Quali condizioni dovrebbe soddisfare una medicina ideale ?



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Cannabis come Terapia

« Quali condizioni dovrebbe soddisfare una MEDICINA IDEALE ?



In primo luogo, una medicina del genere non deve essere tossica.

Deve essere utile in una molteplicità di situazioni, e infine, non dovrebbe essere troppo costosa.

La canapa soddisfa tutti questi requisiti.

Circa 2000 americani muoiono ogni anno per l’uso di aspirina.

In 25 anni di ricerche, non ho mai incontrato un singolo decesso imputabile alla canapa.

C’è una sola conclusione possibile : abbiamo ignorato una medicina importante »

Lester Grinspoon ( M.D., associate professor emeritus of psychiatry at Harvard Medical School )

Introduzione:

La Cannabis sativa viene da lungo tempo utilizzata per l’alimentazione e per ricavarne fibra tessile; è da ritenere, infatti, che la pianta della canapa sia coltivata in Asia da migliaia di anni. Attraverso l’Asia minore giunse, in epoca precristiana, in Africa e in Europa e in seguito, tra il XVI e il XVII secolo, nel continente americano.

La prima carta venne prodotta in Cina, centinaia di anni prima di Cristo ed era di canapa, fatto questo a lungo misconosciuto. Nel IX secolo gli arabi portarono la carta in Occidente e sostituì i rotoli di papiro e le tavolette di argilla.

La prima Bibbia di Gutenberg venne stampata, come gli altri libri di quell’epoca, su carta di canapa e lino. Da tempi immemorabili vestiti, stoffe e corde vengono ricavati dalla fibra della cannabis. Così i fenici, che viaggiavano nel Mediterraneo circa tremila anni fa, come pure gli egizi al tempo dei faraoni, conoscendone la resistenza, la utilizzavano per le vele e le reti dei pescatori.

La canapa ad alto contenuto di THC veniva utilizzata, in epoca precristiana, nei riti religiosi e nei riti di guarigione.

Riferimenti storico-culturali sull’utilizzo della canapa si trovano in autori quali Abel (1980), M. Mechoulam (1986) e Rätsch (1992).

Nelle culture antiche non vi era una netta distinzione tra l’utilizzo ritual-religioso e quello medico della canapa, visto che il guaritore-sacerdote era la massima autorità sia medica sia religiosa della comunità. La malattia era considerata il segno di un influsso sfavorevole di potenze sovrannaturali, che dovevano essere fronteggiate con arti magiche. Per questo motivo non c’è da stupirsi che le sostanze utilizzate erano quelle che portavano a uno stato di trance estatica per facilitare il contatto con forze sovrannaturali e spiriti e in questo lo sciamano fungeva da mediatore. Per raggiungere quest’alterazione dello stato di coscienza, la canapa si dimostrava la sostanza più adatta. Era definita sacra nei Veda (India, 1500-1300 a.C.) e nel Chu-Tzu (Cina, 300 a.C.).

Proprio nel corso di riti di guarigione si comprovava quanto la cannabis fosse efficace nell’alleviare o curare diversi tipi di dolore. A partire dall’uso durante le cerimonie medico-religiose, si è sviluppato un sapere di tipo empirico. Lo strumento funzionava, scacciava quegli spiriti o quelle divinità responsabili della malattia. È nata così una sostanza medicamentosa, non più legata al contesto magico ma efficace rimedio terapeutico.

Anche oggi la cultura sciamanica che sopravvive presso alcuni popoli prevede dei rituali di guarigione che si basano sul contatto con l’anima. Nella medicina occidentale tradizionale, la medicina psicosomatica (dal greco psyché, anima e soma, corpo) o psiconeuroendocrinologia, studia appunto le ripercussioni dei fenomeni psichici sul corpo. In Svizzera e in Germania vi sono psicoterapeuti che cercano di ottenere il permesso di utilizzare in maniera controllata sostanze che modificano la coscienza, quali soprattutto gli allucinogeni come l’LSD e l’MDMA.

