grifone di doppia natura che rappresenta Cristo, gli animali pennuti di sei ali che rappresentano i quattro vangeli, le donne con carni rosse, nivee o verdi simboli delle tre virtù teologali; figure che pur ben note da mosaici e affreschi al popolo cristiano, restano nel testo come irrigidite nella loro astrattezza. Carattere essenziale di questo spettacolo processionale è il senso dell’attesa, il muoversi verso qualcosa che deve accader. Lo stesso canto di Osanna e quello del Benedictus che lo percorrono preludono a un evento,a un arrivo, come fu quello di Cristo a Gerusalemme. Se qui infatti il Cristo è già presente nel grifone dalla doppia natura, il vangelo è già annunciato e la chiesa (carro trionfale) è già costituita nel mondo, il senso di questo primo quadro è il rivelarsi di Dio nella storia, sotto la luce del suo spirito significata dai sette candelabri che aprono il corteo fino alla nascita del Cristo nella storia e alla prima diffusione apostolica del Vangelo che ad essa fece seguito. Ma la prima venuta chiama ed aspetta la seconda che compirà e chiuderà la storia umana. In mezzo deve trascorrere tutto il tempo, nel quale la chiesa conoscerà dolori , combattimenti e sconfitte e vittorie, come è per ogni singola vita di uomo dalla nascita alla morte. Così Dante proporrà nel canto 32 sempre narrata per simboli, la storia della chiesa dalla prima venuta fino agli anni nei quali egli vive, vista attraverso i successivi assalti delle forze del male, cioè della corruzione morale e intellettuale. Tra i due canti di significato universale si situano i due canti nei quali si risolve la storia personale di Dante: l’incontro con Beatrice, la sua dolorosa confessione, il suo pieno riscatto che gli permetterà di vederne il volto svelato, dove risplende la stessa bellezza divina. La storia privata dell’autore non a caso posta al centro di quella universale dell’umanità, ne rifletta lo svolgimento, come è per ogni vita d’uomo, nelle sue tappe essenziali: l’errore, la colpa; l’intervento della misericordia salvifica Dio; il pentimento; la seconda venuta cioè quell’avvento del Cristo che per ogni uomo sarà il momento della morte.

L’ultimo canto (33) scioglierà il nodo delle due storie: da una parte nella profezia di un muovo tempo storico che riporterà l’ordine nel mondo in una prospettiva chiaramente escatologica; dall’altra nel lavacro che purificherà Dante da ogni scoria di colpa e gli permetterà di passare il fiume e di salire al cielo. Il nostro canto con la sua misteriosa processione circondata di luci ardenti è dunque come il sacro preludio di quel’azione divina nel tempo che non può non arrivare a buon fine, quel buon seme seminato nascostamente nel mondo: tutto il suo carattere è sereno e raccolto e la scena racchiude un presagio di vittoria (il canto trionfale, il canto di Osanna); mentre nel canto 33 si raffigurerà l’aspetto drammatico dell’azione distruttrice dell’uomo, l’altro volto della storia. Nella figurazione di questo canto Dante si esprime quasi soltanto attraverso mezzi di carattere pittorico, accompagnati da musica: ombre e luci, colori di vesti e oggetti,linee come tracciate su un fondale. Dante poteva aver visto i mosaici di S. Apollinare Nuovo a Ravenna, o quelli della cripta del Duomo di Anagni, o le figure miniate che illustrano l’Apocalisse nel Libro delle figure di Gioacchino da Fiore. Innegabile è l’affinità fra tali figurazioni e la processione dantesca: ricordiamo la fila dei martiri vestiti di bianco di S. Apollinare, o i 24 seniori di Anagni, senza dimenticare gli smaglianti colori dei mosaici. Tanto più importante e sicuro è l’avvicinamento in quanto l’ispirazione originaria è comune (il libro dell’Apocalisse) mentre meno importanza ci sembrano avere le processioni ritrovabili in testi letterari indicati da alcuni critici. Tuttavia il testo dantesco si differenzia fortemente anche dalla raffigurazioni pittoriche non tanto per il suo carattere stilistico di racconto che continuamente propone nuovi oggetti allo sguardo, quanto soprattutto per il suo essere parte di un più ampio progetto narrativo, che accoglie molteplici significati: tutta la fila delle figure in cammino muove verso qualcosa che deve accadere, e che le parole da loro cantate preannunciano; esse aspettano l’arrivo di qualcuno, mentre Dante, il vivo che le guarda fermo sulla sponda del fiume che non può varcare è come il segno della storia che esse vennero a salvare.


