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22.05.2018
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SOGGETTI ED ISTITUZIONI NELLA PROMOZIONE

LOCALE DEL WELFARE


LE RETI SOCIALI



Intervento di

Mario Protasoni

(Forum Terzo Settore)

Mi sembra che già i contenuti e le cose dette fino ad adesso meriterebbero una qualche forma di riflessione e di pausa, anche se la scelta di andare avanti è giusta, è saggia.

Io, peraltro, ho un compito diverso, quindi non di aggiungere contenuti particolari, semmai di provare a ridarne una rilettura a partire da una esperienza particolare, limitata, però significativa nella storia di questi ultimi dieci anni, che è la crescita, il progresso, l’azione, lo sviluppo di questa cosa che oggi chiamiamo “Terzo settore” e, in particolare, questa esperienza del Forum permanente del Terzo settore, come soggetto rappresentativo, come soggetto che un po’ ha catalizzato questo processo di crescita.

Parto da un contenuto perché c’è un dibattito all’interno del Terzo settore che sta emergendo, sul proprio ruolo, sul proprio futuro, insomma - c’è un’assemblea del forum che credo sarà significativa, da questo punto di vista, fra poche settimane - ma anche perché le associazioni stesse stanno riflettendo e ragionando a partire dal nodo del Welfare sul che fare e sul come essere dentro questa situazione, quindi - riprendo il ragionamento fatto da Luigi all’inizio - perché scegliere Welfare locale? Perché è luogo privilegiato, come ha detto Luigi, anche di una dimensione in particolare, quella partecipativa.

Il Terzo settore nasce, è , consiste e si definisce a partire da questo codice genetico, dalla questione della dimensione partecipativa, non è dato Terzo settore - secondo noi ovviamente, poi si può discutere - se non a partire da una intrinseca dimensione associativa o da una intrinseca dimensione a sostegno della dimensione partecipativa, penso anche a soggetti che sono a fianco delle associazioni, delle ONG, delle cooperative sociali che, magari, direttamente non hanno una struttura democratico-associativa, ma questo è il faro, questo è il luogo ed è evidente, quindi, che, parlare di Welfare locale e parlare di partecipazione per il Terzo settore significa parlare di cittadinanza, significa parlare del fare cittadinanza.

Alcune settimane fa, non più di 15 giorni fa, eravamo al CNEL un convegno organizzato dalla UISP sul fare cittadinanza, c’è questo dibattito su che cosa significa dentro questa dimensione di Welfare fare cittadinanza e lì ci siamo detti con Nicola Porro - poi magari ne parlerà anche lui meglio di me, ovviamente - che fare cittadinanza significa diritti, doveri, non in modo astratto, ma nell’agire civile, nell’interazione tra le persone, l’individualismo non produce cittadinanza, è banale dirlo, ma forse è utile ricordarselo - voglio arrivare, ovviamente ad un ragionamento – il liberismo non produce cittadinanza, il mercato in senso astratto o, se vogliamo, in senso “puro”, non produce cittadinanza, ciò che produce cittadinanza è l’interazione delle persone, è non soltanto la risposta al bisogno e, quindi, Welfare locale non è soltanto un sistema, diciamo così, organizzativo, per dare una risposta a bisogni individuali, è un sistema di costruzione - si diceva anche molto bene prima - e di valorizzazione delle risorse che esistono e che ci sono, delle risorse individuali - Montebugnioli lo diceva molto bene rispetto alla domanda sociale - e collettive che interagiscono insieme con uno stato, con un soggetto istituzionale regolatore e che produce un qualcosa di più. Non è, ripeto, soltanto una risposta al bisogno, ma è coesione sociale, è cittadinanza.

Ora, partire da questo “fare cittadinanza” pone due conseguenze evidenti: il bisogno di un’analisi sociale non scontata, perché dire che dobbiamo fare cittadinanza significa anche dire che non c’è attualmente la cittadinanza che vorremmo, che c’è un forte bisogno di cittadinanza, di esclusione, la marginalità sociale, c’è il disagio, quasi l’incapienza, potremmo usare questo termine che viene usato adesso rispetto al nodo fiscale, ci sono strati e settori della nostra società che non sono in grado di esprimere il loro bisogno sociale e a questi bisogna pur guardare, su questi bisogna ragionare.