In Cina e in India, da tempi remoti sono note molte delle proprietà dei princìpi attivi contenuti nelle piante. Tra queste la cannabis veniva impiegata come antidolorifico e antireumatico, antipiretico e nella cura dell’inappetenza, nel vomito e nella diarrea, nei crampi e negli spasmi muscolari, come sonnifero e contro l’asma. Una crema di semi di canapa e di olio di canapa veniva utilizzata per curare le infiammazioni locali.

Le conoscenze mediche del subcontinente indiano furono studiate e utilizzate molti secoli dopo da medici inglesi, facendo parte l’India dell’impero britannico; che importarono la “canapa indiana” per uso terapeutico in Europa e in America. In precedenza, in Europa, la canapa veniva scarsamente utilizzata per scopi medici, e soprattutto esternamente, in forma di decotto delle radici e dei semi, per la cura di ulcere ed eruzioni cutanee.

Nel XIX secolo, vengono pubblicati un centinaio di testi di medici europei e nordamericani sull’utilizzo terapeutico della cannabis, che troverà larga diffusione soprattutto nei paesi anglofoni.



GLI USI MEDICI DELLA CANNABIS: SCHEDA STORICA


La Cannabis indica - pianta probabilmente originaria dell’Asia centro-orientale - è stata

usata in medicina per millenni. Era certamente coltivata in Cina nel 4000 a.C., ed è inclusa

nella più antica farmacopea conosciuta, il Pen Ts’ao, tradizionalmente attribuita al mitico

imperatore Shen Nung (III millennio a.C.). In India, il suo uso nella medicina tradizionale

risale al II millennio a.C. In occidente, invece, il suo uso medico è stato sempre alquanto

marginale, e ha assunto una certa rilevanza solo nel XIX secolo e nei primi decenni del XX

(1).


Nell’antichità, la Cannabis indica fu considerata utile in numerose e assai diverse malattie.

Il Pen Ts'ao la raccomanda per il trattamento di "disordini femminili, gotta, reumatismo,

malaria, stipsi e debolezza mentale". Intorno al 220 d.C. il grande chirurgo cinese Hua T’o

ne descrive l’uso a scopo analgesico e anestetico nei diversi sofisticati interventi “senza

dolore” per cui era famoso. Altri medici cinesi scrivono che la canapa è utile nelle “malattie

da deperimento e nelle ferite”, nonché per “purificare il sangue, abbassare la temperatura,

ridurre i flussi, risolvere i reumatismi, scaricare il pus”. In India, la Cannabis è citata

nell’Atharvaveda (II millennio a.C.) come “pianta che libera dall’ansia”, mentre nel più

antico testo medico della tradizione Ayurvedica, basato sulla dottrina di Susruta (II

millennio a.C.), è citata semplicemente come “rimedio”. In realtà, la Cannabis in India

assume un ruolo del tutto particolare: come pianta sacra a Shiva, viene usata in rituali

religiosi; come inebriante, è elemento centrale nella cultura popolare; e infine, come

farmaco, viene utilizzata in diversi sistemi della medicina tradizionale (Ayurveda, Unani,

Tibbi) e lo sarà fino ai nostri giorni. Secondo la “nota” curata da J.M. Campbell, e inclusa

nell’Appendice III del famoso Indian Hemp Drugs Commission Report (1893-4), la bhang

(2) cura in primo luogo la febbre agendo “non direttamente ovvero fisicamente come un

farmaco ordinario, ma indirettamente ovvero spiritualmente calmando gli spiriti rabbiosi a

cui la febbre è dovuta”; inoltre ha molte altre virtù medicinali: “raffredda il sangue caldo,

provoca il sonno negli ipereccitati, dona bellezza e assicura lunga vita. Cura la dissenteria

e i colpi di calore, purifica il flegma, accelera la digestione, stimola l’appetito, corregge la

pronuncia nella blesità, rinfresca l’intelletto, dona vivacità al corpo e gaiezza alla mente.

(...) la ganja in eccesso provoca ascessi, o anche pazzia” (3).