CANTO 30 (SEMPRE NEL PARADISO TERRESTRE: BEATRICE)

Il canto è il vero canto del poema sia sul piano personale della storia dell’autore in quanto vi si compie quel sospirato incontro con la donna amata, sia sul piano generale della storia di ogni uomo in quanto qui è posto il momento di cesura e di passaggio tra i due mondi, cioè tra le due dimensioni proprie dell’uomo, raffigurate nelle due guide che si scambiano il ruolo. Tale momento è stato posto da Dante quando ormai si è giunti allo stato di perfezione proprio dell’uomo sul piano naturale, raffigurato dal giardino dell’Eden. E la ragione di tale scelta è che qui si arriva al limite della sostanziale differenza, che è quella tra l’umano e il divino, tra lo storico e l’eterno. Inferno e Purgatorio appartengono ambedue al mondo dell’uomo, alla sua storia, ma il Paradiso non appartiene al tempo umano. Con Beatrice si entrerà in una dimensione diversa, evento che il transumanare vuole significare. Questo è il vero senso del passaggio da Virgilio a Beatrice, del doloroso distacco e dell’ugualmente doloroso ritrovamento, quasi una nuova nascita che si compie. Qui non la ragione, non la rivelazione tengono la scena. Ma Virgilio, il poeta che è il solo maestro e autore, sparisce allo sguardo di Dante che piange lacrime non consolate dalla bellezza stessa dell’Eden e Beatrice. Nel momento in cui il poema raggiunge il luogo del suo massimo significato ideale, si tocca dunque il punto più scoperto della vicenda biografia del suo autore. Un’altra sola volta, nell’alto paradiso, all’incontro con Cacciaguida, la storia privata di Dante irromperà in primo piano nella trama del racconto ultraterreno. E anche allora il testo rivelerà, nei suoi due diversi livelli espressivi, lo stesso stretto rapporto tra quella sua vita e l’altra vita, questa volta riferito al secondo tema autobiografico presente nel poema, cioè il tema dell’esilio. Tutti i maggiori critici hanno osservato che Dante eleva in questi canti la sua storia personale a significato esemplare della vicenda propria di ogni uomo cristiano; ma quello che viene qui allo scoperto è ciò che nutre tutta l’invenzione della Commedia, fatto personale di un uomo storico portatore del senso divino della vita del mondo. La grande novità sta nel serbare intatto e immutato quel sentimento (commosso lasciare Virgilio e ritrovare Beatrice) e contemporaneamente esprimere l’altro significato di secondo livello, il valore eterno che spira da tutta la scena. Tale valore immette l’uomo col suo dolore e il suo amore, sofferti nel tempo, nell’ambito ultraterreno che ugualmente gli è proprio e che egli stesso presentisce ma che da solo non riesce a raggiungere se qualcuno non viene a prenderlo. Tutti si accorgono che Beatrice è lei e non è lei: è lei, è quella antica, come dice il tremare delle vene di Dante al solo sentire la sua presenza; ma è anche lontana velata, avvolta nelle nuvole di fiori gettati da mani angeliche, accolta da canti sacrali. L’apertura del canto segna questa dimensione divina, e insieme suggerisce l’altra. L’Orsa Maggiore dell’Empireo prende la figura da quella che nel cielo terreno guida i