Provo a fare tre esempi rapidissimi, sono usciti da poco i dati di un’analisi del CENSIS – se non sbaglio - sulla famiglia e c’è questo dato che a me colpisce e credo che debba colpire a maggior ragione chi si pone un problema di responsabilità pubblica, un partito, l’8,2 % delle famiglie – Livia ovviamente lo sa benissimo – sono mono genitoriali, cioè sono composte da un bambino e da un genitore, perché divorziato, perché vedovo etc. etc., c’è una crescita enorme di questa realtà, abbiamo l’8,2% delle famiglie - e sono tantissime - in una difficoltà estrema, a fronte abbiamo una risposta culturale e politica che è questa ipotesi di legge, che per fortuna non è passata, nel Friuli Venezia Giulia che proponeva sussidio ai minori solo se la donna o l’uomo si risposavano entro sei mesi, cioè, siamo a questi paradossi e a queste risposte, questo è un dato eclatante.

Secondo esempio, lo ricordava prima Ranieri, il tema della formazione. La mia associazione ha presentato alcuni giorni fa insieme ad alcuni deputati, Mimmo Lucà, Giovanni Bianchi e anche, diciamo, del Centrosinistra, un’ipotesi, una proposta di legge per riconoscere la formazione come un diritto di libertà. Non è vero questo? Non è un concetto anche di senso comune dirci che garantire la formazione come diritto alle persone in una società della conoscenza, in una società complessa come è oggi, è una nuova domanda sociale, un nuovo bisogno di cittadinanza al quale occorre dare una risposta? Io credo di sì.

Terzo rapidissimo esempio: viene da Porto Alegre la sollecitazione sulla democrazia partecipativa che anche in Italia è diventato argomento di discussione e, si spera, anche di esperienze innovative rispetto alle comunità locali e alle istituzioni locali, si diceva prima, dal presidente della Lega delle Autonomie, questa questione della demo-diversità, una istituzione locale, un luogo di Welfare locale non può non porsi il problema che, poi, c’è una diversità anche dal punto di vista della partecipazione, c’è la necessità di farsi carico anche di chi non è in grado di esprimere partecipazione o rappresentanza civile e politica e, allora, mettere in campo Welfare locale a partire da un processo di democrazia partecipativa significa qualcosa di molto più complesso di quello a cui siamo abituati ecco perché dico che c’è necessità – e qui il CESPE sta contribuendo al massimo livello, mi sembra, oggi e non solo oggi – di un’analisi sociale, di uno sforzo di pensiero, di sguardo sulla realtà non scontato.

La seconda conseguenza del fare cittadinanza e di porsi questo problema è quello che occorre, però, non fermarsi all’analisi, cioè produrre un progetto, pensare a delle risorse e, anche, costruire il consenso intorno a quel progetto e a quelle risorse.

Questa domanda sociale di cittadinanza, questo protagonismo politico di cui si è discusso anche prima, questo ragionamento è il substrato dal quale è nato e continua a vivere, a operare, diciamo, ad alimentarsi, l’esperienza del forum permanente del Terzo settore che non è esaustiva, non vuole essere il luogo di un’occupazione di un campo, ma abbiamo dato vita in questi anni, dal ’96 ad oggi, siamo partiti in 20 associazioni e oggi sono in 120 associazioni nazionali che fanno parte del forum permanente del Terzo settore, rappresentative di svariati milioni di soci, volontari, cooperatori e operatori del mondo del Welfare con alcune caratteristiche, credo, utili da questo punto di vista in questo processo.

Il forum è, intanto, il luogo del pensiero non scontato, appunto, non di replicazione di pensieri già fatti, perché il sistema di concentrazione delle energie, di elaborazione delle esperienze – a partire, cioè, dalle diverse esperienze - ha prodotto in questi anni, all’interno del forum, un’elaborazione interessante, anche colta - non in tutti gli aspetti, ma in una buona parte - dal dibattito politico e credo che Livia nella sua esperienza di Ministro possa anche testimoniare questo.