Per quanto riguarda il Medio Oriente e l’area mediterranea, in cui la Cannabis (specie nel

mondo islamico) ha un grande ruolo come inebriante e “droga sociale”, si hanno

nell’antichità solo rare citazioni di interesse medico. Possiamo ricordare le tavolette

mediche assire della biblioteca di Assurbanipal (VII sec. a.C.), che citano la canapa come

antidepressivo; il grande Dioscoride (I sec. d.C.), che nella sua Materia Medica, non solo

ci offre una delle più antiche raffigurazioni della Cannabis, ma anche ne raccomanda l’uso

per mal d’orecchi, edemi, itterizia e altri disturbi; e infine, un secolo dopo, il più famoso

medico della Roma imperiale, Galeno, secondo il quale le preparazioni di canapa vengono

usate come dessert per “stimolare il piacere”, ma possono anche servire contro le

flatulenze, il mal d’orecchi e il dolore in genere. Usate in eccesso “colpiscono la testa,

immettendovi vapori caldi e intossicanti”.

Per tutto il Medio Evo e il Rinascimento, l’uso più importante della Cannabis è per

ricavarne le fibre per corde, tessuti e carta. Le gomene, le sartie e le vele delle navi sono

ottenute dalla canapa, ed è per questo che la pianta, già estesamente coltivata in Europa,

viene immediatamente importata in America, al sud da spagnoli e portoghesi, e al nord da

inglesi e francesi. Non mancano anche in questo periodo interessanti notazioni mediche:

Garcia da Orta, medico portoghese di servizio presso il vicerè a Goa, in India, nel suo 34

“Colloqui sui semplici e sulle droghe dell’India” del 1563 - forse il più importante

documento sulle piante medicinali dopo l’erbario di Dioscoride - cita l’uso di Cannabis

come stimolante dell’appetito, oltre che come sonnifero, tranquillante, afrodisiaco e

euforizzante. E’ certo che il suo libro - almeno fino a che quasi tutte le copie conosciute

non furono bruciate dall’Inquisizione quando, dopo la sua morte, si scoprì che da Orta era

in realtà ebreo - introdusse l’Europa all’uso medico di questa e altre droghe. Un contributo

simile fu dato dall’opera di poco successiva “Sulle droghe e le medicine delle Indie

Orientali” (1578) del suo collega Cristobal Acosta. Più tardi, anche Englebert Kampfer,

medico-botanico-storico-diplomatico tedesco, ambasciatore del re di Svezia in Persia e poi

medico capo della flotta della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, descrisse nel suo

“Amenitates exoticae” (1712) gli usi di molte piante medicinali, tra cui la canapa, in Persia

e in India.

In Europa, Robert Burton nel suo classico “The anatomy of melancholy” (1621) suggerisce

la possibile utilità della canapa in quella che oggi chiameremmo “depressione”. Nel 1682, il

New London Dispensatory afferma che la Cannabis “cura la tosse e l’itterizia ma riempie la

testa di vapori”. E il New English Dispensatory del 1764 raccomanda di bollire le radici

della canapa e di applicare il decotto sulla pelle per ridurre le infiammazioni, nonché per

“disseccare i tumori” e per sciogliere i “depositi nelle articolazioni”. Nel famoso “Erbario” di

Nicolas Culpeper (1812) vengono elencate in dettaglio tutte le applicazioni mediche

conosciute della canapa, a partire da quelle suggerite dai classici di Dioscoride, Galeno e

Plinio, ma nel Dictionaire des Sciences Médicales (Paris, 1813) si afferma che l’unica

parte della pianta usata a fini medici in Europa sono i semi, ritenuti utili nella cura delle

malattie veneree.

E possiamo concludere questa prima parte dedicata alla storia medica antica con una nota

tassonomica, e cioè ricordando che nel 1753 Linneo battezzò la canapa Cannabis sativa,

considerando l’esistenza di un’unica specie, mentre nel 1783 Lamarck ritenne, sulla base

di significative differenze morfologiche, di dover distinguere il genere Cannabis in due

specie distinte: la C. sativa, nativa dell’Europa, e la C. indica, propria dell’oriente (4).