naviganti in questo mondo. Beatrice apparirà simile a Cristo stesso nella sua seconda venuta ma l’immagine del sole nascente adombrato da rosei vapori è quanto di più bello sia dato vedere sulla terra. Le parole che l’accolgono sono una duplice citazione: dal Vangelo la prima, ma da Virgilio la seconda. Ella appare rivestita dei tre colori delle virtù teologali, ma porta l’abito color rosso fiamma che aveva nel libro di allora (Vita Nova). È a questo punto che Virgilio scompare ed è proprio ora che Beatrice perde i suoi connotati divini. Essa è il nuovo Virgilio, la nuova coscienza, cioè la nuova umanità di Dante; ma il passaggio dal’una all’altra vita è profondamente doloroso. Con Virgilio se ne va la sua stessa vita fin qui vissuta e il doloroso strappo pervade i mesti versi dove risuona tre volte il nome di chi è rimasto indietro come Euridice agli occhi di Orfeo nel mito narrato da Virgilio nel IV delle Georgiche. Comincia ora il secondo evento, il secondo tema del canto. Tra la perdita di Virgilio e l’acquisto della nuova guida c’è come un intervallo, uno spazio in cui Dante rimane solo. Beatrice gli appare infatti altera e superba in atto di severo giudice non di dolce guida come sarà poi. Egli sta ancora piangendo per Virgilio, che lei lo esorta a un nuovo più amaro pianto per le sue colpe passate. È il duro momento in cui si varca il limite: Dante lo ha contrassegnato con le lacrime. Di fronte agli amari rimproveri, egli non trova voce, quasi impietrisce dentro di sé finché l’unica forma di espressione che scioglie il suo cuore serrato saranno appunto le lacrime, fato che la similitudine della neve invernale sciolta ai primi tepori primaverili significa in modo altamente poetico. Non si può varcare il limite senza pagare un pedaggio, come dirà Beatrice figurato dal Lete fiume dell’oblio. Ma ora tocca al protagonista e il suo pianto si vedrà in presa diretta. Che cosa Dante si rimproveri della sua vita privata, che è poi ciò da cui ha inizio il poema e che l spinge a così amaro e prolungato pianto non è cosa da poco. Egli lo dice in forma generica: è il suo traviamento che è avvenute seguendo immagini false di bene, che è la colpa di ogni uomo, ma lo precisa sempre per bocca di Beatrice. Questo smarrimento della via sul quale si è molto discusso è un fatto ben certo, se da esso muove lo stesso poema, e se così profonda è la sofferenza qui testimoniata nel superarlo. Esso ha più aspetti che coinvolgono tutto l’uomo. Tuttavia un fatto colpisce in questa confessione : la storia che Beatrice qui anticipa di taglio, cioè parlando agli angeli mediatori e pietosi, e nel prossimo canto riprenderà per punta, cioè rivolgendosi direttamente a Dante, è tutta fondata sui riferimenti testuali. Sono cioè i testi di Dante, i suoi scritti, non i suoi atti, ch vengono portati in giudizio: non solo la Vita Nova ma tutti gli eventi narrati sono eventi che appartengono alla poesia, non alla biografia storica di Dante. C’è come un identificarsi totale della vita dell’autore con la sua opera di poeta come già accadde di osservare nel dialogo con Forese, tanto che non si potranno mai distinguere l’una dall’altra.