E’ un luogo di invenzione, di innovazione anche strutturale, se pensate che il Forum, per esempio, non è un luogo di concentrazione economica, ha una struttura leggerissima anzi eterea per tanti aspetti, però fantasiosa, a partire da quell’”arrangiarsi” che è tutto italiano, ma che in qualche misura, è anche valore, è anche la capacità di fare fronte che, tutto sommato, ci viene riconosciuta, è ed è stato capace, in questi anni, di mettere in campo ipotesi e iniziative di carattere strutturale, che poi magari provo anche ad elencarvi, ha messo in campo una concentrazione di esperienze umane interessanti, il Forum è anche, oggi, l’occasione concreta, non targata politicamente, quindi da questo punto di vista con un valore aggiunto, perché dentro il Forum ci sono, come sapete, organizzazioni di ben diversa estrazione politica e culturale, ma è stato anche il luogo di costruzione di un consenso intorno ad alcuni progetti di legge normativi, ma soprattutto, un consenso culturale intorno a un’identità.

Il tema della sussidiarietà, ad esempio, è un dibattito che noi abbiamo fatto 6 –7 anni fa e che adesso ha i suoi punti fermi e le sue acquisizioni.

Questo per dire che il sistema del Terzo settore oggi è un sistema stabile consolidato, non è un processo emergente nel nostro paese e questo credo debba dire qualche cosa a chi si pone il nodo del Welfare del Terzo settore, già Ugo diceva prima di questo nodo della coprogettazione del rapporto con questa società civile che si è auto organizzata.

Ci sono i segnali di una certa maturità di questa società civile, possiamo anche dircelo, una società che si è data strumenti di rappresentanza, strumenti quali “banca etica” “asterix”, “civitas”, strumenti del proprio auto sviluppo è una cosa buona e positiva e vale la pena riconoscerlo, ma è anche un processo fragile, sono molto d’accordo con quello che diceva Ugo Ascoli prima, allora c’è bisogno di un investimento politico di sostegno a questo processo, senza questo investimento i rischi, anche fronteggiando quell’altra logica, con la quale ci scontriamo oggi, quell’altra linea culturale che è quella dominante, è quella della maggioranza di governo che, invece, pensa al Terzo settore in termini residuali o in termini, diciamo così, compassionevoli, in termini di tamponamento dei disagi delle disfunzioni del sistema del mercato, se noi non vogliamo questo, ma pensiamo al sistema del Terzo settore come soggetto, come motore del processo di costruzione dell’economia civile, quindi con un pensiero più complesso, più generale anche del nodo del Welfare locale, processo più di cambiamento del modello di sviluppo della nostra società, c’è bisogno di una iniezione di sostegno culturale e politico.

Volevo solo concludere così: è bene, è buono, mi sembra utile che, poi, questo pensiero che stiamo mettendo oggi, come diceva Luigi all’inizio, possa trovare una forma di sintesi, anche politica, nella proposta di un nuovo patto sociale – non mi piace il termine “patto sociale” che mi sembra un po’ inflazionato, ma è chiaro il concetto in questa stanza – credo che sarebbe una cosa utile, come mi sembrerebbe una cosa molto utile - so che il partito sta pensando ad una convention - una conferenza del Terzo settore, c’è bisogno, però secondo me - perché forse non sarebbe capito, faccio una proposta per un nuovo convegno del CESPE dello stesso genere e con lo stesso schema – di provare ad interfacciare i ragionamenti fatti oggi sulla dimensione sociale e geografica, il Welfare locale, con la dimensione, invece, dei soggetti, noi abbiamo bisogno di parlare alle persone non alle strutture e alle istituzioni e io credo che un convegno su Welfare e, in particolare, giovani, oggi, sarebbe estremamente importante.

Un convegno non solo che costruisca pensiero, ma che produca una grande campagna di iniziativa politica quest’autunno, perché qui dobbiamo trovare il modo di riallacciare il nodo di un patto sociale a partire da un soggetto, io credo che i giovani, lo dico, magari, anche per questione di generazione, siano la categoria prima con la quale provare a mettere in campo questa idea o questo progetto.

Diciamoci queste cose, proviamo a tradurle e a voltarle, a interfacciarle con la dimensione verticale dei soggetti, che produce, evidentemente, altro e nuovo pensiero e a lanciare la sfida della Sinistra e la sfida riformista su questo elemento.









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