L’importanza della Cannabis, sempre relativamente marginale nella medicina occidentale,

fu decisamente accresciuta a seguito della campagna d’Egitto di Napoleone (1798), dopo

la quale l’hashisch - inteso essenzialmente come sostanza inebriante ed euforizzante -

divenne noto in Francia, anche se soprattutto in circoli intellettuali come il famoso Club des

Hachischins, a cui parteciparono personaggi come lo psichiatra Moreau de Tours (5) e

artisti come Gautier, Dumas, Nerval, Hugo, Delacroix e Baudelaire (6). In effetti è dalla

tradizione orientale, e soprattutto indiana, che la medicina europea e americana trarranno

intorno al 1840 le loro conoscenze. Probabilmente, i testi che ebbero maggior influenza in

occidente furono “On the preparations of the Indian Hemp, or Gunjah” di William B.

O’Shaughnessy, medico inglese in servizio in India (7) e “De la peste ou typhus d’orient

suivi d’un essai sur le hachisch” (8) di L. Aubert-Roche, oltre al “Du hachisch” già citato di

J.J. Moreau de Tours, pubblicato nel 1845. Solo a partire da questo periodo si può dire

che l’uso medico della Cannabis conobbe una certa diffusione anche in occidente: estratti

e tinture a base di Cannabis rimarranno sugli scaffali delle farmacie - in Italia e in Europa

come negli USA - sino alla seconda guerra mondiale e oltre (9).

Se Aubert-Roche riferisce sull’utilizzo dell’hachisch contro la peste, e Moreau de Tours lo

considera sia uno strumento di indagine della mente, sia un farmaco efficace in varie

malattie mentali (melancolia, inclusa la forma ossessiva di “idée fixe”, ipomania, e malattie

mentali croniche in genere), O’Shaughnessy attinge alla vastissima tradizione medica

indiana e presenta il più ricco repertorio. Dopo un ampio excursus sulla letteratura medica, 35

inclusa quella antica, O’Shaughnessy riferisce dettagliatamente sull’uso di Cannabis nelle

seguenti condizioni: reumatismo acuto e cronico, idrofobia, colera, tetano e convulsioni

infantili. Dopo un cenno al “delirio” causato dall’intossicazione cronica, riporta i metodi da

lui impiegati per preparare l’estratto e la tintura di “gunjah”, e i dosaggi consigliati nei

diversi casi.

Fra il 1840 e il 1900, secondo Walton, furono pubblicati più di 100 articoli sugli usi medici

della Cannabis.

Nel 1854 la Cannabis viene inclusa per la prima volta fra i farmaci dello U.S. Dispensatory,

con le seguenti proprietà: “potente narcotico (...) Si dice che agisca anche come deciso

afrodisiaco, che stimoli l’appetito e che occasionalmente induca uno stato di catalessi. (...)

produce il sonno, allevia gli spasmi, calma l’irrequietezza nervosa, allevia il dolore. (...)

[come analgesico] differisce dall’oppio perché non diminuisce l’appetito, non riduce le

secrezioni e non provoca stitichezza. I disturbi per i quali è stata specialmente

raccomandata sono le nevralgie, la gotta, il tetano, l’idrofobia, il colera epidemico, le

convulsioni, la corea, l’isteria, la depressione mentale, la pazzia, e le emorragie uterine”

(10). Nel 1860, la Cannabis è già così considerata da determinare la nomina di un

“Comitato sulla Cannabis indica” da parte dell’Associazione medica dell’Ohio. Nel rapporto

pubblicato da tale comitato (a cura di R.R. M’Meens) , si riconosce l’utilità della canapa per

trattare tetano, nevralgie, emorragie post-partum, dolore del parto, dismenorrea,

convulsioni, dolori reumatici, asma, psicosi post-partum, tosse cronica, gonorrea,

bronchite cronica, dolori gastrici, e altro. Inoltre essa è utile come sonnifero e come

farmaco capace di stimolare l’appetito. H.C.J. Wood riporta che la Cannabis indica è