CANTO 31 (NEL PARADISO TERRESTRE: IL PENTIMENTO DI DANTE)

Il canto si apre facendo direttamente seguito alla chiusa del canto precedente, con il quale viene così a formare una sola unità narrativa. I due canti sono strutturati quasi in figura di chiasmo, rispondendo cioè la scena iniziale del primo a quella finale del secondo e viceversa: nel canto 30 alla celeste apparizione di Beatrice accolta dal canto angelico segue il dialogo diretto fra due persone storiche, a donna della Vita Nova e Dante, la drammatica accusa di fatti noti ad ambedue, e il drammatico pianto di risposta; nel 31 alla scena fra i due protagonisti dove una nuova e più esplicita accusa suscita un nuovo e più amaro pianto, segue e conclude il canto con lo svelarsi del volto della donna che appare all’inizio. Una luce divina illumina così la scena al suo inizio e alla fine, dove Beatrice appare nel suo ruolo ultraterreno; al centro si svolge il dramma dell’uomo nel tempo, con il nome pronunciato senza alcuno schermo. I due canti sono a loro volta incastonati tra le due scene allegoriche che presentano la storia della Chiesa nel mondo; la vicenda del protagonista nominato viene così a costituire il cuore dell’intero dramma che si svolge nel tempo. L’accusa dirette e circostanziata fatta qui da Beatrice ripete la traccia di quella già formulata nell’altro canto; come un tema prima proposto a grandi linee e poi ripreso nei particolari. È il modo già usato nel V dell’Inferno, nei due discorsi di Francesca; non a caso Dante perderà ugualmente i sensi e saranno i due soli casi in tutto il poema. La durezza dell’accusa è questa volta più forte, come la punta di una spada; il tu con cui Beatrice lo interpella chiama direttamente in causa Dante, senza più lo schermo pietoso degli angeli. Ma gli si chiede qualcosa di più: deve parlare e accusare se stesso. La similitudine dell’arco spezzato denuncia l’estrema tensione dell’animo per far uscire la voce come prima lo sciogliersi della neve ne significò la distensione avvenuta nel pianto. Beatrice riprende ora il filo del ricordo. E nelle sue parole appare sempre più chiaramente che l’evento determinante di quella storia passata è stata la sua morte. Ricordato da lei nel canto 30 e in questo da Dante, ripreso infine da Beatrice come punto-chiave dello smarrimento dell’uomo, l’evento che occupa il centro della Vita Nova si dimostra come il peno su cui si incardina la storia morale di Dante, nella sua doppia conseguenza: di smarrimento della via da una parte e di richiamo a ritrovarla, quasi come stella polare, dall’altra. Di li nacque infatti l’idea e il concepimento stesso del poema che racconta la storia della salvezza. Le cose fallaci che traviarono Dante qui ricordate comprendono ogni attrattiva del mondo terreno che le sirene, citate da Beatrice sempre significano. Il tema è unico ma non è un concetto astratto se strappa così amare lacrime e provoca una così profonda umiliazione. Niente è risparmiato all’autore protagonista. Per tutto il Purgatorio gli spiriti accusano se stessi dei loro gravi peccati cancellati dal pentimento, dalle lacrime, dalla misericordia divina,; ma ora l’autore assume su di sé nel presente quel carico di accuse e lacrime. Questo fa della scena il centro drammatico e il cuore ideale di tutta la cantica. Essa tocca il suo culmine quando Dante, alzando infine il volto a guardare Beatrice, la intravede, pur velata e lontana, molto più bella di quella sé stessa antica che egli ricordava. Ed è quella bellezza nascosta che provoca in lui la più profonda puntura del pentimento tanto da fargli perdere i sensi. Nel V dell’Inferno egli sviene per l’intensità della pietà, evidente segno del coinvolgimento personale; qui la situazione sembra rovesciarsi: ciò che lo vince è l’acutezza del doloroso sentimento non della propria pena, ma della propria colpa. In questo stesso momento egli diventa in grado di bere dal Lete, e di passarlo. Il limite tra i due mondi è varcato attraverso lo