Purgatorio canto 1 (sulla spiaggia del purgatorio: catone)



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CANTO 33 (NEL PARADISO TERRESTRE: LA PURIFICAZIONE DI DANTE)

Nell’ultimo canto del viaggio purgatoriale vengono a concludersi insieme i due cammini che in esso si sono figurati: da una parte la storia di tutta l’umanità redenta, dall’altra il percorso penitenziale dell’autore protagonista. L’una e l’altra vicenda giungono qui non a felice compimento, ma al punto in cui se ne vede aperta la strada in un promessa certa di pace. Alla tragica scena della condizione storica del tempo presente che alla fine del canto precedente conclude la grande visione allegorica, risponde in questo la sicura profezia dell’intervento divino che ne ristabilirà l’ordine terreno in un prossimo futuro; e allo stesso modo, Dante riceve nel bagno dell’Eunoè l’ultima purificazione che lo rende disposto a salire in paradiso. Questa doppia prospettiva dà al canto una singolare fisionomia: esso è come sospeso tra il terrestre e il celeste, alternandosi i modi stilistici alti e profetici con quelli colloquiali e dimessi. La stessa persona di Beatrice sembra esprimere questa duplice realtà: essa tiene qui infatti i due ruoli prima distinti, apparendo ora come figura profetica, ora come fraterna guida di Dante. Sembra che il racconto non possa più ritornare ai modi narrativi tenuti prima fino all’entrata nell’Eden: quel camminare a fianco di Virgilio come in terra vanno maestro e scolare, e quell’incontrare altri uguali con cui riprendere il filo del dialogo interrotto dalla morte, parlandosi siamo ora in un’atmosfera diversa, che la stessa aura dell’Eden e a simbolica e sacrale scena che si è svolta hanno creato, mutando la dimensione in cui si svolge il racconto. Beatrice non è creatura di questo mondo, come lo era Virgilio: Matelda , e donne virtù rimaste con Beatrice, il paesaggio incantato che tutto circonda, sono segni di una diversa realtà. E lo stesso personaggio Dante, che viene qui investito solennemente della missione profetica per cui gli è stata concessa la visione appare come proiettato sullo sfondo ultraterreno che costituisce il secondo piano del canto. Nella sequenza di apertura un dolce salmodiare rompe la cupa atmosfera creata dalla drammatica visione delle sventure della chiesa, culminata nell’ultima scena della meretrice e del gigante quel canto, che è il lamento del salmista sulla sacra città di Gerusalemme devastata, appare tuttavia dolce, perché racchiude la fiducia nell’intervento divino; e sul volto di Beatrice prima pallido e dolente e poi infuocato si riflettono i due motivi di afflizione e di sicura speranza. Scomparsa la grande visione, sembra che i rimasti siano ancora presi nel cerchio ultraterreno che essa ha creato nel sereno spazio edenico. Ma ecco che Beatrice si rivolge a Dante in modo dimesso e fraterno, offrendogli spiegazioni e affiancandolo a sé nel cammino. E a questo punto, all’umile e ancora timorosa domanda di Dante, essa prende a parlare in tono altamente profetico, preannunciando con parole oscure il prossimo avvento di un restauratore, che ucciderà la donna e il gigante e ridarà all’aquila, cioè all’impero il suo ruolo di governo nel mondo terreno. La profezia riprende il linguaggio apocalittico che era stato proprio della sacra visione, e nella persona del futuro liberatore non può non vedersi, come il testo biblico suggerisce, una figura che appartiene agli ultimi tempi del mondo. Esso è infatti denominato da un numero- come l’anticristo nell’Apocalisse- e sembra significare il ritorno di quell’ultimo imperatore, il secondo Augusto, che le profezie medievali aspettavano e annunciavano. Come il veltro del I canto del’inferno, di cui è evidente la ripresa questo personaggio può aver svolto un ruolo storico ma ne ha anche uno profeticamente indeterminato di qualcuno cioè che verrà alla fine della storia. Il rinvio alla scena d’apertura del poema è significativo: prima Virgilio e ora Beatrice, all’inizio e alla fine del percorso di purificazione di Dante, ripetono questo annuncio di speranza. È la stessa incrollabile fede che sostiene Dante fino agli ultimi canti del Paradiso, la dove egli, non a caso, si proclamerà il figlio della Chiesa dotato di speranza in misura maggiore di ogni altro. Coerentemente dunque il discorso di Beatrice, tenuto su un registro stilistico solenne e ispirato, termina con l’investitura di Dante a ripetere agli uomini ciò che qui ha visto. Si svolge quindi al centro del canto come un intervallo tra la prima parte tesa e profetica e la seconda di sereno andamento narrativo, dove si concluderà la vicenda personale di Dante peccatore. Di nuovo dialogando con Dante come maestra con discepolo, Beatrice muove l’ultimo rimprovero, che sembra completare le accuse già fatte da lei e riconosciute da Dante, come se qualcosa in esse fosse mancato, o non fosse stato chiaramente detto: ella ricorda che la scuola che Dante ha seguito, cioè l’umana sapienza, la filosofia nel suo limite naturale, non può in alcun modo arrivare a comprendere le verità celesti, come egli aveva potuto presumere. C’è un dislivello che non può colmarsi alto come la distanza tra la terra e il più lontano cielo (è quello stesso incolmabile abisso che tiene Aristotele e Platone nell’eterno disio nel IV dell’Inferno). Sono queste le ultime parole della storia purgatoriale di Dante, quasi l’ultimo resto d’ombra da cui egli deve essere purificato. Dopo di esse, il paesaggio intorno sembra rianimarsi, il tempo riprende a scorrere. Tutta questa ultima parte del canto riprende un ritmo narrativo simile a quello del primo canto nel paradiso terrestre. Beatrice dialoga confidenzialmente con Matelda, come due giovani donne possono fare, con finezza e gentilezza di allusioni, qui sulla terra; Dante e Stazio sono portati all’ultimo lavacro nell’Eunoè; e ancora una volta il rito ci ricorda la scena avvenuta sulla spiaggia dell’arrivo, l’abluzione con la rugiada, il rinascere del giunco sula riva. Ma il cambiamento del personaggio non è più un evento che riguardi soltanto la sua storia personale: quel rinnovarsi delle fronde richiama il prodigioso aprirsi dei fiori purpurei sulla pianta dispogliata dell’Eden. Il ripetersi della figura è l’ultimo segnale della doppia storia umana, e della duplice dimensione in cui si muove il canto. Ed ecco che colui che racconta questa storia viene d’un tratto in primo piano, come rivelandoci il suo vero volto. Proprio a metà del sacro avvenimento si inserisce uno di quegli appelli al lettore tipici della Commedia, che ristabiliscono il rapporto reale tra l’autore, uno scrittore, un poeta e l’uomo che lo legge. Le carte destinate alla seconda cantica sono finite, egli avverte. Il freno dell’arte impone di fermarsi. Questa condizione apparirà anche più chiaramente all’inizio del paradiso, quando l’autore, rivolgendosi ancora ai suoi lettori, parlerà dell’’infinito mare che egli ardisce affrontare.



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