“usata soprattutto per il sollievo dal dolore; (...) per calmare stati di irrequietezza e

malessere generale; per alleviare le sofferenze in malattie incurabili, come la tisi all’ultimo

stadio; e infine come blando sonnifero” (11). Secondo H.A. Hare, sarebbe soprattutto utile

come analgesico, paragonabile per efficacia all’oppio, e in particolare nell’emicrania,

anche in casi altrimenti intrattabili, in cui agisce anche come profilattico; nelle nevralgie;

nella tosse irritativa; nonché come tranquillante-analgesico nei malati di tisi. Inoltre,

sarebbe anche un efficace anestetico locale, particolarmente in odontoiatria (12). Anche il

Lancet del 3 dicembre 1887 raccomanda l’uso di canapa indiana “notte e giorno, e

continuato per un certo tempo” come “il miglior rimedio disponibile nel trattamento della

cefalea persiistente” (13), e ancora, più di vent’anni dopo, persino William Osler, uno dei

padri della medicina moderna, ritiene la Cannabis “probabilmente il rimedio più

soddisfacente” per l’emicrania (14). Invece J. Brown scrive sul British Medical Journal che

la Cannabis indica “dovrebbe avere il primo posto nel trattamento della menorragia” (15).

Secondo Walton, in questo periodo molti medici sono “particolarmente entusiasti riguardo

al valore della Cannabis nella dismenorrea e nella menorragia” (16). E possiamo chiudere

questa breve rassegna citando un lavoro di J.R. Reynolds, che nel 1890 riassume 30 anni

di esperienza con la Cannabis, e la ritiene “incomparabile” per efficacia nell’insonnia

senile; utile come analgesico nelle nevralgie, inclusa quella del trigemino (tic douloureux),

nella tabe, nell’emicrania e nella dismenorrea (ma non nella sciatica, nella lombaggine e in

genere nell’artrite, come nella gotta e nei “dolori isterici”); molto efficace negli spasmi

muscolari di natura sia epilettoide che coreica (ma non nella vera epilessia); e invece di

incerto valore nell’asma, nella depressione e nel delirio alcolico (17).

In Italia erano previsti dalla Farmacopea Ufficiale (F.U.) sia l'estratto che la tintura di

Cannabis indica. Le indicazioni erano alquanto varie: per esempio, secondo il prof. P.E.

Alessandri (18) la Canapa indiana "usasi nel tetano, nelle nevralgie, isterismo, emicrania,

reumatismo, corea, asma, e in molte altre malattie non escluso il cholera, dando però

quasi sempre resultati contraddittori". Pietro Mascherpa (19) afferma che essenzialmente 36

si tratta di "un medicamento cerebrale e precisamente un analgesico analogo all'oppio e

alla morfina", che può avere più o meno gli stessi usi di questi. Mascherpa riconosce però

che la farmacologia della Cannabis è "poco conosciuta", e il suo uso per varie ragioni

"piuttosto limitato". Egli riporta anche i dosaggi massimi per l'estratto di canapa indiana

F.U.: 0,05 g per dose e 0,15 g per giorno.

A partire dal 1937, l’anno della proibizione americana, diventano assai rari i lavori che

prendono in considerazione l’uso medico della Cannabis, ed è solo con la fine degli anni

‘70 che un timido interesse si risveglia, e che fra mille difficoltà - legate alla classificazione

della Cannabis come sostanza “priva di valore terapeutico” - cominceranno a riapparire

studi scientifici sulla Cannabis e i cannabinoidi - ciò che costituirà la materia del capitolo



seguente.

NOTE

(1) Per questo capitolo, ci basiamo largamente su Abel 1980, Mikuriya 1973, Walton 1938 (per i dati

bibliografici relativi a queste e alle altre opere citate si faccia riferimento alla “Bibliografia essenziale” della

Premessa). La canapa, probabilmente a partire dall’India, viene portata in Persia e Medio Oriente già molti

secoli prima di Cristo, e da qui assai presto arriva anche in Grecia, a Roma e in Europa. Si tratta infatti di

una pianta dai mille usi, con cui fin dai tempi più antichi si producono corde e tessuti di grande resistenza, tra

cui le vele delle navi. Il più antico reperto europeo (residui di canapa scoperti in una tomba in Germania)

risale al V sec. a.C.