spezzarsi del cuore. L’antico simbolo pagano dell’oblio assume qui un diverso e ben più profondo significato. L’uomo che dimentica significa in realtà che Dio ha dimenticato. Dio non si ricorda più del peccato dell’uomo (Is.43). tutto è cancellato, lavato. Il versetto del salmo intonato dagli angeli dice infatti che l’animo diventa candido più della stessa neve. L’intensità drammatica della prima parte del canto va ora allentandosi, prima nella scena del lavoro a cui Dante è condotto da Matelda, poi in quella della danza delle virtù che accolgono Dante fra loro, preparando così lentamente il momento finale dello svelamento, vertice poetico di tutti e due i canti. Quando il volto di Beatrice appare liberato dal velo, e in esso risplende, anzi esso stesso è splendore della viva luce eterna, per la prima volta nel poema si manifesta direttamente la realtà divina: e quei sette mirabili versi sono di fatto un’anticipazione del sublime linguaggio che sarà proprio del Paradiso, quel linguaggio luminoso e allusivo, che è contemporaneamente velo al divino ed espressione della sua profonda realtà. La Beatrice antica, cioè la Beatrice terrena, riconoscibile ancora sotto il velo, anche se vinta in bellezza dalla nuova, è in questi pochi versi del tutto scomparsa. In questo ultimo tratto torna così il richiamo alla contiguità tra i due piani che è il fondamento dei due canti: sembra che quella bellezza propria dell’uomo nella perfezione della sua natura che il paradiso terrestre rappresenta quasi giunga a sfiorare la stessa bellezza divina.
CANTO 32 (NEL PARADISO TERRESTRE: ALLEGORIA DEL CARRO)

Si assiste ora alla seconda parte della scena allegorica che si svolge nel paradiso terrestre in funzione della presenza di Dante. La scena riprende da dove era rimasta interrotta cioè alla fine del canto 19, prima dell’apparizione di Beatrice. All’inizio di questo accade il mutamento inverso: ancora per pochi versi vediamo Dante immerso nella contemplazione di quel volto sospirato per dieci anni, a presto egli ne viene bruscamente distolto per tornare a guardare gli eventi simbolicamente raffigurati della storia della Chiesa. La bellezza di questa apertura sta da una parte in quel supremo incanto ritrovato, dall’altra in quel richiamo , in quel non potersi cioè fermare a saziarsi, richiamo che suggerisce il rischio profondo celato in quell’incanto: là dove le due bellezze, umana e divina, si toccano e come si confondono l’una nell’altra, la prima può vincere lo stesso splendore della seconda. Comincia dunque il secondo quadro storico, che riprende dal momento in cui la processione si era fermata per attendere la discesa di Beatrice. Si muovono prima i candelabri, poi i vecchi vestiti di bianco, poi il carro col grifone e le virtù, in ordine di marcia come un esercito terreno, lentamente sfilano, ancora in quell’aura sacra e raccolta che contraddistingue la scena del canto 19. Ma la rappresentazione che segue appare come divisa in due tempi, ognuno dei quali ha connotazioni del tutto diverse. Il primo tempo presenta simbolicamente l’effetto del peccato originale e il riscatto operato da Cristo: la grande pianta spogliata delle sue fronde (la giustizia originaria dell’uomo violata da Adamo) che viene circondata dalla processione, e poi il gesto del grifone che lega all’albero il timone del carro (cioè l’obbedienza di Cristo portata fino alla croce che ripara alla disobbedienza del primo uomo) sono atti che si compiono nel silenzio della selva, come riti sacri e solenni. Al gesto del grifone segue la fioritura rosso-viola che rinnova la pianta inaridita, simbolo del sangue di Cristo che redime e infonde nuova vita l’umanità resa sterile dal peccato. A questo punto la funzione simbolica della sacra processione è finita: essa rappresentava infatti il tempo della storia fino alla venuta di Cristo, annunziata dal Vecchio testamento. Si instaura qui una pausa nel racconto segnata dal profondo sonno che prende Dante: un sonno che forse