(2) In India, le preparazioni classiche della Cannabis sono numerose, ma le principali sono tre: ganja, le

infiorescenze femminili mature, con resina e semi, fatte seccare; charas, la resina concentrata; bhang,

preparazione di ganja e spezie secondo varie ricette. Le prime due si fumano, la terza si usa come bevanda

(sciolta nel latte) o in pillole ed è quella generalmente usata in medicina.

(3) Report of the Indian Hemp Drugs Commission 1893-1894 (App. III) Simla, Government Printing Office

1894 (reprint: Silver Spring, Thomas Jefferson 1969, p. 490-1). Ancora in tempi molto più recenti, secondo

J. Bouquet, in India si fa “molto uso di Cannabis come sedativo, ipnotico, analgesico, antispastico e

antiemorroidario” (“The Cannabis problem” Bull. on narcotics 14(4):27, 1962, cit. in National Commission on

Marihuana and Drug Abuse 1972, p. 4).

(4) La questione tassonomica resta ancora aperta al giorno d’oggi, anche se la maggior parte dei botanici

propendono ormai per la separazione delle specie, e anzi ne aggiungono una terza, la C. ruderalis. Per un

approfondimento si veda: R.E. Schultes-A.Hofmann The botany and chemistry of hallucinogens (2nd ed.)

Springfield, C.C. Thomas 1980, p. 83-116.

(5) Autore del famoso “Du hachisch et de l’aliénation mentale” (ed. orig. Paris, Masson 1845; ristampato a

Ginevra da Slatkine Reprints nel 1980).

(6) Forse non è superfluo ricordare il “Poema dell’hachisch”, la prima parte dei “Paradisi artificiali” (1858), in

cui Baudelaire, secondo Abel (1980, p. 156), copia parola per parola intere frasi del manuale “Officine ou

répertoire général de pharmacies pratiques” (ed. 1850) del dott. Dorvault.

(7) Pubblicato nelle Transactions of the Medical and Physical Society of Bengal 1838-1840, p. 421-61

(ristampato in Mikuriya 1972, p. 3-30).

(8) Paris, J. Rouvier 1843.

(9) Per una ricostruzione dell'uso di Cannabis in Italia nell'800, si veda G. Samorini "L'erba di Carlo Erba"

Torino, Nautilus 1996.

(10) Wood G.B.-Bache F. The dispensatory of the United States Philadelphia, Lippincott, Brambo & Co.

1854 (citato da Abel 1980, p. 182-3).

(11) Treatise on Therapeutics (6th ed.) Philadelphia, J.B. Lippincott & Co. 1886 (cit. da Snyder 1971, p. 9).

(12) Clinical and physiological notes on the action of Cannabis indica. The Therapeutic Gazette 11:225-8,

1887 (ristampato in Mikuriya 1972, p. 293-300).

(13) Cit. da Snyder 1971, p. 10.

(14) Osler W.-McCrae T. The principles and practice of medicine (8th ed.) New York, D. Appleton & Co.

1916. In una successiva edizione (1935) tuttavia, l’efficacia appare agli Autori più dubbia (cit. da Walton

1938, p. 154).

(15) Brit. Med. J. 1883 (May 26), p. 1002 (cit. da Snyder 1971, p. 10).

(16) Walton 1938, p. 155.

(17) Reynolds J.R. Therapeutic uses and toxic effects of Cannabis indica. Lancet 1:637-8, 1890 (March 22)

(ristampato in Mikuriya 1972, p. 145-9).

(18) In: Droghe e piante medicinali, 2a ed., Milano, Ulrico Hoepli 1915, p. 144.

(19) In: Trattato di farmacologia e farmacognosia. Milano, Ulrico Hoepli 1949.




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