simboleggia la pace ristabilita tra Dio e l’umanità, la sicurezza ormai ridata all’uomo una volta per sempre. Ma al risveglio la scena è cambiata. Nella seconda parte del canto si rappresenta il tempo che comincia dopo l’ascensione, quando Cristo cioè lascia corporalmente la storia e che durerà fino alla sua seconda venuta; tempo che qui termina agli anni nei quali il poema è scritto. Questa sequenza non è più serena e raccolta, come la precedente. Ora la chiesa è esposta agli assalti del nemico; la nave di Pietro - il carro- sarà scossa e colpita da molte tempeste. Tutta la figurazione si fa drammatica e violenta, veloce come l’altra era lenta, quasi a significare il diverso passo nella storia. In questa rappresentazione si susseguono quattro figure, che simboleggino le quattro più grave crisi che hanno colpito la chiesa dalle origini al tempo presente, e cioè le persecuzioni subite sotto l’impero romano, le eresie dei primi secoli, la donazione di Costantino, lo scisma islamico. Anche i simboli usati- l’aquila, la volpe, il drago – sono desunti dai libri profetici della scrittura , soprattutto dall’apocalisse. La stessa struttura dell’intero spettacolo che presenta prima la visione divina e poi la visione della tragedia storica, deriva dal libro di Giovanni. Il dramma che si scatena nel mondo dopo la dipartita di Cristo, il tentativo del demonio di assalire e distruggere l’eredita dei santi, è il tema apocalittico qui ripreso da Dante e svolto in modo originale nella raffigurazione degli eventi accaduti prima del suo tempo. Ma l’ultima scena, quella che riguarda il presente, è direttamente trasportata dalla scrittura al testo dantesco: si presenta l’immagine della grande meretrice che siede sula bestia e amoreggia coi re della terra. La figura della meretrice che nel testo scritturale era riferita alla Roma imperiale, era stata interpretata da Gioacchino da Fiore nl suo celebre commento all’Apocalisse, come simbolo della curia romana corrotta. E già nel 19 canto dell’Inferno Dante aveva ripreso questa figura, nello stesso senso, nella sua accusa diretta ai papi simoniaci. Questa scena finale, della donna provocante e lasciva con accanto il gigante, evidente figura dell’asservimento della chiesa al re di Francia è la più drammatica della sequenza. La forte sofferenza per lo stato presente e l’aspettativa di un rinnovamento che preludesse alla fine dei tempi, non erano soltanto di Dante. Appare indirettamente in questo canto ma indirettamente in tutta la struttura profetica del poema, l’influenza, la consonanza del movimento riformista dei seguaci di Gioacchino da Fiore, con le aspirazioni rinnovatrici del poeta fiorentino. L’idea della corruzione della Chiesa, il richiamo alla povertà evangelica, l’attesa di una nuova era sono tutti motivi che largamente diffusi per tutto il secolo specie negli ambienti francescani sono accolti e rivissuti con passione dallo spirito di Dante. Sono due i principali temi connessi: il primo è l’idea sempre presente nel poema della guida provvidenziale della storia, quella stessa profonda convinzione che nel paradiso guiderà il racconto del volo dell’aquila imperiale nel canto 6, o la celebrazione dei due ordini mendicanti nei canti 11 e 12. È questa idea che regge qui la sequenza delle figure: Dante usa il linguaggio dei profetici biblici, che leggono la storia attraverso un codice di figure di cui lacune resteranno a lungo nell’immaginazione culturale e popolare dell’occidente. In questa prospettiva si inserisce il secondo tema del canto che è l’investitura profetica di Dante: qui infatti per la prima volta al poeta viene affidato il compito di scrivere ciò che ha visto. Nell’animo dell’esule fiorentino “ultima delle pecore di Cristo” come dice nell’Epistola 11, c’era la profonda convinzione di parlare al proprio tempo con lo spirito di un profeta, cioè di denunciare i potenti e indicare la via al popolo cristiano.


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